Un bilancio

Sono state settimane deliranti (perché maggio, si sa, a scuola è un mese al cardiopalma), specie se all’ordinaria amministrazione si aggiungono vari tipi di imprevisti (come quelli, di Franti e Zuccherosa, cui ha accennato ultimamente, e molti, molti altri); specie se si fa parte di commissioni serie e toste (per le quali arrivano decisioni da prendere, che non sono né evitabili, né semplici); specie se, per contratto con la vita, si è deciso di non rinunciare comunque all’esistenza (il che significa, nei fatti, ritagliarsi, sempre e comunque, uno spazio di svago o di vacanza); specie se si è ripresa la tosse; specie se a tutto questo si aggiunge il peso di una campagna elettorale. Una cosa che non è – la ‘povna lo sa, perché da sempre è multi-mondi e multi-tasking – paragonabile a nient’altro: arriva, e ti travolge. E ti rimangono allora due strade, per ribattere: rinunciare, e resisterle (ma allora: avrebbe senso farla?); oppure seguire la bufera con consapevole entusiasmo, e farsi trascinare.
La ‘povna ha scelto la seconda opzione, convintamente. E così, dal ritorno dalla gita in Appennino, la sua vita è diventata un tangram: incastri sopra incastri; la mattina a scuola, a fare il suo dovere con gli alunni; il pomeriggio in giro per la piccola città, a fare cassettaggi, discussioni, comizi; distribuire volantini o tenere aperta la sede al pomeriggio; un pomeriggio che si fa spesso notte: con le manifestazioni, le feste di auto-finanziamento, le millemila iniziative. Nel mezzo, una giornata (e un pomeriggio a settimana, a scelta) da dedicare alla funzione docente, pancia a terra: i video per le lezioni di storia, da costruire con anticipo; le schede auto-prodotte di italiano, per le ultime poesie da dare ai Pesci; il decimo tema dell’anno da propinare ai Merry Men, perché “ragazzi, ci ho pensato, è molto meglio” (e quelli, che sono pazzi furiosi, non protestano). E poi le correzioni: per tenere testa al crescente caos che la politica porta nella sua vita di ogni giorno, Kant aveva infatti deciso che era necessario darsi, inflessibile, una regola: mai un pacco di verifiche più di due giorni e mezzo. Così la ‘povna – che, come ha già detto, è pazza – ha distribuito volantini dopo aver valutato le performances storiografiche dei Pesci; ha incontrato Nichi Vendola uscendo dal compito di Epica degli Anatri; o, ancora, si è portata per via, per un intero pomeriggio, i temi su Richelieu dei Maculati.
Il risultato, dal punto di vista scolastico, è che per ora il ritmo si è mantenuto incredibilmente alto. E lei, altalenando tra le corse, si è trovata (imprevisti) persino certi pomeriggi liberi (perché un incontro aveva cambiato, repentino, orario all’ultimo momento; e lei aveva già terminato, precisetta, lezioni e correzioni).
Le capita così di uscire all’improvviso, in mezzo al blu del pomeriggio, per fare un altro cassettaggio. Oppure di dedicarsi, rapida, a una torta. Nel mezzo, la chiamano i genitori degli alunni (“Allora, come va, professoressa ‘povna?”); oppure, anche più spesso, i suoi compagni (di lotta e di governo): “Chi si offre volontario per questa notte? Ci sono i manifesti da attaccare!”.
La ‘povna dice di sì, appena possibile. E si gode l’atmosfera di SEL, che è sempre quella: intelligente, aperta, curiosa verso il mondo.
Ragione forte – e bella di per sé, senza altri orpelli – per rendere il bilancio della sua partecipazione attiva, e del suo maggio, solo e infinitamente positivo.

