My Name is Wolf (o: del risolvere i problemi)

Quando la ‘povna era ancora la prof. ufficiale dell’Onda (ché, oramai son passati già tre anni), durante gli esami di settembre, proprio perché li amava molto, il suo voto fu determinante per deciderne la bocciatura (doverosa) di parecchi. E nel mucchio delle teste che in quella mattina caddero finì anche quella di Campanellino. Nonostante molti e ripetuti tentativi di rimonta, la verità è che la sua alunna aveva passato l’estate in diverse e più dilettevoli faccende, con il risultato, inevitabile, di tre esami di riparazione che tradivano, variamente, varie specie di lacune. Fu la ‘povna (è ovvio) a dovere avvisare la sua mamma, per telefono. Con profondo dispiacere. “La ringrazio, ‘povna, mia figlia se la meritava tutta” – le disse lei, triste, ma convinta, dall’altro capo della cornetta – “le chiedo solo che sia rimessa in una classe dove lei possa seguirla. E, mi raccomando, trasmetta le mie scuse e i miei ringraziamenti anche agli altri professori”.
La ‘povna eseguì a puntino le consegne; e così Campanellino, il primo giorno di scuola di settembre, si trovò trapiantata tra i Bufali dell’Orda, dove si trova ancora adesso, con buone soddisfazioni. Ma – prima di giungere all’attuale idillio – dovette ripetere per intero la seconda, che attraversò tra burrasche e venti di tempesta, vivendo la sua quindici-annite contestante con consapevolezza piena.
Va detto che Campanellino ne passò davvero tante: alcune lievi, altre pericolose e pese. E la ‘povna – così come stabilito e promesso – passò diversi pomeriggi insieme alla sua mamma, per cercare di toglierla, e poi sostenerla, dal ciglio del burrone. E poi, se dio vuole, arriva per tutti il momento di salutare i quindici anni. Campanellino diventò più grande, e seppe piano piano colorare con sfumature di originale saggezza la sua già bella persona. La ‘povna, dal canto suo, raccattò da tutta la vicenda una specie di medaglia: perché la mamma di Campanellino si convinse che lei poteva tutto (mentre in realtà lei pensa – secondo l’idea di scuola che sogna e un po’ pretende – che fosse sostanzialmente il suo dovere).
Tutto questo è tornato alla mente della ‘povna con intensità potente quando il suo cellulare è suonato l’altro giorno, verso le nove di sera.
“Pronto, buona sera, parlo con la professoressa ‘povna? Sono Iaia, sa, l’amica di Ortensia, la mamma di Campanellino”.
“Buona sera Iaia, mi aveva detto, Ortensia: sono pronta ad ascoltarla”.
Segue il resoconto delle vicende di sua figlia Jessica, al primo anno di liceo, che ha preso (non tanto e non solo scolasticamente) una brutta piega. La telefonata finisce, poco dopo, con l’impegno di vedersi di persona, l’indomani pomeriggio. E la ‘povna sa bene che in realtà lei non è Wolf, e non sa davvero risolvere un bel nulla (e oltre tutto Jessica non è nemmeno una sua alunna). Eppure pensa che dovere dell’insegnante sia anche quello di tornare a esercitare nella società una funzione di incoraggiamento e di consiglio. E chi se ne importa se deve aspettare un po’ di più prima di ripercorrere, verso casa, i suoi 50 km. Perché troppe volte le passano sotto gli occhi modi davvero vergognosi di intendere il concetto di docenza; mentre dall’altra parte c’è un sacco di gente che ha talento, in coda, che non può, e vorrebbe fare. E allora – si trova a pensare sempre più spesso – chi vuole timbrare il cartellino dopo le ore di lezione e dedicarsi legittimamente ad altro, può pure abbandonare la cattedra, senza reciproci rimpianti, e accomodarsi verso un diverso, più semplice, lavoro.

ps. questo post le è stato sollecitato dalla lettura di alcuni racconti di sue colleghe blogger. E vuole essere un modo – per quanto un po’ indiretto – di riprendere e ampliare la discussione.

