Sindrome da primo banco

Negli ultimi sei giorni, la ‘povna ha affrontato, nell’ordine:
– la chiusura di un progetto scolastico, decisivo e importante, la cui stesura in teoria le competeva solo marginalmente (più o meno per il 3%), e che invece si è ritrovata a fare per metà abbondante, insieme al collega Hal 9000;
– sosta obbligata dal parrucchiere, per il semestrale taglio dei capelli (e contestuale acquisto dei regali di natale per ben dieci suoi colleghi);
– la firma di un contratto di proprietà per una casa – un altro tassello della causa – con relativa ospitata di Mr. Mifflin e pomeriggio da notaio, avvocato, bolli, sigilli;
– festeggiamento, di rito, insieme all’Anziana di Ginevra e Mr. Mifflin, di questo stesso lieto evento;
– una riunione con la preside Barbie, in quello stesso giorno, a proposito della commissione di autovalutazione, ormai imminente;
– gestione della partecipazione alle feste della scuola del prossimo martedì della colleganza varia;
– comparsata al compleanno di un amico, al solito bar, venerdì sera, per non farsi mancar nulla;
– correzione di un numero imprecisato di temi, analisi del testo, e di verifiche (e preventiva preparazione un po’ di tutto);
– preparazione (ancora in corso) del suo paper per un convegno dell’altro mondo (la settimana prossima);
– coordinamento dei partecipanti al panel, di cui è responsabile, in cui è inserito quello stesso paper;
– giuggiolamento in mailing list del suo proprio consiglio di classe che coordina (quello delle Giovani Marmotte), perché martedì si facciano trovare pronti;
– organizzazione del suo viaggio (per il convegno) nella città rossa, dal quale tornerà sabato mattina direttamente in aula (partenza il martedì precedente, sempre a ore di buio, si capisce – in mezzo un discreto numero di scuola, feste, consigli di classe, conferenze, fondazioni di associazioni, tre mazzi di chiavi di casa, in tre città diverse, un paio di reunion, qualche festa e piscina a più bracciate);
– gestione del progetto sull’Expo, cui partecipa con le Giovani Marmotte, per conto anche della Compaesana;
– chiacchierata telefonica con la mamma di Orlando (Merry Men), in margine alla sua crisi esistenziale (un’altra volta), e brain storming in diretta su possibili, efficaci, soluzioni;
– la piscina quotidiana (non c’è bisogno di dirlo);
– la lettura di un congruo numero di pagine di Trollope (circa trecento e spiccioli);
– la resistenza, indomita, combattuta a colpi di aerosol e cortisone, in parti uguali e ampie, a una infreddatura stagionale devastante (che le ha regalato punte di temperatura a 39 e passa, nel mezzo della notte).

Proprio per questo, quando oggi è andata ad aprire Argo, il programma on-line che gestisce gli scrutini, sapeva, con il senso colpevole di chi alle scadenze, per sua colpa, ci è arrivata lunga, che, a compilare il form, doveva essere restata buona ultima. Ingenua ‘povna, che non aveva valutato attentamente la sua sindrome da prima della classe: a parte i voti di Voglio-la-mamma, il tabellone, destinato a diventare, tra 48 ore scarse, una futura e temutissima pagella, inanella solo, materia per materia, una sequenza sconcertante di caselle vuote.

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Sciopero generale

Nel silenzio

Oggi è sciopero generale.
Nella strada non passa nessuno.
Solo una radiolina dall’altra parte del muro.
Da qualche giorno deve abitarci qualcuno.
Mi chiedo che ne sarà della produzione.
La primavera tarda alquando a prodursi.
Hanno spento in anticipo il termosifone.
Si sono accorti ch’è inutile il servizio postale.
Non è un gran male il ritardo delle funzioni normali.
E’ d’obbligo che qualche ingranaggio non ingrani.
Anche i morti si son messi in agitazione.
Anch’essi fanno parte del silenzio totale.
Tu stai sotto una lapide. Risvegliarti non vale
perché sei sempre desta. Anche oggi ch’è sonno
universale.
(Eugenio Montale, Satura II)