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Per sms

Sms arrivato al telefono della ‘povna, tutto in lettere maiuscole, alle 22.45 dello scorso venerdì:

From: Mamma di Zuccherosa
To: Me
Buona sera la ringrazio ancora tanto sinceramente x quello che a fatto x aver dato di nuovo fiducia a Zuccherosa in questo periodo e un po colpa mia la sto stressando x domando sempre la scuola la scuola in continuazione e piu forte di me se lascio perdere ho paura che lei sorvoli comunque vedo che Zuccherosa ce la sta mettendo tutta a studiare ed e molto stanca e nervosa con me volevo sapere se Zuccherosa a scuola la vede tranquilla e serena mi scusi ma io mi preoccupo sempre mi sono anche arrabbiata con lei x quando io gli parlo di sigarette lei diventa seria e non ne vuole parlare con me x forse sa di sbagliare e di non poterne tornare indietro non so che pensare comunque la ringrazio x la sua disponibilità a gia fatto tanto per Zuccherosa se non avessi avuto il suo aiuto come avremmo fatto? Cordiali saluti e mi scusi se lo disturbata (scusi anche il mio italiano se mi leggesse mia figlia!).

Se la ‘povna, a maggio, presa tra mille cose, e gli ultimi atti scolastici, e la campagna elettorale, e i colleghi stupidi e la fine di tutto, avesse bisogno di una motivazione e un senso, questa potrebbe bastare per i prossimi dieci anni. Se poi qualcuno le volesse chiedere – come talvolta capita – “ma come mai tu, tra i primi al concorso, potevi scegliere quel che volevi, il liceo figo, i certamina in giro per l’Italia con gli alunni, i premi, la possibilità di usare la tua cultura al meglio… e invece ti sei rinchiusa al tecnico”, la ‘povna potrebbe citare questo sms – e i molti altri gemelli che, quotidianamente, le riempiono la posta. Perché non si fa lezione per i bravi, ma per tutti; perché il ruolo, pur vilipeso, si riconquista un po’ ogni giorno, con la propria presenza sociale in mezzo al campo. Perché – parafrasando Fenoglio – “insegnante” si conferma, ora e sempre, parola assoluta.

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Per quanto voi vi crediate assolti…