About 'povna

La 'povna: corro da un mondo all'altro, di solito in treno. Temo Bianconiglio, ma non sono in ritardo. Rispetto lo sceneggiatore: di fronte a una buona trama, mi inchinerò sempre. Fermo posta: lapovna AT gmail.com
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30 risposte a My Name is Wolf (o: del risolvere i problemi)

  1. laGattaGennara scrive:

    Io sono schiacciata in mezzo, tra chi scappa al suono della campanella ancor prima degli alunni e tra chi abusa dell’incoraggiamento e consiglio slegati dalla diadattica ma come prerogativa unica che impedisce loro di fermare e far ripetere un anno ai nostri Campanellino. Invece deve essere fatto, se necessario. Ho letto gli altri due racconti che citi insieme al mio: ho avuto Mrs Pyton di matematica anche io. L’ho sognata in incubi adulti ma erano altri tempi e la ringrazio (era il liceo a la scelta di abbandonare la matematica non è dipesa da lei ma era già fatta). Mentre stigmatizzo le loro incapacità cerco di passare ai ragazzi il dono dell’autoironia. Con i colleghi “squadrati” c’è poco margine ma la frittata è fatta: a scuola arrivano troppi docenti che non avevano la scuola come priorità di vita. Restano lì a sfogare frustrazioni in tutti i corridoi.

    • 'povna scrive:

      Concordo con quanto dici: è il motivo per cui ho premesso al mio racconto l’aneddoto della bocciatura di Campanellino. Una bocciatura che è avvenuta ‘insieme’ alla famiglia, e nel percorso, collaborativo, di (ri)costruzione di una nuova fiducia, maturità di Campanellino stessa.
      E invece spesso è difficile per me spiegare che essere molto vicino agli alunni non significa non sgridarli, essere severi, dare loro due (pensa che nella nostra scuola in teoria al biennio non si potrebbe dare meno di quattro ma a me Barbie ha lasciato dare dei bei 2 – proprio perché i miei 2 sono sempre accompagnati da un dialogo talmente fitto, che valgono più di un 4 per procura).
      Sottoscrivo in pieno, ovviamente, la seconda parte, sulla scuola come priorità di vita. E frustrazione nei corridoi. Sob.

  2. ellegio scrive:

    Io vorrei avere un limite.
    Forse il mio caso è un po’ particolare, la mia scuola è una scuola *impegnativa* – lo è per gli studenti, lo è per i docenti, o perlomeno molti di noi. E’ un lavoro a tempo pieno, come dev’essere. E io non sono mai stata una che aveva fretta di timbrare il cartellino. Non lo ero all’università, non lo ero dopo, non lo sono ora. Ma davvero, ora vorrei potermi godere una domenica coi figli – o anche senza, quelli sono fatti miei – senza sentirmi in colpa. E invece, nulla. Ed è troppo, ‘povna, troppo. Per cui la tua frase (chi vuole timbrare il cartellino si accomodi) mi colpisce dolorosamente: io vorrei avere, credo di avere, il diritto di occuparmi legittimamente *anche* di altro.

  3. A me commuovete, davvero. Mi sembra di leggere il libro della Mastrocola…

    mimì-menomale-che-ci-siete,-anche-anche-la-signora-qui-sopra-che-agongna-timbrature-senza-sensi-di-colpa!

    • laGattaGennara scrive:

      no, ti prego la Mastrocola NO! la tollero appena con i suoi vezzi e con quela frustrazione malcelata di una che dall’università si è dovuta sporcare le mani in basso. E ora spero di non scatenare una bagarre! Nel caso, non volevooooo. ;-)

  4. 'povna scrive:

    LGO: mi pare però che la questione che tu poni sia appunto, come tu stessa dici all’inizio, altro. Io non ho detto che un insegnante non debba avere le domeniche (o il tempo per sé: io per esempio mi prendo il mercoledì pomeriggio, ma questo deve essere un retaggio del solito Napoleone!). Anzi. Penso che occuparsi di altro sia sano e necessario. E faccia parte della formazione, a suo modo. Dico un’altra cosa (che parte dai post che ho linkato e da quello che ho visto in questi giorni, a scuola mia ma non solo): e cioè che se si vuole che la società abbia di nuovo consapevolezza del ruolo insegnante come era in passato, forse dobbiamo chiederci che cosa è cambiato anche in noi. Esempio pratico: io mi prendo il mercoledì pomeriggio per me; l’incontro con Iaia era possibile il mercoledì pomeriggio. Ovviamente non ho detto di no. Per me, prima ancora che per lei. Ma poi questo diventa un’arma a nostro vantaggio: perché stai sicura che se tu cominci a essere disponibile, in quanto educatore di su* figli*, verso qualcuno che te lo chiede, alla fine poi sarà la società tutta, se questo fenomeno è comune, a considerare l’insegnante in un altro modo.
    Ciò non significa che non mi prenda il mio tempo, o che mi senta in colpa quando lo faccio, anzi. Ma essere insegnanti secondo me non è un lavoro da cartellino. E’ – prendo in prestito Beppe Fenoglio – “parola assoluta”. Proprio come partigiano e scrittore.
    (nello specifico: se il problema dell’impegno eccessivo è nella vostra scuola, e per tutti, forse potreste provare a fare qualcosa?!; e ancora: all’inizio tu dici “o perlomeno per molti di noi”: che cosa succede a quei pochi di voi che non si impegnano? vengono licenziati? fuori di provocazione, non credi anche tu che una scuola che tollera senza colpo ferire troppi “pochi di voi”, che in molte scuole sono la maggioranza, ha comunque fallito in qualcosa, generally speaking, della sua impostazione educativa?)