Perché ci sono delle volte in cui è giusto combattere, anche se non ti piacciono (tutti) i compagni di battaglia.
Perché ci cose che si possono cambiare solo mettendoci la faccia.
Perché un giorno non ci si debba chiedere “ma io dove ero?”.
Perché poi, un giorno, altri ti diranno dove erano, e tu scuoterai la testa, sapendo che lo hai fatto anche per loro (e lo sapevi già).
Semplicemente, perché sì.

[Ovviamente, (anche) per il venerdì del libro].

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Apple (ma anche un po’ pear) sauce

Nelle abitudini alimentari della ‘povna si infilano sempre, stagionali, alcune costanti. Se l’estate è ossessione di pomodori (che lei mangia cotidie, a pranzo e cena, a merenda e persino a colazione, se capita), in inverno ciò che non può mai mancare alla sua tavola sono, banalmente, delle mele. Che alla ‘povna piacciono in ogni forma: di torta, per esempio (e infatti nel tempo si è specializzata in torte tradizionali, tatin, apple pie; sfoglie di; strudel; frittelle – e chi più ne ha più ne metta); in alcune preparazioni salate (per esempio: in vellutata con la zucca). Ma anche e soprattutto così come sono – in natura e in purezza: una al giorno, come dice il detto; da mangiare a morsi (rigorosamente con il torsolo – come le insegnò un’amica scout il suo primo giorno a Hogwarts, da matricola) e soprattutto renette. Il suo spacciatore di fiducia già lo sa, e si premunisce per ogni autunno-inverno, ché, cascasse il mondo, ogni settimana grosso modo la ‘povna arriva, con bella scadenza: saluta, sorride, e compra dieci mele.
Va da sé dunque che ogni novità per poter consumare l’amato frutto è sempre benvenuta dalle sue parti. Ed è così che la apple sauce ha fatto capolino, quest’anno per la prima volta. La ricetta di base (come molte di ispirazione americana, specie se vuole andare sul sicuro) l’ha presa dall’Araba; e poi l’ha un po’ variata a sua esigenza. E siccome è una cosa semplice, e buonissima, e si presta pure a tante preparazioni, salate e dolci, natalizie, la ‘povna la riporta anche qui (con le sue integrazioni possibili). E, già che c’è, partecipa pure, in questo modo, al Giveaway per i cinque anni del blog di cucina più intelligente della rete.

Si prendono dunque due mele grandi (ovviamente renette), e se si vuole anche una pera (per lei abate, non troppo dolce), ché rende la salsa più delicata e vellutata. Si tagliano a cubetti, si mettono in un pentolino con spezie a piacere (per la ‘povna: un tocco di ginger e cannella in abbondanza), e se si vuole un po’ di zucchero (la ‘povna non vuole, le piacciono in purezza). Si immergono a filo nell’acqua, e si fanno andare per una mezz’oretta, coperte fino al bollore e poi scoperchiate e a fuoco minimo. Quando i cubetti sono già pronti a disfarsi, si levano dal fuoco, eventualmente si filtrano dal liquido in eccesso, si mettono al minipimer e si passano. Tutto qui? Tutto qui, ma il risultato è buonissimo.
La salsa così ottenuta è sposa perfetta dei pancakes della domenica, per esempio, o come accompagnamento di una torta. Ma anche si può usare per aumentare la quota fluida di una torta veg e morbida; oppure (togliendo la pera, e affiancando una granny smith a una renetta) è un accompagnamento perfetto per arrosti, e, in genere, preparazioni in agro.

