Fuori dal coro

Per lei la storia inizia una sera del 1997. La ‘povna sta seguendo la lezione intensiva del Cambridge English Proficiency e, per fare esercizio di conversazione multipla, si chiacchiera tra colleghi. Tra di loro c’è Polly, un’insegnante di matematica (ancora supplente) che studia inglese per suo capriccio. E il discorso cade sulla probabilità che finalmente venga bandito (per la cronaca: succederà da lì a due anni) l’annunciato concorsone. Abituata a essere sottoposta a esami praticamente da sempre, la ‘povna prende la parola, e le domanda (in inglese, ma qui traduce, a beneficio di tutti):
“Allora sarai contenta, finalmente, la possibilità del posto fisso”.
La risposta di Polly la ‘povna ce l’ha ancora, dopo quindici anni, conficcata nella testa:
“Insomma, fino a un certo punto. Perché sai, il concorso è un’arma a doppio taglio. Se lo vinci, ottieni il posto, certo. Ma se invece non lo passi il ruolo lo prende qualcun altro, che magari è più giovane, e si è laureato dopo”.
La ‘povna strabuzza gli occhi. E poi sta zitta, perché non ha voglia di far polemica (del resto, a ribattere sul punto ci pensa Alexis, che, guarda caso, ha studiato a Durmstrang, la Hogwarts delle Scienze Applicate che ha sede sempre nella piccola città). Però se lo tiene per detto. E quando – due anni dopo – inizierà il processo che la porterà a vincere il posto, avrà, tra le tante, un’altra cosa su cui meditare.
Parte da qui, la ‘povna, per riflettere sui recenti scolastici avvenimenti (per esempio i test del TFA – il link è a un post di Uqbal nel quale la ‘povna motiva la sua opinione nei commenti – o la lettera di Silvia Avallone). Ma avrebbe potuto scegliere anche molti altri (e altrettanto sconvolgenti) punti di partenza. Avrebbe potuto, per esempio, ricordare che in Italia le graduatorie della scuola non scadono mai, e che sono ancora in lista (autodefinendosi “vincitori”), in attesa di un ruolo, persone che hanno fatto un concorso negli anni Ottanta, e che poi – avendo avuto un punteggio abilitante, certo, ma non sufficiente a ottenere un posto in un numero di anni congruo – hanno ottenuto di non doversi mai più sottoporre a un concorso, ma solo di mettersi in fila (nella scuola italiana ogni anno di insegnamento dà diritto a 12 punti; ma per il merito ce ne sono a disposizione solo una manciata una tantum – meditare, meditare), e aspettare. Potrebbe ricordare che tutta questa valanga di persone ha invaso le graduatorie degli abilitati Ssis (forzatamente, evidentemente più giovani), che avevano fatto due anni di specializzazione (con abilitazione, ed esame doppio, alla fine e all’ingresso), ai quali era stato detto che questo nuovo sistema avrebbe garantito l’accesso controllato all’insegnamento. E invece, poi – sia per errori di gestione fin dall’inizio (la Siss è stata attivata con due anni di anticipo, facendo arrivare all’abilitazione, contemporaneamente, il primo ciclo e il concorsone), sia perché in Italia (e due!) le graduatorie non scadono – si sono trovati il loro percorso tappato da gente più grande, che aspettava da decenni, e che è stata fatta entrare nelle loro graduatorie a vario titolo, portando in dote tutti i punti di anzianità di insegnamento, e quelli dei master farlocchi, e i corsi di perfezionamento fantasma – e insomma tutto il peso dell’unica moneta che in Italia conta: la capacità di avere anni e anni per aspettare.
Fa rabbrividire, tutto questo (per la ‘povna sì, e molto)? Eppure è la storia del nostro sistema scolastico. Del quale si vedono ogni giorno gli effetti. E la ‘povna, almeno en passant, non può non pensare allo sfacelo che ha visto compiere nella sua scuola da Fancazzista (abilitata concorso 1984, ruolo, da scorrimento graduatorie, nel 2008) o da Santissima Infilzata (che per ora è supplente di istituto, certo, ma in attesa di indeterminato contratto, dal momento che si è piazzata buona ultima – ma la lista ancora vale, e scorre – all’ultimo concorsone, quando nella regione della ‘povna decisero che per Lettere selezionare troppo sarebbe stato ingiusto, e dunque non abilitarono un centinaio di persone in tutto, tra scritti e orali).
Ci si potrebbe chiedere che cosa c’entri tutto questo con le polemiche sulla selezione al TFA che divampano in questi giorni, anche se la ‘povna spera di avere chiarito il punto a suon, se non di argomentazioni, di apologhi. Il punto, secondo lei – un punto da cui non derogherà mai e poi mai, nella vita, fin che campa – è che selezionare serve. E per questo bisogna farlo bene, spesso e con puntiglio. Per questo, di principio (e con le graduatorie inzipite, e inaffondabili, così come ha appena descritto), a lei scegliere pochissimi candidati sembra solo un atto di buon senso (oltre tutto, considerando che il TFA costerà la bellezza di Euro 2500, forse è meglio prima che dopo), che dovrebbe garantire, se non altro, per coloro che si abiliteranno, una speranza di ruolo credibile, e tempi di attesa umani. Si può eccepire (la ‘povna lo fa) sul fatto che i test a risposta multipla non siano il metodo più acconcio, così poco precisi e nozionistici. Però (lei parla per le sue materie, e ci aggiunge la competenza di Papà Razzo su Fisica) – a parte le oramai notissime domande davvero a cazzo (che sono per lei, sia chiaro, inammissibili) – i test non erano per nulla “impossibili”. Con un po’ di preparazione, certo (ma poi, nemmeno troppa); ma è così ingiusto aspettarsela? Il ruolo di Varo e della sconfitta di Teutoburgo – la ‘povna cita alcune tra le domande ‘maledette’ – è uno snodo cruciale nella storia della letteratura romana del primo impero (per tacere del fatto che è stato raccontato da Livio, Svetonio e Tacito). Le Cene del Lasca hanno una certa importanza, se si vuole parlare della tradizione dell’italica novella a partire da Boccaccio; e che il 1958 sia l’anno di pubblicazione del Gattopardo va ricordato non per ragioni nozionistiche, ma perché – da Pasternak a Francesco Orlando, passando per Bassani e Feltrinelli – ha un po’ un ruolo cardine nella cultura italiana.
Perché non è da questo che si valuta la capacità di un insegnante, siamo d’accordo, e però certe cose si sanno, punto e basta. Altrimenti (per chiudere in gloria, con l’ultimo apologo) si rischia di ascoltare il dialogo cui lei ha assistito in treno, muta, la settimana scorsa:
“Ma tu ti sei preparata per il TFA di Matematica?”
“Scherzi, vero? Pensa che pretendono che tu sappia tutto il programma da Liceo Scientifico. Col cavolo che mi metto a studiare”.

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Informazioni su 'povna

La 'povna: corro da un mondo all'altro, di solito in treno. Temo Bianconiglio, ma non sono in ritardo. Rispetto lo sceneggiatore: di fronte a una buona trama, mi inchinerò sempre. Fermo posta: lapovna AT gmail.com
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68 risposte a Fuori dal coro

  1. ildiariodimurasaki ha detto:

    E’ moooolto più complicata di così, ‘povna, e l’hanno complicata ulteriormente ai tempi della Moratti. Per esempio: quando mia madre vinse il primo concorso (che non era a tre o dieci cattedre, come quello che feci io, ma con centinaia di posti, perché eravamo nel 1950 e c’era una fame cosmica di insegnanti) i concorsi li facevano ogni due anni. Se ne perdevi uno era mal di poco, aspettavi il prossimo. A partire dal 1980 di concorsi ne hanno fatti 4, l’ultimo nel 2000 – che non sono più concorsi, ma ordalie dove ti giochi il tutto per tutto con una prova e l’appello arriva dopo dieci anni.
    Ci sono stati anche dei problemi di numeri: negli anni 80 la scuola era in contrazione, quindi si entrava molto più lentamente, con precariati decennali che magari erano fatti da quindici anni di supplenze annuali – quindi avevi lavorato, a volte anche con continuità nella stessa scuola.
    Nel 2000 le graduatorie erano quasi vuote, tanto che pescarono me che mai avevo pensato a insegnare e avevo fatto il concorso dieci anni prima più per fare compagnia alle amiche che per altro (e siccome andai al concorso molto rilassata, lo passai serenamente, presi l’abilitazione e la misi da parte dicendo “Toh, ci ho anche questa” lasciando indietro sul campo gente che sull’insegnamento ci aveva puntato parecchio).
    Il 2000 era un anno buono per ricominciare con altri criteri, visto che c’era un gran vuoto, ma fecero insieme un enorme concorso, le SSIS e pure un concorso interno-sanatoria (anche per ripescare quelli rimasti indietro al vecchio concorso ma che nel frattempo nella scuola avevano lavorato, anche senza abilitazione).
    Poi vennero le SSIS, che dopo i due primi cicli tirarono fuori numeri assurdi. Io feci il quinto ciclo (per recuperare un po’ di posizioni in graduatoria perché i primi cicli mi avevano scavalcato, proprio quando avevo cominciato a insegnare e avevo scoperto che mi piaceva. I casi della vita) e i posti erano, in Toscana, 450, dicesi quattrocentocinquanta, e COL CAVOLO che in quell’anno c’erano 450 posti che aspettavano 450 insegnanti di Lettere. L’anno dopo, i posti erano ancora di più.
    Fioroni riportò le SSIS a numeri sensati, e poteva essere un nuovo punto di partenza, ma poi venne bloccato tutto e non c’è più stato modo, per anni, di prendere uno straccio di abilitazione.
    Siccome vale l’antico detto sapienziale “in cattedra qualcuno ha da starci” perché non puoi lasciare le classi scoperte, allora in cattedra in questi ultimi anni è capitata tanta gente senza abilitazione che va messa in regola col TFA, inoltre ogni tanto bloccano le assunzioni in ruolo per anni di fila senza un vero perché e ti ritrovi gente che magari non ha uno straccio di abilitazione ma lavora da sette anni, e magari lavora anche benissimo. Insomma, il reclutamento prosegue a strappi e strattoni e senza un vero iter (anzi, senza nemmeno un falso iter), con una strana lotteria per cui ancora quest’anno hanno chiamato in cattedra persone che han fatto il concorso dodici anni fa ma a scuola non avevano mai lavorato.
    In tutto questo una selezione c’è, se guardi bene, ma è fatta del tutto senza criterio. Al mio quinto ciclo SSIS per esempio selezione non ce ne fu, e ricordo infatti una serie di presenze agghiaccianti che alla fine avevano 30 punti esattamente come persone di alta e nobile preparazione.
    Questo stranissimo carrozzone continuerà a funzionare a strappi e strattoni anche con i TFA, sospetto, se non si decidono a stabilire una routine DURATURA che stabilisca un iter regolare che permetta di non dover ripescare in certi momenti chi, come me, era rimasto volontariamente fuori dalla scuola e non obblighi magari a distanza di un anno a tenere fuori giovani scalpitanti che smaniano per entrare nella scuola. L’attuale corpo docenti è composto da persone che “si sono trovate in cattedra perché così è andata”, come me, e persone che hanno sempre voluto insegnare ma quando ci provavano era sempre il momento sbagliato. Oppure persone che ripiegano sulla scuola perché dopo dieci anni di assegni da miseria nel mondo della ricerca universitaria cominciano a pensare che sarebbe carino avere uno stipendio a fine mese, e quindi ci arrivano tardi (ma, ho scoperto, arrivare in cattedra dopo aver passato qualche anno a fare tutt’altro non fa di te un insegnante peggiore: dalla ricerca ho visto arrivare insegnanti davvero eccellenti; come pure persone che, sinceramente, se le paghi per NON insegnare fai un favore alla collettività).
    Insomma, l’età non è necessariamente un criterio valido, come l’esperienza, come la preparazione disciplinare, come (ahimé) l’entusiasmo per l’insegnamento, come i corsi di formazione didattica che spesso son fatti davvero male.
    Dunque quale sarebbe il criterio valido?
    Beh, magari tenere le stesse regole per qualche anno di fila potrebbe aiutare. Magari garantire un ricambio generazionale regolare aiuterebbe pure quello. Anche mettere un po’ di tabacco in quel che si fuma quando si stabiliscono le regole per il reclutamento potrebbe aiutare. Anche smettere di sperare che la gente sparisca in una nuvola di fumo solo per far piacere a chi ha la nuova Grandiosa Idea sul Reclutamento.
    Di sicuro, andare avanti a strappi e strattoni e ripensamenti NON è un criterio valido, e nemmeno tenere la gente in cattedra a lustri e decenni, in attesa del ruolo MA LAVORANDO.
    E anche fare un concorso ogni dieci anni, così ad occhio, non è un gran criterio.