    Mimì: ti prego, tutto ma la Mastrocola no! ;-) (scherzi a parte, il suo libro proprio non mi è piaciuto…). però grazie, davvero!

  5. Anonimo SQ scrive:

    @ ‘povna
    Grazie per il giudizio sulla Mastrocola, che condivido in tutto. Su quel libro ho discusso una sera ferocemente (credo tu capisca la mia pasta…) con un amico e collega, che le dava ragione. Inutile dire che le sue due figlie son le migliori della scuola…
    E grazie anche per tentare ogni giorno ed in ogni tua cosa di tirar su l’immagine dell’insegnante. Putroppo molti, troppi fanno l’opposto di te !

    Anonimo SQ

  6. Vado in controtendenza, ma prima mi sento in dovere di ricordare che Mrs. Piton era un’insegnante assai coscienziosa e faceva il suo lavoro con gran cura – e qui ci sta bene la citazione di Lucy Van Pelt “In tutta la storia dell’umanità, Charlie Brown, nessuno ha mai fatto tanti danni come chi credeva di far bene”. Questo vale per gli insegnanti, come per tutti.
    In qualche caso un intervento si impone, o addirittura fa parte dei doveri scolastici (come nel caso di LaNoisette, e magari fosse stato il caso di qualche insegnante delle elementari del suo alunno). Ma quali siano questi casi, e come e dove non è cosa che si possa quantificare, e soprattutto molti non sono adatti a intervenire – perché ognuno interviene con la propria personalità, le proprie convinzioni eccetera, e alla fine non sempre (nel mio caso: quasi mai) sappiamo veramente qual è la direzione che i ragazzi devono prendere – perché, guarda caso, ognuno ha la sua storia e la sua vita da scoprire. In realtà anche la storia dell’insegnante come educatore non mi ha mai molto convinto: dobbiamo pretendere il rispetto delle norme del viver civile, ma di qui a indirizzare in modo troppo evidente… personalmente cerco di restarne fuori e di non esercitare mai un’influenza consapevole – perché, chi mi potrebbe mai garantire che la esercito nella direzione giusta?
    Credo nel Contratto Nazionale dei Lavoratori, nel Contratto Nazionale degli Insegnanti di Scuola Pubblica e mi inchino ai limiti assegnati al mio lavoro. Se mi riesce di operare decentemente in quei limiti, mi riterrò ben fortunata.
    (BTW, la Mastrocola non la reggo nemmeno io)

  7. cautelosa scrive:

    Penso che di insegnanti come te, Povna, nella scuola italiana non ce ne siano tanti (e di quanti ce ne vorrebbero lo sappiamo tutti!), perché non è facile coniugare impegno, rigore e severità con il necessario rispetto degli studenti. L’insegnante che rispetta (e ha a cuore l’alunno) di solito è rispettato e stimato.
    Io, per i miei figli, avrei desiderato insegnanti come te e non certi ‘esemplari’ che la sorte ha messo sulla loro strada….
    E sulla Mastrocola, vedo (con sollievo) di non essere la sola a nutrire qualche perplessità….

  8. 'povna scrive:

    AnonimoSQ: avevo trovato, di lei, neutri i primi. L’ultimo proprio non lo reggo…

    Murasaki: Prima di tutto: la citazione è stupenda! Poi: sarà che io sono una grande estimatrice di Anna dai capelli rossi, che resta per me – mi si passi il gioco di parole – ora e sempre la mia migliore scuola di scuola (dal secondo volume in poi lei è una – bravissima – insegnante). Io credo che un tempo l’insegnante del villaggio non potesse, suo malgrado, esimersi. Perché c’era una comunità civica di cui faceva parte, e nella quale lei interpretava un ruolo. Ecco. Io penso che qualora si riuscisse a riadattare al terzo millennio quel modello (di Anna dai capelli rossi), le cose potrebbero andare meglio. Non a caso io ho preso un esempio che è molto estremo, e che si rifà però all’idea di comunità civica. Però magari mi sbaglio, eh.
    In generale, le riflessioni mi sono venute in mente dopo dieci giorni in cui ho letto e visto cose che voi umani (in confronto Mrs. Piton è una martire del lavoro, con o senza buone intenzioni). Accompagnare troppo spesso dalla fatidiche parole: “Ah, la società di oggi non riconosce più il ruolo dell’insegnante”. E io mi sono trovata a pensare che forse la categoria insegnante aveva fatto parecchio per perdere quell’aura, a più riprese.
    Anche io credo nel CCNL (di cui distribuisco copie a scuola), però in quel CCNL per insegnanti di scuola pubblica si parla anche della funzione docente: concetto scivoloso (e che io sarei pure per abolire, visto che con ogni evidenza non funziona). E che però sancisce, per l’appunto per contratto, i confini estremamente laschi della professionalità dell’insegnante di scuola.
    (Sulla Mastrocola, dunque, pollice verso, direi! ;-) )