Copy of Madain Saleh Feb 2013 084

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A buon rendere

L’Onda se ne è andata due anni fa, lasciando dietro di sé una scia di amore e basta, così come la consapevolezza di un’eterna appartenenza. E anche una ‘povna, come si sa un pochino sempre orfana, a ballare il ritmo guascone e cuor contento dei suoi bravi Merry Men. I quali uomini del bosco, dal canto loro, sono cresciuti fin da piccini a pane e Onda. Un po’ perché quel loro secondo anno (il primo con la ‘povna) li vide spettatori di un’autopsia folle e anche costante; un po’ perché dell’Onda, con loro, la ‘povna parla da sempre; un po’ perché rimane, a unirli, la presenza della Pesciolina e di Piccolo Giovanni (che vengono da Castagnone, come Corto e Calvin). Un po’ per questo, un po’ per quello, insomma: fatto sta che è un dato di fatto. I Merry Men hanno sempre percepito l’Onda come i cugini grandi, e gli ex dell’Onda hanno sempre guardato quei pazzi furiosi degli uomini del bosco come esempio di qualcuno che, rispetto alla ‘povna, grosso modo è come loro.
Nei fatti, a parte qualche racconto (o alla seconda vista) questo nel corso degli anni ha significato quasi niente: qualche toc toc alla porta, che ritaglia minuti alle sue ore, in classe; e poco più. Per lo meno fino a quest’anno. Quando, nell’ultima visita di Calvin, i Merry Men hanno tirato in ballo richieste di consigli per la quinta. Il capitano dell’Onda, si sa, quando si tratta di guidare si butta in prima persona, sempre; e anche questa volta non si è sottratto. Ed è così che, ai margini della sesta ora, a campana suonata, mentre uscivano di classe, parlando insieme – Soldino, la Pesciolina, la ‘povna e appunto Calvin – un’idea pazza ha preso piede.
“Calvin, pensavo, ma se voi quattro che siete andati all’università…”.
“Ho capito tutto, prof., non dica altro”.
Anche Soldino intuisce:
“Lo faresti?”.
“Certo che sì, tu non conosci Calvin” – esclama la Pesciolina con orgoglio – “ed è capace di convincere anche Corto”.
“Ci proviamo?” – fa la ‘povna.
“Certo che sì” – (unisono).
E il gran progetto ha preso piede. Si tratta niente meno di questo: a fianco degli open day tradizionali (che lasciano il tempo che trovano, e sono vissuti dalle università, la ‘povna lo sa, come dei grandi shopping centre), per due mattine, verranno a scuola i ragazzi dell’Onda. Tra loro, quelli che hanno continuato gli studi sono quattro: Calvin (Urbanistica), Corto (Agraria), Peter Pan (Ingegneria) e Gianni (Architettura). E di questa scelta, di entusiasmi e difficoltà, di come sta andando, parleranno a cuore aperto, pronti a rispondere a domande e richieste di consigli, direttamente ai Merry Men.
“Che gran favore che mi fareste, Calvin”.
Lui la squadra con gli occhi acuti:
“Le pare, prof. si chiama a buon rendere”.
Nel frattempo la ‘povna sente Corto (che si lascia convincere con una certa grazia), lo sceneggiatore le fa incontrare Peter Pan, che si dichiara pronto. (“A Gianni ci penso io” – fa Calvin). E il progetto, piano, piano, si disegna.
Così oggi – alla vigilia di dieci giorni che saranno solo un conto alla rovescia, e un po’ da urlo – la ‘povna scarica la posta e trova questa:

Cara prof,
ho letto la mail e, sì, condivido pienamente l’idea di incontrarsi a Gennaio, i ragazzi saranno più liberi e noi abbiamo la pausa quindi credo sia perfetto. Possiamo fare così allora, io sento gli altri tre e gli anticipo dell’incontro: magari possiamo controllare le date d’esame e ci organizziamo. Non credo ci saranno problemi, anche Gianni verrà sicuramente!
Per quanto riguarda l’ora, credo che mezz’ora a testa in due “ultime ore” siamo sufficienti, per sicurezza possiamo fare una presentazione leggermente più breve (ad esempio 20 minuti ), in modo tale da lasciare spazio ad eventuali domande, visto e considerato che solitamente sono quelle che interessano molto anche i compagni. Non vorrei che poi i ragazzi dovessero scappare di corsa per non perdere i mezzi pubblici e non basti il tempo almeno per qualche domanda. Poi naturalmente io sarò felicissimo di fermarmi anche dopo la fine delle lezioni per i più curiosi!
Mi fa piacere aiutare anche se poco una scelta così importante, è davvero dura per un ragazzo e la scuola (qualsiasi) molto spesso non ti accompagna al meglio.
Ci aggiorniamo presto, un saluto, Calvin