  2. 'povna ha detto:

    Innanzi tutto grazie per il lungo intervento: la mia idea scrivendo era di dare una serie di accenni proprio per lasciare la possibilità di aggiungere voci e opinioni.
    Nello specifico, concordo moltissimo che uno stesso criterio debba avere una continuità e sul fatto che le occasioni di reclutamento devono essere ogni poco (nel mio post l’ho riassunto con “spesso”, e poi lo ribadisco con più argomenti nei commenti al post di Uqbal che ko linkato per questo – anche se non era chiaro, ora ho specificato meglio – in questo, se si vuole il modello del reclutamento pubblico di stato per me il modello resta la Francia).
    D’accordo anche – è un dato di fatto – che i concorsi ordinari dagli anni Ottanta siano stati quattro. Ma già qui bisognerebbe aggiungere che però se a quelli ordinari aggiungiamo tutti gli abilitanti il numero sale vertiginosamente (li studiai con ardore lo scorso anno) a una ventina. E qui abbiamo la prima questione dei metodi di reclutamento che cambiano. Perché parlando di concorsi abilitanti dobbiamo introdurre il concetto del doppio canale (quello per cui il concorsone non determinava tutti i futuri ruoli, perché un posto su due veniva dato a ruolo da chi, non abilitato ma già lavorante, era esentato dal fare il concorso ordinario, per farne uno abilitante che garantiva l’accesso da un altro canale – fermo restando la possibilità per quella stessa persona di fare anche l’ordinario).
    E qui iniziano i problemi. Perché io credo che, qualunque sistema di reclutamento si scelga, un altro criterio che dovremmo porre è quello di avere in esso fiducia, In altre parole: un sistema di reclutamento deve essere in grado di reclutare i più idonei. Una volta ammesso questo, tutti, supplenze o meno pregresse, si devono sottoporre allo stesso concorso – le supplenze daranno diritto poi a maggior punteggio in caso di idoneità).
    Qui c’è la prima cosa che però per me è essenziale: idoneità in ogni concorso pubblico (dalle poste alla vituperata università) a) non significa vincitore di posto; b) è e deve essere un concetto a scadenza; c) come detto prima, deve presupporre la mia fiducia nella capacità di selezionare bene (in altre parole: tu al concorso del 1990 eri idonea non perché eri rilassata, ma perché sei brava; e puntare tutto sulla scuola non significa essere in grado di fare quel lavoro, il famoso entusiasmo che non basta cui accennavi).
    A questo punto, e senza concorsi riservati di sorta, si fa una graduatoria, si selezionano tra gli idonei, e senza doppi e tripli canali i vincitori di posto, si tiene quella graduatorie per un certo tempo (in Francia sono 12 mesi appena). Allo scadere si fa una nuova selezione, la quale per definizione, come in ogni concorso pubblico, annulla la graduatoria precedente.
    Ovviamente con la Ssis questo non può avvenire perché si basa su un’ulteriore specificazione, e cioè la differenza tra abilitazione (permanente), idoneità (che nel meccanismo della Ssis con l’accesso controllato era automatica insieme alla prima), vincitori di posto.
    Ovviamente, aver mescolato da un lato in un’unica graduatoria Ssis, ex concorsoni prima del 1999 e tutti i doppio-canalisti ha creato un monstrum anche matematicamente difficilmente risolvibile, perché è come mettere insieme mele e pere.
    E se a questo aggiungi che la graduatoria del concorso del 1999 restava valida, la lista è pressoché infinita.
    Che si fa? Poiché, come tu dici, questa situazione l’ha creata uno Stato che non ha tenuto botta (sempre anni Ottanta) ai sindacati e ha creato illusioni e legittime aspirazioni, creando così un numero di abiitati ancora precari ai quali è stato detto o per contratto (Ssis) o per diritto acquisito (ex tutti quegli altri, giuridicamente nello stesso status di chi è entrato stando semplicemente in una lista che non è scaduta) che la loro idoneità non scade, o si chiude ogni possibilità di reclutamento più o meno fino all’estinzione dell’homa sapiens sapiens, oppure si creano possibilità con numeri molto ridotti (TFA), cercando di dare a chi si abiliterà speranze in tempistiche umane.
    Detto questo, lo ripeto, per me restano dei punti fermi:

    1) ci sono differenze concettuali tra vincitore di concorso, idoneo, abilitato, e sarebbe ora che gli insegnanti per primi se ne rendessero conto;
    2) le graduatorie di un concorso devono scadere, punto e basta (e chi ha perso, o era idoneo, ma troppo in basso nella lista, lo rifà);
    3) Se voglio avere un reclutamento che unisca insieme il concetto di idoneità (che è di per sé a tempo determinato) e quello di abilitazione (indeterminato), allora mi adopero per reclutare, e dunque abilitare un numero di persone di poco superiore a quello dei posti reali di cui ho bisogno (come in Francia);
    4) un reclutamento deve avvenire con scadenza regolare
    5) bisogna avere fiducia nel sistema di reclutamento (cioè: poste tutte le cause eccezionali, se si perde, bisogna smettere come atteggiamento mentale di incolpare sempre la Spectre).
    6) se c’è un concorso,è buona norma studiare secondo i criteri di quella che sarà la selezione proposta, e non disporsi subito, prima ancora di aver finito, a ricorrere al TAR

    Sono stata lunghissima, scusa!

  3. melchisedec ha detto:

    Un post corpulento, che mi spinge ad alcune considerazioni. Premesso che il mio ingresso a scuola è avvenuto tramite concorso, sebbene quasi contestualmente conseguissi le abilitazioni tramite concorso riservato, quindi mi si profilarono due strade(fine anni ’90), l’ultima delle quali permise a un gruppo consistente di docenti di avere la scuola sotto casa, mentre accedendo tramite concorso, pur essendo 67° in Sicilia, dovetti essere sbattuto nella provincia di TP, confesso apertamente che non ero a conoscenza dei TFA e che soltanto grazie a te e al blog Scuole invisibili(molto interessante!) mi sono fatto un minimo di idea. Detto ciò, sintetizzo intorno ai seguenti punti:
    a)Trovo ammissibili domande eccessivamente nozionistiche, purché queste aiutino a definire il pensiero, la poetica, la letterarietà di un autore, il suo messaggio e bla bla bla. Conoscere in dettaglio le vicende familiari di Mariù Pascoli e il rapporto morboso che Giovanni intrecciò con le sorelle spiega anche la longa manus di Mariù in alcune varianti dei testi del fratello, cosa che ha lo scopo di restituire agli stessi valore fondante sul piano formale e contenutistico. A parte la “disseminazione” delle sorelle nei testi di Pascoli. In un quiz stile TFA è assolutamente impossibile formulare adeguatamente una domanda che è insieme filologica, biografica, tematica.. Il quiz elimina il conflitto, mirando dritto alla “verità”.
    All’università(vecchio ordinamento, di cui mi glorio) le domandine alla Mike Bongiorno all’orale costituivano una sorta di pre-esame; soltanto dopo avere risposto, i professori erano disposti ad ascoltarti o meglio a prenderti in considerazione.

    2)” Potrebbe ricordare che tutta questa valanga di persone ha invaso le graduatorie degli abilitati Ssis (forzatamente, evidentemente più giovani), che avevano fatto due anni di specializzazione (con abilitazione, ed esame doppio, alla fine e all’ingresso), ai quali era stato detto che questo nuovo sistema avrebbe garantito l’accesso controllato all’insegnamento”. Ricordo che quella valanga di persone ha vissuto pure lei a sua volta l’invasione sissina. Fu reciproca la cosa. Persone preparate sia nell’uno che nell’altro canale.

    3)Selezionare serve. Sono d’accordo. Ma non a spese dei futuri insegnanti. Necessarie modalità lente, chirurgiche, ponderate, esperienziali.

  4. annikalorenzi ha detto:

    sulle graduatorie..ti quoto davvero tanto!…arrivano a scola persone…da rabbrividire!

  5. ildiariodimurasaki ha detto:

    Mi sembra che siamo d’accordo un po’ su tutto. Però vorrei specificare la questione idoneità / abilitazione.
    Ho superato l’esame del 1990, con un punteggio basso ma l’ho superato, e grazie a quel concorso (e senza un giorno o un’ora di insegnamento) sono entrata nelle graduatorie oggi ad esaurimento ma hanno cambiato nome tre volte come minimo. In quelle graduatorie ho serenamente dormito per una decina di anni, badando alla mia vita e facendo tutt’altro che insegnare, da ABILITATA. Non ho fatto confusione io, l’hanno fatta loro. Riempii un po’ di moduli, raccattai il mio bravo certificato di abilitazione e quello è. Io ero e sono rimasta per tutto questo tempo ABILITATA. Lo hanno detto loro, non io. Io sapevo una sega. E con quell’ABILITAZIONE molti anni dopo ho cominciato a scalare le graduatorie.
    Ma non solo: all’epoca c’era, per Lettere, un’abilitazione per le medie e tre alle superiori. Quando andai a fare lo scritto per italiano ai tecnici scoprii che non ero iscritta (probabilmente un disguido o qualcosa del genere). Così, naturalmente, tornai a casa senza fare alcun concorso. Qualche anno dopo LORO stabilirono che la mia abilitazione valeva anche per i tecnici e professionali, in base al sistema a canocchiale (lo chiamano loro così), e mi ritrovai senza colpo ferire ABILITATA anche per le superiori.
    Non sono gli insegnanti che fanno confusione tra idoneità o abilitazione. Se cpnfusione c’è, parte dalla legislazione.
    La quale, se fosse improntata a un minimo di criterio, renderebbe forse più rilassanti le giornate del TAR che non sarebbe obbligato a intervenire ogni volta.

  6. 'povna ha detto:

    Mel: E’ chiaro che il concorso è cambiabile, è possiamo anche decidere che non è la modalità adatta. Ciò non toglie che le liste debbano scadere; come alle poste, al comune, al-trove (nel pubblico, perdona il gioco di parole) e, insisto, persino all’Università!
    Per il resto, seguo i tuoi punti:

    1) Premesso che, come detto, non li sto difendendo a priori, ma mi sto semplicemente interrogando contro la modalità italica che partecipa ai concorsi già con i soldi pronti per il TAR (e contestualmente dico che non erano “impossibili”: se in una domanda a quiz t chiedono se Pascoli è stato influenzato dal rapporto familiare con la sorella e ti mettono sì, no, forse tu rispondi sì convinto, e poi eventualmente approfondisci dopo – la domanda posta così è sciocca, ma il quiz non è “impossibile”). Detto, questo, “le domandine alla Mike Bongiorno all’orale costituivano una sorta di pre-esame; soltanto dopo avere risposto, i professori erano disposti ad ascoltarti o meglio a prenderti in considerazione”:: ti cito perché secondo me sul primo punto la risposta la dai tu stesso. Il quiz è la prima prova di accesso al TFA, ne seguono altre in modalità più classica, esattamente come agli esami di vecchio ordinamento, quelli ai quali tu (come me) hai portato in un solo esame Dante, Petrarca, Boccaccio e Machiavelli ad apertura di libro…

    2): fu reciproca nei fatti, ma non nelle ragioni, per due motivi: a) perché (a parte gli errori di farle partire concomitanti al concorsone, e infatti non a caso quelle due graduatorie non furono mescolate, ma andarono a creare il doppio canale odierno) in quelle graduatorie Ssis andarono ad agire persone che avevano fatto il concorso nel 1984, portando in dotazione 12 punti all’anno. In altre parole, andando ad annullare il principio cardine su cui era costruita la Ssis, cioè l’accesso controllato. Poi, possiamo discutere se la Ssis fosse buona o no (io ho sentimenti contrastanti al riguardo, basati sulle esperienze diversissime delle persone che l’hanno fatta, non ho esperienza diretta). Ma è chiaro che se l’anzianità è il principale criterio di punteggio (lo ribadisco, 12 punti all’anno contro 22 una tantum per merito!) e le liste non scadono mai, è inutile parlare di nuovi reclutamenti, quale che siano i sistemi!; ed è altrettanto chiaro (date di nascita alla mano) chi invase cosa; b) perché le Ssis sono basate esplicitamente su un concetto diverso, che divide in maniera consapevole tra abilitazione, idoneità e vittoria (pur poi legandole nell’accesso controllato): nelle graduatorie Ssis invece ci sono finiti tutti, vecchi (che avevano avuto altre occasioni di entrare a scuola) e nuovi (Ssissini, che quando si sono laureati, anche in tempo, quello tenevano, per giovane età, come modo di accesso; ed è stato fatto loro valere come titolo di demerito il fatto che i loro genitori avevano trombato vent’anni dopo quelli delle ex graduatorie del doppio canale). Perché il punto secondo me è che se lo stato ti ha considerato idoneo nel 1984 non puoi infilare la strada del ruolo nel 2008 perché eri in una lista. Qualcuno, nel mezzo, ti dovrà risentire! A Hogwarts (cui si accede per un concorso abbastanza articolato, tre scritti, tre orali) ci sono pochissimi posti all’anno. Metti che siano, come il mio anno, 15. La graduatoria degli idonei ovviamente è più ampia, mettiamo 25 (selezionati su 500 circa concorrenti). Se entro dicembre qualcuno dei primi 15 va via, si pesca da lì. Poi scade. E ci sono anni in cui hanno idoneizzato 14 invece di 15, perché non ne trovavano di loro gusto. Che c’è di male. A Hogwarts c’è anche la possibilità di entrare al secondo anno, e alcuni la sfruttano, specie chi si è piazzato ma non è entrato il primo. Ma non è che attingi alla graduatoria dell’anno precedente: rifai il concorso, assumendo che chi è arrivato 16 l’anno prima, sui grandi numeri, ha ottime possibilità di rigiocarsela al concorso nuovo. E una statistica sui grandi numeri conferma la giustezza di quella impostazione.

    3) Assolutamente, e infatti io per due volte nel mio post ho detto che non condivido le domandine e la modalità (ho detto che, tutto premesso, non erano “impossibili”; il che è altra cosa – le tre domande citate, per esempio, che ho trovato sul giornale come esempio di assurudità, io le so rispettivamente una dalla quinta ginnasio, una dalla prima liceo e una dal primo anno di università, così, perché te le dicono, prima o poi). Ma diciamo che – se abbiamo liste che sono ancora in auge dal 1984 al 2012 (quella graduatoria lì è ancora la stessa), iniziare ad avere la prima parte (e poi: per bene, ogni anno, con numeri di posti credibili e fiducia, come diceva anche Murasaki) sarebbe già un pezzo avanti.

    Annika: sarò breve, vista la lunghezza dei miei altri commenti: vero???!!!

