Per insegnare

Per insegnare bisogna essere preparati, molto – con una serie di conoscenze e curiosità accettabili, possibilmente, non solo nella propria materia (perché – al di là della paccottiglia pseudo-pedagogica – condizione necessaria, anche se di per sé non sufficiente, per trasmettere sapere e conoscenza è quella di averli digeriti, a propria volta, molto bene).
Per insegnare bisogna conoscere bene il mondo, chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo: la nostra e la altrui storia.
Per insegnare (dunque) bisogna amare leggere, guardarsi intorno, ascoltare e raccontare.
Per insegnare bisogna essere cittadini attivi e consapevoli, perché è proprio nell’educazione civica, per tutti, che si sostanzia il verbo “educare”.
Per insegnare bisogna essere curiosi degli alunni – e dunque di bambini, adolescenti e giovani – perché non c’è scuola senza studenti, e il compito di chi insegna è quello di aiutare a crescere – in nome e per conto della società – il cucciolo d’uomo.
Per insegnare (dunque) bisogna essere, più generalmente, curiosi di tutta quanta la commedia umana.
Per insegnare bisogna essere consapevoli che insegnanti si nasce, e bravi si diventa, perché non è che – visto che dio, la natura, l’evoluzione, Darwin ci hanno dato la parola e la bocca – chiunque possa impunemente salire in cattedra, aprire la medesima, e parlare.
Per insegnare bisogna avere, tutti, una conoscenza e una pratica molto buona, se non ottima, della lingua italiana.
Per insegnare bisogna essere insieme di sguardo lungo e occhi autorevoli (perché il rispetto non si ottiene con la voce alta, e per farsi ascoltare non è necessario urlare).
Per insegnare bisogna essere così autodeterminati e tranquilli da saper dire – a chiunque ma soprattutto agli alunni – “hai ragione, scusa, ho sbagliato, è colpa mia!”.
Per insegnare bisogna mandare ogni tanto a fare in culo i decaloghi, e sapere che, ora dopo ora, entrando in aula, dovrai esserti preparato con puntiglio, e poi buttare tutto all’aria, e improvvisare.
Per insegnare bisogna sapere che si è tali anche (e in molti casi soprattutto) fuori dalla classe e che questo mestiere, banalmente, molto spesso non ha orari.
A insegnare (dunque) non bisogna arrivarci per caso o per stanchezza; altrimenti, accomodarsi, grazie – e lasciare il posto alla lunga fila di bravi aspiranti che vorrebbero anche solo cominciare.
Per insegnare, infine, bisogna essere consapevoli che tutte queste caratteristiche, insindacabili, non riusciremo mai a applicarle tutte nella stessa classe, luogo, tempo – e mai contemporaneamente. Eppure continuare, faticosamente, a maggioranza, a tendere verso quell’ideale.

Questo post prende spunto dalla cronaca spicciola vissuta dalla ‘povna; e da una serie di interventi che ha letto in giro in vari luoghi e tempi, e più in particolare da un paio di riflessioni dello Scorfano pubblicate proprio in questi giorni. Alla ‘povna piacerebbe che chi ne ha voglia aggiungesse la sua voce all’elenco, segnalando il proprio intervento (nuovo, vecchio) nei commenti – in una sorta di piccolo prontuario, pratico, di insegnamento. Vorrebbe anche chiedere, se possibile, un parere a tutti i suoi blog-amici che non sono insegnanti, perché (lo ripete ancora una volta) – come ricorda molto bene la perturbante leggenda del Pied Piper – senza bambini (e dunque) alunni, non si dà relazione sociale stabile nel tempo. Né, tanto meno, scuola.

Elenco dei post che hanno contribuito a rilanciare il dibattito sui loro blog:
Pensierini, Il mio mestiere
Palmy, Per insegnare non basta sapere
Lanoisette, Tempo e voglia
La Bionda, Per insegnare

I post dello Scorfano dai quali la ‘povna ha preso spunto invece sono questi qui:
La precarietà della scuola
Confusioni

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Informazioni su 'povna

La 'povna: corro da un mondo all'altro, di solito in treno. Temo Bianconiglio, ma non sono in ritardo. Rispetto lo sceneggiatore: di fronte a una buona trama, mi inchinerò sempre. Fermo posta: lapovna AT gmail.com
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60 risposte a Per insegnare

  1. vnnvvvn ha detto:

    Da non insegnante mi permetto una aggiunta: non si deve aver paura di condividere tutto il sapere. Mi è capitato di insegnare trucchi e procedure informatiche, mi è capitato di addestrare gente che doveva lavorare con me. Qualcuno mi ha rimproverato perchè non tenevo qualcosa nascosto per rendermi indispensabile, ancora oggi nell’ameno luogo in cui lavoro sono vista come una mosca bianca perchè anzichè limitarmi a fare una cosa la spiego…

  2. pensierini ha detto:

    Per insegnare bisogna essere innamorati di questo mestiere, come un artigiano di valore ama il suo. Per quanto mi riguarda, non lo cambierei con nessun altro al mondo.