E lei – come sempre quando ci sono di mezzo loro – resta, tanto per cambiare, senza parole e senza fiato.

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Una fetta di torta

Oggi la ‘povna – dopo essersela presa comoda (perché questa notte finalmente ha dormito tanto, e bene, complice fuori la tempesta e una serata gioiosa e un po’ imprevista di conferma di serendipity; e perché domani è festa, e dunque è meno di corsa di sempre); essere andata in piscina; avere concluso la scheda di docenza di un progetto per la scuola abbastanza tosto; avere aggiornato il curriculum; preso accordi telefonici per una scadenza del destino insieme a Mr. Mifflin, e con l’Anziana di Ginevra per passare al solito bar, questa sera, per una birretta – si veste tutta a modino, con il vestitino bello (questo), le scarpe con il tacco, i capelli ben tenuti e la giacchetta, prende un treno e raggiunge la città della scuola. La aspetta un invito pomeridiano al matrimonio del collega Pluto, “per il taglio della torta”, e lei – alla quale le feste, i rituali, le occasioni importanti piacciono un po’ sempre (perché ne rispetta compuntamente il significato e la bellezza), è ben decisa a partecipare.
Sarà, molto probabilmente, tra i colleghi invitati, l’unica: perché Mafalda è via per un impegno inderogabile, e tutti gli altri hanno fatto spallucce: “Essere invitati solo così, in coda alla festa, al pomeriggio? Non esiste. A questo punto non vado”. Di questo tenore, se non tali appunto, sono stati i commenti un po’ di tutti. Alla ‘povna (e anche a Mafalda), un po’ allibita, non è restato che prenderne atto, scuotere la testa sullo sguardo miope che la categoria cui appartiene riserva, una volta di più e di troppo, all’esistenza, e poi comunicare a Pluto il suo entusiasta “Grazie!”, con inclusa la conferma di partecipare.
E, sì, a sentire amici e conoscenti di altre zone dell’Italia, pare che la scelta di Pluto non sia comune sempre a tutti (anche se a città della scuola lei l’ha già vista attuare altre tre o quattro volte), ma la ‘povna ritiene tutto questo irrilevante. Un po’ perché, a entrare nel merito, le sembra invece un modo intelligente per includere una fetta più alta di persone in una parte di festeggiamento senza per questo dover vendere un rene per la festa (ma anche obbligare queste stesse persone a una spesa eccessiva, in termini di partecipazione e soldi), ma un po’ anche, e soprattutto, perché alla resa dei conti ciascuno dovrebbe essere libero di festeggiare il suo matrimonio come crede.
Invece, laicità (si) va cercando, come sempre: persino in questo. Probabilmente molti hanno troppo tempo libero. La ‘povna, intanto, pregusta già l’ottimo sapore della torta, pronta a godersi il brindisi. E, per onorare l’evento come necessità comanda, si va lieta a preparare.

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Qui.

