“E’ bello stare con gli amici!”

Non si è professoresse di italiano per niente (e, se per questo, nemmeno per caso). Per commentare in maniera più ragionata ed ex post i risultati del loro spreco di tempo la ‘povna ha approfittato – cosa che i Merry Men avevano, peraltro, ampiamente previsto – del tema di italiano. Tra le altre, arriva dunque una traccia sul “guardarsi con occhi diversi”, che scelgono di svolgere in quattro (curiosamente, uno per ciascuno dei loro gruppi): Piccolo Giovanni, Rebecca, il Panda e la Pesciolina. E – siccome gli adolescenti, quando scelgono di accendere i loro fanali acuti sopra mondo, raramente sbagliano – la ‘povna si fa da parte, e lascia la parola a loro.
“Quel pomeriggio di punizione potevamo guardarlo con occhi diversi in principio” – comincia Rebecca. “Eravamo partiti dall’idea che sarebbe stato noioso, e i professori assillanti. E invece mi dispiace per i ragazzi che mancavano, perché si sono persi una fantastica pgiornata”. “Eravamo stati divisi in gruppi” – continua – “e ogni gruppo era composto da un professore; abbiamo visto con occhi diversi il carattere dei professori fuori dal contesto scolastico; e anche quello dei compagni con cui eravamo. Insieme, tutti, ci siamo fatti delle sane risate e mi sono divertita un sacco. E se mi chiedessero: ‘Lo rifaresti?’ – Risponderei: ‘Assolutamente sì’. E’ bello stare con gli amici”.
“Quando abbiamo finito di fare tutto sono rimasto molto sorpreso, perché invece di essermi annoiato mi sono divertito tanto, e non solo io, ma tutti i miei compagni” – prosegue il Panda (che cita otto volte in dieci righe la parola “divertimento”) – “e anche i professori! Tutti ci siamo dati da fare, tutti ci siamo aiutati; poi, mentre pulivamo, parlavamo anche della scuola, ma non solo, anche di politica e tutto il resto, facevamo riflessioni”.
“Io penso che questo pomeriggio sia stato utile per molti motivi” – spiega con il suo tono da relazione tecnica Piccolo Giovanni – “ad esempio per capire come va fatta la raccolta differenziata; ma anche perché abbiamo scambiato chiacchiere, battute e riflessioni. Io ho proposto che ogni classe una volta al mese debba fare questa esperienza, perché mi ha appassionato e mi ha fatto imparare tante cose che prima non sapevo”.
“La sorpresa più grande è che più tardi, riparlandone tra di noi, ci siamo accorti che è stato un pomeriggio divertente, passato con i compagni di classe che solitamente non si frequentano al di fuori dell’edificio scolastico. Anche con i professori, a parer mio, c’è stato un rapporto non più insegnante-alunno, ma quasi da colleghi” – scrive meditabonda la Pesciolina.
Attraverso un accorto uso della detention, questa sembra la morale dell’apologo, vengono promossi tutti. O almeno quasi (perché lo sceneggiatore è saggio, e mentre indica la linea, poi non si smentisce). E la ‘povna – che sorride, con quell’aria odiosamente consapevole da ‘io-l’avevo-detto’ – preferisce lasciare ancora la parola al Panda:
“Però sono rimasto deluso dal professore Max Gazzè, perché la prof. collega di Snape, la prof. Mafalda e la prof. ‘povna insieme a noi hanno detto che si sono divertite; invece, quando sono andato a chiedere al professore se si era divertito, lui mi ha risposto che, se si vuole tornare a casa alle dieci di sera, allora lo si può considerare ‘divertente’”.
“Povero lui” – lo consola la ‘povna, mentre gli ridà il compito (per la cronaca: la punizione è terminata alle ore tre del pomeriggio) – “non sa cosa si perde”.
“Sì, prof.” – ribatte Soldino dal suo banco (il Panda ritorna in postazione, dondolando) – “ma povera anche la scuola”.

