52 settimane

Un anno fa, praticamente esatto, sul piazzale del Prefabbricato, la ‘povna rispondeva a una telefonata di Esagono. “Vuoi candidarti a funzione strumentale?” – le domandava lui, ex abrupto. “Mentirei se dicessi che non mi piacerebbe” – rispondeva la ‘povna, ma poi aggiungeva, subito, a fondamentale glossa: “però io devo andare in piscina”.
Sono passate 52 settimane piene, da quel giorno. 52 settimane che la ‘povna si è nuotata con puntiglio, una dopo l’altra. Non c’è stato nessun vuoto, in questo tempo; e non si parla di statistica. Per quella, a voler essere precisi, le volte a settimana sono state 3 (di media), quasi 4, con punte di 7 (durante tutta l’estate, sostanzialmente), di 5 (durante i giorni di #fugadamaggio), e anche di una, tristemente, nello sfortunato periodo in cui aveva chiuso la sua vasca. Qui però la ‘povna vuol dire in realtà altro: e cioè, che non c’è stata settimana nella quale, per diritto e per rovescio (persino nella settimana della gita e del convegno, persino a mezzo agosto), la ‘povna non sia entrata in una piscina regolamentare e pubblica e abbia fatto allenamento. Il che significa, anche (e pure soprattutto), che non c’è stata settimana dell’anno nella quale la ‘povna non abbia saputo anteporre, almeno per un’ora e spiccioli, quello che voleva fortemente, e il suo benessere, a qualsiasi altra possibile richiesta, seduzione, rottura di palle, gioia, tristezza, cosa.
Così oggi la ‘povna – courtesy di una Barbie che mette il collegio dei docenti al pomeriggio, anche quest’anno – ha approfittato della riapertura della piscina comunale (che non è la sua, che aspetta inizio ottobre, parrebbe, ma è pur sempre meglio del treno fino a Tràscina), si è alzata, ha fatto colazione ed è andata a chiudere il suo cerchio. L’anno finisce – “nella mia fine è il mio principio”, eliottianamente – proprio là dove incomincia.
Se tutto questo ha un senso (e per la ‘povna la risposta è sì, senza alcun dubbio), adesso comincia il gioco duro, paradossalmente (come ha già accennato mentre raccontava il paese-che-è-casa, sabato scorso). Ma non è questo il tempo di pensarci. Adesso, è il tempo di terminare di limare il suo talk, per la Neverland di settembre (che apre oggi i suoi battenti, anche se la ‘povna vi planerà con 24 ore di ritardo), preparare la valigia, vestirsi bene per il gran rientro.
Oggi è il 1 settembre, e ricomincia tutto: un’altra sfida, un’altra cavalcata, un altro anno. Ci sarà il seguito del progetto Comunità del Libro, la maturità dei Merry Men, la nuova classe. Ci sarà la funzione strumentale (che riprenderà, se gliela danno), il coro, il cinema scolastico. Ci sarà un convegno universitario molto bello, a dicembre, nella città rossa. Ci sarà il nord, e una gran festa che si annuncia, alcuni nuovi arrivi tra gli amici (e sarà bello). Ci sarà questo, e chissà ancora che altro, imprevedibile. Ma la ‘povna, mentre si appresta a spiccare il volo, ancora una volta, sa che, tra tante variabili, sicuramente ci saranno, incastrate tra i mille impegni, e i treni, e gli orari, e cambi-mondo, le sue inderogabili nuotate.