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Serendipity reloaded (il potere della piccola città)

Il luogo è un locale che la ‘povna e l’Anziana di Ginevra hanno scoperto da circa un anno a questa parte, e piace loro proprio tanto. Il tempo è il sabato sera, a incoronare la fine di novembre. L’azione – visto che si tratta di una cena (con assaggi di vino e di tartufo a pioggia) – è quella, a tutti loro ben gradita, di mangiare. Le personae dramatis sono note: la ‘povna e l’Anziana di Ginevra, per l’appunto, un altro amico, Mafalda, la Cinofila al tavolino a fianco (trattandosi di un evento preparato, e anche esclusivo, la partecipazione è selezionata, l’ambiente piccolino e confortevole). E poi al loro tavolo il gestore del locale ha messo un coperto in più (con l’autorizzazione della ‘povna): “So che voi siete socievoli, questa cliente ci teneva a partecipare all’evento; e poi, è una scrittrice, è vissuta su al nord, è tornata nella piccola città, nella quale è nata, da pochissimo: ho pensato che meglio che con te e il tuo gruppo non poteva capitare”. La ‘povna si lascia blandire subito, e anche gli altri danno il loro placet tranquillo. Così, quando, alle 20.30 (loro sono appena seduti) la nuova arrivata si presenta (“Gioia, piacere a tutti”), la conversazione decolla e, tra aneddoti, scambi di opinione sulla vita, la società, la politica, si danno tutti un gran da fare.
“Gioia” è anche scrittrice, di guide letterariamente turistiche; in particolare, è ritornata nella piccola città dopo un soggiorno in Grecia, di qualche anno. “Ho scritto su Corfù, un’isola che ho amato tanto. Adesso la casa, grande, che avevo ho deciso di venderla; ma forse mi prenderò comunque un cottage – perché un luogo del genere non lo si può abbandonare”.
“Quando sento parlare di Corfù mi viene sempre in mente Gerald Durrell” – cita la ‘povna, prevedibilmente, perché senza buttarla sul letterario non sa vivere. E sono ancora condivisioni e chiacchiere. Così, al momento di andare via, tirare fuori i cellulari sembra persino ovvio:
“Lasciami il tuo numero”, la frase tipica, viene pronunciata praticamente in coro.
E i numeri si scambiano. Con l’opportuno affiancamento dei cognomi ai nomi, per registrare correttamente. Mentre tippetta sulla tastiera, al sentire quello che la sua interlocutrice pronuncia, la ‘povna ha un moto di stupore, ma decide di lasciar perdere. Eppure, nonostante l’ora tarda, la memoria inizia a seguire un suo percorso, e vaga.
La vita lavorativa del lunedì, come sempre, poi, finisce per travolgerla. La ‘povna non ci ripensa per due giorni. Invece il singolare incontro ha messo radici sottili, ma potenti. Che riemergono alla coscienza alla vigilia del giorno libero. La ‘povna va con la mente a certi ricordi di università sepolti: una casa sotto le volte (narrata da un certo scrittore), in cui anche lei ha abitato, per un periodo, e che fu prestata prima a tanti (molto spesso per amore, in tempi ribelli di rivoluzione e slogan, eran di tutti), pure a quel tal politico.
Nel nome di “maestro”, lo zio google, rapido, consegna la conferma. La ‘povna sorride: non si era sbagliata, dunque. E con il segno di una rinnovata serendipity (che la fa amare la piccola città persino quando, come in questo periodo, ha in mente di fuggirla), alza il bicchiere e brinda allo sceneggiatore.