    Murasaki: hai ragione da vendere, la confusione parte dal manico ministeriale: ti ho risposto molto tardi questa notte e ho scritto veloce e poco chiaro. Ma quello che hai scritto mi permette di specificare meglio (poi taccio, giuro!).
    Quando dico “gli insegnanti per primi” non volevo dire che tu avessi fatto confusione, anzi!; pensavo soprattutto alla distinzione tra abilità/idoneità e vittoria di posto e, come spesso accade, pensavo a colleghi nostri (nel doppio senso, anche di materia: per esempio Fancazzista) che dicevano: “Io ho già vinto il concorso nel 1985 [quello bandito nel 1984 nd’p]! Lo Stato non ha nessun diritto di sottopormi di nuovo a un esame”. Il male è che lo stato la pensava esattamente come loro. Ed eccoci qui.
    E’ invece, e hai molta ragione, la coincidenza implicita che tu ricordavi tra idoneità e abilitazione ad avere generato molti dei casini di cui sopra. Una coincidenza voluta e teorizzata a monte, dalla legge, che poi non ha saputo creare un sistema adatto per governare tutto questo visto che si parla di persone (sia gli educatori futuri, ovviamente, ma anche gli educandi). Ecco, la mia polemica apparentemente a favore delle domande del TFA (ma in realtà nemmeno) è proprio per dire che non mi pare questo il punto. Se vogliamo protestare con lo stato per come governa la scuola, io sono in prima linea. Ma allora andiamo al punto, e parliamo di queste cose. Se no finisce che come al solito siamo [è un siamo generale, retorico, ovviamente, non parlo di me, te, o persone specifiche) tutti disposti a tacere una volta entrati in lista. E l’unico motivo della protesta si riduce al fatto che non stanno abilitando tutti, creando l’ennesimo tappone.

  7. ildiariodimurasaki ha detto:

    Non vedo proprio perché dovresti tacere, ‘povna. A casa tua, poi!
    Altra precisazione, che poi son due:
    1) risulta evidente assai che VOGLIONO abilitare tutti creando l’ennesimo tappone, e che così han sempre voluto fare. Che è poi uno dei rami principali del problema.
    2) Nei posti pubblici si entra PER CONCORSO, così dice la Costituzione (che, volendo, uno può pure cambiare, specie se sa cosa vuole e dove vuole andare a parare). La SSIS è stata dichiarata mooolto fortunosamente un concorso, più o meno, perché senza quella dichiarazione non aveva valore per l’immissione in ruolo. Idem per i corsi abilitanti dov’eri ammesso con un tot di giorni di servizio (che sono stati legione, come ricordavi tu nel primo commento, e qualche danno l’hanno pur prodotto anche loro, specie nei passaggi di ruolo).

  8. melchisedec ha detto:

    Riconoscere 12 punti per anno è iniquo rispetto al carico magro del “sissino”, magari un minimo di riconoscimento. 3 per anno, ad esempio.

  9. 'povna ha detto:

    Murasaki: Però in merito al punto 1) oggettivamente far passare a meno del 10% il test iniziale parrebbe andare nella direzione opposta (poi sappiamo tutte e due che il TAR deciderà altrimenti, appellandosi al famoso articolo del codice civile denominato “taralli e vino”, però, sulla carta…)
    E ovviamente hai ragione per il concetto legato al concorso rispetto alla Ssis, nel senso che c’era un concorso di ingresso alla scuola, ma l’uscita era legata all’accesso controllato. Il che fa pensare che l’accesso controllato stesso sia stato scelto non per sanare situazioni ma solo per pararsi da accusi di incostituzionalità. D’accordissimo poi sui concorsi abilitanti: come dicevo mi pare nella mia prima risposta, per riconoscere il lavoro precedente all’abilitazione bastava che poi fosse riconosciuto un punteggio maggiore – in maniera ponderata – agli anni di insegnamento, ma DOPO, non PRIMA E IN ALTERNATIVA, allo stesso concorso che TUTTI dovevano fare.

    Mel: sicuramente che l’anzianità sia l’unico fattore per fare carriera è simbolo efficace dello spirito italiano tutto, e anche di quella lista che nella scuola, unica in tutto il pubblico, mai scade… :-(

  10. ToWriteDown ha detto:

    Voce fuori dal coro (nel senso che non ho titoli nè esperienza per esprimermi sul “caso”, ma non posso esimermi…):
    Mi avete (i commenti sono ultra precisi e approfonditi!) fatto scoprire un mondo del tutto sconosciuto. Tra l’altro credo che il mondo genitori non conosca che il 5% di tutto ciò…

    • 'povna ha detto:

      Lo so, Grazia, cara, perché è difficile conoscerlo se nessuno ne parla mai. Ma, stai sicura, di questo mondo in maniera così specifica, ne sanno poco anche moltissimi insegnanti (che poi magari vanno in giro a dire che è colpa della Spectre), e spesso anche molti candidati al TFA. E invece la prima cosa sarebbe far sapere come funziona, perché la scuola è di tutti,e tutti ne dovremmo essere responsabili, proteggerla, farla cambiare.
      La mia idea per questo post era appunto anche quella di far conoscere una realtà sotto gli occhi di tutti ma paradossalmente poco nota a chi non è dentro. Se ci siamo riusciti, ne sono contenta.

  11. annikalorenzi ha detto:

    verissimo cara Povna…

    verissimo.

  12. melchisedec ha detto:

    Ho dimenticato due cose.
    Relativamente al concorso che non scade mai, credo sia una questione di diritto acquisito. Dal momento che, partecipando a un concorso, uno si abilita, come può l’abilitazione “scadere”? L’anomalia tutta italiana è che nel passato, ma forse anche nel presente, il conseguimento dell’abilitazione è sempre stato annodato al “posto” a scuola.
    Poi l’Avallone… Ma che titoli ha per parlare di scuola? Non posso più sentire inesperti parlare di scuola.

  13. vnnvvvn ha detto:

    Arrivo ora :-)
    Come ToWriteDown sono fuori dal circo ma se non ricordo male un anno fa, cavalcando colline toscane in compagnia tua e lanoisette parlavamo proprio di questo :-)
    Leggendo tutto quanto avete scritto mi sovviene una domanda.
    Non sarebbe meglio se nei ministeri (tutti) al di là delle vittorie politiche di turno si trovasse il sistema di garantire una continuità di operato?
    L’attuale sistema prevede che se io mi candido, per uno scherzo del destino vinco le elezioni e per un paradosso cosmico mi trovo alla guida di un ministero porterei avanti la mia idea convinta che sia migliore di chi mi ha preceduto, bruciando quanto di buono, ipoteticamente, era stato fatto dal mio predecessore…

  14. 'povna ha detto:

    Annika: eh, lo so… :-(

    Mel: sul primo punto, credo che la questione sia legata al nodo con l’idoneità, oltre che con la vittoria di posto. Anche per lavorare a tempo indeterminato in biblioteca c’è un concorso pubblico. E anche in quel caso ti assicuro che devi avere competenze pari (ovviamente di tipo diverso) a quelle di un’abilitazione. Però se sei idoneo ma sotto il numero di posti non vinci, e la volta dopo rifai il concorso. Con sottinteso che probabilmente, visto che di fatto sei stato idoneo già una volta, ci metterai molto meno a prepararti. Altra soluzione potrebbe essere, come tu accennavi, separare in maniera chiara il posto dall’abilitazione, considerando gli abilitati NON vincitori di posto, come ora, un serbatoio per le supplenze. Fermo restando però che a) allo scadere della graduatoria (cioè a bando di nuovo concorso) loro non abbiano proprio nessun concorso riservato, ma, appunto, dei punto in più (corrispondenti alle supplenze) al momento di stendere la nuova graduatoria. b) che questi concorsi siano selettivi davvero e si facciano spesso. Sull’Avallone non sono d’accordo, questa volta. Non parlo della sua abilità (risibile) come scrittrice. Ma ha il titolo di parlare di scuola di cittadina, informata, di uno Stato fondato sul lavoro e in cui esiste l’art. 34. Per me dice cose comunque condivisibili e giuste. E, come dicevo da Uqbal, ha il merito di comprendere che nella vita bisogna costruirsi dei dignitosi piani B, personalmente scelti, e non accodarsi, sperando nel TAR, alla lista, in attesa che scorra, gridando alla Spectre nel mezzo. Secondo me gli interventi di chi pensa alla scuola dall’esterno (che è sempre interno, perché la scuola è di tutti) sono linfa profonda, anche quando sono (e non è questo il caso, a mio avviso), ingenui, disinformati o poco condivisibili. Perché anche questi, paradossalmente, aiutano noi insegnanti a comprendere quanto siamo un corpo sociale avulso, spesso percepito come malato, fiacco, strano, incomprensibile, all’interno della società italiana.

    Viv: Sì, infatti come avrai notato ho ripreso parti di quella conversazione, in questo post. Sulla tua domanda, assolutamente sì, specie sull’educazione e l’istruzione, che bisognerebbe riformare non partendo dalla necessità di fare cassa (a vario titolo; io nell’Altro Mondo ci lavoro e so bene che Profumo non è riuscito ad abolire il baraccone del TFA, e che la stessa Gelmini lo aveva introdotto, cedendo alle pressioni della conferenza dei rettori di atenei sul lastrico che si erano visti sparire dalla casse i proventi delle Ssis). Il che però ci porta un passo indietro: dovremmo prima fare uno studio realistico sui metodi di reclutamento, approvarli come la legge elettorale, in maniera condivisa, e poi attuarlo. Può funzionare. In Francia funziona. Ma qui in Italia abbiamo il peggio della centralizzazione burocratica francese e di un malinteso (perchè quello vero è altra cosa) liberalismo che avrebbe dovuto (???) alimentare l’autonomia delle sedi. E poi c’è la Lista, cara. Ricordati che in Italia la Lista è ovunque. Lista e anzianità.

  15. vnnvvvn ha detto:

    Anzianità regna sovrana anche in alcuni posti privati, Lista poi da me sta facendo incazzare anche le puntine da disegno ma non è questo il posto e forse non esiste :-)

  16. vnnvvvn ha detto:

    Il posto esisterebbe e sarebbe l’universo parallelo dove lavoro ma per essere tale servirebbe coesione tra i dipendenti cosa assolutamente impossibile, c’è gente che si venderebbe per 20 €.
    Motivo per il quale ho rifiutato di fare da rappresentante sindacale

  17. rosenuovomondo ha detto:

    Discorso lungo, complesso e interessante. Avete già espresso il mio punto di vista. Meglio un concorso per insegnare, ma un concorso fatto bene… A me l’idea del tirocinio in classe non dispiaceva. Quanti docenti che non sono tagliati per questo lavoro si vedono!

  18. laGattaGennara ha detto:

    io ho vissuto di pareri contrastanti, esperienze diverse, sentite, fatte, immaginate. Tutti a urlare un diritto e a rivendicare un qualcosa che dall’alto ti davano come “il meglio”. Odio in nozionismo dei quiz preselettivi; non ne passerei uno, lo ammetto. Nel 2000 passai il concorso traducendo dal greco al latino senza passare dall’italiano (e molti di voi lo sanno sicuro), non passai quella prova, il resto sì perché stavo già insegnando, anche se da poco. Se fosse stato maggiore l’insegnamento alle spalle, avrei aggiunto quegli 0,25 che mi separarono dalla sufficienza in greco. Primo corollario: l’esperienza è importante, bene venga il sistema TFA o Siss che prevede il tirocinio. Poi, spaventata da non so più cosa, tentai la Siss. Quei quiz mi sembrarono impossibili. Non perchè lo fossero davvero, ma perché lontani dal mio modus operandi, tutto basato sulle competenze. Devo insegnare? misurami cosa so fare, le conoscenze o le ho già o verranno. Conosco ottimi insegnanti che non sono la quintessenza dell’uomo coltissimo e viceversa uomini molti dotti che ringrazio perché sono dislocati in qualche ufficio e io riesco a lavorare ancora e solo per questo. Vivevano girati di schiena alla lavagna a scrivere belle cose sanscrite coi pupi a tirargli addosso il cancellino, giuro.
    Altro: quando ho vinto il concorso non ho ottenuto subito il ruolo. Un po’ per il mio punteggio mediocre, certo. Un po’ perché una marea di partecipanti che superarono solo la A043 (e quindi in automatico anche la A050, cazzatona perché NON è la stessa cosa) entrarono di ruolo e l’anno dopo chiesero il passaggio interno sulla A051 usando abilitazioni pregresse (le famose “riservate” a mio parere proprio le peggiori, quelle date a cani e porci). Se una prova concorsuale però ti boccia su quella materia che valore ha quella precedente? E io rimasi lì, con l’unico punteggio alto che avevo, ad aspettare per sei anni.
    Ultima disordinata considerazione: noi siamo qui a immaginare quale sistema sia meglio per la sopravvivenza dell’aspetto più importante (insieme alla sanità) di uno stato. Chi li organizza fa soldi; il TFA, la SSIS costano. Troppo a mio parere, considerato che, se devo credere a chi me ne ha parlato, i professori che ci insegnano dentro sono gli stessi dell’università e ci fanno le stesse cose.
    In quanto alle graduatorie ad esaurimento (che si chiamavano permanenti, ‘pova, senti la portata ideologica di questo cambio di nome!) non vorrei aprire la questione dei corsi Forcom e della compravendita di punti.
    disordinatamente vostra, GG

    • laGattaGennara ha detto:

      p.s. resta il fatto che alla notizia dei test TFA non passati ho avuto la tua stessa reazione iniziale. Di poco stupore. E che una selezione ci DEVE essere. Anche tosta. Solo che non ho fiducia delle mani e delle teste che la devono pensare.

  19. 'povna ha detto:

    Viv: l’Italia è l’Italia, purtroppo, anche fuori dalla scuola…

    Rose: io penso che la capacità di insegnare sia fondamentale, e debba essere fondamentalmente unita anche alla conoscenza. Non esiste l’una senza l’altra e l’altra senza l’una, come l’uovo e la gallina, ed entrambe debbano far parte di quel talento, o essere portati cui accenni anche tu e di cui parlammo qua sopra qualche mese fa. Bene il tirocinio prima, sicuramente. Ma bene anche il sistema svizzero o francese, con le ispezioni tirocinanti, diciamo così. Per cui il concorso, prima, valuta la conoscenza. E le ispezioni, molte, a sorpresa e interagenti con l’insegnanti (nel senso che l’ispettore viene, vede, e poi ti dà consigli), valuta la capacità di insegnare, dopo. E non tutti coloro che passano il concorso vengono confermati dopo l’anno di prova.