Come ha accennato qualche giorno fa in un commento, a scuola della ‘povna ne è successa una grossa. Giovedì della settimana scorsa Franti (degli Anatri: un non-cattivo che fa di tutto per sembrarlo) nel lasso di tempo che sta tra la fine dell’intervallo e l’ora di ginnastica (per la quale tutti loro devono stare nell’atrio ad aspettare il pullman), molto semplicemente, ha spinto la maniglia della porta, si è trovato da solo all’aria aperta, e se ne è andato fuori.
La ‘povna risparmia ogni discorso (la sorveglianza, i custodi, l’appello) e va diritta ai fatti. Che recitano, asettici, che nessuno ha fatto mostra di notarlo finché lei, in arrivo in servizio un’ora e mezzo prima per motivi variegati e soliti, non si è trovata in gruppo in mezzo agli Anatri e, tra una parola e l’altra, ha girato gli occhi intorno, e ha proferito, rapida: “Mi dite dove è Franti? Oggi non c’era? Si è ammalato?”.
Anche il panico seguente, la ricerca, la presa d’atto della fuga, le telefonate alla mamma, gli sforzi per farlo tornare sui suoi passi la ‘povna li tralascia a bella posta. Anche perché (sempre ancora senza essere in servizio) se li è gestiti tutti: da sola, e piena d’ansia. Mentre la collega di ginnastica caricava il resto degli Anatri sul bus, e partiva verso la palestra, e tutti gli altri facevano lezione.
Sia come sia, alla fine, Franti ha fatto ritorno. Ha pronunciato parole di sorpresa come pietre (“Non pensavo se ne accorgessero, professoressa ‘povna, anche perché lei di giovedì non ha noi per far lezione”), ed è stato portato davanti al vicepreside DaddyLongLegs, per prendere coscienza di quanto aveva fatto, e ricevere da lui la somma ramanzina.
Quello che si sono detti, in camera caritatis, non è dato saperlo. Fatto sta che Daddy – ingegnere appena convertito alla scuola di Don Milani (per la verità un po’ goffamente) – nel lasciare la decisione disciplinare vera e propria, come è ovvio, a uno straordinario consiglio di classe, ci ha aggiunto, di suo, un personale carico – di effettiva e complicatissima gestione.
“Il VicePreside” – ha spiegato Franti – “mi ha chiesto quali siano le mie passioni. E io gli ho detto il cinema. Allora ha deciso che io dovrò scegliere un film che mi piace, prepararci sopra una ricerca, e farlo vedere a tutti i miei compagni, spiegandogli perché lo trovo bello, e il suo significato”.
Come si può immaginare, questa singolarissima scelta (nonché le parole che l’hanno accompagnata, più volte: “Mi raccomando, colleghi, quando vi riunite: ricordatevi che non possiamo sempre frustare e basta; e che a me non sembrerebbe così utile tenere a casa, per punizione, uno che ha tentato di scappare”) ha creato non pochi problemi in sede di consiglio. Sia perché comunque – film o non film – qualcosa andava fatto; sia perché era necessario mettere agli atti un provvedimento che risultasse, anche per gli altri, adeguatamente conforme alla gravità del gesto; sia perché, e soprattutto, nel consiglio di classe degli Anatri ha trovato asilo l’insegnante di inglese Incompetente (“precaria”, come dice sempre lei, in senso sindacale; “è uno scandalo” – le commenta dal canto suo la ‘povna, intendendo con ciò la molta approssimata conoscenza di ogni principio sensato di didattica – nonché di una competenza accettabile della lingua di Albione).
Comincia la riunione. S(t)olida dà la parola alla ‘povna (“che è l’unica di noi che era presente ai fatti”). Lei comincia a raccontare. Termina con le parole di DaddyLongLegs, e aggiunge: “Credo dunque che quello che potremmo fare sia recepire questa cosa del film, inevitabile, ma inserirla in una settimana di lavori socialmente utili, che vadano a coincidere, disciplinarmente, con cinque giorni di sospensione con obbligo di frequenza. In questo modo dovremmo avere sia gli elementi che sottolineano la gravità del gesto, sia diverse e multiple occasioni di riflessione”.
Sono, con diversi gradi di consapevolezza, tutti d’accordo. Ma Incompetente prende la parola, ed esordisce in tono querulo:
“Io non capisco che cosa significhi con obbligo di frequenza: dobbiamo lasciarlo a casa, almeno questo! E’ inconcepibile che questa punizione si trasformi per noi in una fatica aggiunta. Che quanto meno per questi cinque giorni la finisca di rompermi le scatole, che io non lo sopporto, e se ne resti a casa!”.
“Non credo che le ‘punizioni‘” – la ‘povna calca sulla parola, mettendola tra virgolette – “siano pensate per risparmiare o meno fatica all’insegnante” – osserva placida la ‘povna (ma chi la conosce davvero sente il tono, e si prepara).
“Ma con me è insopportabile, fa confusione, e io non so più che cosa fare per gestirlo. Trovo intollerabile pensare di doverlo tenere con me in classe, è ingiusto, inaccettabile! E poi lui non è capace”.
“Sai, forse perché quella pagata per ‘gestire‘ sei tu, lui ha 14 anni” – la ‘povna è sempre più calma. Ma continua a scandire le parole.
“E poi” – aggiunge – “piaccia o non piaccia, abbiamo un’indicazione di DaddyLongLegs. E, certo, il Consiglio è sovrano. Ma tu capisci che, se lui ha detto questo al ragazzo, sconfessarlo pare un po’ brutto. E non per una questione di buona educazione” – (“che tu tanto non conosci” – vorrebbe aggiungere) – “ma perché, se lo facciamo, sarà ben difficile ricorrere al ‘Vicepreside autorevole’, per il prossimo futuro”.
Con mal riposta gentilezza (perché Incompetente se ne va, proterva come vive, e convinta di avere subito un torto), il Consiglio si prolunga a spiegare perché tutti gli altri insegnanti sono d’accordo con la ‘povna, in lungo e in largo (quando a votare sarebbe bastato un attimo). Vengono scelte le azioni di intervento per Franti, da portare avanti tutti (Incompetente, ovviamente si chiama fuori). La ‘povna vince (prevedibilmente) il compito di organizzare la cinematografica ricerca.
Così, il giorno dopo, si avvicina a Franti.
“Ascolta, dobbiamo decidere che film farai vedere ai tuoi compagni, perché tu ci possa lavorare prima in questi giorni”.
Si aspetta il titolo di qualche blockbuster. Ma la risposta di Franti è di quelle capaci di inchiodare la scuola per i prossimi cent’anni. E recita, prontissima e convinta:
Qualcuno volò sul nido del cuculo“.