    Cautelosa: prima di tutto, mi pare di intuire, bentornata! E poi grazie… Io non so se ce ne siano molti, so che ho incontrato molti colleghi diversi da me nella forma ma non nella sostanza, da cui ho imparato e imparo ogni giorno. Ma so anche che sempre di più mi pare di trovare insegnante che a) mancano totalmente di autoconsapevolezza e ironia (p. es.: rimproverano agli alunni ciò che loro si permettono di fare in maniera quotidiana); b) si dimenticano del concetto di funzione docente (che, ripeto, io abolirei anche, ma, finché c’è, è la risposta a chiunque dica [magari davanti agli alunni]: “oh, che noia. Hanno messo il consiglio di classe straordinario alle due e io esco alle dieci da scuola, questo è ingiusto!”; c) troppo spesso arrivano a scuola profondamente scoglionati. E sai quante volte sono stata accolta da uno sportellista alle poste con il mugugno, e magari solo dicendo: “Buon giorno! Mi scusi, volevo…” e poi alla fine “grazie!” ho trovato una persona gentile? Insomma, io credo che prima di continuare a lamentarci del fatto che la società non ci riconosce (il che è vero, e ingiusto, purtroppo) dovremmo anche chiederci che cosa facciamo noi come categoria per essere così terribilmente ‘incompresi’…

    • Beh, nel Contratto c’è scritto appunto che può capitarti di avere i consigli quando esci alle dieci e financo quando hai il giorno libero, e un minimo di buona educazione ti impone di non tediare gli alunni con queste stupidaggini, di cui oltretutto le creature non han colpa (tanto più che stavolta, mi par di ricordare, il Consiglio speciale non lo hanno nemmeno causato loro!).
      Quanto all’insegnante del villaggio… per quanto ho visto, esiste ancora (la Decana era un caso tipico), come il Parroco, però è un ruolo che si ouò accettare o non accettare (beh, per il Parroco è più difficile, in effetti) e non me la sentirei di dire che fa parte della funzione docente. In compenso fanno parte della Funzione di Essere Umano alcune semplici regole di decoro, del tipo non parlare al cellulare in classe o non arrivare in ritardo, per intendersi.
      Detto per inciso, di quello che dice, pensa e fa “la Società di Oggi” del ruolo dell’insegnante (come di qualsiasi altra cosa) mi disinteresso completamente, così come del concetto stesso di “Società di Oggi”; invece mi interessa moltissimo quel che ne pensano o ne possono pensare i miei alunni. Cioè, quel che sto cercando di dire è che le teste sono tante e la Voce del Mondo è varia e mutevole, ma io lavoro con un gruppo di (giovani) persone, ed è a quel gruppo e di quel gruppo che devo rendere conto
      (il che c’entra fino a un certo punto col discorso che stavi facendo tu, tra l’altro).

      • 'povna scrive:

        Non mi soffermo sulla prima parte (sulla collega che si lamenta), perché come dice sempre mamma-’povna una parola è poca e due sono troppe (e lei ha avuto fin troppo l’onore della cronaca di blog!).
        Sulla questione di che cosa fa parte della funzione docente o meno, in realtà paradossalmente son d’accordo con te (ed è il motivo per cui mi dico sempre più spesso che andrebbe abolita). Non nel senso che non la inserirei di sicuro, ma nel senso che non sarei sicura nemmeno del contrario. Insomma, è talmente scivoloso come concetto che ci sta pure che due cose apparentemente analoghe possano essere rubricata come appartenenti o non appartenenti alla FD a seconda delle diverse situazioni.
        Nella mia esperienza l’insegnante del villaggio esiste solo nel villaggio (per esempio sono così molto spesso le insegnanti della scuola di Castagnone – da dove peraltro provengono i migliori alunni, umanamente parlando, che noi abbiamo), mentre la mia domanda è: è possibile reinterpretare Anna dai capelli rossi anche altrove?
        D’accordissimo sulla funzione essere umano, e anche sul fatto che uno rende conto in primis agli alunni. Però secondo me non solo. Ecco, io direi che aiutare la mamma di Campanellino a evitare che Campanellino si cacci in guai seri e ufficiali fa parte della FEU se non della FD. Parlare con Iaia per darle consigli in modo che non succeda anche a Jessica (per esempio, mandandola di corsa dalla dottoressa Lucy), pure. Quello che vorrei esprimere, e che mi accorgo che non ho reso come volevo, è il fatto che io non penso (appunto: non sono Wolf!) di risolvere davvero niente. Però penso che se qualche genitore, molti genitori, mi chiedono un consiglio perché sono insegnante dei loro figli, perché ho studiato, perché so leggere e scrivere bene (!), perché parlo l’italiano (!), perché conosco le leggi (!), perché hanno di fronte una pagina incomprensibile di inglese, perché “professoressa poi a scuola c’è lei, non io”, etc, ecco, io credo che rispondere, per quel che posso a queste domande, oltre a far parte della funzione essere umano, sempre, faccia anche parte del mio dovere di insegnante, i cui confini labili non non riesco a delimitare dall’uscita dall’aula scolastica e dal cartellino.. Ed è solo in questo senso che mi importa della voce del mondo. Perché credo che fare l’insegnante sia un ruolo delicato e bello. E mi dispiace vedere quanta gente ci arriva solo per scaldare la sedia.

  9. sono d’accordo… una grossa parte dell’opera dell’insegnante è missionaria, per dirla alla Pennac è risvegliare alcuni animi della condanna del cinque (o dello zero) perpetuo.
    Queste qualità le ho viste chiare in mia madre che per lunghi anni ha lavorato solo e ancora trova ex alunni sorridenti a salutarla… io che non avevo le stesse qualità di pazienza, senso della missione e lungimiranza ho evitato accuratamente di far l’insegnante :)

  10. ops, errata corrige: … ha lavorato sodo….

  11. pensierini scrive:

    Non c’è molto altro da aggiungere, a quello che tu e i tuoi commentatori avete già scritto così esaurientemente. Sottolineo solo un aspetto che hai già rilevato, vale a dire che, se l’opinione pubblica è così ostile verso la scuola e se siamo così sottopagati, è colpa nostra e di chi ci ha preceduto nel nostro mestiere. I ragazzi di don Milani scrivevano che l’insegnante è una casalinga che al mattino va a scuola, nel senso che il suo impegno lavorativo era limitato alle ore di lezione. Scrivevano anche che le classi dirigenti avevano e hanno bisogno di noi solo nel momento di rilasciare diplomi ai loro figli, perché la scuola l’hanno in casa. E quindi c’era un tacito accordo tra il padronato e gli insegnanti: lascio che tu lavori poco, in termini di ore e di impegno, ma io ti pago poco, tanto puoi arrotondare con lezioni private in nero. Bene, direi che siamo ancora a quel punto.

  12. Duck scrive:

    A me leggere questi tuoi post scolastici fa bene.
    Mi fa bene pensare che nella scuola ci siano ancora insegnanti di questo tipo, che considerano parte del loro ufficio anche quello di accompagnare i ragazzi e le loro famiglie in percorsi di crescita che passano – anche – per la scuola ma non solo.
    Che dire? Keep it up, ‘povna!
    Saluti!

  13. laila78 scrive:

    Beh mi fai pensare a quanti aspettano l’immissione in ruolo con in testa una sola cosa: “adesso sono una dipendente statale e posso NON fare un caiser!”.
    Sta tutto lì, nella voglia che si ha di compiere il proprio dovere.

    Se solo si capisse quanto fondamentale è il ruolo di un’insegnante nella società…

    • laGattaGennara scrive:

      io però di amiche infognate nel precariato (come sono stata io anche per molto tempo) che ragionano in questi termini ne conosco pochissime. Desideriamo il ruolo per smetterla di sentirci degli stracci. La prima volta che ho potuto portare una classe dalla terza alla quinta nella stessa scuola mi sono sentite felice come non mai. Davvero, non lo vedo da molto lo stereotipo di cui parli. E quando lo vedo, è nei miei colleghi cariatidi. Non in chi desidera ancora.