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Il senso del dolore (ovvero: le stagioni di Ricciardi)

Sicuramente questo giallo italiano con protagonista il commissario Ricciardi esce dal coro delle operazioni editoriali facili per rientrare nel solco di una scrittura più corposa, un progetto più ampio, qualcosa da dire che, dal poliziesco, prende in prestito la forma per poi parlare (anche) di altro, e altro ancora. Vengono in mente i grandi giallisti italiani delle origini (Scerbanenco, De Angelis, ma forse, in parte, persino certe note dolenti e metafisiche di Gadda e Malaparte); oppure, in anni recenti la produzione di Piazzese (limitata e cristallina) o le prime sperimentazioni di un Camilleri che poi si è perso (e da parecchio) nel labirinto degli zecchini d’oro.
Una buona scrittura, dunque, un intreccio moderatamente accattivante (anche se da un lato di una facilità sorprendente, dall’altro – nel voler seguire lo specchio del melodramma operistico, costi quel che costi – di una certa, eccessiva, macchinosità). Il romanzo, se mai, difetta un po’ nella costruzione delle persone del dramma, la maggior parte delle quali (appunto e di nuovo: come all’opera) sono dichiaratamente comparse, e proprio per questo risultano più di ingombro che di soluzione. Anche perché – ed è questo il vero limite di una narrazione ancora definitivamente acerba – la scrittura dimostra una notevole difficoltà nella gestione del punto di vista, troppo e inutilmente mobile, senza armonia né giustificazione di trama. Incerto tra l’onniscienza – che sembra negata per motivi ‘politici’, prima ancora che narratologici (un poliziesco non può essere onnisciente, per definizione): non è possibile entrare nella testa di nessuno dei personaggi di regime – e una focalizzazione privilegiata sull’ultra-vista del commissario Ricciardi, il flusso si muove tra i personaggi come a casaccio: tu sì, tu no, tu forse (ma tralasciando, in questi arbitrari giri di giostra, personaggi non del tutto secondari). E’ questa definitiva imperizia – purtroppo non lieve in un genere come il poliziesco – a determinare alla fine un giudizio incuriosito, ma ancora perplesso. Promosso, ma con juicio. Anche se sicuramente da riprovare.

ps. Ovviamente, e come sempre, siamo di nuovo, e con soddisfazione somma, al Venerdì del libro di Homemademamma.

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Un invito

Una mattina, alba. La Piccola Donna la intercetta mentre la ‘povna sta scendendo per le scale della scuola (come sempre a rotta di collo), intenta a preparare una serie di cose ultime nella mezz’ora che precede il suono della campana.
“Prof., buon giorno!”
(“Buon giorno, mia cara”)
“Volevo chiederle una cosa” – (e intanto si accoda – come imparano presto a fare tutti i suoi ex-alunni – alla ‘povna nella sua corsa di cose da fare).
“Dimmi!”.
“Lei che programmi ha per quest’estate?”.
Un ricordo vago, di discorsi fatti un anno fa, in un altro tempo, fa capolino nella sua testa. Ma la ‘povna resta impassibile, e risponde tranquilla:
“Nulla di particolare, per adesso. Ho l’impegno del matrimonio di una cara amica a fine giugno; e poi ovviamente la solita settimana nel Paese-che-è-casa.
“Benissimo, prof. Perché la mia mamma voleva invitarla da noi in Marocco. Sa, come si era detto: così finalmente potrà visitare per bene tutto il paese”.
Certo che è un sì. E pure al volo; e sorridente; e di corsa:
“Grazie Piccola Donna, che cosa bellissima. Mi farebbe davvero un piacere immenso, se non disturbo, consideratelo già un sì, con onore”.
“Certo che non disturba, prof., lo sa benissimo. I miei ci andranno a inizio giugno. Io che quest’anno sono finalmente maggiorenne li seguirò un poco più tardi, forte della mia carta di identità italiana nuova nuova”.
“E potremmo partire insieme!” – concludono all’unisono.
Suona la campanella. La Piccola Donna corre in classe. La ‘povna, invece, anche. E sorride allo sceneggiatore, tanto. E un po’ anche al suo modo di fare scuola.