  3. 'povna ha detto:

    Viv, Pens: assolutamente d’accordo con entrambe, grazie! (e, se vorrete fare o linkare un post, fatemelo sapere che poi vi linko!
    OT: Viv, fatto!

  4. Ellegio ha detto:

    Io ci sono arrivata come seconda scelta, anzi insegnare, fin dopo il dottorato, era una di quelle cose che avevo giurato di non fare mai. Ma mi metterei tranquillamente una sigma sopra la media, nonostante tutto.
    Invece, proprio per questo, aggiungo che per insegnare bisogna essere umili, e sapere che tutti ci possono insegnare qualcosa – o almeno: da tutti possiamo imparare qualcosa ;-)

  5. lo scorfano ha detto:

    In realtà non c’è praticamente nulla da aggiungere, secondo me. se non il fatto che, ma hai già detto anche questo, non si può pretendere di avere tutte le caratteristiche del perfetto insegnante sempre e nello stesso momento. E ogni tanto bisgona anche insegnare la fallibilità, di chiunque.

  6. 'povna ha detto:

    LGO: ma quello è perché insegnanti, per l’appunto, si nasce! (altro che sigma…). Assolutamente d’accordo anche sulla tua aggiunta (diciamo che per me è implicita nella curiosità generale, ma così è più chiara), così come su quella dello:

    Scorfano: assolutamente, l’insegnante ideale è, per l’appunto, tale. Quello reale è imperfetto, ma grazie al cielo è fatto di sangue e carne! (d’accordissimo anche sulla fallibilità e l’ammissione di colpa, che anzi mi ero recitata nella versione mentale del post e che poi, al momento di scrivere, ho lasciato dentro la tastiera – questa mi sa che la riaggiungo subito).
    Grazie anche a voi!

  7. uqbal ha detto:

    Per insegnare non si deve scordare mai di non essere onniscienti: se non si ammettono gli errori davanti agli studenti, non potranno trarne giovamento (e siccome loro se ne accorgono comunque, si perde credibilità). Ma è questo tipo di cose che volevi?

  8. uqbal ha detto:

    Oh, non mi ero accorto di esser stato preceduto, perché non avevo rinnovato la pagina. Beh, vabbè, contento di sapere che praticamente tutti siamo d’accordo sulla fallibilità!

  9. 'povna ha detto:

    Uqbal: qualunque contributo alla discussione, sia nell’aggiungere voci alla mia, sicuramente e in parte volutamente incompleta, sia contributi altri, link a post che si sono scritti sull’argomento buona scuola, argomentati dissensi, discussioni. Ogni cosa!
    Condivido molto anche la tua (che è una variazione su quella dello Scorfano, ma non del tutto, mi pare) (ricordo che il mio primo anno di insegnamento passavo il tempo a prepararmi a possibili domande che potevano venir fuori dalle lezioni, modello ipertesto umano. E ricordo che una volta un’alunna mi chiese: “In quale fiume fu immerso Achille?” ; e io senza pensare le risposi: “Mi pare lo Stige, ma non sono sicura al 100% domani controllo e ti confermo”. E fu lì che mi resi conto che avevo imparato a insegnare! ;-))

    ps. anche io ho postato mentre riscrivevi. Come ti dicevo, secondo me la fallibilità su cui poni l’accento è altrettanto importante e sicuramente ha la stessa matrice di quella generale, però è anche altra cosa. Credo sia importante che, da insegnanti, riusciamo sia a dire è colpa mia in tutto quello che riguarda errori di giudizio su comportamento, sia appunto sul sapere. E sono due cose complementari!

  10. lagaiaceliaca ha detto:

    commento sul prossimo post, che è meglio.

  11. 'povna ha detto:

    Collega: e no, dai. Che lo sai che di queste cose abbiamo parlato pure ieri, e ieri l’altro, e l’altro ancora, e l’altra settimana…

  12. Palmy ha detto:

    Vocina discorde: per insegnare non basta sapere. Ci vuole la capacità, che si impara, di costruire un ponte tra te e l’alunno. Questa capacità non è innata. Insegnanti non si nasce, si impara a esserlo giorno per giorno. In questo post continua la mia risposta (era troppo lunga per un commento e volevo darle più rilevanza):

    http://laproffa.blogspot.com/2011/12/insegnare-e.html

  13. ildiariodimurasaki ha detto:

    Io sono abbastanza d’accordo con Palmy che insegnante soprattutto si diventa, anche se qualcuno c’è senz’altro più portato di natura (il suo post però non l’ho ancora letto). La mia teoria è che questo lavoro si impara solo facendolo (e quindi c’è una logica nel sistema di reclutamento basato sull’anzianità di servizio). Tra l’altro, siccome ogni classe funziona a modo suo, ognuno lo impara in modo diverso anche se col tempo si sviluppano un po’ di strategie che magari funzionano spesso.
    Ci metto tre cose di cui nessuno parla mai (della prima proprio nessunonessunonessuno, e davvero non capisco il motivo)
    1) Una voce dal timbro gradevole e ben impostata. A volte è proprio un dono di natura – io me la sono trovata nel DNA già pronta – ma un bel corso di dizione & recitazione secondo me può aiutare parecchio. Ho detto “gradevole e ben impostata”, non alta: la mia adorata insegnante del ginnasio aveva una voce leggera e sottile – ma gradevole e ben impostata. Ascoltarla era un piacere. Tuttora strabilio che alla SSIS nessuno abbia nemmeno accennato alla questione – in due anni.
    2) Per elementari e medie, una certa capacità di gestire le correnti energetiche. I ragazzi sono pile ad alto voltaggio e possono distruggerti in fretta. Buona parte del burn-out secondo me viene proprio da lì: se non riesci a incanalare questa enorme energia, ti si rivolta contro e ti può distruggere. Certo, questa non è una cosa che si possa imparare ma probabilmente qualcosa tipo lo yoga potrebbe servire.
    3) Una buona autostima (e questo l’hai detto): ti permette di metterti in discussione senza andare in crisi mistica ogni volta che scopri di avere sbagliato, e soprattutto di accettare che, all’occorrenza, ragazzi e genitori possano anche pensare male di te, magari a torto o per motivi che secondo te non sono validi -perché comunque devi lavorare anche con chi ti disapprova- che, se ogni volta ne fai una tragedia e un’offesa da lavare col sangue, diventa davvero faticoso.
    Il tutto IMVHO ^__^

  14. 'povna ha detto:

    Palmy: grazie per il post, e per il commento e le riflessioni, perché credo che la necessità di un dibattito sia grande. E grazie per il dissenso, che è sempre prezioso (ed è così che si è curiosi del mondo, si guarda, si ascolta, si impara!).
    Però non mi pare, onestamente, che la tua voce sia così dissenziente, provo a spiegare.
    Io ho scritto che insegnanti si nasce e bravi si diventa (giorno per giorno, certo). Mi chiedo se non sia più simile a quello che tu dici. Sul non basta sapere l’ho scritto subito, è condizione necessaria, anche se non sufficiente (cioè, appunto, non basta). Ma, senza, non si va da nessuna parte. Sulla questione del ponte, ovviamente concordo, ma nello stesso tempo io credo che si nasca anche, un po’ portati alla relazione in generale e alla curiosità del mondo. Poi, appunto, bravi si diventa (che per me equivale al tuo si impara giorno per giorno). Ma se non c’è la predisposizione a una serie di attitudini (esattamente come la mano di un chirurgo va guidata e addestrata con impegno), non si comincerà mai a voler guardare. (il resto l’ho aggiunto da te!)

    Murasaki: lo ripeto, io non ho detto che insegnanti bravi si nasce. Ho distinto tra insegnanti (avere una predisposizione a un mestiere) e insegnanti bravi (che si diventa, coltivando il talento). Tu stessa fai riferimento dopo alla questione della voce che è (anche) un dono di natura. In questo, anche io parlo di mia opinione, ovviamente, mi pare che, così come riconosciamo che (lo ripeto) senza mano ferma non fai il (bravo) chirurgo, senza capacità manuale o visuale non fai il (bravo) progettista, non sia una eresia dire che anche l’insegnante può avere delle predisposizioni. Attenzione, non ho detto che l’impegno (e dunque l’apprendimento costante etc etc) non possa portare tutti a essere nel proprio campo lavoratori comunque onesti, questo è ovvio (impegnandomi forse potevo essere una decente progettista, ma non avendo né manualità, né senso dello spazio, né visivo sono ben lieta di lasciare la progettazione dello spazio pubblico a qualcuno che di me, certo, abbia studiato e abbia imparato bene, ma che sia più portato). Ma, visto che parliamo di un lavoro che ha evidenti problemi di eccesso di domanda rispetto all’offerta, mi pare verosimile interrogarsi su come affidare l’istruzione dei cuccioli di uomo del regno ai più adatti. tutto qui. Dopo tutto, parliamo tanto del fatto che gli alunni debbano seguire le loro capacità per scegliere le scuole superiori, non mi pare tanto diverso dire che anche per essere insegnante è meglio avere una certa predisposizione.
    Per il resto, rapidamente (seguo i tuoi punti): 1) molto d’accordo, la componente teatrale della faccenda dovrebbe essere sottolineata in termini di formazione e pure assistenza successiva; 2) condivido, ovviamente: diciamo che tu chiami correnti energetiche quelle che io ho descritto come curiosità; ma sono d’accordo che sono importantissime e che è meglio dare loro una voce autonoma (la 1) e la 2) potrebbero essere entrambe riassunte con la questione di quanto l’insegnamento debba prendere in prestito dalla relazione teatrale). Sul 3) non dico nulla perché come tu stessa ricordi ho già detto.
    Aggiungo solo che l’unica cosa che mi perplime è la questione della anzianità. Importante, l’esperienza, certo e ovvio. E su questo son d’accordo. E però in Italia attualmente la legge ti assegna in totale 22 punti di merito per tutta la vita e basta (se hai fatto più cose dopo i 22 nulla), svariati punti per esigenze di famiglia e 12 *all’anno* per anzianità di servizio, ovunque e senza controlli. Parliamone!