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Crostata ai frutti di bosco (per una festa di fine cineforum)

Tra molte traversie, catetere days reiterati e fulminanti, cuori al di là dell’ostacolo, è arrivato a fine corsa il cinema scolastico. Quella di quest’anno non è però una fine qualunque. Giunge al capolinea, infatti, il gruppo storico dell’Orda; e in particolare le sue bimbe: Campanellino, la Testarda e la Timida – alle prese con l’imminente maturità. La ‘povna, molto onestamente, non sa che cosa succederà, per l’anno prossimo. Perché il cineforum, così come è stato organizzato dal suo esordio, prevede la collaborazione, autogestita e strettissima, di un gruppo allargato e ben sul pezzo. E non è detto che il futuro riservi all’orizzonte, a questo scopo, nuove leve.
Nello stesso tempo, coloro che si sono aggiunti (Piccolo Giovanni e Stuffy, dei Merry Men), più un volitivo gruppo di un’altra terza, è partecipe, entusiasta e intelligente. E dunque la ‘povna – se appena appena pensa a loro – è più che tentata a continuare.
Sia come sia, ci si penserà a settembre. Nel frattempo, si fa festa. E tutti loro si dedicano a vedere un ultimo cortometraggio, mentre mangiano prelibatezze auto-prodotte e si preparano (il gruppo è, appunto, autogestito fino in fondo) gli attestati di frequenza.
La ‘povna, per l’occasione, ha portato una crostata a forma di ruota, larga larga. La cui ricetta fa così.
Si prepara la pasta frolla, con le dosi del Talismano della Felicità, che sono imbattibili:
300 g di farina
3 tuorli di uova fresche
150 g di zucchero (ma la ‘povna ne mette un po’ meno, di solito)
150 g di burro
una presa di sale (bella abbondante)
la scorza grattugiata di un limone
Per favore, non le nominate il lievito, che se no rischia l’infarto. La pasta frolla, quella vera, si fa senza. Tutte le altre – magari anche stupende – sono varianti. E comunque la ‘povna consiglia un giro di assaggio senza bicabornati aggiunti, ché ogni confronto, poi, decade.
Si lavorano in tutta fretta gli ingredienti, fino a creare una palla. Si prende un canovaccio pulito, si mette la palla in frigo, e si fa riposare una mezz’oretta (minimo).
Poi si prende una teglia, si infarina, si imburra, si fodera di pasta frolla. Si fanno i buchi sul fondo; e poi, a questo punto, la scelta segue il forno. Se è molto affidabile, la teglia buona, la resa conosciuta, si può riempire la pasta con marmellata, a piacimento (la ‘povna ci ha messo questa, ai frutti di bosco – e un po’ la raccomanda, perché tra quelle confezionate poche sono migliori). Se invece il forno è debole, o la teglia ha il fondo foderato di doppia ghisa solida, si mette prima la pasta così, senza ripieno, per 5-6 minuti in forno; poi si toglie, si aggiunge la marmellata preferita, esattamente come sopra. A questo punto, sia la variante a), sia la b) prevedono la tradizionale griglia. Che la ‘povna ha realizzato impastando tanti bachi di pasta frolla, e incrociandoli a reticolo. E poi ha infornato, per 25 (a crudo), o 20 (con la base appena de-umidificata come detto) minuti, a 180°.
Poi si sforna, si porta a scuola e si mangia. Con grande soddisfazione di tutti i partecipanti. E anche, va detto, un pizzico di preventiva nostalgia.

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Vacanza

Quando capita (come oggi) che, per inaspettati impegni, la ‘povna si ritrovi a casa per le 3 del pomeriggio, non può evitare di provare, violenta, una sensazione di incoercibile vacanza.
Perché – per quanto il pomeriggio si srotoli (come è solo tanto giusto) in una bella serie di scolastiche incombenze (fino a ora: la correzione di un mezzo plico di verifiche, la preparazione degli attestati di frequenza per il cinema scolastico, la gestione burocratica degli esami di idoneità dei privatisti) – la sensazione prevalente, quando si può lavorare in casa propria, senza scarpe, magari alzandosi, andando a far la spesa (e a lasciare due volantini) nel frattempo, facendo due chiacchiere sul canale telematico, è quella di una libertà da scorribanda.
Punto. E basta. Ed è inutile che plotoni di colleghi vengano a dirle che “le 24 ore, la funzione docente, le ore in più, sì, però, no, forse”. E non solo perché quanto la ‘povna ha appena detto (e cioè: che altra cosa è lavorare in un ufficio, otto ore al giorno, altra essere soggetti, stando comodamente a casa, alla coscienza) resta valido comunque.
Ma anche (e soprattutto) perché in ogni caso a scuola, dopo la campanella, restano normalmente, come è noto, soltanto lei e Mafalda. E alla ‘povna non risulta – quanto meno dalla mole di questioni di competenza altrui che si trova a risolvere ogni giorno – che a questo fuggi-fuggi corrisponda poi solitamente un suicidio volontario di lavoro in privato.