    GG: In ordine sparso, ché le considerazioni che sollevi sono tantissime. Provo ad andare per punti.
    1) Assolutamente d’accordo sul fatto che per insegnare si deve essere portati, e che non bastano le conoscenze per farlo (alcuni miei compagni di Hogwarts, bravissimi ricercatori e del tutto inadatti come docenti di secondaria, non passarono il concorsone – questo per spezzare una lancia a favore della fiducia. Sui grandi, ma anche medi numeri, io ho visto il concorsone funzionare, e funzionare bene, e per questo con il correttivo delle graduatorie che scadono, ovvio, e di anni di prova che siano davvero tali, secondo me potrebbe andare – anche perché i due correttivi di cui sopra garantirebbero di farlo spesso, come si deve). Però, come dicevo a Rose, essere portati non basta, bisogna avere le conoscenze, e averle chiare. Come con l’uovo e la gallina. Chi arriva a insegnare ci arriva dopo un percorso di studi che deve avere introiettato e fatto proprio, nel nome della conoscenza. Per questo non sono del tutto d’accordo sul tuo: “misurami cosa so fare, le conoscenze o le ho già o verranno”. Le conoscenze le devo avere già, non possono venire dopo (altra cosa è come le organizzo, le espando, le amplio, le coltivo, ovvio!) e qualcuno a nome dello Stato è tenuto a trovare un modo per selezionare chi abbia insieme e l’uovo e la gallina (e gli altri a casa, grazie. Stiamo parlando come tu dici della spina dorsale di un paese, gli insegnanti devono essere la punta di diamante della società).
    2) Io credo che un insegnante debba, e per principio, avere fiducia nel sistema di valutazione e selezione. Per vari motivi: perché crediamo nella scuola pubblica (e dunque dobbiamo avere fiducia nel sistema che ci ha formato, altrimenti stiamo svalutando la strada che ci ha portato lì), perché è quello che facciamo ogni giorno con i nostri alunni, perché fa parte di un processo di formazione. Con questo non sto dicendo, ovvio, che tutti i sistemi per selezionare siano stati buoni. O che non si debba pensare per bene a quale sia il più adatto. Sto dicendo però che andare ai concorsi col TAR in mano non mi appartiene, e che, di più, credo che non dovrebbe appartenere a nessun futuro insegnante. Di più ancora: che chi va col TAR in mano mi pare già un futuro insegnante terrorizzato anche e solo dai ricorsi. A casa, grazie. (quest’ultima è – quasi – solo una boutade).
    3) Essere insegnanti significa anche formare gli alunni a vari tipi di prove (e non parlo solo di compiti in classe) nella vita vera. Benissimo. Proprio per questo io non sto dicendo che condivido i quiz, ma che non erano “impossibili”. E, siccome che la modalità era a quiz si sapeva da tempo, è inutile andare a fare la lamentazione ex post. Preparati, sui quiz. Se hai studiato e hai le conoscenze con uno studio di una settimana su un riassunto quelle conoscenze si riattiveranno, e tra quello che sai, quello che hai ripassato e quello che lo studio ti ha riattivato col ragionamento lo passi a piene mani. Io ho fatto la preselezione per preside. Se si va a vedere i miei commenti dopo, ho scritto “spero di non passarlo perché il merito paga”. Perché sapevo che sarebbe bastato avere il tempo di studiare non la vita, ma due settimane, che io non avevo avuto. I quiz erano scioccarelli, l’ho scritto. Ma chi si è preparato bene (vedi Palmy) l’ha passato. Ergo:
    4) Credo si possa mantenere la lucidità di giudizio su un sistema di reclutamento a prescindere da a) se ti recluta o meno; b) dalla tua stessa capacità di uniformarti a esso. Di più: credo che un insegnante debba essere in grado di misurarsi con un sistema di reclutamento sciocco, specie se, come in questo caso (e come spesso, va detto), arrivano poi altre prove che permettono di mettere in luce la propria nobiltà.
    5) Assolutamente d’accordo sui concorsi riservati, specie se in contemporanea agli ordinari, e l’ho scritto. Come dicevano anche Murasaki e Mel, sono stati legione e hanno fatto parecchi danni (a prescindere poi dalle persone in gamba che sicuramente sono passate grazie a loro, sia chiaro, qui non si giudica nel merito delle persone, ma del sistema – è del tutto ovvio avvalersi di possibilità che lo Stato ti mette a disposizione. La questione è a) mantenere lucidità di giudizio; b) essere bravi per davvero). E sono contenta che, grazie al sistema, tu che sei brava abbia potuto scorrere la graduatoria e entrare in ruolo. Però secondo me resta il fatto che una graduatoria che scorre sei anni non è più una graduatoria, è una lista. In salsa italiana. E resto convinta del fatto che se il sistema fosse stato diverso, più agile e univoco, tu sicuramente avresti aspettato meno, o niente quasi.
    6) Non mi ripeto sulla speculazione TFA da parte delle università (né sui master, di cui ho parlato a testo) che lo devo aver già detto nella risposta a qualcuno più sopra!
    Grazie anche a te, carissima. E approfitto per tirarti un abbraccio anche qui!

    • laGattaGennara ha detto:

      ‘povna, spiego subito cosa intendo per “conoscenze” che verranno con un esempio pratico. Non ho mai studiato né al liceo né all’Università che so, Gadda? Però Gadda mi piace, lo amo, voglio insegnarlo. Appurato che ho competenze letterarie dignitose, insegnerò Gadda (da “autodidatta”). Se non le hai, Gadda resta uno che ha scritto ics ipsilon e zeta, magari sai benissimo anche in che anno. Ma poi? Niente, io vedo troppi danni su italiano (e su latino poi c’è da aprire un vaso che perfino Pandora scapperebbe) fatti dal nozionismo. E questo esula dai quiz, lo so. E’ una forma mentis molto in voga, soprattutto sulla vecchia guardia, quella che non passò italiano al concorsone perché fecero il temino di conoscenze su Svevo e NON l’analisi del testo. Nella mia esperienza biografica ho visto una sola volta una prova di selezione che mi è apparsa completa e intelligente: le prove di accertamento linguistico del MAE del 2006 e precedenti. Io non potei farle allora, ma le ho usate per prepararmi a quelle di dicembre scorso, la buffonata Formez (ehm) con i quiz di grammatichina pure errati.

  20. bianconerogrigio ha detto:

    Per aggiungere alcune nozioni archeologiche dirò che fui fortunato partecipante dell’ultimo concorso megasuperuniversalgalattico del tipo tutti a Roma (quando dico tutti intendo proprio tutti, da tutta Italia). Primo inciso. scritto giugno 1974, orale febbraio 1984, Giorno prima appello e scelta dell’argomento della lezione da tenere il giorno dopo. Giorno dopo: esposizione della lezione e colloquio orale su tutto lo scibile umano. 140.000 iscritti solo per la mia classe di concorso, 1010 cattedre disponibili. Fui vincitore. Peccato che nel frattempo fossi già stato immesso in ruolo grazie ai famigerati primi corsi abilitanti. Follia nella follia dovetti lasciare la mia cattedra di ruolo come vincitore di corso abilitante (tanto di lettera di dimissione) per riprendermela seduta stante (cioè lì in provveditorato trenta secondi dopo la lettera di dimissione) come vincitore di concorso. Questa è storia.

  21. lanoisette ha detto:

    ‘povna, mi conosci e conosci la mia storia, dunque non mi dilungherò, solo un paio di cose.
    1) l’altro giorno ho veementemente dicusso con due colleghe che stavano per fare il test del TFA e lamentavano che fosse “troppo lungo e articolato” (test/scritto/orale). io ho risposto candidamente che per entrare alla SSIS dovetti superare bel più di tre passaggi:
    – doppio test a riposta multipla: uno di cultura generale, l’altro specifico sulle discipline di insegnamento. se li passi entrambi vai al secondo ste, paltrimenti sei già fuori.
    – tre scritti: saggio breve di italiano, saggio breve di storia, saggio breve di geografia.
    – versione di latino.
    esame finale con doppia tesina (disciplinare e sul tirocinio), esame scritto ed esame orale (il tutto da moltiplicare x 3 abilitazioni).
    NB: la mia incazzatura con le suddette colleghe era dovuta al fatto che sono più o meno mie coetanee, il che la dice abbastanza lunga su cosa abbiano fatto in questi 11 anni mentre io studiavo per prendermi la benedetta abilitazione.
    2) ti sei dimenticata l’orrore del riservatone DM85, partito nel 2006, con SSIS già attive da anni e ancora in vigore, praticamente destinato a coloro che erano stati bocciati al test SSIS. io, gli abilitati del DM85, se li incrocio a scuola, neppure li saluto.
    3) sempre sulla questione selezione/meritocrazia, ricordo che una delle prime decisioni della Moratti (anno domini 2004) fu quella di modificare l’assegnazione del punteggio di abilitazione nelle Graduatorie: per il punteggio massimo di abilitazione si passava da 36 punti a 12. il che significa che se prima l’abilitato più bestia doveva avere almeno 2 anni in più di esperienza per sorpassare il migliore, adesso gli sono sufficienti 5 mesi e 15 giorni. ricordo che io vidi il
    mio punteggio precipitare verticalmente.

    ultima cosa: l’abilitazione, la “carriera” di insegnante non è u ndiritto acquisito solo perché si ha una laurea e si desidera fare quel mestiere, come mi pare di poter leggere tra le righe di molti tra quelli che discettano di TFA e affini. va conquistato. col merito.
    sinceramente, se non avessi passato il test SSIS al primo colpo, non mi sarei stracciata le vesti e avrei cercato di fare – molto serenamente – qualcos’altro di utile nella vita.

  22. ellegio ha detto:

    Sinceramente, anche sul concorso ci sono parecchie riserve. Io l’ho fatto a tempo perso – avevo un altro lavoro – e con la testa altrove – era appena nata la prima figlia -. Per lo scritto non mi sono preparata affatto, la prova pratica era semplice e l’orale … Non mi ricordo nemmeno su cosa ho scritto e cosa mi hanno chiesto all’orale, guarda. Eppure ho vinto subito la cattedra. Ma quello che mi serviva per insegnare, a parte le competenze disciplinari (e per quelle, francamente, dovrebbe essere sufficiente la laurea) l’ho imparato facendo la SSIS – due anni di confronto continuo, in classe e fuori. So che la mia esperienza nella SSIS non è stata condivisa, nemmeno da altri con cui frequentavo gomito a gomito, ma, appunto, io ci ho messo del mio. Il fatto è che oltre un certo limite concorso, corsi abilitanti, SSIS, TFA sono contenitori vuoti, e a riempirli poi ci pensano le persone. Sui test di ammissione, non mi turba che ci sia una preselezione. Nello specifico, quelli di fisica sono tristissimi. Quelli che non l’hanno passato sono solo quelli che ci hanno provato tanto per: bene che non l’abbiano passato, direi, ma a parte questo direi che i test non selezionano altro. Dall’ammissione in poi c’è tutto da un mondo da costruire.
    (sconclusionata come al solito, eh?!)

    • lanoisette ha detto:

      posso cliccare “I like” sotto la prima parte del tuo commento?
      (ma anche su tutto il resto, eh)

    • laGattaGennara ha detto:

      le persone come unico valore. ricordo la guerra abilitati SSIS abilitati concorso. l’ho vissuta sulla mia pelle, mi avevano appena abilitato col concorso (come da costituzione), SSIS primo ciclo fu infilata contemporaneamente. Voi non appartenete senz’altro alla categoria di Sissine che al mercato del pesce con un’arroganza mai vista in ragazze anche molto giovani tu gettavano addosso di essere le uniche titolate al ruolo. Nella mia provincia erano quasi tutte così; una è famosa per dettare i suoi appunti della SSIS in classe. Da anni. Siamo noi, col nostro portato a fare la differenza, da qualsiasi strada si arrivi, su questo siamo d’accordo. Ma lo Stato non vuole noi, a volte penso che non voglia noi.

    • ildiariodimurasaki ha detto:

      Oh, la guerra tra Ordinaristi e Sissini, come non ricordarla? E i Sissini almeno avevano la scusante di essere giovani e inesperti… scene patetiche. E deprimenti. Oh, le riunioni dei precari dove ci spiegavano che noi eravamo meglio dei Sissini. e che con i Sissini non dovevamo parlare… Lo squallore all’infimo grado.
      E la stupidità, soprattutto, perché il MIUR per tre o quattro anni non fece entrare in ruolo proprio nessuno, e sembrava che l’unica che si era accorta di questo piccolo dettaglio fossi io.
      BAH.

  23. ildiariodimurasaki ha detto:

    Sarò più possibilista, allora: IMHO un sistema efficace di selezione non c’è – alcuni sono penalizzati dai quiz con le crocette, altri dai colloqui, altri ancora non sono penalizzatii da un bel niente ma poi in cattedra funzionano male per complesse questioni socio-cultural.caratteriali-psicologiche, altri funzionano solo per certi tipi di classe, altri funzionano benissimo con quasi tutti ma han problemi a passare esami di qualsiasi tipo, altri semplicemente hanno una sfiga mostruosa che li mette sempre davanti all’unica prova di quel tipo che non son buoni a superare. Un sistema vale l’altro perché nessuno è davvero garantito. Ho conosciuto persone che hanno VINTO il concorso del 1990, a cattedre quasi zero, e grazie al cielo han potuto fare la carriera universitaria e gente che è stata fermata allo scritto per le medie del mio concorso ed era in grado di insegnare in qualsiasi livello e ordine di scuola. Non esiste un sistema davvero garantito. PERO’, se mettiamo una continuità e un po’ di certezze, togliamo questo esaperante aspetto da perenne roulette russa che complica la vita a tutti e prima di tutto ai ragazzi che non hanno mai garanzie su chi avranno in cattedra. Il genitore citato qualche intervento fa, che non sa nulla di tutte queste storie, avrebbe il pieno diritto a non saperne nulla e quando scopre che suo figlio sta cambiando la quinta insegnante in un anno si incazza senza se e senza ma e ha ragione da vendere.
    Infine: è vero che l’insegnamento è un mestiere che, come tutti i mestieri del mondo, si impara e non solo facendolo, però non sempre nei corsi di formazione ti insegnano a farlo. Nei miei due anni di SSIS in Toscana ho raccattato ben poco in questo settore e ho visto gli insegnanti puntare sul nozionismo o, in alternativa, sui massimi sistemi, ma quasi mai su quello che la scuola concreta di tutti i giorni effettivamente è. Non credo che fosse per cattiveria, semplicemente non avrebbero saputo dove mettere le mani – prova ne sia che facevano delle lezioni di una noia mortale.