  15. uqbal ha detto:

    Al Diariodimurasaki

    Sentir dire che quel che conta è l’anzianità di servizio per me è come sentire le unghie sulla lavagna. Però sono d’accordo sull’autostima. Tanta mostruosa autostima.
    Mi viene in mente una puntata di Scrubs in cui Turk, il chirurgo, per dimostrare al Dr Cox che è importante essere umili (dal momento che Cox era insopportabilmente sicuro di sé), smette di rassicurare i pazienti sulla sua bravura. E va tutto a remengo, perché quelli non sentono di poterglisi affidare. Ovviamente bisogna essere all’altezza della propria autostima, la quale ti permette sì di avere la forza di dire “Ho sbagliato” oppure “Non so” senza sentirti perso, ma deve anche essere basata su qualche elemento di realtà…

    Sono d’accordo anche con Palmy: insegnanti si diventa, a forza di conoscere sé stessi, di capire cosa emoziona noi (e quindi forse gli altri), cosa ci crea difficoltà e cosa ci permette di superarle.

  16. Monica ha detto:

    Anche per me, imparare a riconoscere i propri errori e non finire mai di correggersi è stata una lezione che ho dovuto (e voluto) imparare in frettissima. Così come quella di non smettere mai di reinventarsi, di imparare dalle facce degli alunni davanti a quello che dicevo; a non agitarmi davanti a reazioni scomposte dei miei alunni. Di osservarli, soprattutto (per questo mi piace molto la tua espressione “sguardo lungo e occhi autorevoli”).
    Sui contenuti, penso questo: ho voluto cominciare a insegnare proprio perché solo condividendo le mie passioni avrei potuto riscoprirle sempre (attraverso i miei occhi, e quelli dei miei alunni).
    Penso anche, fra l’altro, che educare sia resistere, ragionevolmente (quando il contesto attorno a te non fosse dei migliori… su questo ho scritto un post giusto 2 giorni fa).
    Grazie a te per il dibattito!

  17. 'povna ha detto:

    Uqbal: anche a me, perlomeno in Italia, in questo momento dire che è importante l’anzianità di servizio lascia appunto perplessa (anche se sono d’accordo sul fatto che sia importante – e dunque anche che vada, in un sistema ideale, premiata – l’esperienza, ovviamente).
    Ripensandoci anche l’autostima può essere inserita in un sottoparagrafo “relazione teatrale”.
    Su insegnanti si diventa, ribadisco: è chiaro che a) nessuno nasce imparato; b) che in un lavoro di relazione l’esperienza (le discese ardite e le risalite) conta. Resta il fatto che secondo me (penso a Linus e all’amico scrittore, per esempio, o a Zivago – che quando lo sono stati sono stati per l’appunto onesti, e quando hanno avuto occasione nonostante il lavoro lo trovassero bello e piacesse, si sono resi conto che non facevano il loro meglio in quel campo e se ne sono andati saggiamente altrove) si può essere più o meno predisposti. E ci sono dei casi in cui l’esperienza tampona, ma non cambia. Sarai, appunto, onesto. Ma non si vede perché non provare, visto il terribile numero di domanda, a fare in modo che l’offerta (ciò che adesso non avviene) tiri dentro i bravi bravi (nel senso di sapere&teatro&curiosità&etcetera ricordato da tutti qui sopra).

    Monica: ma infatti la predisposizione è tante cose, e non tutti siamo predisposti per le stesse (vedi ultimo punto del post). Non ho detto, e non a caso, vocazione. Ho distinto in un aggettivo “bravi”. Perché puoi anche nascere predisposto insegnante (ho in mente anche a scuola nostra un paio di piùcheretti), ma se poi non diventi bravo (cioè se non impari insegnando, rimane poco utile uguale.
    L’autocorrezione è importantissima, ed è per questo che è fondamentale una buona, serena, autodeterminazione. Grazie, davvero! La mia intenzione era proprio quella di condividere pensieri innamorati e buone pratiche, perché sia utile a ciascuno di noi!

  18. uqbal ha detto:

    Ah sì, mi ero dimenticato di annuire anche su questo: il nostro lavoro è anche incredibilmente teatrale. Non sono mai stato così attento alle mie pause, al tono della mia voce, anche alle mie facce…Una volta mi è stato detto chiaro e tondo che dovevo fare l’attore (e sono d’accordo! -cfr. l’autostima…).

  19. 'povna ha detto:

    Uqbal: annuisco alla tua annuita: voce, correnti energetiche, autostima, pause, silenzi, parole. Aggiungerei: spazi, scorci, punti di vista, prospettive (discesa dalla cattedra come rottura della quarta parete?!)