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La felicità è di questo mondo

E’ sempre più di corsa. Ma lasciar passare un altro venerdì del libro senza partecipare proprio non era cosa. La ‘povna posta così in extremis la recensione di un inconsueto libro di Lodge, alla fine molto bello; anche se la prima parte può risultare difficile da masticare.
E, dopo aver scritto, si rimette a correre. Ché deve votare i compiti di storia dei Merry Men. E anche i temi per le revisioni imminenti. E, alle sette e mezzo, la aspettano i compagni di Sel. Maggio è così, senza respiro, molto pazzo. Ma alla ‘povna – anche se a volte ha l’impressione che ci lascerà sopra la pellaccia – onestamente, tutto questo, piace.

Fino a tutta la prima parte il romanzo – oltre a divergere notevolmente dal più tradizionale stile ‘à la David Lodge’ – risulta francamente noioso. Il diario di un nevrotico di Laurence Passmore mostra tutti i segni di un’ossessione compulsiva che è faticosa da leggere per il lettore almeno quanto risulta pesante per il protagonista e per tutti i personaggi di contorno che condividono la sua vita. Nella seconda parte, però, il tono cambia, decisamente. Poiché il racconto delle sfortunate vicende di Laurence (che iniziano con una sempre maggiore ipocondria e terminano con la fine, non voluta, del suo matrimonio) viene ri-affidato a una serie di monologhi, raccontati, con i diversi punti di vista, da tutti i personaggi secondari. Il lettore scopre così che Laurence è stato, nella prima parte, un narratore inattendibile e che molte delle cose da lui percepite (e raccontate) come vittima sono in realtà il frutto di un degenerare progressivo delle sue ossessioni. E’ con questo rinnovato spirito che si affronta la terza parte, nella quale, ancora una volta, il lettore viene sorpreso (e definitivamente sedotto) dal narratore inattendibile. Lungi dall’essere una narrazione a focalizzazione variabile (dal punto di vista del malato cronico, e di coloro che hanno con lui a che fare), con un improvviso rivolgimento Laurence – che ha ripreso possesso, tramite il diario, della voce narrativa – si rivela a un lettore colto di sorpresa come l’autore dei precedenti monologhi, scritti esplicitamente adottando il punto di vista di terzi, come auto-terapia. A questo punto, il tocco di Lodge si fa più riconoscibile, anche se la sua tradizionale meta-letterarietà postmoderna assume contorni più stilistici che di trama. Rassicurato sulla (in)attendibilità univoca della voce narrante, il lettore si appresta dunque ad affrontare l’ultima parte di un viaggio che, come in ogni terapia analitica (del resto evocata a più riprese, e non solo nel titolo), va a riscoprire, per poter essere davvero definitiva, il trauma del passato. Sulle orme di Kierkegaard (ma anche di S. Giacomo) la trama si apre al movimento effettivo di un pellegrinaggio (più o meno religioso, più o meno laico), al termine del quale Laurence potrà entrare felicemente, e per scelta, nella vita semi-gaudente e non più nevrotica del divorziato di mezza età. La “terapia” del titolo, dunque, coincide, con un facile gioco di specchi, anche con quella del lettore, una volta chiuso il libro. Il gioco delle allusioni, del resto, è reso esplicito dalla professione di Passmore, famoso sceneggiatore televisivo di una delle più popolari (facile riconoscere l’eco di Neighbours) sit-com viste in Albione. La vita è un palcoscenico, ammicca il vecchio Lodge (seriamente, ma non troppo), alla fine delle molte pagine: basta essere consapevoli delle risate senza volto che ci accompagnano, guardandoci da fuori.
(Nota a margine: Jonathan Coe sostiene che questo sia uno dei romanzi di Lodge che preferisce: arrivati al termine, e pensando a Maxwell Sim, se ne capiscono ampiamente i motivi).