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Alla rovescia

Nei due anni che è stato suo alunno, la ‘povna si è scontrata – e non una, ma più volte – con colleghi di ogni razza. Perché trovava che l’atteggiamento di Steerforth fosse troppo spesso arrogante, e non pensa che la media del nove ti possa garantire, in nessun luogo e in nessun tempo, il diritto impunito alla maleducazione. Le fu risposto che “no, si sbagliava, era eccessiva, ingiusta; e che “certo non potevano rischiare di perdere uno studente così bravo“. Così Steerforth salutò il biennio con un immeritato sette di condotta, combattuto fino all’ultimo voto dalla ‘povna e da uno sparuto gruppo, e si avviò per le strade del triennio con il consueto sguardo da “nessuno mi può giudicare”.
In terza Steerforth si fece notare subito, insieme a molta parte della sua complicata classe; ma – vuoi perché alla fine pagano un po’ sempre, gli occhi di angelo; vuoi il padre (che si era fatto furbo) rappresentante di classe; vuoi un po’ tutto, oppure niente – riuscì sempre a scansare le punizioni forti comminate alla sua banda (per esempio: dall’Ingegnera Tosta) all’ultimo secondo. E – nonostante in sala professori fosse tutto un lamentarsi: “mamma mia, che alunno supponente” – giugno lo accolse con il finale già scritto: nel mare dei consueti sei al resto del gruppo, per lui sette in condotta (un’altra volta), arrivederci e grazie. E il messaggio che la presunzione furba paga.
Quest’anno – come la ‘povna ha già avuto modo di raccontare con dovizia – Steerforth sembra cambiato moltissimo. Non solo con lei (ché, nell’economia della condotta a scuola, tutto sommato poco importa), ma in generale. Lo confermano mille episodi spiccioli, ma netti; e pure i racconti della Testarda; e alcuni pacati atteggiamenti anche in momenti complessi, nei quali, invece di concedersi, come è(ra) suo costume alla polemica, si è chiamato – cercando di portare insieme a sé un gruppo di altri – garbatamente fuori dal coro.
Proprio per questo, dunque, Steerforth sorteggia alla lotteria dei voti dati a minchia (e, no, non è esagerazione narrativa della ‘povna: basti pensare che mercoledì si deve riconvocare uno scrutinio di urgenza per gli errori di valutazione in pagella fatti non da uno, ma da ben due professori) il suo primo cinque di comportamento.
E la ‘povna sa benissimo che lei in quella classe non insegna, e che per giustificare un sette non basta certo che lui l’abbia aggiunta tra “gli amici” del telematico network. E però questo episodio piccolo, tra tanti, le sembra il simbolo (minimo, ma forte) della distanza profonda (“non ti illudere, sarà così per sempre” – le dice Ohibò con consapevolezza) che la separa da quasi tutti i suoi colleghi.