  20. sportelloutenti ha detto:

    Non sono una insegnante e non l’avrei mai fatta manco sotto tortura; non ho pazienza anche se quando devo se spiegare qualcosa a qualcuno dicono che so farlo e me la cavo.
    Comunque; quando mi sono iscritta all’università tra tutte le cose che avrei potuto fare l’ultima era fare la contabile e mi trovo a fare la contabile, e non è che faccia i salti di gioa. Le mie due cape mi hanno detto che se provo a cambiare mestiere mi mettono la catena al piede :-)
    Cerco solo di fare al meglio delle mie possibilità quello che mi trovo a dover fare!!!
    Elisa

  21. sportelloutenti ha detto:

    Ammazza come mi è uscito male il commento…. il mio Italiano fa proprio schifo :-(

  22. Accidenti, non essendo insegnante, mi sento tra le Cenerentole del gruppo qui a commentare, ma ci provo lo stesso!

    Tra l’altro adoro questo post perché verbalizza molti degli aspetti che apprezzo e ammiro dei miei maestri (in senso lato) di un tempo e di coloro che prendono in carico la formazione dei miei figli.
    Come dicevo, non sono insegnante, ma a mia volta come (ex) allieva sono il prodotto di tanti insegnanti, molti decisamente bravi e qualcuno scarsino.
    A mia volta ho imparato in fretta a distinguere in cattedra lo studioso e l’insegnante.
    Lo studioso è innamorato della sua materia e spiega per quei quattro che riescono per abilità personali a seguirlo, sognando ogni volta di proporre una lectio magistralis, e spesso tratta come cani chi non afferra il concetto.
    L’insegnante propriamente detto è invece colui che si compiace di aver risvegliato interesse nello studente che sembrava perso, colui che si è arrovellato per far capire una nozione a un tipo non brillante e alla fine ha visto la luce dell’illuminazione nei suoi occhi, finalmente ha capito, evviva! Ecco, l’insegnante ha una missione, quello del salvatore d’anime in una accezione totalmente laica, salva anime con la conoscenza, la capacità di ragionare, cercando nel suo piccolo in un ambito della conoscenza di attuare la metamorfosi da gregge a esseri pensanti della maggior parte della classe, mettendo al riparo dal conformismo acritico, dall’oscurantismo e chi più ne ha più ne metta.

    Da poco ho riletto il libro di Pennac (uno dei miei autori feticcio di tanto tempo fa) intitolato Diario di scuola, e mi è piaciuto veramente tanto il suo descrivere la missione dell’insegnante per “ragazzi problematici” come il risvegliare alcuni dall’incubo dello zero perpetuo, o del cinque perpetuo, per dimostrare loro che avevano gli strumenti per tirarsi fuori dalla loro condanna. L’ho trovato favoloso.

    Concludo questo prolisso commento (perdonami ‘Povna per la lunghezza!) con una mia opinione:
    L’insegnante, più che proporre dogmi, cerca di fornire molte certezze e qualche ragionevole dubbio, in modo che negli allievi si instilli la capacità di mettere in discussione se stessi e gli altri, all’occorrenza.
    (Sarò mica frutto della cultura del relativismo tanto odiata dal papa tedesco? mah :D)

  23. She almost long ha detto:

    Per insegnare bisogna essere corazzati a volte contro la sofferenza e sapere che non puoi sostituirti o eliminare la sofferenza dal loro percorso (dei ragazzi). Per insegnare biosgna saper misurare spazi e distanze, sapersi fare da parte o intervenire con un un gioco di equilibrio difficile a volte.

  24. 'povna ha detto:

    Elisa: questa è la condizione di spirito con cui affrontare qualunque lavoro, concordo (ma non credo sia in contraddizione con l’altra mia affermazione)!

    Soleil: altro che scuse, Soleil: sono io che ti ringrazio per questo lungo intervento pieno di spunti. Ho poco da commentare e da aggiungere, perché lo condivido parola per parola. Come ho già detto poco tempo fa (e scritto qua sopra), sono le classi problematiche che mettono di fronte al vero significato di essere insegnanti, non certo quelle (che pure ogni tanto ci vogliono eh, se no impazzisci!) in cui va tutto bene. Quanto a Pennac, io l’ho usato più volte (soprattutto Kamo) a scuola, e trovo che abbia un sacco di spunti assai utili. Diciamo che è come se ci ricordasse che la funzione di Franti (e nota bene che a me De Amicis piace comunque molto) cambia con la scuola post-Sessantotto (non a caso persino nell’anime giapponese non finiva in prigione da “turpe”, ma redento e cambiato.

    SAL: molto vero. questa sera per me ancora più vero, purtroppo. (d’accordissimo anche sulle questione distanze, anch’essa, come si diceva con Uqbal, assai teatrale).

    Grazie anche a tutte voi!

  25. uqbal ha detto:

    Ehi non so se m’è sfuggito (ormai i commenti sono tanti), ma devo aggiungere una banalità: per essere insegnante ci una sana dose di senso dell’umorismo. Una battutina ben piazzata ma gentile riesce facilmente a rasserenare gli animi.