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Pubblicità progresso

Ne ha parlato oscuramente mentre raccontava di Book Therapy, e anche in questo caso più di qualche accenno non farà perché – come scriveva per mail l’altro giorno all’amica RS – la consapevolezza di essere funzionario pubblico la ‘povna tende a non perderla mai, tanto più quando si arrabbia.
Poiché però gli eventi scolastici degli ultimi giorni stanno lasciando strascichi, la ‘povna riporta qui in bell’ordine un paio di indicazioni che valgono per i lavoratori dello stato, che a queste norme devono (attenzione: non possono, e non importa se vogliono) attenersi. Perché l’uso di toni informali, in certe situazioni, non consente, non deve consentire, un ribasso di consapevolezza – quella cioè che porta a dire che, quando si celebrano certi avvenimenti (per esempio, una riunione ufficiale, o un consiglio di classe), in quel momento non è la propria individualità (molesta – ah, maledetto Romanticismo) che si sta rappresentando; ma si parla – niente di meno e niente di più, semplicemente – in nome e per conto dello Stato Italiano.
Chiunque diffonda delibere o contenuti discussi in un organo della Pubblica Amministrazione qualsivoglia, dunque, commette una irregolarità amministrativa patente, che può essere pertanto sanzionata dal vertice (apicale) dell’organizzazione amministrativa alla quale quell’organo appartiene. Qualora il contenuto dell’atto divulgativo, poi, investa “stato e capacità delle persone” (fuor di ‘legalese': situazione personali riguardanti gli individui coinvolti), a seconda della rilevanza si può scivolare dall’amministrativo al penale.
Questo stato delle cose non è frutto delle ubbie della ‘povna, ma riferimento di legge che, attraverso l’art. 42 del Dlgs 297/94, limita – per esempio nel caso della scuola – la pubblicità delle sedute a un pubblico qualificato, interno alla comunità scolastica o, al massimo, allargato ai rappresentanti degli Enti Locali o ai rappresentanti delle OO.SS. dei lavoratori; di qui la natura segreta delle sedute degli organi organi collegiali interni alla scuola (collegio dei docenti e consigli di classe e di interclasse). Questa disposizione cristallina è del resto confortata da un parere della Regione Emilia Romagna (piuttosto noto tra addetti ai lavori, e che fa giurisprudenza), che ricorda come “la conoscibilità legale” di un atto amministrativo non possa essere “estesa ai verbali delle sedute del Consiglio, descriventi le operazioni amministrative attinenti all’iter di formazione della volontà collegiale, il cui accesso è riservato ai portatori di interessi tutelati secondo le procedure previste dalla legge n.2411″.
Dunque, “caro collega che hai ritenuto opportuno giocare alla gola profonda, così come caro tecnico che ti sei divertito a fare la vittima, scomodando addirittura Barbie, state entrambi bene attenti, ché la ‘povna non è mai stata buona e cara, e, se le gira, vi denuncia. Per il momento, si limita a segnalare a voi” – ma anche a chi passa – “ciò che le fu insegnato il suo primo giorno di lavoro nell’Amministrazione da Mr. Mifflin: ‘non dire nulla che non possa essere anche scritto e non scrivere nulla che non possa essere anche detto’, così da ridare a tutti quanti un po’ di credibilità istituzionale”.
E dopo avere regalato a chi interessa questa norma aurea, quanto disattesa, di buon comportamento la ‘povna saluta tutti, chiude il computer e se ne va a nuotare.

