Pubblico e privato

Lanciare sul proprio blog una discussione sul sistema del reclutamento scolastico a partire dagli esami dei TFA che si stanno svolgendo in questi giorni.
Essere molto grati (e – si licet – orgogliosissimi) di come è andata, per la ricchezza, la varietà, la partecipazione di tutti. E per come sia spiccata, sempre, la volontà di distinguere tra pubblico e privato.
Ritrovarsi, a qualche giorno di distanza, seduti con la collega di Snape, a onorare una promessa. E scoprire così, come se fosse niente, che una delle domande, in una classe di concorso, cui nessuno dei candidati è riuscito a dare una risposta riguarda, nero su bianco, la storia (recentissima) della propria famiglia.
La ‘povna è stata presa da una ridarella così forte che le dura ancora adesso. E trova solo la forza per sollevare, tra i singulti, il bicchiere allo sceneggiatore.

Informazioni su 'povna

La 'povna: corro da un mondo all'altro, di solito in treno. Temo Bianconiglio, ma non sono in ritardo. Rispetto lo sceneggiatore: di fronte a una buona trama, mi inchinerò sempre. Fermo posta: lapovna AT gmail.com
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19 risposte a Pubblico e privato

  1. melchisedec ha detto:

    Curioso. Non sveli altro?

  2. 'povna ha detto:

    Mel: purtroppo davvero più di così non posso (la privacy è già oltre modo a rischio così)…

  3. pensierini ha detto:

    Wow! Che famiglia interessante!

  4. Jessica ha detto:

    Ciao! davvero non ci dici altro?? Sul TFA, pensavo: ottimo il ‘prima forma poi seleziona’, ce ne parli ancora, come funziona in Francia? Una variante subito pronta potrebbe essere, secondo te, “dateci testi comuni su cui studiare, magari di critica e non nozionismo, ma comunque uguali per tutti (perchè non per tutti i libri di testo, universitari e non, i ‘Pesci Rossi’ hanno lo stesso rilievo)”?

  5. 'povna ha detto:

    Pens: sostituirei “interessante” con “pesante”, giuro (e mica per niente, me ne sono andata! ;-) )

    Jessica: come dicevo a Mel, già così mi pare davvero al limite, non posso proprio, di più. Sul TFA, vado per punti. Parto dal fondo, però.
    2) Libri comuni. Premetto che parlo per le mie materie, perché su quelle ,mi muovo a mio agio e ne so. Se qualcuno di altre materie, vuole dare il suo contributo, come al solito qui è benvenuto. Per le umanistiche, tutte, non funzionerebbe. Perché un libro vuol dire anche interpretazione delle conoscenze, io direi un po’ sempre, ma da noi ancora di più. Ed è vitale che sia così. Perché sapere e essere formati significa appunto anche saper mettere a confronto prospettive e punti di vista, e capire quanto un oggetto di studio possa essere sfaccettato a seconda di come lo si guarda. Ed è proprio per questo che le tanto vituperate nozioni – che, sia chiaro di nuovo, io non difendo, e non penso facciano da sole un insegnante – da qualche parte ci devono essere. Cioè devono essere la base ovvia e scontata, costruita nel tempo, del mio pensiero critico, in modo che poi sia con quello che mi diverto a smuovere le coordinate di conoscenza, idee, originalità, quello che vuoi. Io non posso essere originale rispetto alla regola se non so quale è la regola. Ecco, le nozioni di base sono quell’alfabeto che deve essere scontato. Non posso non sapere fare nemmeno le tabelline a mente perché “tanto ho la calcolatrice”, perché poi quando devo impostare conti ben più complessi, non ho la forma mentale necessaria a farlo. I testi delle cose che si devono sapere (pensa alle grammatiche elementari) sono di fatto tutti uguali, ed è giusto. Ma un testo di critica non può che essere diverso da un altro, perché se no non sarebbe di critica. Per selezionare al TFA le domande dei test sono la prima fase di un processo che dura altre prove, più di critica. In quelle domande, al di là delle cose urlate dai giornali (che troppo sostengono la protesta a ogni costo), c’erano le tabelline, e poco più. Cose che, ripeto, a me sono state dette non a Hogwarts, ma alla scuola superiore o ai primissimi anni di università. Cose facili, che si devono sapere. E non perché non sapendole non sei un bravo insegnante. Ma perché un insegnante a) è anche una persona di cultura, e molte di quelle cose, a quel punto della formazione, le sa; b) perché deve essere in grado di rendersi conto di come prepararsi per un test (si sapeva che la modalità era questa – e siccome appunto le domande non erano astruse come si è scritto – bastava leggersi un ripasso per riattivare le conoscenze); c) perché una volta fatte queste prime due cose a quelle dubbie ci arrivavi per esclusione ragionata (la critica); d) se ne avanzano alcune che non sai la soglia per passare era 42 su 60, avevi 18 punti di margine di errore (non pochissimo, o no?!)
    2) Il sistema francese è un sistema basato sull’idea che qualunque lavoratore del pubblico è un funzionario dello Stato, dunque lo Stato investe moltissimo nella sua formazione, prima, e selezione poi. Per questo ci sono le cosiddette Grandes Ecoles, le Scuole Normali che affiancano l’Università, alle quali si entra per concorso e nelle quali, a patto di rispettare una serie di obblighi didattici (di media e di velocità di percorso) si è spesati di tutto, formati dallo Stato. In ogni caso, una volta presa la laurea sia i Normaliens sia i laureati statati si sottopongono ai grandi esami di abilitazione per ‘le Medie’ (Capes) e per i Licei e Università (Agrégation). Sono programmi ampi, per i quali si studia spesso un anno, e i cui argomenti generali vengono resi noti (visto che sono quelli che si studiano). Ci sono molte conoscenze che noi chiameremmo nozioni e molte cose di riflessione. Agrég e Capes hanno cadenza annuale e vengono banditi per un numero di posti variabile (a seconda delle disponibilità) e sono molto, molto selettivi. C’è una graduatoria, che scorre e si sceglie. Chi viene assunto diventa però funzionario dello Stato francese. E’ tenuto a non licenziarsi per un numero X di anni – questo gli ex-Normaliens – e non può andare a insegnare nell’università di provenienza (nel caso di Agrég, che seleziona sia Liceo che Università come ti dicevo, perché la Francia mantiene uno scivolo molto più fluido tra università e scuola superiore). L’anno dopo, graduatorie annullate e si ricomincia. A patto di avere uno Stato molto forte, funziona. Scusa la lunghezza, ma era un po’ complesso da spiegare in poche parole!