    Aggiungo che l’umorismo professorale in genere però è intriso di un sarcasmo acido che ti fa prudere le mani. Una mia collega di fronte alle ingenuità degli studenti se ne usciva con “Oh, mi inchino a tanta scienza!”. La odiavano dello stesso odio di Achab per Moby Dick (salvo diventare una dolce zia dopo la maturità…)

    • ildiariodimurasaki ha detto:

      In realtà ho conosciuto molti insegnanti che avevano avuto in sorte lo stesso senso dell’umorismo di un blocco di pietra serena, e magari anche una certa tendenza alla retorica, ma erano apprezzatissimi dai ragazzi: non avevano senso dell’umorismo però erano disponibili, gentili, preparati e tante altre cose. Soprattutto non erano deprimenti (un capitolo a parte andrebbe dedicato a quei poveri insegnanti che sono bravissime persone ma che fanno venire il latte alle ginocchia.
      Il senso dell’umorismo comunque fa sempre comodo, in classe. I ragazzi lo apprezzano, come apprezzano anche sarcasmo e ironia… purché non rivolti verso di loro – che poi mi sembra il minimo: venire a scuola per sentirsi perculare è irritante, anche se non si è studiato. Anzi, in particolar modo quando non si è studiato. I cinque e i quattro sono già abbastanza spiacevoli senza che l’insegnante ti prenda pure in giro, e se poi lo mandi dove gli spetta in risposta diventi pure un caso disciplinare…

  26. Palmy ha detto:

    Il nostro bel dibattito è una questione di accenti, ci sono tante cose apparentemente opposte che possono tranquillamente andare insieme…
    Ho compreso meglio quello che intendevi dalle tue risposte.
    Precisazioni: per imparare non intendo solo esperienza, ma proprio studio. Studio di come fare per favorire l’apprendimento, come guidarlo, come “farlo accadere”. Studio di come fare per controllare che sia veramente accaduto. Metodo.
    Esperienza non è anzianità di servizio. Cioè non è accumulo di anni ( o peggio, di figli, ché a mio parere avere un figlio in più non è garanzia di saper insegnare meglio, forse tutt’al più peggio, visto che hai un figlio in più a cui pensare ;-)… ma di apprendimento. Apprendimento dell’insegnante intendo. E non affidato alla buona volontà dello stesso, ma progettato, voluto, “imposto” qui sì come condizione per il “punteggio”, o per la selezione in ingresso. E non valutato ope legis, ma sulla base dei risultati. Mi dispiace introdurre questa parola così ostica in un dibattito così civile, ma lo faccio con cognizione di causa.
    Finché in Italia si procederà per anzianità di servizio/famiglia e non per merito e per risultati, saremo sempre allo stesso punto.

  27. cautelosa ha detto:

    Splendido post.
    Non saprei cos’altro aggiungere all’elenco, se non sottolineare, ancora una volta, che, per essere un bravo insegnante, è talora necessario avere una (magari piccola) mazziniana ‘tempesta del dubbio’ sul proprio ruolo, sul proprio metodo e su se stessi,
    senza dimenticare, inoltre, che coloro i quali abbiamo davanti sono ‘persone’ (e vorrei sottolinearlo) e non (solo) contenitori da riempire.
    Se manca la relazione, tutto diventa più difficile e non è con l’agitare i vessilli pro-bocciature e con il chiedere a gran voce il ripristino della rigidità di tempi quasi remoti che si risolvono i problemi della scuola, compresa quella diffusa scarsa voglia di studiare di molti studenti che brucerebbero scuola, libri e, se ne avessero la possibilità, anche qualche insegnante.

    Concludo con il dire che sul tema ‘per insegnare’ si potrebbe discutere per giorni e che non sempre è facile il dibattere via scrittura… Almeno per me, in questo momento, tra l’altro, alle prese con tutti i (miei) problemi…. migratori.
    Un saluto.

  28. agrimonia71 ha detto:

    vorrei solo sapere dove insegnate, perchè volendo una si trasferisce di casa se è sicura di avere persone che insegnano avendo a cuore il futuro dei ragazzi…
    Quoto uqbal, la nostra famosa prof di tecnica arrivata dopo tanto tempo è del genere sarcastico ironico che punge i ragazzi sul loro orgoglio e loro semplicemente non la sopportano e cercano di farle venire l’esaurimento, al contrario della fermissima prof di inglese che trattandoli con l’ascia pronta a colpire e con il catino di olio bollente sulle teste riesce a farli ridere e a volte anche a farli studiare!
    ….da mamma vorrei solo dei prof che quando ti porgono la mano per ill saluto non sgusci via perchè molliccia, per me questo è già un segno di come sei come insegnante e il più delle volte non in modo positivo

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  30. 'povna ha detto:

    Uqbal: molto d’accordo sull’umorismo non sarcastico, non finto e aggiungerei non spaventato. I primi anni che insegnavo ricordo un collega che era terrorizzato all’idea che, a una sua battuta, le famiglie facessero ricorso. Il risultato era che restava rigido come un manico di scopa. Viceversa una battuta e ben piazzata allenta la tensione e aiuta a comprendere meglio anche un atteggiamento di comprensiva severità.