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Figli delle stelle

E’ difficile, sempre, definire un superlativo di bellezza. E questa regola, di per sé soltanto ovvia, diventa se possibile più forte quando si parla di quella speciale settimana a fine agosto, della ‘povna con gli amici del nord, tutti insieme nel paese-che-è-casa. Eppure – come si sono dette la ‘povna e Canta-che-ti-passa, incrociando orari sui loro passi in sincronia, insieme ai punti di vista, stamani, sulla curva degli addii (che arrivano sempre troppo presto) – i giorni di questa estate sono stati ancora “più” di sempre: più perfetti, più armonici, più belli. Ed è con questa provvista di grazia infinita e irraccontabile (unita a qualche tonnellata di punture di tafani in tutto il corpo; e pazienza se fanno male, e prudono, e la rendono, al ritorno, un pochino impresentabile – se questo è il prezzo da pagare lei è disposta a sottoscriverlo, ora e sempre) che la ‘povna è salita oggi sulla prima littorina dei tre cambi, da un capolinea all’altro, nella provincia più bella del mondo, mentre – in camicia da notte, il cloro ingrommato nei capelli, l’aria arruffata di chi torna alla quotidianità (e non ne ha nessuna voglia) – si apprestava al familiare assalto di nostalgia e ricordi, durante il ritorno (solitario) nella piccola città.
Il sabato prima, alla stessa ora, viaggiava nella direzione opposta; a prenderla in stazione ha trovato (ovviamente) Canta stessa, Le Hero e il signor M., perché ci sono cose che possono accadere solo come sono scritte, anche se cambiano gli orari. “Non abbiamo la colonna sonora, quest’anno” – le ha subito detto Le Hero, perché le tradizioni sono importanti.
“Ma dai, non è possibile” – ha ribattuto la ‘povna. Ma poi si sono tutti resi conto che bastava aspettare il tono giusto, perché quest’anno (di giovedì) la colonna sonora se la son cantata loro. Ed è così che, insieme alle pizze, nel forno vero e a legna, accompagnati dall’amico Tegame, e dalla sua bella voce spiegata, la ‘povna e gli amici del nord sono saliti a uno a uno sopra il palco, a proporre, scelta pensata dopo scelta, il repertorio del loro amore, unico e sostanziale. La ‘povna aveva scelto questa, tra le molte possibili; ma poi si è ritrovata ad accompagnare le Canterine in una melodia che fu già dei Merry Men l’ultimo giorno prima delle vacanze, e pure alcune altre; e poi a ballare e ascoltare, prima e dopo, tanti pezzi che, insieme alle stelle, già scandiscono rituale.
Prima di quella serata, intanto, avevano avuto modo di consumare il già molto di quel che deve essere: le partite di King, in diurna e notturna (e la ‘povna, si sa, non è tipo da farsi sfuggire un’ora piccola), il Grass Volley, il Badminton, una partita a tennis. Ovviamente le vasche (che la ‘povna ha nuotato, precisa, ogni mattina prima di colazione – sottraendo tempo al sonno per non toglierlo al resto), la raccolta dei fichi, i giochi con le carriole e con i gatti, la ricerca, in notturna, dello sperso cane Snoopy. In mezzo, le cucce sistemate nei diversi appartamenti; i risvegli a scacchiera, e i rientri con la pila, nella notte (ma sul letto ti aspetta, nel buio, sorridente, il profilo allungato del gatto Semolino). In mezzo, un contest di cucina, divisi per squadre e appartamenti (della quale la ‘povna riparlerà a tempo e luogo, ché il progetto vuole quello), nel quale si sono cucinati, tutti, prelibatezze squisitissime (e pure sgluto, c’è da dirlo?), unendo voglia di giocare, sfide e affetto in quella alchimia che è solo loro.
La ‘povna ha fatto cose che non pensava avrebbe fatto. Non ne ha capite altre. E’ stata lupo nella notte (perché lo sceneggiatore sa essere sottile all’occorrenza), insieme a Piton (perché comunque resta saggio); ha parlato di mondi possibili; si è fatta tatuare sopra un braccio un pesce-buffo (ma anche un cuore infilzato alla caviglia); ha fatto spaccio di libri (e se ne ritorna con un carico che basterà per sette vite e mezzo), e si è spacciata per vice-preside. Tutti insieme, sono usciti per una sera, di spade in fiamme e griglia (ed è stato un grande evento); ma poi hanno, sopra e innanzi tutto, scommesso su di loro. Il mattino dell’ultimo giorno è stato così veloce da lasciarli senza fiato, come sempre. E i saluti si sono sbriciolati nel sole di un cielo blu, dopo la prima luna a spicchio (era crescente).
“Bisogna leggere tra le righe della trama” – ha detto la ‘povna a BibCan (che quest’anno le ha fatto un po’ da narratario; e in qualche modo pure in questi giorni, a dirla tutta), prima che salisse in auto. Anche se lei stessa non sa bene che trovarci. E quest’anno dovrà contare una quantità di decisioni sulla scia di un cambiamento lungo un altro. E poi è solo treno, e nostalgia, e pensieri impertinenti (ma felici) tra le rotaie e nel tramonto.
Quel che doveva è stato fatto. Ora, non basta quel che può.