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Precipitevolissimevolmente

La ‘povna – mentre spiega – raramente sta ferma. Si muove, col passo del Moonwalker, scrivendo alla lavagna, gira ossessiva per i banchi, guarda dal fondo, raccatta una cartaccia, ammira una nuova pettinatura a ciuffo, scruta curiosa nei diari. Ogni tanto, però, quando il discorso si appoggia su un concetto più significativo o più complesso, si ferma per qualche minuto, e si appollaia su un banco o sulla cattedra, convinta come è che insegnare sia, sempre più spesso, questione di cambiare prospettiva.
Per questo le sue classi, tutte, si abituano presto a questa attitudine costante, e – quando la ‘povna si appresta a accomodarsi – le segnalano gentili un eventuale ostacolo (i suoi occhiali, la cimosa, una penna, il registro) su cui rischia di appoggiarsi ingiustamente il suo augusto posteriore.
L’altro giorno dunque la ‘povna stava spiegando, come sempre, insieme ai Merry Men. Parlano di temi tosti: perché loro le hanno chiesto, nel dettaglio, il significato di “dogmatico”; e, dopo la prima definizione rapida, si stanno tutti appassionando, e piovono esempi su esempi, voglia di dire la propria, partecipazione. Vista la parata, la ‘povna pensa bene di abbandonare la lavagna, e sistemarsi comoda, perché il tempo è maturo per una bella discussione. Poiché la cattedra è già fin troppo ingombra, opta per sedersi sopra il vicino banco, vuoto, pulito, lucido: sembra aspettare solo lei.
Le mani appoggiate sul bordo, si appresta a salire, quando: “No, prof., che cosa fa, ferma!”. L’urlo dei Merry Men scoppia all’unisono: ansioso, frenetico, e corale.
“Perché mai dovrei fermarmi…” – non fa in tempo a pensare la ‘povna che, badabang, si trova mezza riversa a terra, il braccio che sbatte, violento, sulla vicina cattedra, procurandole un male di inferno e al contempo salvandola da più pericolose conseguenze ospedaliere.
“Prof., tutto a posto?”
“Prof. si è fatta male?”
“Prof. è ancora viva?”
Le parole si sovrappongono le une alle altre, fino alla voce, desolata, del Panda: “Prof., non lo aveva visto, quel banco ora ha tre sole zampe: ce lo hanno rotto ieri notte gli studenti del serale”.
La storia finisce con il bidello MiStanco che minaccia i Merry Men di far loro “ripagare l’arredo scolastico”, e la ‘povna, infuriata e indignatissima, che scandisce, gelida: “Il banco non l’hanno rotto loro, se mai è colpa mia che ci sono salita senza controllare lo stato delle gambe. Lo ripago volentieri, e poi, con l’occasione, mi faccio fare il referto del pronto soccorso, per procedere con la denuncia e l’assicurazione”.
MiStanco (che è famoso per la sua pigrizia, e si rifiuta di portare via dalle aule banchi e “arredi” rovinati, quasi ci avesse l’ernia) si zittisce agitatissimo; i Merry Men, ancora preoccupati, ma molto soddisfatti, inneggiano alle parole con cui per una volta è stato ridotto al silenzio. E la ‘povna, che riprende a parlare dalla più sicura postazione della cattedra (che i suoi ragazzi le hanno liberato perché ci si possa sedere comoda, senza schiacciare nulla), un po’ ride, un po’ si guarda il polso, che ha iniziato ad assumere una delicata sfumatura viola-verde.
E – mentre continua a discutere con loro di responsabilità individuale e fanatismo – riascolta nella mente le parole di quel celebre proverbio:

Chi troppo in alto sal
cade sovente…

…finale come da titolo.

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Nel bel mezzo del gelido inverno…

… la ‘povna e Corto Maltese si dedicano ad approfondire la lingua del Bardo sotto il sole di febbraio, in biblioteca, ai tavoli del porticato.
Insieme, traducono questo (la ‘povna lo riporta in italiano, che è più semplice):

E quando la Luna iniziò a splendere in cielo, l’Usignolo volò dal Cespuglio di rose e gettò il suo petto contro una spina. Tutta la notte cantò con il petto contro la spina e la fredda, pallida Luna si sporse ad ascoltare il suo canto. Tutta la notte cantò, e la spina penetrò sempre più profondamente nel suo petto, e il suo sangue, il suo fluido vitale, fuggì da lui.
Dapprima cantò della nascita dell’Amore nel cuore di un ragazzo e una ragazza. E sul ramo più alto del Cespuglio di rose spuntò un fiore meraviglioso, petalo dopo petalo, man mano che una canzone seguiva l’altra. Era pallido, all’inizio, come la bruma che cala sulla riva del fiume nel primo mattino, e colore dell’argento, come le ali dell’aurora. Come l’ombra di una rosa in uno specchio d’argento, come l’ombra di una rosa in uno stagno, così si colorò il fiore che cresceva sul ramo più alto del Cespuglio.
Ma il Cespuglio disse all’Usignolo di premere più forte contro la spina che gli trafiggeva il petto. “Premi più forte, piccolo Usignolo! – incitò il Cespuglio. – O il Giorno si alzerà prima che la Rosa sia spuntata”.
Così l’usignolo premette più forte e sempre più alta salì la sua canzone mentre cantava della nascita della passione nell’animo di un uomo e una donna.
E un delicato flusso di colore tinse i petali del fiore, simile al rossore che coglie il volto del fidanzato mentre bacia la sua promessa. Ma la spina non aveva ancora raggiunto il suo cuore e per questo motivo il centro dei petali rimaneva bianco: solo il sangue del cuore di un Usignolo può arrossare il cuore di una rosa.
E ancora il Cespuglio disse all’Usignolo di premere più forte contro la spina. “Premi più forte, piccolo Usignolo! – incitò il Cespuglio. – O il Giorno si alzerà prima che la Rosa sia spuntata”.
Così l’usignolo premette più forte e la spina trafisse il suo cuore: sentì una fitta dolorosa. Amaro, amaro fu il dolore e la sua canzone salì sempre più forte: cantava dell’Amore che è reso perfetto dalla Morte, dell’Amore che non può morire in una tomba.
E la meravigliosa rosa divenne cremisi, il colore del cielo ad oriente. Cremisi la ghirlanda dei petali e rosso rubino il cuore del fiore.
Ma la voce dell’Usignolo divenne più debole e le sue piccole ali cominciarono a sbattere: un velo gli annebbiò la vista. Sempre più debole saliva la sua canzone e cominciò a sentire qualcosa che gli soffocava la voce in gola.
Quindi cantò un’ultima volta. La Luna bianca l’ascoltò e si dimenticò dell’alba incombente, indugiando in cielo. La rosa rossa l’ascoltò e fu scossa da una specie di estasi, aprendo i suoi petali alla fresca brezza del mattino
.