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Buona educazione

La ‘povna ha di nuovo la tosse. Quella che è cominciata come una banale infreddatura il 20 aprile scorso, è stata alimentata dal clima invernale (5 gradi) in Appennino, in gita con i Pesci, dall’allergia che – nonostante il tempo pazzo – si fa largo, dal suo lavoro che, comunque, la voce la fa usare. Così, domenica, dopo essersi svegliata con un dolore spaventoso al petto, prima ha fatto l’aerosol, di sua propria sponte. E poi ha chiamato la dottoressa V. “Vieni domani”, le ha detto lei, “subito, e riguardati”.
Di riguardarsi la ‘povna non poteva proprio fare a meno, del resto. Perché la tracheo-bronchite l’aveva spinta in una prostrazione cosmica. Perciò, dopo aver preparato quel che c’era da preparare per la settimana imminente, se ne era tornata sul letto a riposare.
Tra le cose che aveva fatto, c’era anche una serie di messaggi elettronici che esigevano la sua attenzione subito, tra i quali uno in particolare che era stata costretta, suo malgrado, a tippettare.
Era diretto all’organizzatore della conferenza veneziana, cui avrebbe dovuto partecipare oggi. E a lui spiegava la sua situazione di salute compromessa, dicendogli della mancanza di voce, della sua necessità di visita medica – e in definitiva del suo timore di stare, entro mercoledì, ancora troppo male.
Bisogna sapere che l’organizzatore di questa conferenza – alla quale la ‘povna aveva aderito con entusiasmo, quando era stata contattata per la prima volta – si era già rivelato, nel corso dell’anno scolastico, una persona quanto meno singolare.
Singolare aveva trovato, inizialmente, la tendenza a contattarla dal nulla sul telefono fisso: “Ho letto i tuoi libri, ho cercato sull’elenco, e ho iniziato a chiamar numeri” – le aveva detto.
“E’ un modo come un altro” – aveva ribattuto lei, dall’altro capo della cornetta. Ma poi si era affrettata a lasciargli e-mail e cellulare.
Singolare aveva trovato che non si facesse più sentire per mesi, dopo quella prima volta. Anche se lei, presa da cose assai più serie, purtroppo, non aveva avuto tempo da dedicare ai veneziani pazzi.
Singolare aveva trovato il suo ritorno (sempre su telefono fisso), come se fosse niente.
Singolare aveva trovato il nuovo silenzio; e poi ancora la tendenza a richiamarla, a casa, in ore che definire “poco consone” (le 22.40) è solo un eufemismo. E quella volta si era vista costretta (lei, che pure è assai nottambula) a far presente che non usa chiamare dopo le nove di sera in casa d’altri. Specie se non li conosci; specie se ti hanno dato un indirizzo e-mail cui far riferimento; specie se sai che il giorno dopo è di lavoro.
Nonostante tutto, tra (svariati) contrattempi, il tizio aveva portato a casa una parvenza di organizzazione dell’evento. E si erano accordati per l’8 maggio. Ed era proprio a questo appuntamento – perché, se una cosa nasce male, è difficile poi che cresca meglio – che la ‘povna si era dovuta dichiarare, quella stessa domenica di tosse, costretta, forse, a rinunciare.
Mentre dormiva, intanto, nel pomeriggio, aveva sentito suonare il telefono fisso. Abbastanza da invadere di sogni inquieti il suo sonno un po’ febbricitante. Ma aveva deciso che non era poi importante, e alla fin fine lo aveva lasciato fare.
Non era successo lo stesso la sera alle otto, quando (lo squillo era ripreso) aveva sollevato la cornetta:
“Pronto” – aveva esalato con voce cavernosa, dalla profondità della sua gola, il brontosauro.
“Ciao, sono Organizzatore Veneziano, ho letto il tuo messaggio. Come stai, puoi parlare?”.