  24. 'povna ha detto:

    Grigio: intanto grazie per la testimonianza che ricorda come si siano resi possibili, con disfunzioni organizzative come quella che racconti, tante cose. (Mi vengono in mente, in ordine a piacere, Kafka, un sketch del 2008 di Lucianina Littizzetto e le 12 fatiche di Asterix). Però c’è una cosa bella tra quelle che racconti, l’idea della lezione (come alle idoneità da associato): da riprendere, chissà…

    Noise: anche io ti rispondo più brevemente perché se no mi viene davvero in mente che stiamo recitando la replica di quel dialogo in auto che ricordava Viv, e quindi sai che un po’ di cose anche se non le ripeto sono quelle. Sono d’accordissimo con te: per selezionare ci vogliono passaggi lunghi e meditati, e lamentarsi a) della loro esistenza, b) di come sono fatti preventivamente; secondo me non serve. Se mai, appunto, discutiamo sul fatto che il sistema cambia troppo spesso, che non si fa in tempo a capirne pregi e difetti e a metterlo a regime per lo stesso motivo, come diceva Murasaki. Ma per il resto, concordo: essere insegnanti significa, come già ho detto, sapersi destreggiare anche con sistemi di verifica che non sono i più congeniali. Poi sicuramente per ciascuno di noi ci sarà quello più adatto. Ma sui grandi numeri se si applica un sistema ben ponderato a lungo, senza eccezioni, e con reclutamenti regolari e costanti, sicuramente paga. Grazie per le info sul DM85, uno dei tanti concorsi abilitanti che fanno legione che hanno ‘drogato’ già drogatissime graduatorie.

    LGO: io credo che il problema sia davvero, come dice Murasaki, che si deve applicare UN SISTEMA SOLO (cosa che non è stata mai per il concorsone, perché appunto c’erano seicento doppi canali), A LUNGO, CON REGOLARITA’, ISPEZIONI E GRADUATORIE A SCADENZA. E poi ciascuno nei sistemi ci mette, come tu ricordi e sono d’accordissimo, il suo. Per esempio, la mia esperienza personale è opposta. Proprio oggi ho accompagnato la collega di Snape a fare l’esame TFA e ho incontrato persone che avevano fatto il concorsone ancora nella tua materia e in matematica e fisica e ne ricordavano la difficoltà estrema (tanto per dire – eppure le prove erano nazionali). Viceversa è un dato di fatto che alla Ssis di Lettere il primo anno nella mia regione passarono molte persone di mia conoscenza che NON avevano passato (e giustamente, aggiungo) lo scritto del concorsone. Il problema delle Ssis secondo me è che sono state gestite molto diversamente nei vari atenei. Conosco pochissima gente soddisfatta della Ssis nelle mie materie nella mia regione. Mentre tutti i miei conoscenti del nord concordano che sia stata per loro una esperienza molto o almeno sostanzialmente positiva. Su fisica dunque anche tu confermi, come Papà Razzo, che erano più che fattibili (poi tristi, siamo d’accordo, ma non “impossibili”). E il numero dei tanto per era altissimo. E, lo ripeto, non saranno necessari a insegnare. Ma certe cose si sanno e basta. E chiedere a un futuro insegnante di sapere il programma da liceo scientifico di matematica mi pare il minimo sindacale. (D’accordissimo, ed è questo il bello, sul mondo da costruire, ça va sans dire!).

    Murasaki: un po’ ti ho risposto qui e là citandoti nelle risposte precedenti. Concordo sul fatto che un sistema ideale non c’è. Riflessione prima di adottarne uno, ponderazione nel metterlo in pratica, intelligenza, mantenimento nel tempo, e frequenza e regolarità nella sua applicazione sono correttivi sui grandi numeri perché – come ricordavi all’inizio, se c’è un concorso ogni due anni al massimo posso tollerare la sfiga, perché posso ritentare presto. D’accordissimo sui corsi di formazione che spesso non servono (ma non apriamo la parentesi sui pedagogisti, se non per dire che le tanto vituperate non ammissioni sulla cattedra di filosofia dei TFA non erano affatto su filosofia, come si dice in giro, ma su quelli laureati nella A036, Scienze dell’educazione). Sulla Ssis, come dicevo, la mia impressione è che ci siano state esperienze diversissime tra loro, a seconda degli atenei. E anche questo, ovviamente, non va bene.

    GG1: Gadda sei in grado di spiegarlo perché hai una formazione e una educazione umanistica che ti sei coltivata nel tempo. Se no saremmo in grado di spiegare solo ciò su cui ci siamo laureati, non è questo il punto. E sei in grado di spiegarlo perché sei in grado di elaborare sotto forma di discorso critico, culturale, didattico una serie di concetti, idee, riflessioni, cose che hai ricevuto in primis anche sotto forma di nozioni, secondo me. Il tema su Svevo (specifico che io feci Petrarca, non sono di parte) come tu ben specifichi, non era un temino di conoscenza, ma era appunto un’analisi di un ben determinato passo della Coscienza che si poteva fare anche senza ricordarsi il numero del capitolo, perché presentava questioni su sintomo, nevrosi, tic, idea di coscienza. Ci si poteva riversare mille, da Lavagetto a Debenedetti a Freud a Bergson, al confronto intertestuale. Tutte cose che vanno fatte scintillare e messe in crisi, ma che prima di tutto vanno in qualche modo sapute! Io invece ho avuto la fortuna di fare molte prove ben fatte, nella vita. E l’ancora più consolante pensiero di essere passata in quelle in cui pensavo di sapere e non in quelle in cui pensavo di avere fatto male. Ed è per questo che mi irrito – come ricordava Noise – con chi parte per i concorsi con la polemica in mano. Come ricorda LGO, siamo noi che se siamo bravi pieghiamo le cose, non le cose che piegano noi, io credo.

    GG2: Sul fatto che lo Stato non voglia noi io non sono d’accordo, come accennavo. Credo che ci siano stati troppi casini, molte incongruenze e troppe tutele del non-merito. Ma sicuramente, come è noto, mi disegnano ottimista, sempre stato. Il primo ciclo della Ssis finito in contemporanea al concorsone, lo ricordavo nel post, fu uno di quegli errori clamorosi nel reclutamento (non a caso – e qui mi riallaccio a Viv – in contemporanea con l’ennesimo cambio di governo, e alè). Però cerchiamo di metterci nei panni, non delle singole persone che tu hai incontrato (perché poi la vita la fanno le persone, belle brutte, che incontriamo), ma del principio: non hai potuto fare in concorsone perché i tuoi hanno trombato nel ’74 invece che nel ’73, fai la Ssis, ti abiliti, ti svalangano in graduatoria, con l’anzianità che vale 12xX, là dove X= n. di anni di servizio, gente i cui genitori hanno trombato nel ’52. (E già va a puttane l’accesso controllato). E in più ti dicono che i posti vanno, 1 su 2, a quelli del concorsone. A te non girerebbero i coglioni?! (Poi il problema fu che appunto il concorsone era appena finito, anche volendo non potevi far scadere la graduatoria prima di cominciare; ma è chiaro che nel migliore dei mondi possibili la trafila avrebbe dovuto essere: 1) concorsone (che annulla OGNI PRECEDENTE GRADUATORIA, chi ha già fatto supplenze avrà punti in più se lo passa); 2) immissione in ruolo su concorsone; 3) Entro 3 anni ANNULLAMENTO GRADUATORIA CONCORSONE e inizio immissione in ruolo Ssis. Purtroppo, si sa come andò. Per il resto mi associo al commento di Murasaki.

    Murasaki: hai detto meglio di me quello che io ho detto (come sempre) assai verbosamente. Comunque, ad accorgercene, se ti consola, eravamo in due!

  25. pensierini ha detto:

    Avete detto tutti un sacco di cose condivisibili. Metto il mio granellino di ricordo personale: ho partecipato appena laureata ai famigerati e giustamente selettivi concorsi ordinari, dei quali vinsi prima quello delle medie inferiori (provinciale) e, quando finì, l’anno dopo, anche quello (regionale) delle superiori, di modo che dovetti rinunciare al ruolo acquisito da appena un anno. Lamentazioni? anch’io! Ora quell’anno di ruolo alle medie inferiori vale solo come semplice preruolo e i vincitori di concorso riservato, entrati insieme a me, dovettero sostenere l’esame solo sul programma di scuola, proprio quello che da anni stavano insegnando! E inoltre, i corsi di perfezionamento ad indirizzo didattico valgono pochissimi punti, meno dei figli.

    • 'povna ha detto:

      Mi pare che anche la tua esperienza un caos e un malinteso garantismo che non tutela il merito. E una sostanziale buona opinione dei concorsi ordinari. (Chissà perché non ne dubitavo, cara!). Se apriamo il discorso sul punteggio per i figli (fino a 18 anni: vanno in discoteca e magari tornano alle 4, ma per salire nelle graduatorie interne valgono ancora, come no), apriamolo anche sui controlli su detti figli. Pane&Maionese quest’anno ha preteso il regalo per la figlia che si sposava. Figlia che risultava regolarmente come punteggio aggiuntivo della sua graduatoria.

    • lagaiaceliaca ha detto:

      sui punteggi dei figli dissento. abbiamo a lungo discusso con la povna su questo.
      per me è giusto che ci sia. e lo pensavo anche quando figli non ne avevo.
      la possibilità di far carriera per chi ha figli è ridotta. trovo giusto che ci sia una compensazione. in fondo sono pochi punti. meno di un anno di servizio per figlio. quello che uno “perde” a farli, i figli.

    • 'povna ha detto:

      Citami correttamente, suvvia! Come ho detto altre volte, io non dissento in assoluto, anzi. Quei poveretti dei figli, che non ci hanno chiesto di venire al mondo e sono vessati da adulti nevrotici che non li abbandonano dal primo alito di vita è evidente che debbano essere accuditi, anche dalla società e non solo dalla famiglia, e questo è uno dei modi per farlo nella società occidentale. Trovo però che: a) fino a 18 anni sia troppo; b) ci si dovrebbe interrogare su come siano organizzate le graduatorie di mobilità e avvicinamento e le graduatorie interne (un conto è un punteggio per essere vicino a casa, un conto è avere un sacco di punti per questo su una graduatoria interna, magari in una città lontana da casa e con un figlio di 16 anni che non vedo mai); c) nella scuola il punteggio dei figli è per entrambi i genitori, e mi pare sacrosanto; però forse ci si potrebbe chiedere se sia corretto che due genitori insegnanti lo usino entrambi tutti e due nello stesso anno all’interno della scuola; magari anche per dirsi di sì, che è giusto, ma una riflessione andrebbe fatta. Perché tu parli di possibilità di carriera ridotta, ma nel dire questo direi che dai per scontato che stai parlando di maternità (e ovviamente ti seguo, e penso che in Italia siamo lontani anni luce da tutto). E però vorrei davvero sapere perché un padre che fa 18 ore a scuola, e poi magari chiede anche l’autorizzazione a fare il doppio lavoro (con tutte le conseguenze del caso spesso sul piano didattico) poi deve avere anche il punteggio di accudimento figli nella sua scuola mentre nello stesso tempo la moglie, che quei figli se li puppa davvero, lo chiede nella sua; se vogliamo un welfare e una tutela del diritto genitoriale e di famiglia degni della Svezia, forse prima o poi bisognerà accettare di riflettere su tutto questo con punti di vista nuovi d) e su questo spero bene che non ci sia proprio da dire nulla, il fatto che non ci siano controlli da parte della scuola è indegno, e penso che un insegnante beccato a barare sul punteggio dei figli dovrebbe essere radiato a vita dalla professione che fa.
      Infine, in altri ambiti – e parlando di maternità, non di paternità – sono d’accordo (è talmente ovvio da essere tautologico!), ma nella scuola in particolare non mi pare proprio che la possibilità di far carriera sia legata all’avere o meno figli, e mi pare che – ben lungi dall’essere ridotta – sia appunto se mai facilitata (dal punteggio, così come dall’attitudine sociale a considerare pomeriggi e giorni liberi come tempo da usare per fare altro che pensare alla scuola – ma su questo ricordo che ne parlammo già altre volte qui su Slumberland, proprio a partire dal patto scellerato con il patronato ricordato da Pensierini in altro post).

  26. vnnvvvn ha detto:

    Giusto per sdrammatizzare un argomento serio e che, troppo superficialmente, viene condiviso solo se si è insegnanti e/o genitori di scolari.
    ma affidare le assunzione all’estrazione del lotto non sarebbe meglio? :-P

    • 'povna ha detto:

      Guarda, ti rispondo parafrasando le parole dell’Anziana di Ginevra a proposito dell’elezione di De Mita nel collegio di Nusco: ci sono certe cose per cui passerai sempre, anche con la tombola…

  27. laGattaGennara ha detto:

    comunque qui dentro circola aria buona. per una pessimista come me è proprio aria buona

  28. labiondaprof ha detto:

    Io conosco colleghi che hanno fallito uno/due concorsi ordinari e poi sono entrati in ruolo solo con il famigerato corso-concorso abilitante riservato. E poi sono quelli che magari tacciano i loro alunni di ignoranza, e io devo fare la faccia di pietra per non ridere loro in faccia, mentre me lo dicono, o devo mordermi la lingua per non dire “Eh, chi va con lo zoppo…” :-)

    • 'povna ha detto:

      Eccoti, Bionda, ti aspettavo. E ho presente molto bene quel che dici. Anche a me sconvolge quando sento colleghi lamentarsi degli errori degli studenti nello stesso giro di frase in cui inanellano sfondoni di congiuntivi…

  29. Pingback: Pubblico e privato | Slumberland

  30. Da laureata in lettere non insegnante, io ho avuto un’altra esperienza (anzi due) con i test. La seconda, è quella del test d’ingresso ad Economia e l’ho già raccontata altrove, la prima è più interessante.