    • Jessica ha detto:

      Grazie, in effetti un quadro complesso ma che da valore al ruolo che gli insegnanti di fatto hanno nelle società, anche quando non lo si voglia riconoscere… Per il test del TFA, resto nel dubbio… mi vengono in mente quegli studenti universitari che non sapevano tradurre ma riuscivano ad impararsi a memoria libri interi di Livio o Omero… i bravi professori, al liceo o all’università, chiedevano sempre di tradurre qualcosa ex novo per capire chi conosceva la lingua e chi solo le parole o le regole… Capisco la complessità di organizzare una cosa ben fatta su grandi numeri di partecipanti, ma chi chiedo cosa viene sacrificato sull’altare della praticità della selezione…

    • 'povna ha detto:

      Qualcuno sulla selezione viene sacrificato sempre, ma (come ricordava giustamente Murasaki nel post precedente) se un sistema viene applicato con costanza e a scadenze regolari sui grandi numeri le ingiustizie diminuiscono in progressione geometrica. Sul ‘a memoria’, ribadisco: i test sono la prima prova di una selezione più ampia. Puoi anche impararti a memoria Omero, ma se non sai tradurre non è che impari in due mesi e dopo aver passato la selezione della prima fase TFA, sarai selezionato (in negativo) alla fase successiva. Qui parliamo di domande molto facili, di quasi un terzo (18 su 60) di possibilità di errore. Il problema non è che si seleziona chi sa solo a memoria (che, lo ripeto, avrà altre fasi per mettere alla prova competenze critiche, cioè, nelle tue parole, per essere interrogato a prima vista), il problema è che una larga percentuale di gente che vuole abilitarsi per insegnare storia alle medie non solo non sa chi sia Varo, ma sostiene anche che (vedi chiusa del mio post) aspettarsi che si sappia sia vergognoso. Suvvia…

    • Jessica ha detto:

      Hai ragione anche secondo me nell’idea generale, però certe domande continuo a trovarle inutili e altre mal formulate… almeno, la formulazione dovrebbe essere rigosa come la domanda che ci si aspetta! Sulla selezione successiva, data la strage iniziale e la possibilità di posti vuoti nel corso, qualcuno parla di ‘condono’. Spero di no, mi sembrerebbe preferibile allora un condono sul ‘quiz’. Mi tengo aggiornata anche seguendoti, grazie di tutto! Un bacio, J.

  6. ildiariodimurasaki ha detto:

    Mi piace il fatto che paghi lo Stato. perché, per come vedo le cose, la formazione la deve epagare il datore di lavoro, che così fa ben attenzione a quel che paga. Quando la paga il lavoratore, la possibilità di una fregatura è troppo forte, specie in Italia, perché l’unico a cui interesserebbe controllare (il lavoratore( è quello che non può nabdare a casa nessuno.
    Il problema delle SSIS di fatto era quello: nessuno ti impediva di organizzare un bon corso, SE VOLEVI, Ma se non volevi, facevi il tuo comodo e versavi due anni di vasche di acqua tiepida ai discenti

  7. 'povna ha detto:

    Murasaki: lo Stato paga solo per i vincitori di concorso nelle Grandes Ecoles (ma questo succede anche in Italia), gli iscritti alle Università statali pagano le tasse, con il tradizionale sistema della progressività. Però c’è da dire che le Grandes Ecoles sono molte di più che da noi (dove di fatto sono due) e che quindi c’è una fascia di diritto allo studio per merito molto più ampia. Anche a me piace molto questa concezione del datore di lavoro, della quale mi piace anche il corollario: se poi vinci, non puoi andartene per x anni, perché ho investito come Stato (cioè come tutti), nella tua formazione, e dunque almeno un po’ di lavoro in cambio me lo offri. Sì, la questione delle Ssis dall’esterno avevo intuito che sia stata quella: lasciata alla buona volontà (o senso etico) degli atenei. Con risultati assai difformi in tutta Italia.