    Murasaki: concordo su tutto. Sia sul senso di umorismo che manca dalla parte cattedra delle patrie scuole, sia sul fatto che aiuti (molto), ma possa essere rimpiazzato da altro (l’ultimo punto del mio post: la consapevolezza che non avrai mai tutto), sia sul fatto che non c’è niente di peggio delle battutine perculanti, magari sulla insipienza, e che approfittano più o meno consapevolmente di una disparità del potere. Aggiungerei che non c’è niente di peggio (anche se più involontario dell’umorismo nero e cattivo) che tentare di fare le battute se, viceversa, non ce la fai. Anche se non risultano cattive (perché non lo vogliono essere), l’effetto (again, come in un cattiva pièce teatrale) può essere ugualmente deleterio).

    Palmy: sono più che mai d’accordo. Sollo studio costante, sull’imparare continuo. Sulla questione degli accenti (che si può trasferire anche nel dibattito sulla scuola, perché è ovvio che tutte le nostre competenze, intellettuali, sociali ed emotive avranno in ognuno di noi e nelle diverse fasi della vita accenti diversi: e anche perché, più banalmente, nella relazione, a due come collettiva, è sempre anche una questione di quali accenti privilegiare).
    Concordo moltissimo sulla morte all’ope legis, e mi sono commossa sulla questione dei figli e dei punteggi, che predico da tanto tempo. Un bellissimo dibatitto, grazie per averlo animato e rilanciato. Penso che anche questo possa essere imparare (almeno per me di sicuro), non trovi?!

    Cautelosa: assolutamente, il dubito ergo sum deve essere la bandiera degli insegnanti. Così come il rapporto con i nostri alunni, che a me piace vedere un po’ come i Bimbi Sperduti di Barriana memoria (ogni tanto penso che l’insegnante sia una via di mezzo tra il giovane Holden e Peter Pan, è una cosa su cui sto elaborando da un po’ anche per l’altro mondo, prima o poi, se avrò i pensieri più pettinati, ci scriverò sopra). La relazione è quella che ti aiuta a non prendere come un insulto personale il fatto che gli studenti non studino (hai presente certi toni dei colleghi quando si lamentano), o a essere sarcastici (come dicevano Uqbal e Murasaki per l’umorismo). Perché spesso gli alunni che vogliono bruciare libri e insegnanti non fanno che rispecchiare (con più purezza autolesionista, perché l’adulto è sempre più opaco, per definizione) lo sguardo che vedono riflesso su se stessi.

    Agrimonia: grazie di essere arrivata, io penso che i pareri dei non insegnanti siano quanto mai preziosi! Sul modo di presentarsi ai genitori, quanto mi piace quello che dici. Troppo spesso ci si lamenta delle famiglie dimenticando che le famiglie siamo anche noi, da quell’altra parte. E rimando a quanto disse Calvin prima del mio consiglio dei Pesci (“se fossi insegnante aspetterei il giorno del ricevimento generale con vera impazienza”): le sue parole, sono le mie!

    E ovviamente ancora una volta grazie a tutti voi!

  31. lanoisette ha detto:

    volevo aggiungere anch’io una cosa, ma poi, leggendo i commenti, mi sono accorta che, in parte, Soleil ha già detto quello che volevo dire io:
    per insegnare, bisogna trarre piacere dal fatto che gli altri imparano, bisogna amare quella scintilla che si accende nelle testoline. anche perché, senza di questo, soprattutto in Italia, sopravvivere senza burnout, senza rinsecchirsi, senza appiattirsi sul minimo indispensabile, è davvero impossibile.

  32. annikalorenzi ha detto:

    per insegnare, come faccio io, ci vulve forza fisica…quella che non puoi avere a 65 anni…

    e servono classi non pollaio…

    per il resto condivido tutto!

  33. annikalorenzi ha detto:

    era..”ci vuole”..

    il come faccio io era riferito al mio ordine di scuola, cioè materna, ma credo si possa estendere a tutti gli ordini

  34. 'povna ha detto:

    Pens (ti rispondo qui che ho finito lo spazio repliche): non la conoscevo, sono andata a leggere (una bella scoperta!). E sì, sicuramente, ogni tanto ripetercele fa bene!

    Noise: assolutamente – e quando vediamo quella luce sappiamo che il nostro mestiere ha più senso di sempre! :-)

    Annika: verissimo, e necessario. Anche se nella mia riflessione ho scelto di privilegiare il “fa’ ciò che devi” rispetto all’”accada ciò che può”… E che prima poi qualcuno capisca che investire nella scuola vuol dire investire in se stessi… sigh

    Grazie anche a voi!

  35. vnnvvvn ha detto:

    Al mio intervento da “spiegatrice” manca la parte zia/alunna.
    Dal lato alunna, avendo fatto un tecnico, mi sono trovata diversi ing. depressi che nella vita volevano fare altro, mi sono trovata anche una prof di lettere che avrebbe voluto insegnare al classico (e per quanto a distanza di anni la odio ancora forse mezzo merito lo ha) così come mi sono trovata un prof-ing. che aveva una sua attività e insegnava per il piacere di farlo (e non per i contributi).
    Da zia è più difficile ma la scuola è cambiata almeno questo è quanto hanno risposto a mio cugino maestre e prof… Pare che fare un tema con contenuti ma con una decina di errori di ortografia non sia preoccupante (infatti il pargolo ha nove) oppure non saper approcciare un banalissimo problema di geometria non è motivo sufficiente per prendere meno di otto.
    Basta essere educate e ordinate nel caso della grande, simpatico e partecipativo nel caso del piccolo….