    Concorso per addetto culturale d’ambasciata (Ministero degli Esteri); Economa già lavoratrice, ma con particolare voglia di ehm… perdere tempo (in realtà doveva far la spia per lavoro, ma è un’altra storia).
    30.000 laureati si presentano al test (quasi tutti in materie storiche, artistiche, letterarie). L’Economa, che non aveva studiato una beneamata, non passa per una domanda (aveva fatto l’errore del pivello, rispondere alle domande dubbie). In totale, al test, passano 220 persone. Su 30.000.
    Volete i miei commenti o ve li risparmio?

    • 'povna ha detto:

      No no, non ci risparmiare i commenti. Li attendiamo! (Sull’errore del pivello, dipende dai test: ce ne sono alcuni – per esempio quelli del TFA – in cui è meglio rispondere alle domande dubbie perché non tolgono punteggio; altre per le quali è invece meglio lasciare in bianco, perché tolgono un tanto a errore, ma non c’è una regola precisa e data nell’iper-uranio dei quiz).

    • Era uno di quei test in cui le domande errate tolgono punteggio. Mi permetti di risponderti chez moi stasera? E’un discorso lunghetto….

  31. 'povna ha detto:

    Economa: certo che sì – mi fa molto piacere che il discorso si ampli ulteriormente.

  32. uqbal ha detto:

    Scusate se intervengo solo ora…sono stato citato e non me ne sono neanche accorto!

    Sui quiz: “sapere” le nozioni è molto poco importante e sono millenni ormai che l’uomo usa libri e altri supporti per evitare di doversi ricordare tutto a memoria.

    Personalmente, non mi sono mai occupato del Lasca e ignoravo chi fosse (ohibò). Ho preso Wikipedia e ho scoperto che era tra i fondatori della Crusca e che ha scritto novelle e commedie. Ho preso Wikipedia: novellista, commediografo, cruscante. Devo fare una lezione su di lui? mi procuro i materiali (non più Wikipedia…), li affronto, preparo le lezioni: grazie alla mia laurea so fare un’analisi testuale, possiedo le coordinate storiche, conosco i più importanti autori dell’epoca, conosco tanto il genere della novella quanto quello della commedia. Ho tutte le carte per fare un OTTIMO lavoro: a cosa poteva servirmi avere in testa una vaga nozione mnemonica, necessariamente vacua e superficiale (visto che nessuno può sapere e aver letto tutto di tutti nella letteratura italiana)?

    Non solo: se decidiamo che c’è una batteria di nozioni definibili come “must”, stiamo creando un sistema conformista: devi sapere questo, questo e quest’altro, altrimenti non fai parte del club. Il famoso spirito critico può andare a remengo, e infatti nella scuola italiana non s’è visto mai, se non per l’ostinata tenacia di insegnanti bastian contrari.
    Il quiz servirà anche soltanto per una scrematura, ma visto che è il discrimine è sballato, rischia di scremare persone valide.

    Tempo fa un preside benemerito m’aveva detto che lui di Manzoni, Foscolo e Leopardi s’era rotto le scatole, e voleva fare una letteratura dell’800 diversa. Benissimo: abbiamo fatto Cattaneo, Tenca, Dall’Ongaro, Pitré, Massari e soprattutto Padula. Chi sono? Boh, alcuni di loro li ignoravo completamente prima di mettermici a lavorare: poi è venuto fuori che Padula è un autore fantastico per il brigantaggio, mi sono documentato ed è venuto fuori un bel lavoro. Avessi fatto dei quiz su questi autori PRIMA sarei durato 3 secondi netti prima di essere cacciato a pedate.

    Ovviamente il discorso qua si fa complesso: e allora come li valutiamo gli aspiranti insegnanti? Ecco, permettetemi di far notare un dettaglio: tutti, ma proprio tutti, avete discusso di SISS, concorsi, concorsi riservati, coorti, classi, ecc. ecc., ma a nessuno è venuto in mente che forse il problema è proprio la massificazione: possiamo discutere fino allo sfinimento di questi procedimenti, ma finché da una parte ci saranno decine di migliaia di candidati da gestire in blocco, NIENTE potrà essere davvero efficace.

    Il cahier de doléances che viene fuori da questi commenti è solido e nutrito (tutte o quasi le lamentele sono fondate), attraversa un arco temporale di 30-40 anni e vi hanno contribuito tutti i passati governi, ognuno a suo modo. Allora forse c’è una ragione se alla fine prevale sempre la casualità, la confusione o l’arbitrio: sono portati necessari di un sistema enorme che non può appuntarsi sui dettagli.

    Praticamente abbiamo fatto tutti ottime osservazioni da diversi punti di vista, ma una cosa ancora non l’abbiamo discussa: non abbiamo pensato a come mettere le singole scuole in condizioni di esprimere i propri bisogni e la propria opinione sugli insegnanti che devono andarci a lavorare. Concorso, SISS, TFA, tutto quello che vi pare, ma nessuno di questi sistemi offre la benché minima voce alla scuola in cui gli insegnanti devono andare a lavorare, mentre ci stiamo a preoccupare se sappiamo tutti quanto era morboso il rapporto tra Pascoli e le sorelle…vi pare normale?

  33. 'povna ha detto:

    Uqbal: innanzi tutto mi dispiace che non abbia funzionato l’informazione automatica dei link (nel senso che avevo messo il link al tuo post, che di solito agisce direttamente sui commenti informando l’autore della citazione): non volevo certo creare un dibattito in tua assenza, scusami! Sul resto, rispondo brevemente perché ne abbiamo già parlato da te. E in parte ho già detto qui. Gli esempi delle domande del TFA che io ho citato, perché oggetto di proteste, sono tre su 120 (sono di classi di concorso diverse). Come già scrivevo, se devi fare un concorso, e sai che la modalità è quella, secondo me un minimo lo apri un libro e per un Lasca che non sai o non ricordi scopri altre quattro domande che sai e – con quasi 1/3 di margini di errore, il gioco è fatto. Come dicevo, non ho parlato volutamente delle modalità del test, ma del fatto che non erano “impossibili”. Nessuno pensa che davvero l’esame della patente ti insegni a guidare (le guide pratiche sono troppo poche e certi quiz non ti serviranno mai) – ma nessuno va a fare l’esame della patente da novello e postmoderno Fenoglio con in una mano la penna e nell’altra il ricorso al TAR! Quello che voglio dire è che mi pare normale che se ci si appunta sull’una o sull’altra domanda ciascuno di noi ha i suoi pezzi forti e medi e deboli, ma che nessuna di queste erano fuori di testa, e che complessivamente gli insegnanti devono sapere delle cose di base, muovere conoscenze spicciole sulle quali costruiscono tutto il resto (la critica, la passione, l’approfondimento, l’entusiasmo, le idee, la ricerca per la didattica e quello che preferiamo). Sui grandi numeri, e con la possibilità di sbagliare circa 1/3 delle domande, quella prova non era *impossibile” (e a lettere e fisica ora aggiungo testimonianze variegate anche su matematica semplice e matematica e fisica, tanto per dire).
    Sulla questione della chiamata diretta delle scuole, io non l’ho chiamata in causa perché come sai non mi convince, ora, in questa Italia, con questo apparato amministrativo, questa organizzazione rappresentativa politica e sociale. Applicarlo ora mi pare un po’ come quando i radicali propongono il presidenzialismo all’americana (sistema che in sé, come tale, è neutro e buono come molti altri) senza considerare che tutti i sistemi elettorali sono figli di una storia. Ma, a parte questo, mentre leggevo e pensavo al tuo percorso (per me, mazziniana, splendido!) sul tuo Ottocento mi veniva in mente un convegno cui ho parlato lo scorso marzo, nel quale si discuteva appunto anche dei programmi ufficiali e che barba che noia i controlli di stato, e ogni scuola dovrebbe davvero avvalersi meglio del concetto di libertà di insegnamento. A quel convegno parlavano anche alcuni miei studenti, E le parole del mio Corto Maltese (che sicuramente non è persona scontata né che aspiri a esserlo), quando fu il suo turno, furono pesanti per tutti noi. In sostanza ci ricordava che la libertà di insegnamento è bella, ma che il canone quando esiste esiste fatto anche dalla storia della cultura, che è più alta dei singoli insegnanti hic et nunc. E che dunque a lui da un lato piaceva pensare a insegnanti e scuole che propongono agli alunni le loro intuizioni e progetto alternativi, ma nello stesso tempo voleva ricordare che – esattamente come la libertà di coscienza dei parlamentari limita la libertà di coscienza dei cittadini che li hanno votati e che dovrebbero rappresentare, la libertà di insegnamento degli insegnanti, se usata poco saggiamente, limita quella degli alunni, che rischiano di prendere le idiosincrasie dei loro propri, bravissimi insegnanti, e non – sulla base di un insegnamento basato anche su cose più canoniche – di potersene formare una personale. E mi sembra un’obiezione valida anche per questo discorso. Per capire perché un sistema a chiamata diretta nel pubblico in Inghilterra funziona basta guardare l’inaugurazione delle Olimpiadi, e cioè perché c’è una Britishness condivisa che garantisce quel canone a prescindere dai singoli. Da noi, davvero, proprio non so (non lo dico per boutade, non so davvero). Grazie moltissime per le tue osservazioni, e ancora scusa per il disguido dei link!

    Ho letto l’articolo dei Mille. Non mi convince troppo, devo dire. In assoluto perché credo che l’Università debba formare gli insegnanti (anche se in collaborazione con le scuole, ovviamente) e affidare alle scuole (a queste scuole, aggiungo, ma la mia obiezione è prima teorica e poi contingente) in esclusiva la formazione significa contribuire a scavare, invece che riempire, quel grande, inutile fossato tra scuola e università. Poi perché non mi piace il sistema dei prestiti di onore e basta. Ci vogliono borse, e tante, per chi merita. Poi anche un sistema di prestiti di onore (che è altra cosa). Pensare quasi solo a questi ultimi presuppone un principio di diritto allo studio che non è il mio. E poi, ancora, perché prendere un pezzo di sistema scolastico, cambiarlo coi condizionali e aggiungere “come in UK” di nuovo a mio avviso non tiene conto che anche un sistema scolastico, quasi come quello elettorale, è figlio del suo paese. Si deve cambiare, ma in modo organico, non con un patchwork un pezzo di qua e uno di là, che è poi quello che è stato fatto finora.

    • uqbal ha detto:

      Povna, su aspetti didattici concreti concordiamo molto, invece su questi argomenti vedo che abbiamo prospettive diverse. Riprendo un tuo passaggio:

      “Come già scrivevo, se devi fare un concorso, e sai che la modalità è quella, secondo me un minimo lo apri un libro e per un Lasca che non sai o non ricordi scopri altre quattro domande che sai e – con quasi 1/3 di margini di errore, il gioco è fatto”

      Eh no, il gioco è fatto per niente: devi saperle quelle altre quattro (e devi sperare che siano quattro di più degli altri), per cui alla fine diventa inevitabilmente una preparazione ossessionata dalle nozioni, tutte da dimenticare 5 min dopo l’esame. Si arriva al paradosso che per selezionare persone adatte alla didattica chiedi loro qualcosa di anti-didattico.
      In altre parole: non penso che il sistema dei quiz diventi buono se soltanto le domande non sono assurde, senza contare che per poter scremare ci vuole un margine di astrusità, ché la domanda su Pascoli, per dire, la sanno tutti. E’ un sistema sbagliato e basta che nasce soltanto dal fatto che c’erano 176.000 persone a presentarsi. Su come si sia arrivati a quei 176.000 se ne è discusso molto bene qua, e sono tutti motivi ignobili. La pezza a colore, i quiz, è della stessa levatura del processo che ha creato quei 176.000 candidati.
      Poi che tra i candidati ci fosse una bella quantità di chiagni e fotti ne sono sicuro…ma per un puro caso stavolta si lamentavano anche a buon diritto.

      “Il canone esiste”. La mia obiezione qui è molto basic: “Embè?”. Chi l’ha deciso, chi lo verifica? Il ministero? E quand’anche non lo seguissimo?
      Io mi immagino sempre i nostri studenti (non di noi due, insomma, m’hai capito) che si incontrano e si dicono: “Tu che hai letto a scuola?” “Io Manzoni, e tu?” “Io pure. Monaca di Monza?” “Eh già, monaca di Monza”.
      Mentre preferirei una cosa del tipo “Tu che hai letto a scuola? “Io Manzoni, e tu?” Ah, no io no. Io ho letto Tondelli” “Ah, non lo conosco, me ne parli?” “Certo, e tu mi parli di Manzoni?”.

      ‘Povna, sarò sincero: le risposte del tipo “in Italia non si può” mi piacciono poco. Con tutto che si appoggiano a dei reali elementi di realtà (l’Italia si presta, purtroppo), l’unica conclusione è l’immobilismo. Spoglia l’argomento della sua applicazione contingente, cosa rimane? Rimane che in Italia, che non regge sistemi sani ed efficaci ci dobbiamo affidare a procedure inefficienti ed improduttive, le quali però renderanno il Paese ancora più debole. E quando e come cambiamo?

      L’autore dell’articolo si dice che sia un docente bravissimo e competentissimo, facondo e profondo. Mi dicono anche che sia molto bello…

    • uqbal ha detto:

      Ah, aggiungo…se ti va, valle ad esprimere all’articolo alle critiche, che offrono il destro ad utili approfondimenti (soprattutto sulla parte accademia si/no)!