E, ancora una volta, non c’è molto altro da raccontare.

ps. La ‘povna – che in questi giorni sa, fin troppo nel profondo, quanto i pomeriggi con Corto siano consustanziali al suo equilibrio psicofisico – partecipa in questo modo, un po’ irrituale, al Venerdì del libro di Homemademamma. Proponendo, oltre a questo racconto, più in generale, la particolarissima raccolta delle fiabe di Oscar Wilde

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Con i nostri riflessi migliori

“To serve detention” (in italiano: “scontare una punizione” – ma l’arcobaleno di significati evocato dall’originale è intraducibile) è una delle espressioni che si ritrovano più spesso, quando si parla di Hogwarts, nella serie di Harry Potter. Significa, come già accennato, pagare le conseguenze scolastiche per qualcosa che si è commesso; e, nel corso della storia, è sorte che tocca più che spesso (del resto: è proverbiale la loro visione, non ingiusta, ma certo spettinata delle regole) a Harry e ai suoi amici. E, proprio per questo tocca anche – ma in un sistema British è semplicemente ovvio – ai loro professori. Che si trovano, di volta in volta, tutti quanti (Snape, la McGonagall, Lupin, la Sprout, lo stesso Dumbledore), a trascorrere diverse ore di diversi pomeriggi insieme ai loro indisciplinati alunni: e sono molto spesso momenti – anche questo forse è superfluo ricordarlo – in cui si verificano notevoli e decisivi sviluppi della trama.
Tutto ciò è tornato in mente a più riprese alla ‘povna nella giornata di oggi: quella cioè stabilita – come da straordinario consiglio di classe – per far scontare la loro punizione atipica (rimanere a scuola al pomeriggio, per fare lavori ‘socialmente utili’) agli sbrindellati Merry Men.
La ‘povna, dopo le note vicende, si era svegliata stamani con un peso nella testa (perché l’idea di passare con Max Gazzè il suo tempo libero non le sorrideva neanche un po’). Ma c’è da dire che lo sceneggiatore, quando vuole, sa essere davvero saggio. E fin dalle prime ore dell’alba aveva mandato segnali, bizzarri, ma inequivocabili, sullo sviluppo successivo della trama.
Così, dopo un viaggio in treno a dire il vero assai tranquillo, la ‘povna era planata a scuola in mezzo a una nevicata fulminea e imprevista: varcato il portone di ingresso, il delirio, il caos, il guazzabuglio. Nessuno che sapesse cosa fare. Per fortuna a reggere le sorti della baracca ci aveva pensato il buon senso del vicepreside Esagono: “Ho guardato il sito della protezione civile e tre meteo diversi: adesso smette. Chi vuole, si fa venire a prendere, ma per tre fiocchi certo non faccio chiudere la scuola”. Così aveva sentenziato con il sorriso ironico, ricacciando per bene tutti in aula. Ma – c’è sempre chi se ne approfitta – questo non aveva impedito a Weber di fare il furbo (e di farsi venire inutilmente a prendere), seguito a ruota dall’emulo Sornione. Ma tutti gli altri Merry Men, va detto, erano restati coraggiosi al loro posto (compresi la Pesciolina e Piccolo Giovanni, che vengono da Castagnone). E anzi c’è da mettere con un doveroso elogio agli atti l’exploit (incredibile) del solito Soldino. Di fronte alla zia che, preoccupata, era venuta per portarlo a casa in sicurezza, lui infatti si è messo a urlare in corridoio, rifiutandosi di approfittare del permesso:
“Voi non capite, ma vi pare neve questa? Io sto bene a scuola e ora ci resto. E poi questo pomeriggio devo anche scontare punizione!”.
Di fronte a tanta consapevolezza, si è intenerito pure Esagono, che (sguardo significativo alla ‘povna da “ma perché sono sempre i tuoi, quelli che: lo famo strano e ancora non è abbastanza?!”) ha finito per accontentarne le richieste: “Come ti chiami? Soldino? Guarda, io ti tengo a scuola, così come chiedete tu e la tua professoressa. Ma, se nevica ancora, torni a piedi!”.
“Non c’è problema, grazie”. E quello se ne era tornato in aula con il suo sorriso storto.
E, alle due e quarto, eccoli schierati e pronti: “Squadra speciale anti-sudicio, professoressa. Nucleo addetto alla differenziata!”.
La ‘povna la fa breve, perché in certi casi troppe parole non servono. La verità è che, divisi in sorteggiati gruppi, si sono tutti (lei, la collega di Snape, Mafalda – e pure Max Gazzè che, va detto, pur sempre strano, non ha brontolato per nulla) divertiti un mucchio. E sotto lo sguardo benevolo della custode Linda hanno vuotato bidoni e razzolato tra vari tipi di monnezza:
“Prof., questo va nell’umido!”
“Prof., aspetti, chiediamo a Soldino [che è il loro grande esperto] se la cartina va messa in questo bidone o in quest’altro!”.
“Prof., vado prendere un altro sacchetto”.
“Prof., ma è bellina, questa attività, parecchio: la dovremmo proporre almeno una volta al mese!”.
Le parole finali sono di Piccolo Giovanni. E la ‘povna non solo le sottoscrive con convinta sicurezza (e una risata innamorata, più di sempre). Ma pensa anche che sono queste le risposte che fanno bene al cuore quando si cercano soluzioni empiriche per rianimare il sistema scuola, e provvedere ai suoi mal funzionamenti. E – lo dice piano, ma convinta – è questo che intende quando sostiene che non è la formazione, che manca, agli insegnanti, ma la volontà di dedicare alla didattica un tempo dalle modalità altre (è una cosa che hanno discusso a lungo, con tante osservazioni belle e toste, in parte riassunte in questo scambio di commenti, con la collega di Snape). Un tempo che si dipani su una diversa consapevolezza dei ruoli, degli insegnanti e dei ragazzi; un tempo che ricordi a loro tutti che i professori stanno in cattedra non per un diritto divino o in nome di una gerarchia qualsivoglia; semplicemente, perché sanno delle cose, che dovrebbero passare alle generazioni giovani con appassionata costanza. Ed è solo per questo (che è tantissimo, ma nello stesso tempo è relativo come il mondo) che una democrazia che crede nella scuola pubblica decide – per un patto sociale condiviso e sottoscritto, ma che un insegnante deve meritarsi un po’ ogni giorno – di lasciare ai docenti, dentro il gruppo, il ruolo di conduttori.
Ma qui il discorso si fa lungo, e ripetitivo, e denso. E la ‘povna dunque la pianta lì, e la smette. Però – mentre torna a casa volando e cantando a squarciagola, come non le capitava ormai da un po’ di tempo – pensa che è questa la scuola che vorrebbe. In cui tutti si guardano allo specchio, come canta lui in questa canzone che non le esce dalla mente.
E, sì, fa ancora freddo. Ma la luce inizia a essere di nuovo di quella tonalità brillante. E sopra il ponte la primavera preme, frettolosa, contro il vento. E – la ‘povna se lo sente – tra poco arriverà. Col suo “bellissimo spreco di tempo”. Ancora, ancora, ancora.

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