  14. lagaiaceliaca scrive:

    concordo con molto, ma non su tutto.
    se fare l’insegnante fosse veramente un mestiere missionario, non ci sarebbe speranza.
    perché di missionari al mondo ce ne sono pochi, e di insegnanti ce ne devono essere tanti.

    gli insegnanti come te, povna, sono uno splendido regalo per gli allievi, di quelli che quando li incontri ti rimangono nel cuore per la vita, ma credo nella normalità, a volte basterebbe anche meno.
    basterebbe, e non è poco, fare il proprio dovere: preparare le lezioni, cercare di far sì che quello che viene fatto a scuola li interessi, cercare di motivarli, valutarli in modo giusto (il che comprende fare un numero congruo di verifiche e correggerle in tempi ragionevoli), rivedere quello che si è programmato di fare in classe tenendo conto del feedback che si ha dalle classi, che non sono mai tutte uguali, e anche partecipare alle riunioni e ai consigli, straordinari e non, che non sono una sequela di riunioni idiote e inutili (o almeno non tutte) ma permettono di aggiustare il tiro in modo collegiale.
    insomma, fare il proprio lavoro in modo serio e professionale.
    è vero che molti insegnanti non lo fanno. è vero che nelle scuole più difficili, spesso gli insegnanti che tirano a campare sono ancora di più, e dovrebbe invece accadere il contrario.
    è vero anche che secondo me, paradossalmente, proprio perché la stanghetta è posta in basso, non è facilissimo fare altro. penso alla formazione degli insegnanti, ad esempio, che è lacunosa, frammentaria e spesso non se ne ha notizia. insomma, è un mestiere che nessuno ti insegna a fare, o almeno che se vuoi imparare a farlo in modo non solo empirico ti devi arrampicare sugli specchi per capire a chi rivolgerti.
    insomma, io penso che ci vorrebbe un approccio più pragmatico: dire che gli insegnanti sone mediamente dei passacarte poco responsabile è un primo passo, ma dato che questi sono gli insegnanti che abbiamo, fare qualcosa perché lo diventino meno.
    chi lavora nel pubblico, e non solo gli insegnanti, avrebbe bisogno di controllori, ma anche di facilitatori, perché gli uni senza gli altri non servono a niente.

  15. vnnvvvn scrive:

    Ho letto il post e i commenti, da non insegnante mi continua a ronzare in testa il concetto di responsabilità, non nel senso di funzione docente ma in quello di funzione essere umano.
    Però non riesco a far venire fuori il commento sensato…

  16. laGattaGennara scrive:

    c’è una cosa che mi preme perché mi sento chiamata in causa per la questione del consiglio nel giorno libero (e lungi da me aver conivolto i ragazzi in queste cose). Ci sono scuole in cui la calendarizzazione di tali impegni non è neutrale. Ma come dire, “guidata”. E questo cambia un po’ il clima, in quei famosi corridoi. Non è un affare importante, non è il cuore di quanto discutiamo ma il “clima” intorno a noi alla fine interferisce con il modo di docenza cui rispondiamo eticamente. In poche parole: all’ennesimo dispetto ti indispettisci pure tu.

  17. mammozza scrive:

    Dopo le mamme blogger adesso è l’ora delle prof blogger. Da leggere e rileggere.
    Penso ai miei studenti di quest’anno con “famiglie” disperate e inconsistenti alle spalle, alla loro richiesta di ascolto, chi lo urla e chi lo chiede con lo sguardo. E tanti ci chiamano fannulloni.

  18. lanoisette scrive:

    a proposito di Mr. Wolf e di tutto questo, ti vorrei far leggere la mail che mi ha mandato la mamma di Enrichettodalciuffo (il mio ex alunno preferito di sempre, che ho continuato a seguire, più o meno da vicino, dopo la III media e che quest’anno si matura come la tua Onda) in cui mi chiedeva consigli su come operare, da genitore, con alcuni insegnanti del figlio minore, che ha appena iniziato la prima scientifico.

  19. annikalorenzi scrive:

    la tua è una doppia missione..

    praticamente non stacchi mai..

    davvero lodevole…

  20. 'povna scrive:

    Soleil: io non so se parlerei di missione, ma concordo al 100% con te se, alla parola missione, sostituisco la parola talento. Nel senso che credo che l’insegnante sia uno di quei mestieri in cui ci vuole un talento e che invece, per varie ragioni (in primis il fatto che tutti siamo stati studenti e dunque crediamo di saperne) diventa il facile ripiego di troppi. E capisco quanto dici e ti ammiro molto (e nel mio piccolo l’ho fatto anche io per altre professioni che mi piacevano in astratto ma per le quali non ero portata) quando ricordi di avere deciso di non seguire una strada nobile come l’esempio della tua mamma perché pensavi non fosse per te. Ecco. Io non dico che a fare l’insegnante non si possa arrivare per caso (anche io paradossalmente a essere prof in Italia ci sono arrivata per caso: se non avessi avuto notizia che avessi vinto il concorso in quel giorno e in quel mese, avrei accettato un posto di lecturer a Exeter e in questo momento sarei in Albione – a insegnare, certo, ma in un altro contesto e in un’altra vita), ma è qualcosa di più sottile. Bisogna avere del talento, appunto. E capirlo. E accettare il fatto che si può non avere. E non prendere ‘due o tre supplenze’, oppure ‘il posto fisso comodo’ come un ripiego. Io per esempio dopo la laurea ho provato – tra gli altri lavori – a lavorare in archivio e a fare la traduttrice. Mi piaceva, ma non era per me. E bisogna avere l’umiltà di rendersene conto, e, anche se vorresti, sapere che non puoi (oppure sapere che non vuoi e non puoi, come nel tuo caso!) e fare un passo indietro. :-)

    Pens: firmo e sottoscrivo, al 100%. Troppe volte ci si dimentica che nel contratto non c’è scritto che si hanno i pomeriggi liberi. Troppe volte si sceglie questo lavoro perché ‘comodo’, perché ‘lascia più tempo’. Troppe volte si fa finta di non sapere che i pomeriggi liberi (liberi?) dovrebbero servire semplicemente a declinare in modo diverso (non meno impegnativo!) il nostro lavoro.

    Duck: io credo, banalmente, che se credi in una idea di educazione (e se rivendica che questa sia una delle colonne portanti della società) e sei insegnante, banalmente, non puoi fare finta che non ci sia anche questa parte. Senza eroismi. In tranquilla e consapevole serenità.

    Laila: io credo che i fancazzisti siano tanti e ovunque, tra gli stabilizzati così come tra i precari. La questione è la responsabilità e la consapevolezza (unite al necessario talento). Il resto è storia.

    GG: giuro che non ti avevo chiamato in causa! Descrivo quello che succede da me!. Detto questo, capisco, e so che cosa dici quando parli di giorni liberi usati apposta. Eppure. Eppure non dimentichiamoci che il giorno libero non è previsto dal CCNL… Mi spiego meglio: per spuntare (con se stessi e la propria pace interiore prima ancora che con gli altri) questi mezzucci dei colleghi sordidi, basta avere la serena consapevolezza non che esiste il giorno libero (appunto: non esiste, è prassi, non diritto; l’amica vicina questa’anno fa senza, e siccome è una persona onesta con se stessa ammette che è solo normale), ma, viceversa, che tutte le volte che – perché abbiamo studiato, ci siamo organizzati bene, abbiamo lavorato altri giorni – abbiamo un pomeriggio senza lavoro è una splendida, privilegiata eccezione. A quel punto tutto diventa più sereno (e anche più riequilibrato, io credo, al mercato del lavoro di chi ci circonda). E un giorno a scuola di giorno ‘libero’ resta solo uno tranquillo dovere di lavoro. E chi l’ha fatto per colpirti, vedendoti sereno e contento, si sarà perso metà del divertimento. Ma soprattutto, il che è ben più importante, starai molto più serena tu!