  8. ildiariodimurasaki ha detto:

    Sì, appunto, in Francia le Grandes Ecoles sono di più.
    Anch’io ho fatto la SSIS gratis (anzi, con una piccola borsetta di studio) per questioni di reddito. Che era giusto.
    Un po’ meno giusto che non ci fossero borse di studio per i meritevoli. O che gli sfigati meritevoli (come me, che avevo una media intorno al trenta) non fossero ulteriormente incentivati.
    Di fatto, com’era il mio libretto non interessò nessuno del Comitato Diritto allo Studio – il che, a parte tutto, mi impermalì non poco :)

  9. 'povna ha detto:

    Jessica: prima di tutto premetto che, davvero, sembra che voglia difendere i test più di quanto non solo non sia vero, ma anche mi appartenga. Però resta il fatto che le domande a risposta chiusa – lo dico da insegnante che su questo ci ha lavorato – contrariamente a quanto spesso si pensi, non sono domande che ti fanno scegliere “la cosa più giusta”, ma “quella che non è sbagliata” attraverso un processo di esclusione. Le domande del TFA, con alcune eccezioni, vistose ma molto, molto ridotte nel numero e che non avrebbero compromesso l’ammissione di nessuna novella Montessori, non facevano eccezione alla regola. Dunque non ha nessun senso protestare dopo, solo perché un sacco di gente le ha provate tanto per, considerando, come accennavo nel post precedente, studiare il programma da liceo di matematica per il test di matematica una follia. Si poteva protestare prima. Ma non lo si è fatto perché si pensava che ci sarebbe stato il solito buonismo italiano. Non c’è stato e allora scandalo. Non va bene. (Quando ho fatto la pre-selezione da Preside giravano, sia in rete, sia in persona il giorno dell’esame le persone dei sindacati che ti davano i moduli del ricorso preventivo: ma ti rendi conto?! Grazie a te per avere alimentato la discussione con i tuoi punti di vista!

    Murasaki: in questo c’è stato sicuramente un peggioramento. A me le tasse le ha pagate Hogwarts comunque, ma quando io mi sono iscritta all’università il primo anno avevo lo sconto totale per merito perché diplomata col massimo dei voti (e c’era una progressione di sconto per merito dal 60 al 50). E poi anche gli anni successivi la media del 30 ti garantiva un cospicuo sconto sulle tassazioni, se poi in corso, ancora di più. Ora di tutto questo non è rimasto traccia. E poi ci si domanda perché anche i ragazzi delle superiori sono meno attenti al voto del diploma.

  10. annikalorenzi ha detto:

    una domanda sulla tua famiglia?

  11. 'povna ha detto:

    Annika: già, vicina, attualissima, recente. Come dire vis à vis. Alla faccia della distinzione tra pubblico e privato…

  12. ho seguito con interesse la discussione sul sistema francese e confermo, chi esce dalle Grandes Ecoles doveva un tempo dieci anni allo Stato. Non so se il lasso di tempo sia cambiato, so che nel settore tecnico scientifico le Aziende che decidevano d’assumere qualcuno che doveva ancora portare a compimento il suo “fermo obbligatorio” potevano farlo versando allo Stato un contributo corrispondente agli anni restanti, così in qualche modo veniva preservato l’investimento fatto dallo Stato sulle persone.
    Coincidenza grandiosa, nevvero? (accidenti, chapeau per la celebrità :) )

    • 'povna ha detto:

      Grazie, mia cara, delle aggiunte e delle informazioni in più. Mi pare di ricordare – correggimi se sbaglio – che sulla questione del lasso di tempo ci sia in qualche modo un dibattito permanente (quanto tempo, etc), ma non sulla sostanza della scelta, che mi pare etica in senso originario e bello. E che proprio per questo nulla ha a che vedere con i nostri presunti ‘prestiti d’onore’. Io Stato investo nella formazione dei miei cittadini meritevoli. In cambio non voglio soldi indietro, voglio essere ripagato con il lavoro per cui ti ho formato, nobilitando nel processo me Stato (cioè: tutti), te cittadino e il lavoro medesimo. Un processo, aggiungo tristemente, che ben si adatterebbe a una Repubblica “fondata sul lavoro”.
      (Celebrità di quelle di nicchia, direi; quelle da molte ore nello studio e poche sotto i riflettori… ;-) )

    • si, è vero, c’è dibattito perché a molte aziende rompe pagare fior d’anni allo stato, però il concetto alla base è così lineare e limpido, l’investimento fruttuoso dello Stato nella creazione di competenze, che qui in Italia se ne sente tanto la mancanza.
      (A noi piacciono tanto le celebrità di nicchia, molto più di quelle glitterate :) )

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