  36. io, che sono solo una pisquana di 27 anni e faccio questo lavoro da 3/4 anni (dipende dai punti di vista e dai conteggi), voglio ringraziare tutti voi per gli spunti di riflessione.
    Ecco, io Teacher lo sono diventata per passione, natura ed ereditarietà. Cerco sempre di imparare dai miei alunni, oltre che tentare di insegnare loro qualcosa. Mi pongo e pongo domande, credo che la curiosità (intellettuale, personale, sentimentale, insomma a 360°) sia la migliore benzina per mantenere il nostro lavoro sempre interessante e accattivante.
    E poi bè, tutto il resto lo avete già detto e…ok, basta, grazie ancora ‘Povna!

  37. DavideB ha detto:

    Letto e riletto il post (bello!), letti i commenti (belli anche quelli), volevo dire anch’io la mia. Ma mi pareva proprio di non poter più aggiungere niente di nuovo.
    Poi, forse, una cosa l’ho trovata. Mi pare che nessuno abbia citato la fiducia, forse perché la si lascia sottointesa. Bisogna aver fIducia nella tua capacità di accendere quella lucina nella mente dei ragazzi (o aiutare loro a farlo). Ma si incontrano anche ragazzi che sembrano non avere alcuna lampadina da accendere. Ecco: si tratta di non smettere di credere che quella lampadina ci sia. È che ogni lampadina ha un voltaggio diverso.
    Con questo spengo la mia lampadina e vado a letto, che domani inizio alle 8 meno 5.

  38. supermambanana ha detto:

    sono un’insegnante di risulta, all’universita’, quindi secondo me vale fino ad un certo punto. Pero’.
    Secondo me per insegnare, dopo che hai fatto tutte le bellissime cose che dice magistralmente la ‘povna su e sei pronta per entrare in classe, ti devi fermare un po’, incrociare le gambe, chiudere gli occhi, e cercare in fondo, in fondo fondo fondo fondo, quello che eri tu da bambina/o, focalizzare, lavorarci per farlo riaffiorare, mantenerlo vivo e vitale come pensiero, e quando ce l’hai li’ bene bene, allora sei proprio pronta.

  39. Elisa ha detto:

    Concordo su tutti i punti, ma in particolare mi piace quando dici: Per insegnare bisogna essere così autodeterminati e tranquilli da saper dire – a chiunque ma soprattutto agli alunni – “hai ragione, scusa, ho sbagliato, è colpa mia!”. Nella mia esperienza come studentessa prima e come genitore poi, una cosa che a volte ho notato è che non tutti gli insegnanti hanno l’umiltà di non considerarsi infallibili. Penso che non ci sia nulla di male nel mostrare di essere consapevoli dei propri eventuali limiti, anche questo è un insegnamento. Era Socrate che diceva “Io so di non sapere”, dovremmo tenerlo presente tutti e così dovrebbe
    fare anche qualche insegnate.

  40. lanoisette ha detto:

    Ho scritto anch’io una “nota a margine del tuo post”. qui:

    http://varienoneventuali.blogspot.com/2011/12/tempo-e-voglia.html

  41. 'povna ha detto:

    Viv: grazie per questo tuo commento costruttivamente (auto)critico dall’altro lato della barricata, che conferma quanto mi dico spesso: per far funzionare la scuola (ma anche il mondo) non serve, e non si deve, ragionare per categoria.

    LaTeacher: gran cosa la capacità (disponibilità) di imparare dagli alunni, condivido in pieno!

    Davide: hai ragione, è come un filo che va arrotolato, arrotolato, arrotolato: consapevole che alla fine trovi il premio.

    Supermambanana: anche io insegno anche all’università, dunque sono un po’ di risulta anche io! ci credi se ti dico che il censore più severo di me stessa è una ragazzina di sedici anni, che, quando andava a scuola, tra quei banchi, giurò a se stessa: “io, così? mai!”.

    Elisa: noi siamo Socrati fino alla punta delle ossa, temo! :-)

    Noise: letto e risposto da te, grazie!

  42. Castagna ha detto:

    Sto per arrivare anche io… dalla mia parte

  43. chics ha detto:

    ciao arrivo in ritardo e non ho letto tutto tutto, ma vorrei aggiungere che per insegnare si deve essere felici di quel che si fa, perchè altrimenti non ti si fila di striscio :-)

  44. 'povna ha detto:

    Castagna: aspetto con molta curiosità (se ce la fai, mi passi ad avvertire quando pubblichi?)

    chics: assolutamente, concordo moltissimo!

    Grazie anche a voi!

  45. Pingback: “Ciak! Si scuola” | Slumberland

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