“Sto messa così” – aveva barrito a fatica il brontosauro.
“Ho capito, ma puoi parlare?”.
Questo teatrino era andato avanti per due minuti buoni, alla fine dei quali la ‘povna gli aveva fatto presente che, nel mail, lei aveva già scritto tutto; che la situazione della sua voce era quella che sentiva, come è ovvio; e soprattutto, che era domenica, lui era un estraneo che chiamava una persona a un’ora incongrua. E che lei, oltre tutto, stava male.
“Ci sentiamo domani” – le aveva detto lui.
“No” – aveva replicato la ‘povna – “parlare non mi riesce molto. Ti scrivo io quando ricevo una diagnosi. Anche se ti preannuncio che la situazione, come senti, non è buona”.
Il pomeriggio del lunedì, la ‘povna è andata dalla dottoressa V., come promesso. La quale (oltre a dirle che la vota, e a chiederle di portarle un po’ di materiale, da lasciare in visione ai suoi pazienti), le ha confermato una diagnosi di “tracheo-bronchite con complicazioni asmatiche”. E poi le ha segnato una serie di medicine da cavallo, unite a una serie di prescrizioni serie: “divieto assoluto di strapazzarti, di stancarti, di prendere freddo, di stare nelle correnti, all’aria condizionata, di spostarsi là dove non strettamente necessario, di parlare più di quanto non lo voglia il tuo lavoro (che è già troppo). Dunque divieto di fare altro che la scuola, fino a giugno, niente attività extra, niente coro”.
“Poi” – ha aggiunto – “siccome il colorito non mi piace per niente, a giugno facciamo gli esami del sangue. E per davvero, questa volta. Altrimenti” – ha aggiunto con uno scintillio malizioso negli occhi intelligenti – “ti avverto, non ti voto”.
La ‘povna annuisce. L’ha convinta. E, lasciato l’ambulatorio, si ferma in farmacia, per fare scorte. Lì incontra zio Remo (la piccola città è, per definizione, appunto, piccola), che le chiede notizie. Ed è così che un po’ si attarda. Ed è già buio (dalla dottoressa V. la fila è sempre lunga) quando torna a casa.
Lì, aprendo la posta, la sua sorpresa è grande, ma non troppo, nel vedere il messaggio di Organizzatore Veneziano che campeggia.
“Ciao, oggi ti ho cercato al telefono, ma non ti ho trovata. Aspetto notizie. Comunque, se l’8 maggio non ce la fai, possiamo spostare al 15, così ti sei rimessa”.
La ‘povna sospira, trattiene una parolaccia che le sale sulla lingua, prepotente, si attacca alla tastiera e poi tippetta. Il mail è circostanziato e lungo. Dentro, c’è quel che le ha detto la dottoressa. E poi la spiegazione di quello che a lei (visto quanto ci è voluto per organizzare quella data, dai primi di ottobre a maggio), sembra abbastanza ovvio: “Purtroppo da qui a dopo la fine della scuola a me non sarà possibile spostarmi. Sia perché, se lo scopre la dottoressa, poi mi picchia. Ma sia soprattutto perché a me (come dovrebbe essere per te – vorrebbe aggiungere – che pure sei insegnante) non non riesce liberare altri giorni, fino alla fine della scuola”.
La ‘povna rilegge, controlla, spedisce.
Si aspetta la telefonata importuna a qualunque ora del giorno. Si aspetta un mail arrabbiato e incapace di comprendere. Si aspetta la fatica di spiegare, senza voce, a un piùcheretto.
Quello che non si aspetta, è quello che avviene nella realtà di queste ultime 48 ore, senza appello. Dopo mesi trascorsi a importunarla a ore inaccettabili, dopo tampinamenti pomposi e reiterati mensilmente, passata la possibilità del proprio utile, Organizzatore Veneziano si è fatto di nebbia. E il messaggio di risposta, semplicemente, non arriva.