    Collega di Snape: sai che sono d’accordo con te che sei più o meno d’accordo con me. Però ci sono due però che un po’ mi perplimono. Entrambi possono essere ricondotti al fatto che due cose che dici (la questione della missione e quella della formazione) secondo possono essere percepite come due pericolose cugine del benaltrismo più tipicamente italiano (cioè il concetto: certo, è vero quel che dici, ma la questione vera è altrove), che poi potrebbe diventare (so che non è quello che pensi tu, dico in generale) un alibi pericoloso (fare questo è da missionari, io non lo sono, dunque non sono responsabile: mentre invece a essere farlocca è la premessa maior). Provo a spiegarmi. Sulla questione della missione, come già dicevo a Soleil, io preferisco parlare di talento. Non penso infatti che sia una missione; né che, onestamente, sostenere che fare l’insegnante sia un lavoro senza cartellino possa portare a definirlo in alcun modo ‘missionario’. Come dicevo anche nei commenti precedenti (non mi ripeto), per esempio a Duck e GG, da un lato mi pare che un’idea forte di educazione pubblica porti inevitabilmente a intendere l’insegnante come qualcuno che ha un ruolo particolare; dall’altro mi sembra che davvero troppo spesso, come diceva Pens, noi insegnanti ci autorappresentiamo come casalinghe (o doppio-lavoristi) che al mattino vanno a scuola. Forse dovremmo davvero ricordarci tutti che il giorno libero non è sancito dal CCNL; forse dovremmo essere consapevoli, come dicevo a GG, che un pomeriggio a scuola non è un pomeriggio impegnato, ma sono gli altri a essere ‘liberi’ da impegni in sede (e non a caso infatti tu, che ne volevi altri, te li sei comprati, come è corretto, col part-time!). Forse dovremmo pensare a non contare i nostri impegni su base settimanale o mensile, ma annua (mi spiego: lavoro dodici ore la domenica, ma poi faccio i cazzi miei il mercoledì e magari anche altri due pomeriggi all’improvviso), perché la preparazione delle lezioni è una cosa che non risente necessariamente dell’orario di ufficio. E però, se contiamo su base annua, scopriamo che siamo impegnati in maniera meno canonica di molti altri lavori (non dico meno intensa). Ma purtroppo questo ‘meno canonico’ fa sì che tutti noi, prima o poi, cadiamo nella trappola del “proprio domani che avevo fissato di vedere l’amica!”. Dimenticandoci che vedere l’amica era il privilegio, ‘proprio domani’ la normalità. Ecco, per essere consapevoli di questo, io non credo che si debba essere missionari. Basta avere voglia di fare un lavoro meno classico nei tempi, avere talento per farlo e avere passione per l’animo umano. Che per definizione non funziona con il bilancino. L’altro però riguarda la formazione. Perché è vero che in Italia non è fatta abbastanza bene. E però – da persona che internamente alla formazione scolastica ci ha lavorato e ci lavora – da un lato io vedo che a cercare le cose ci sono, e si trovano (solo che torniamo al punto 1: sono di pomeriggio, sono di sabato, sono…); dall’altro penso anche che non si può totemizzare la formazione come panacea. La formazione aiuta a imparare a insegnare anno dopo anno. E su questo ti seguo. Ma io non condivido la tua fiducia nella formazione tout court, che riscatta i passacarte. Io credo che per essere insegnanti si debba avere del talento, ed essere portati. E non vedo che cosa ci sia di scandaloso a dirlo, se non il fatto che – essendo la scuola una cosa di cui tutti abbiamo esperienza – tutti pensiamo di poterne capire, un po’ come siamo tutti allenatori ai mondiali. Anche perché – e questo è un dato di fatto – non è vero che questi sono i soli insegnanti che abbiamo. Ne abbiamo a decine di migliaia, poveretti, che aspettano invece di poter dare prova di sé, mentre la scuola è invasa (ricito Pens) dai doppio-lavoristi a caccia di punti pensionistici, e dalle mogli dei professionisti che hanno avuto la botta di culo (chiamata concorsi che non scadono, o doppio canale).

    Viv: è esattamente questo il punto. Libertà ( di insegnamento, anche negli orari) pretende responsabilità. E anche l’intelligenza di capire che non sei libero, sei diversamente lavoratore. Stra-d’accordo sulla funzione essere umano, che credo che gli insegnanti debbano possedere, come tutti, e declinata su corde particolari.

    Mammozza: tanti ci chiamano fannulloni perché tanti di noi si lamentano se devono rimanere a scuola due ore in più (magari dopo una mattina in cui hai insegnato tre ore!). La mia amica Tabata insegna a Roma alla scuola inglese. Di docenza in classe ha come noi, forse 20 ore invece di 18. Ma lei è tenuta a essere a scuola dalle 9 alle 17 tutti i giorni. E forse se anche ai nostri sedicenti colleghi impegnatissimi fosse richiesto questo, non saremmo più percepiti come fannulloni.

    Noise: hai colto esattamente (ma chissà perché non mi stupisce?!) il punto di ciò che volevo dire! (e il ’93 fu un’annata eccezionale! ;-) )

    Annika: come dicevo, io non credo sia una missione. Credo però che essere insegnanti significhi accettare di essere anche, all’occorrenza, un punto di riferimento. E siccome di fare questo mestiere non te lo prescrive il dottore… ;-)

  21. extramamma scrive:

    Peccato che in giro ci siano poche ‘povne!
    Io ne ho incontrata solo una nella vita reale :)

    • 'povna scrive:

      Extra(mam): in realtà la ‘povna è banalissima, ti assicuro. L’importante è amare questo mestiere e saperlo fare (l’una cosa non implica l’altra e viceversa, purtroppo). Io di colleghi bravi ne conosco (anche se è vero che sono troppo pochi, e in assoluto e pensando all’importanza della scuola). Ecco, sicuramente non in tanti tendono ad ammettere che nella scuola molte cose non vanno. E questa difesa a oltranza di corporazione è qualcosa che dispiace.

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