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Book Therapy

La giornata è stata puramente terribile. Al suo ingresso a scuola, la ‘povna è stata accolta dai cascami (purtroppo previsti) di alcuni eventi del consiglio di classe dei Merry Men e ha passato tutti i minuti liberi a cercare di spiegare a chi la ascolta le possibili conseguenze amministrative e penali (e, sì, si sta parlando di sanzioni e di denunce) della condotta del collega di laboratorio Pietropoli e del tecnico Maschilista; non contento, poi, lo sceneggiatore ci ha infilato una consulenza al volo per il collega Sai-Mon, un paio di mail urgenti e la gestione della crisi da linea d’ombra delle Giovani Marmotte, con Palinuro, Junior e Babe che si fermano a parlare alla sesta ora, in delegazione. Sulla strada per casa, perdere il treno al volo sembra solo tanto ovvio, in piscina deve cambiare corsia tre volte (e tale è la veemenza del nuotare, che ogni pochino perde il conto), una volta asciugata e rivestita, deve scrivere al collega Perry Mason, per chiedere legale consulenza, poi riflette su quanto è successo, in differita e per e-mail, con Esagono e l’Ingegnera Tosta, mette a posto i nuovi progetti del Pof, corregge quattro compiti e si arrende: riempie in fretta la borsa, arraffa l’ombrello e decide di uscire. La prima tappa è al locale dove andranno a cena insieme, sabato, con l’Anziana di Ginevra e con Mafalda (per confermare prenotazioni e orari), va a ritirare un buono premio in un negozio, poi si ferma a comprare la frutta, infine non resiste, la libreria è lì, e occhieggia: un giro veloce ci può stare. Non ha in programma di comprare niente (ché in vista del natale il risparmio è d’obbligo), ma poi la data le ricorda che un certo libro è uscito, in traduzione, proprio in questi giorni. Si avvicina allo scaffale novità, lo prende, lo sfoglia: “e sia” – pensa – “me lo merito” e al diavolo la saggezza.
Alla cassa c’è Matilda, la sua commessa preferita, quella che ne sa di letteratura giovanile, a pacchi.
“Ciao, ‘povna, come al solito?”.
(Prezzo coperto, senza pacco regalo e senza sacchetto).
“Sì, grazie, ecco la carta”.
Lei la passa al lettore con destrezza e:
“‘povna, ehm, avresti sedici euro di sconto, e poi c’è la promozione del negozio… procediamo?”.
“Certo!”.
“Fanno cinquantotto centesimi”.
La sorpresa della ‘povna le ride improvvisa sulla faccia.
“Hai visto bello? Non te l’aspettavi, oggi non volevi spendere…”.
“Hai proprio ragione, sai? Mi riscatta una giornata di merda”.
“Eh. Non per niente si chiama Book Therapy” – aggiunge Matilda – “e ho pure un’altra sorpresa, pensa. E le allunga anche una borsina in stoffa, premio”.
La ‘povna esce dal negozio saltellando, una giornata salvata all’ultimo. Ed è per questo che – lo sceneggiatore in questi casi non mente, e di solito Ian McEwan neanche – sceglie di consigliare per il venerdì La ballata di Adam Henry, a scatola chiusa.

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Romantica folgorazione

Mercoledì pomeriggio, collegio docenti. La ‘povna contribuisce per la sua quota al brusio di sottofondo, mentre con un orecchio ascolta e con il resto del corpo si produce in una serie di attività collaterali. Tiene d’occhio l’ingresso, aspettando l’entrata di Mafalda, alla quale ha tenuto il posto (ma lo deve difendere con le unghie e con i denti); controlla sul tablet una cosa sul sito della scuola perché a breve dovrà parlare dei progetti, e vuole essere certa che sia tutto ordinato e puntuale; chiacchiera con l’Ingegnera Tosta, con la quale deve commentare gli avvenimenti salienti del consiglio di classe dei Merry Men, che si è tenuto ieri. All’improvviso la sua attenzione è catalizzata da una frase della preside Barbie (sta parlando di ottimismo della volontà, che prende la forma di una fiducia, doverosa, nelle istituzioni):
“Le nostre possibilità [che approvino quel tal progetto] non arrivano al 20%. D’altra parte essere figli, per formazione, dell’Illuminismo è un dovere per chi vuole essere insegnante. Dunque noi dobbiamo avere fiducia nella ragione, e continuare a sperare”.
Ed è così che una giornata uggiosa, in vari sensi (e non solo meteorologici), le regala non una, ma due rivelazioni in sincrono. La prima è la conferma del perché lei Barbie la stima proprio, senza incertezze. La seconda la ‘povna la regala, in forma di considerazione, sotto voce all’Ingegnera Tosta:
“E invece” – prorompe – “sai perché in Italia gli insegnanti, mediamente, sono così inadatti, così poco professionali, così fuori contesto? Perché questo paese è composto soprattutto da figli del Romanticismo, tutti quanti – per di più cattolico, di prassi, oppure (ed è ancora il meno peggio) post-idealista e neo-gentiliano”.
L’Ingegnera Tosta prima ascolta perplessa, poi ci pensa su e annuisce (ma gli spiriti affini sono pochi, purtroppo). La ‘povna, sorretta da nuovo entusiasmo, si getta a riflettere sulla nuova intuizione che le ha salvato la giornata.

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