  34. 'povna ha detto:

    Uqbal: effettivamente sui metodi di selezione non concordiamo, ma questo è bene, perché credo che concordiamo liberalmente sull’idea del confronto metodologico senza verità rivelata, e dunque è positivo riflettere da altri punti di vista.
    Vado per punti:
    1) Sulle nozioni sì/nozioni no. Non sono d’accordo sul dimenticare dopo 5 minuti. Ogni nostro approccio critico è basato su conoscenza. Prepararsi per dei quiz (che, ripeto, finisco per difendere più di quanto non mi appartenga) non significa imparare tutto ex novo, ma riattivare conoscenze. Il Lasca, ma anche Teutoburgo e il Gattopardo sono esempi di cose che dovresti avere già incontrato nella tua formazione, non sono astruse. Servono a eliminare i chiagne e fotte o i tanto per. Che in questo caso, per l’annunciato costo, per la disillusione modello Avallone, per tanti motivi, erano tantissimi. Per me non si lamentavano a buon diritto, i chiagni e fotti. Né per lettere, né per matematica, fisica, ora ci aggiungo (dopo aver parlato con colleghi di quella materia) scienze. Quello che dicevo sui TFA, che dissi anche da te, è che non mi scandalizza in assoluto selezionare molto quando hai pagato ‘solo’ 100 euro e non 2000 e oltre; che secondo me le domande non erano “impossibili” (scemarelle, tristi, come dice LGO, perfettibili, e quant’altro, ok, ma non “impossibili”), che se si voleva protestare sulla modalità a quiz si doveva fare prima e non dopo, a TAR in mano, quando la selezione ha rivelato larghe sacche di ignoranza o quanto meno di non volontà di preparazione minima) e che – stante la situazione delle graduatorie ora – decidere di dare a chi farà il TFA la possibilità concreta di avere un posto di ruolo mi pare saggia, tutto qui. La soluzione altrimenti era ricordarsi che le graduatorie scadono, e annullarle tutte (come in altri paesi che si basano su concorso per assumere nel pubblico, questa, come ricordava Murasaki, è legge dello Stato). Ma ovviamente per una serie di ottime ragioni (vedi Ssis) e meno ottime (chi ha invaso le graduatorie Ssis da concorsi precedenti, i residui del concorsone – tutti malamente tutelati da un sindacato che non ha avuto poche colpe, in tutto questo, come dicemmo anche da te) non si poteva fare.
    2) Esiste una storia culturale – che può essere stata determinata da logiche di mercato, editoriali, di mecenatismi e signorie. Ma, quali che siano le ragioni, ha determinato per una serie di opere letterarie una importanza determinata da parametri di lettori, importanza stilistico-innovativa, etc. Può non piacerci, ma fa parte della storia (ché poi in questa discussione sembra che io sia un’allieva di Croce, cosa quanto mai lontana dalla mia formazione culturale e dalle mie scelte) della nostra cultura letteraria e artistica. Tondelli non lo capisci se non sai del Gruppo ’63, e il Gruppo ’63 non lo capisci se non sa l’ondata del romanzo neo-storico, di memoria da loro bollato come neo-Liale. E quel tipo di romanzo delle ‘Liale’ (cito, ma non condivido la definizione) non lo capisci se non sai il dibattito sul romanzo di tutti gli anni Cinquanta. Nel quale Manzoni viene citato sempre e ri-usato e reinterpretato. (E del resto non si può fare storia del romanzo in Italia, specie nel secondo Novecento, senza tenere presente che cosa ha significato il confronto – spesso malinteso – con Nievo e Manzoni). Questo intendeva (confusamente) Corto Maltese: dammi Tondelli (glielo ho dato, peraltro), ma dammi il diritto di decidere io che cosa penso di Manzoni, perché la storia della cultura del mio paese si è confrontata con lui in modo tale che non puoi essere tu a togliermelo. E devo dire che sono parole che mi tormentano criticamente dal giorno di quel convegno, e mi hanno portato a fare un bel po’ di discussioni (coi miei ragazzi dell’Onda) sull’argomento, di riflessioni (con colleghi sia di scuola sia di università) e di sguardi allo specchio (con me stessa), da allora.
    3) Io non ho detto in Italia non si può. Ho detto che ogni nazione ha una sua storia istituzionale e culturale che non può essere ignorata e che secondo me il modello liberale di selezione del lavoro non funzionerebbe in questo momento. Per come è stata la storia del sistema educativo del nostro paese io credo che un modello statale decentrato di reclutamento sia ancora il più adatto per una serie di motivi che sono anche politici e sociali. Quando poi davvero l’Italia bambina, per usare l’ottocentesca formula di Ferdinando Martini, sarà davvero educata, allora su un sistema sano potremmo pensare di vedere se si può evolvere in una direzione di liberalismo autentico più o meno puro. Ma per ora secondo me ne verrebbe fuori una chimera ibrida, l’ennesima ‘toppa’, come i TFA.
    4) “Ah, aggiungo…se ti va, valle ad esprimere all’articolo alle critiche, che offrono il destro ad utili approfondimenti (soprattutto sulla parte accademia si/no)!”: ???

    • uqbal ha detto:

      Sì, c’è stato qualche refuso per il punto 4)…intendevo dire…per il TFA e il suo passaggio alle scuole, senza componente accademica (cosa su cui non sei d’accordo), le critiche potresti andarle a scrivere in calce all’articolo, così poi il punto può essere approfondito.

      Per i quiz, cominciamo ad entrare in un loop: tu dici che le domande non erano astruse…quelle che tu citi come non astruse in effetti non lo erano, ma se fossero state tutte così, rischiavamo un 100% di punteggi massimi. Quindi le domande astruse ci DEVONO essere. Almeno, secondo di me che sono io.

      Sulla scadenza delle graduatorie peraltro sarei anche d’accordo. Se proprio non ce ne possiamo liberare e dobbiamo per forza fare i concorsi -che su scala ridotta non mi vedono nemmeno contrario-, allora facciamole a scadenza (anche se mi piacerebbe godere della gioia sottile di sapere che devo solo aspettare, e il mio giorno arriverà, e nel frattempo mi faccio i fatti miei).

      Per il canone: no, non mi convince. Sarò un libertario anarchico, ma i canoni a me sanno di contro-riforma, non c’è niente da fare. E sarò più estremo: è ben sì vero che la letteratura (insieme con tante altre cose) si presta ad essere analizzata diacronicamente e che esiste qualcosa come uno sviluppo storico. Ma non è vero, sempre secondo di me che sono io, che devi per forza risalire ab ovo per capire quel che stai leggendo. Per dire, a me piace molto quel che ho letto di Tondelli, ma il gruppo ’63 non me lo sono filato mai. Ma proprio mai. O, d’altra parte: quando leggerò Dostoevskij, mi leggerò Dostoevskij, non andrò certo a recuperare tutte le sue influenze e origini: qualcosa mi perderò, certo, ma (a) c’è un vincolo di fattibilità, (b) un’opera possiede anche una sua autonomia e possiedo certo le categorie per apprezzare un romanzo russo anche se di Russia e relativa letteratura so poco: perché ho competenze che vanno al di là della conoscenza della storia della letteratura, competenze che mi sono fatto per la maggior parte fuori dalla scuola, devo purtroppo dire.

  35. 'povna ha detto:

    Uqbal: non è un loop. Io dico che quelle domande non erano astruse e che per molte classi di concorso che sono state severamente criticate non lo erano (quest’ultima parte non la dico solo io, non ho la competenza per parlare delle scientifiche). E che – ciò nonostante – c’è stata una quantità di errori imbarazzante che si è strombazzata, nella percezione dei candidati (e questo è più normale) e a livello mediatico (l’articolo di Canfora è stato il culmine del parlare senza conoscere) come scandalo del sistema di selezione. Io dico che *a prescindere dalla discussione nel merito del sistema di selezione* (che non era oggetto primo del mio post) c’è un italico metodo al chiagni e fotti che questa storia dei TFA ha messo in evidenza una volta di più.
    Sul canone: un’opera letteraria ha in se stessa i presupposti per essere letta, goduta (elemento non secondario) e compresa. Ma anche questo fa parte del canone, non c’è mica solo la diacronia (il mio era un esempio tra i molti possibili, dico quello su Tondelli). Anche io ho competenze che mi sono fatta fuori dalla scuola e/o dall’Università e/o da Hogwarts, ma il metodo per farmi quelle competenze, quella curiosità, la capacità di considerare quelle opere sia per se stesse sia inserite in una rete (cioè come opere-bosco e opere-alberi, secondo lo splendido titolo di uno dei libri più importanti della biblioteconomia italiana) me le hanno date gli anni di formazione. Grazie al fatto che la maggior parte delle persone che hanno provato a formarmi non si è accontentata delle proprie idiosincrasie (attenzione, non ho detto che vi ha rinunciato tout court!) ma mi ha dato gli strumenti per poter formare le mie.

  36. ildiariodimurasaki ha detto:

    Il Canone è importante. Il Canone va saputo, e bene. Perché è sul Canone che i nostri (anzi, i vostri) alunni faranno l’esame, e all’esame devono arrivare preparati e in grado di sostenerlo bene e rendersi giustizia. Alle superiori gli insegnanti lavorano principalmente per mettere in grado di permettere ai loro alunni di affrontare bene l’esame – che è una cosa che non si fa SOLO lavorando sul canone, ma ANCHE lavorando sul Canone con criterio.
    Dico “i vostri alunni” perché i miei, alle medie, fanno un esame dove devono dimostrare di sapere parlare e scrivere in buon italiano, quindi le priorità di un insegnante di italiano alle medie sono molto diverse. Ma voi, alla fine del corso, avete un esame sul Canone. Poi che il Canone magari faccia schifo al cassonetto della raccolta indifferenziata, o che sia antiquato, fuori dal mondo etc. si può discutere, e volentieri – ma insomma mi sembra una questione che riguarda più gli insegnanti universitari, oppure noi come privati cittadini, che magari ci leggiamo Tondelli quanto ci pare e del gruppo ’63 ci interessiamo il giusto.

    • uqbal ha detto:

      IDdM…e tu pensi veramente che i prof. universitari di lett. italiana hanno il benché minimo titolo a stabilire un canone? Ma dai! Ognuno indicherebbe la sua bibliografia, primaria e secondaria e fine, laddove invece un canone vero è tale perché ha una sua forza intrinseca. Per dire: gli insegnanti inglesi hanno forse bisogno di un ministero che gli dica che Shakespeare bisogna farlo, a scuola? Ma nemmeno per sogno, perché s’impone da sè!
      Quel che dici sull’Esame di Stato è pure giusto. Chissà come mai, io lo eliminerei. E se potessi, se solo potessi, mi sa che me andrei serenamente alle medie, invece di fare il simulacro di un accademico (ché almeno al Liceo, spesso finisci a far questo, visto che ci sono Aspettative…) posso lavorare su una reale costruzione di competenze…anche perché poi il quisquibus è tutto qui: in realtà canone, quiz, la tradizione appartengono ad una scuola per conoscenze. Io sono totalmente a favore di una scuola per competenze, perché le conoscenze che posso trasmettere sono troppo poche e troppo facilmente obsolescenti perché servano a qualcosa.

  37. 'povna ha detto:

    Murasaki: come spesso in quest post, hai detto più sinteticamente quello che io ho lenzuolato, meno chiaramente, di parole. Per una formazione che prevede alla fine un esame di Stato (e a me piace che alla fine – parlo del metodo, di nuovo poi discutiamo nel merito come cambiarlo, magari – il canone serve. Anche, Insieme ad altre cose. Ma serve.
    (Sul Gruppo ’63 – uno dei miei idoli polemici ai tempi universitari: pare che il mio destino in questo post sia di difendere le mie non-passioni – ricordiamoci pur sempre di Manganelli, o di Furio Colombo, o di Sanguineti. Insomma, secondo me lo frequentiamo più di quanto consapevolmente non crediamo. E il Pinocchio di Manganelli, per esempio, in un bel libro del biennio delle superiori, è un ottimo esempio di un percorso che mescola idiosincrasia e canone con grande intelligenza, secondo me).

    Uqbal: per un attimo mi metto dall’altro lato di quel fossato che in Italia è così profondo, quello tra scuola superiore e università. Ci consideri davvero così poco aperti? Pensi davvero che i dibattiti sul canone si facciano solo all’interno dell’ambito della letteratura italiana e solo a livello nazionale? (Bloom, Frye, Bessière, giusto per dire studiosi che hanno influenzato i nostri recenti e italici dibattiti sul canone di buonissimo livello, non sono mica degli idioti attaccati esclusivamente ai loro diritti d’autore). L’Università ha anche il compito di sistematizzare, attraverso l’osservazione curiosa e acuta, quello che succede, non è che il canone si dà aristotelicamente come un ipse dixit. E persone come Ceserani, Francesco Orlando, Mario Lavagetto non direi che abbiano tracciato linee così provinciali e particulari. Anche se poi qui il discorso credo ci porterebbe, di passo in passo, molto altrove rispetto al post…
    Su conoscenze e competenze, secondo me la loro opposizione è un po’ un giochino linguistico. E, sempre secondo me, ovvio, torniamo all’uovo e alla gallina.

    • uqbal ha detto:

      Devo dire la verità, a me non piace molto l’accademia umanistica. Anzi mi piace proprio poco: magari sono influenzato dal mio particulare, ma mi ha lasciato un senso di separatezza dalla realtà, di astrazione e di spocchia intellettuale in cui persone interessanti ce n’erano pure, ma in numero abbastanza esiguo da sembrami eccezioni.
      Non sto peraltro dicendo che non ci siano critici e filologi valenti o anche valentissimi (non sono mica così sciocco o unilaterale); sto dicendo però che il buono del loro lavoro (in termini tanto di analisi quanto di sintesi) non coincide con la costruzione di un canone. Tizio scrive una meravigliosa monografia su Leopardi o su Verga? Bene, anzi ottimo, ma questo non vuol dire che l’uno o l’altro argomento siano canonizzabili, cioé santi.
      Anche perché una volta che hai un canone in testa, la tua creatività critica diminuisce clamorosamente: in un modo o nell’altro, se sai che il binario dev’essere quello, ti metti su un piano inclinato al termine del quale c’è il dogma. E non è strano che chi qui ha difeso il canone lo abbia fatto con immagini “verticali” (su-giù, sopra-sotto) che rimandano ad una gerarchia: il canone crea proprio questo.
      Io credo che sia una questione di forma mentis…senza rassicuranti mostri sacri non ci sappiamo stare, e invece ci farebbe bene. Io sono prontissimo a formare persone che sappiano dichiaratamente la storia della letteratura italiana in maniera anche molto parziale, ma che sappiano leggere un testo con piacere, curiosità, acribia, elasticità e profondità e anche con capacità di “relativizzazione storica” ( ad es., se vuoi apprezzare Leopardi devi saper leggere attraverso quegli aspetti della lingua ottocentesca che oggi ci possono sembrare strani o connotati negativamente e che finiscono per costituire un indebito diaframma).
      Se poi non sanno tutto dall’indovinello veronese a Saviano, amen, ci penseranno da soli a farsi le loro letture.