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Gli anni fulgenti di Miss Brodie (e una ‘povna in partenza per il paese-che-è-casa)

Thelma è partita questo pomeriggio, direttamente da Tràscina, dove la ‘povna ha annegato finalmente nel cloro e non nel sale le sue vasche. Una volta tornata a casa, la ‘povna – in attesa di un incontro da “ci si vede in giro“, questa sera, con lo sceneggiatore in spolvero – si dedica alle lavatrici e a un po’ di ordine; raduna i libri, prepara i tablet e le pennette usb, ammassa una valigia di abiti adatti a un clima che di sera recita quasi freddo, o almeno “fresco”. Come ogni anno, infatti, il tempo è giunto, e domani il familiare treno dei tre cambi attraverserà lemme lemme la campagna della provincia più bella del mondo, in un tragitto del cuore che la ‘povna sa a memoria e ha già descritto, e che la porta, come sempre col sorriso sulla faccia, alle porte del paese-che-è-casa. Arriverà più o meno insieme a tutti: Ginger e Cugino (che rivede dopo il matrimonio dell’anno); lo Stropicciato, Canta-che-ti-passa, LeHero e il signor M; Flipper e Bertina con i loro cuccioli, la Professoressa con Gegè, Amica, il Duca-Barone, l’Onorevole, Piton e BibCan, ovviamente Thelma, e alcuni altri la aspettano all’agriturismo dello zio Matto, dove comincia, puntuale come ogni fine agosto, la loro settimana.E la ‘povna, che pensa, da tanti anni, che non ci siamo modo più bello per chiudere un’estate di vacanza, saluta tutti e dà appuntamento, come sempre, un po’ per quando capita. Ché da lì, ovviamente, legge e scrive, ma quando le va, senza regole. Poi, domenica prossima, insieme all’estate che finisce, sarà tempo di riparlare di Neverland di settembre, e di scuola che comincia, e un altro anno. Ma è, appunto, un’altra storia.

Per partecipare al venerdì del libro sceglie una recensione un po’ cursoria, degli Anni fulgenti di Miss Brodie, un libro molto bello, che già anticipa l’autunno. Un libro che le è servito per lavorare a quello di cui parlerà a Neverland, e anche per ripensarsi a scuola, peraltro; un libro noto, e famosissimo; ma, per chi non lo avesse ancora letto, la ‘povna lo consiglia. Parla del potere della scuola, del valore di parole come “insegnante” e “insegnamento”, ma anche del potere manipolante del pedagogo, necessario, pericoloso e splendido. E anche del potere segreto della scrittura, a dirla tutta, che – da Platone in poi, Socrate insegna – è l’unica forma di vendetta che il tempo si prende, inesorabile, sulla pedagogia.
1961-1963. Muriel Spark e Mary McCarthy pubblicano due romanzi di scuola a distanza di due anni e ambientati negli stessi anni (Trenta) del mondo. Dentro, a tema, un gruppo di ragazze, e l’insegnamento (o apprendimento) come via all’anticonformismo, culturale ma anche (o soprattutto) di costume. Ma anche una riflessione sull’influsso del potere dell’educazione, dei maestri, e/o delle istituzioni, e sui modi narrativi di affrescare certi spaccati. Da questo punto di vista (in due sensi), i due romanzi non potrebbero essere più lontani, così come stilisticamente. Eppure respirano, e restituiscono, una stessa aria, degli anni in cui sono scritti, così come di quelli che incorniciano. E restano entrambi, se si vuole riflettere di letteratura e scuola come via al proprio essere nel mondo, assolutamente necessari.
Ce ne è per riflettere a tempo e modo. Su quello che a tutti gli effetti costituisce uno strepitoso sotto-tema letterario.