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Le mattine del sabato

Se c’è una cosa scolastica che alla ‘povna – che pure è animale notturno (e dunque a svegliarsi all’alba patisce un poco sempre) – piace particolarmente, sono le mattine del sabato. Nonostante la fatica di alzarsi presto, nonostante la pena di non poter tirare troppo tardi (o farlo a ogni modo, e pagarne le conseguenze a viso spiegazzato dopo, all’alba), nonostante tutto, per lei restano le ore più belle.
Le mattine del sabato, infatti, la scuola si svuota, improvvisamente. A casa restano le “casalinghe”, le prof-e-mamme da Don-Milani-santo-subito (quelle che “ho scelto questo lavoro per non avere niente da fare al pomeriggio”; oppure: “no che non mi posso fermare, devo portare il figlio a tennis”; oppure: “dai, sbrighiamoci a cominciare, che devo preparare cena”). E così, nei corridoi (già resi più contenti dal pensiero della festa imminente), restano coloro che non premettono sempre e necessariamente al lavoro la famiglia, la ‘povna, e gli ingegneri.
E – mentre il tempo scorre rapido, e privo di dinamiche – la ‘povna assapora la bellezza di una scuola che rinuncia alla sua maggioranza femminile, per un giorno. E pensa che questa sarebbe una ricetta da inserire in un nuovo modello educativo a mani basse. Perché, intendiamoci, non è che tutti coloro che stanno a casa il sabato siano per definizione insegnanti che rinunciano al loro lavoro come impegno (basta fare, per questo, i nomi, diversi, eppure uguali, per passione e intransigenza, di Mafalda e dell’Ingegnera Tosta). Eppure un legame sottile esiste, ancora oggi. Ed è quello che esprime lo sguardo intuitivo di Soldino, nel suo sorriso storto, mentre – appollaiati sui banchi – la ‘povna e i Merry Men si bevono il caffè delle otto meno un quarto, prima di incominciare la loro prima ora.
“Perché non siamo ciechi, e neanche sordi, noi, professoressa. Tutti a dire ‘manteniamo la scuola aperta il sabato’. Ma, chi sa perché, chi lo dice, poi, oggi se ne sta a casa per diritto – ‘ché io tengo famiglia’. Ed è comodo, così, decidere di fare l’insegnante. E invece io credo che chi fa questo lavoro, che a me sembra proprio bello, dovrebbe essere capace, almeno qualche volta, di privilegiare le esigenze delle classi e degli alunni; invece che – sempre e in ogni momento – venirci a parlare, come se fosse ovvio, solo e soltanto di mariti e di figlioli”.

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1 maggio

La ‘povna lo festeggia nella piccola città, mescolando gli affetti alla politica. E con un pensiero a Roma, ché quella piazza le piace ricordarla così (e non con il Movimento 5 Stelle). E di canzoni potrebbe metterne di più storicamente rilevanti, e anche di lotta. Ma alla fine, per questa volta, sceglie di militare insieme agli Elii.

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Fuga per la vittoria

Domani nella scuola della ‘povna si celebrerà il tradizionale torneo intersezioni di calcio a undici. Lei – che sostiene la manifestazione da sempre, contro tutto e contro tutti – sarà il tecnico della sua sezione del cuore (quella dei Merry Men e dell’Onda). In teoria – grazie soprattutto ai Merry Men e ai Maculati piccoli – dovevano avere uno squadrone invincibile. Nei fatti, gli uomini-partita dei Merry Men si sono rotti tutti: Piccolo Giovanni si è spappolato il crociato il mese scorso (ma sarà in panchina ad aiutarla); Soldino si è lussato la caviglia (“ma gioco uguale, io, professoressa”); Grande Giovanni (che è portiere) si è schiantato un dito in allenamento (“ma posso fare una buona figura a centrocampo”); e, per finire in gloria coi cerotti, Weber si è beccato, la scorsa settimana, una pallonata sulla tempia (e due giorni di ospedale con la commozione cerebrale). La ‘povna ha provato a spiegare a Byker la situazione critica – e a improvvisare un mercato di aprile, così, sul posto. Ma, nonostante Gian Burrasca (e svariati dei Maculati grandi) si siano offerti di cambiare casacca (“La nostra sezione è la sua, professoressa – quella in cui ci hanno accorpato con noi non c’entra nulla!”), alla fine è stata costretta a declinare.
Così domani, in formazione ridotta, sfideranno la “A”, di DaddyLongLegs – cercando di travolgerli sul campo. Per come si è messa, sarà molto difficile. Ma, come sempre, si fa quel che si può.
“Non si preoccupi” – l’hanno rassicurata i Merry Men, tutti quanti.
“Forza, prof., ce la faremo comunque” – ha commentato il Carabiniere Scelto.
La ‘povna passa la serata a consultare schemi, a ogni buon conto. Ai Merry Men, invece, in onore di de Cubertin, ha promesso sobriamente che, se non vincono, li boccia. Così, giusto per far capire loro – come è compito del suo ruolo di insegnante – quale sia il necessario grado di coinvolgimento tra giovani e pallone.

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