  38. ildiariodimurasaki ha detto:

    @ ‘povna
    bellissimo il verbo “lenzuolare”, lo adotto subito ^__^
    Il discorso di Corto, se l’ho capito bene, è molto valido: giocare al Pigmalione, per noi professori, è spesso una tentazione quasi irresistibile e si può sconfinare nel plagio, se l’influsso che si ha sugli allievi è molto forte. D’altra parte non è male che l’insegnante usi un po’ dell’ascendente che ha per mettere in contatto gli alunni con autori e tematiche che magari loro, lasciati a sé stessi, non avrebbero mai toccato nemmeno con una pertica – perché non sempre siamo inclini a scegliere tutto quel che può essere utile per noi, e in fondo a scuola si va per imparare, più o meno, o comunque per vedere un po’ di mondo al di fuori del nostro.

    @ Uqbal, per quel che dico io non ha importanza chi ha diritto a stabilire il canone, e nemmeno chi lo fa, il Canone è dato dalle indicazioni ministeriali e magari è sbagliato sin nelle barbe, ma su quello i ragazzi devono sapersi muovere ed è per prepararli su quello che vi pagano lo stipendio. Alle medie invece io posso farmi il canone letterario che mi pare ma non posso esimermi dall’insegnargli l’uso corretto del congiuntivo o di una subordinata finale (o di morire nel tentativo).
    Se volete rifare il Canone scolastico da capo a pié, per me va benissimo, ma finché le direttive ministeriali citano certi autori, su quelli dovete lavorare e insegnare ai ragazzi a lavorare. Resta poi un bel margine di autonomia che ognuno adopera come crede (alle medie alcuni lo adoperano per fare letteratura italiana, per esempio, ed è un’operazione perfettamente legittima e a volte la classe la gradisce molto e ne serba ottimi ricordi nel tempo a venire). E voi potete adoperarlo anche per smantellare il Canone, che può essere un lavoro molto utile :)

  39. 'povna ha detto:

    Uqbal: credo che una parte delle nostre posizioni diverse su questo dipenda dalla formazione che abbiamo scelto. Perché nella tua descrizione delle lettere moderne italiane io non riconosco niente della esperienza come studentessa, né di quella mia come docente, né di quella dei miei colleghi. C’è una parte di accademia italiana che è (ancora) questo, non lo nego. E, forse, in lettere classiche (che mi pare di avere capito essere la tua formazione) può essere in numero maggiore. Ma quella università che tu descrivi nell’esperienza mia e dei miei colleghi sul canone non ha proprio niente da dire (e non c’entra niente coi nomi di studiosi che ti ho fatto, italiani come stranieri). Per mia esperienza, mi hanno insegnato il canone in maniera critica, nella doppia accezione, e come tale – nella mia formazione di modernista e comparatista – ho imparato a smantellarlo senza troppi dogmi. Ma ringrazio di avere prima avuto una formazione che mi permettesse di conoscere Panuccio del Bagno e il CLPO, perché solo conoscendola bene ho saputo che volevo distaccarmene, e capire meglio il tipo di formazione culturale, istituzionale e individuale, a ogni livello, che sognavo. E questo non mi impedisce di leggere la fan-fiction con lo stesso gusto con cui leggo il Vat.Lat. 3793.
    Tu hai ragione nelle conseguenze: ci vuole molta scanzonatura, rispetto ai mostri sacri. Ma quella scanzonatura si ottiene anche attraverso un momento di sana noia in cui impari perché sei scanzonato (e ti assicuro che io posso essere molto scanzonata con Panuccio del Bagno – proprio perché l’ho studiato, e ho scelto di abbandonarlo sulla base della conoscenza, non della noia preventiva. Però io diffido molto anche dal dogma dell’anti-dogma, che rischia di diventare un dogma anche lui. (Ma anche qui, ne sono consapevole, apriamo capitoli che ci portano ancora più oltre rispetto al post!)

    Murasaki:Il suo discorso era proprio quello, e – in assoluto e detto da lui (che con lui a Pigmalione ci ho giocato, e parecchio – così come lui mi ha chiesto esplicitamente di giocarci altrettanto consapevolmente, per così dire) – mi ha scatenato una serie di domande molto belle cui non ho nemmeno iniziato a rispondere, o quasi…
    Sono d’accordo sulla seconda parte: esattamente come non sono d’accordo sulla libertà di coscienza dei parlamentari (il parallelo di Corto era geniale, e calzante!), penso che sia necessario avere una rete: lasca, che si evolve, complessa, ma rete. E secondo me lascia molto margine di autonomia, almeno in lettere moderne, anche per insegnare a smantellare quello che ci chiedono di insegnare. (Poi va da sé che ci sono zone maggiori o minori di autonoma, per esempio al Biennio, che è una di quelle, e che si potrebbero ampliare o diminuire, o riorganizzare). Ma tutti noi facciamo sempre riferimento, anche implicitamente a un canone, persino quando consultiamo lo stradario (la battuta non è mia, purtroppo). Quindi forse meglio esserne consapevoli, e parlarne. Almeno credo.

    • uqbal ha detto:

      ‘Povna, ci sono alcune cose che hanno avuto un’eco tale che è difficile girarci intorno: se fai un corso monografico sui cavalieri nella letteratura, è ben difficile tenere fuori Ariosto e Tasso, questo te lo concedo senz’altro, ma è una constatazione storica, non altro (come è “storia”, e quindi dato di fatto inaggirabile, che la letteratura italiana abbia voluto, cercato ed avuto autori esplicitamente dichiarati canonici, e offerti come modello di imitazione) . E mi sono guardato bene dal dire che a scuola, o all’università, sia necessario leggere soltanto quel che offre diletto: dico piuttosto che ogni professore dovrebbe essere libero di seguire i propri talenti e le proprie inclinazioni, una volta che sia stata riconosciuta la capacità del prof. di fare di queste qualcosa di didatticamente utile e fertile (e ogni prof. è diverso…). Come dire: sì, non riconosco alcun canone, ma non riconoscerei alcuna utilità alle lezioni di un professore che si proponesse di stare, chessò, 9 mesi sulle iscrizioni funerarie romane -che pure in sé sono molto interessanti.
      Una delle ragioni per cui la scuola italiana secondo me è così poco efficace, sta proprio nel fatto che, nell’ansia di propagare il canone, finisce per ragionare soltanto sulla letteratura, e molto poco sugli studenti, che infatti il canone lo imparano molto, ma molto male. Ma se il punto è dare a tutti cognizioni canoniche condivise, diventa accettabile anche l’imparaticcio, basta che sia ortodosso e ripetuto spesso. E a me si stringe il cuore vedere ragazzi che a 17 anni pensano che la letteratura sia quella sulle antologie, e basta…
      In ogni caso, sì, la mia formazione è classica, ma forse non è solo quello…forse allora è più una cosa di sede universitaria o di singoli professori incontrati.

  40. 'povna ha detto:

    Uqbal: Credo che la formazione classica – anche per esperienza diretta, se penso ai miei colleghi – cambi parecchio il giudizio sul canone (perché la storia di quei testi è diversa, ovviamente, e per una storia della cultura, ma non solo) e sul senso del canone (per parafrasare il solito Kermode), almeno in Italia. Ciò non toglie che si possa avere un altro approccio anche a partire dai testi classici (Bloom e Frye, ne sono – con il loro approccio rispettivamente classicità e grande codice – un esempio tanto ovvio quanto chiaro).
    Sul resto, l’imparaticcio e il manualistico non dipendono dal canone, io credo, ma da come si insegna. Ci può essere molto di imparaticcio senza canone, così come attenendovisi rigorosamente e in maniera pedissequa e stolta. Il centro non può essere da nessuna parte, in un processo di insegnamento/apprendimento/formazione, perché, è appunto un processo che vive di una serie di rapporti assoluti che oscillano tra la conoscenza e la passione idiosincratica (ma l’una non si sviluppa in maniera non soffocante senza l’altra) adattando, se vuoi, al rapporto insegnante-studente-testi (che vive di una serie di ulteriori esclusività dialoganti) la griglia lettore-testo-autore, come rapporti che sono portatori di ulteriori significati e conoscenza, di Iser. E lì il problema non è il canone, ma essere più o meno bravi – e su questo credo condividiamo. Tutti noi, anche se implicitamente, usiamo il canone, in qualche settore della nostra vita. E il canone cambia con il tempo, ovvio anche questo. Credo che la vera differenza sia che tu percepisci il canone come qualcosa di autoritario, polveroso, lontano dalla vita, deduttivo. Per me invece è più simile alla grammatica, che non è normativa, ma perennemente in evoluzione, creata dall’uso e dal basso. Ma che almeno nelle linee essenziali va conosciuta, per poter ragionare del suo essere induttiva. (Continuo ad allontanarmi dal tema iniziale del post, mi scuso con te e con tutti gli altri lettori! :-) ).

    • uqbal ha detto:

      Ecco, sì: nella mia esperienza il canone è prescrittivo, come le vecchie grammatiche (e lo è per il Ministero). Per dire: al classico Euripide ti viene tirato appresso in tutti i modi, ed è pure giusto, visto che non è meno grande di Shakespeare. Ma siccome non lo si studia per ragioni intrinseche, ma solo perché lo dice il ministero, una cosa come il Reso, che non è di Euripide, ha lo stigma del falso ed è citata per questo soltanto a pié di pagina, non se la fila nessuno: invece è una tragedia molto bella, ricca di spunti ed è l’unica (o quasi, forse) tragedia intera in nostro possesso non della triade classica, cosa che la rende preziosissima. E invece niente: non è Euripide, non ci interessa.
      Peraltro, e definisco meglio il mio pensiero, anzi, lo costruisco, non ti voglio nemmeno dire che non puoi stabilire delle priorità (per cui non mi sentirai affermare che Robison Crusoe e Calloandro Fedele pari sono, tipo), ma ogni docente dovrebbe avere le sue. Come dire: ad ogni prof. il suo canone (con i suoi snodi, le sue opere-foresta, opere-albero, opere area-picnic). Così puoi essere certa che sarà un canone problematico, vissuto e vivo. Se il canone deve essere lo stesso per tutti, allora non può non essere autoritario…Mi piace molto, in questo senso, un tuo passaggio: “Il centro non può essere da nessuna parte”, ma per capire questo -e viverlo- bisogna essere un po’ Giordano Bruno…in ispirito e in pratica…

  41. 'povna ha detto:

    Uqbal (brevemente, e poi chiudo davvero, perché questo non è più un dibattito, ma un ping pong, e se vuoi lo possiamo continuare in pvt): il canone del Ministero secondo me non è prescrittivo nel modo in cui si forma (tanto è vero che quello stesso canone è cambiato, e cambia – e non è proprio per niente lo stesso in tutte le scuole, ed è notevolmente contemperato da un programma che permette di variare molto, quasi fino a eliminare il canone ministeriale – con il risultato di privilegiare la libertà di coscienza, che potremmo chiamare anche narcisismo, dei singoli insegnanti, come ricordava Corto Maltese). Tanto per dirti, noi il Reso lo facemmo in quarto ginnasio (in traduzione) con una prof. ultra-centenaria che più canonica non si può (che ci fece il parallelo letterario quando facevamo Eneide e Iliade). Fu brava, era una bella idea. Però l’ho potuta capire meglio (o da un’altra prospettiva) solo quando abbiamo fatto, al triennio, più canonicamente la tragedia ed Euripide. E retrospettivamente ho recuperato anche quella singolare conoscenza di quando ero una quartina.
    Il canone è prescrittivo se lo vuoi vivere come tale. Se la legge morale dentro di me coincide con quella istituzionale della mia Costituzione (è una battuta a proposito di quanto scrivi su “si studia perché lo dice il Ministero) non è che o io o il Ministero siamo idioti. Anzi. Fuori di metafora, che al classico Euripide si studi perché lo dice il Ministero significa che molti insegnanti sono poco bravi, se questa è la motivazione. Non che il Ministero sia vessatorio. E tu stesso nel momento in cui dici che di fatto è giusto fare Euripide perché e pari a Shakespeare stai facendo implicito (ma nemmeno troppo) riferimento a un canone proprio mentre dici che non lo condividi. Se invece consideri il canone per quello che è (è uno strumento culturale, non una legge), il dibattito su di esso, lo prendi in prospettiva geografica ampia, resta appunto quello che è: il modo di definire (in maniera fluida e sperimentale) un qualcosa che avviene sempre nell’essere umano, un metodo. Come tale neutro (e non assoluto – per esempio c’è tutto un dibattito su quale sia il punto di vista dal quale si crea un canone). E dunque usabile – come tante altre cose!
    Senza canone (multicentrico, ma lo è per definizione, in realtà) non ci può essere la foresta (l’immagine biblioteconomica che usavo, e che è un piccolo classico, fa riferimento non a opere-bosco, ma a bosco (delle opere) e alberi (le opere, che formano il bosco) ed è appunto una grande lezione di punto di vista e relativismo culturale e di approccio applicata alla biblioteconomia!
    Taccio. La ‘povna si scusa per il lungo ping-pong OT (e, ripeto, se vuoi continuare, sei più che benvenuto in pvt: lapovna@gmail.com – volevo rilanciare io scrivendoti a mia volta, ma non ho trovato indirizzi mail con cui contattarti sul tuo blog).

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