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Socialità

“Non vedo l’ora di arrivare da te. E ben vengano momenti di socialità” – aveva scritto Thelma alla ‘povna mentre lei si trovava ancora al campeggio della Rapa con l’Ingegnera Tosta. E la ‘povna (che, si sa, per certe cose è svizzera) si è data all’uopo un gran daffare. Il mare in giornata c’è sempre, è ovvio – e hanno scelto il posto vicino alla piccola città, in un luogo (il bagno Forrest Gump) che alla ‘povna è caro per molte e variegate ragioni (pur anche romanzesche); ma, intorno a questo, c’è tutta una geografia di momenti emozionali da costruire con impegno, dentro e intorno alla piccola città.
Si è cominciato con la visita alla Città Bianca, la domenica: con Piton e BibCan a fare da anfitrioni perfetti, uno spettacolo di lirica bellissimo (Le nozze di Figaro – la ‘povna lo ha già scritto), e un duomo finto e una piazza chiusa medievale da scoprire. Hanno continuato il martedì, con la visita alla Città del Carcere. Lì, insieme all’Ingegnera Tosta e a Gamma (in quella che sta diventando una gita fuori porta di fine estate che è già tradizione, e fa sostanza), hanno ammirato dal vivo uno dei quadri della Maniera più belli di tutti i tempi, insieme ad altri musei, e piazze, e palazzi comunali, e torri medievali. Poi è stata la volta dell’aperitivo con la Venexiana e suo marito, al bar del popolo, una chiacchiera che è proseguita ulteriormente, quando si sono trovati oggi, sul mare. Domani sarà il turno dell’Anziana di Ginevra e dello Storico Saggio, con L. e G., che sono tornati questa notte dalla Puglia; e Thelma, che non li vede da dieci anni (quando erano presenze fisse nel paese-che-è-casa, da nonna ‘povna), è molto felice di poterli reincontrare.
Ma alla ‘povna, se deve dire, resta nel cuore la serata di oggi. Quando, dopo una organizzazione millimetrica (che ha visto, al suo attivo, gran copia di sms dispiegarsi), si è consumata (finita proprio adesso), una cena insieme alla Pellona, al Dr., al Pelloni e al Dedde. Sono andati in un posto che alla ‘povna è caro (ci ha festeggiato l’abilitazione, per esempio), e sono stati molto bene, e hanno mangiato altrettanto. Si sono anche trovati (o confermati) spiriti affini, peraltro, ma non è questo il punto. Il punto è nella malia di un capire orizzonti esistenziali anche nella diversità delle esperienze; una coincidenza emozionale che sta nel condividere non già necessariamente le scelte di vita, ma affetto e intelligenza. La ‘povna torna a casa felice da questa serata con questa amica che, come lei, è solo e tanto pazza. E, certo, si sono conosciute qua sopra, ed è una cosa divertente e bella; ma, a costo di sfatare tanti miti che lei stessa ha sostenuto e detto, sia chiaro che qui non si parla di magia del blog, ma di affinità elettiva di individui in carne e ossa; non caratteri on-line, ma vita vera.

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Minestra avocado e cetriolo

Nella piccola città è arrivata Thelma. Lei e la ‘povna se ne sta(ra)nno in giro a zingarare per sei giorni, tra mare, cultura e socialità. Per questo il computer giace spento sul tavolo del soggiorno, molto spesso, e la ‘povna si concede di abbandonare (anche se non del tutto) la quotidianità.
Al ritorno dalla spiaggia, se non sono fuori con gli amici (o a vedere lo spettacolo di Piton, come ieri, nella Città Bianca), non è male trovare qualcosa di fresco e di già pronto. La ‘povna ha dunque rifatto la minestra fredda di cui ha accennato l’altro giorno e, poiché le piace condividere le dritte, ne lascia, in una pausa, la ricetta qui.
In breve, è facilissima. Si prendono 4 cetrioli (grossotti), un avocado (bello maturo), un tre cipollotti freschi (non troppo grandi), prezzemolo, menta, basilico, un po’ di sale. Si mettono nel bicchiere del frullatore profondo, si aggiunge un po’ di acqua, si frulla il tutto benissimo, fino ad arrivare a una consistenza da minestra. Poi, si mette in frigo, e si lascia a riposare tranquillo. Quando si torna dal mare, si tira fuori, si aggiunge un cucchiaio, uno e mezzo di yogurt bianco, e si dà un’altra frullatina amalgamante. A quel punto, si versa nella scodella, si aggiungono a piacere crostini, oppure nulla, e si mangia. Tutto qui.

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Il campeggio della Rapa

Cominciò tutto, per davvero, due anni fa, ai tempi degli esami di maturità dell’Onda. Fu allora che la ‘povna e l’Ingegnera Tosta (che pure avevano condiviso insieme quella città, quella scuola, quel concorso, fin dal primo giorno) iniziarono ad avvicinarsi fuori dai muri della scuola e delle classi, travalicando, timide, il tacito confine dei colleghi. Fu l’invito ufficiale (che terminò con la ‘povna ospite a casa dell’Ingegnera, al rientro a tarda notte), continuò con il dialogo telefonico, scritti, correzioni, orali, giorno dopo giorno, e si concluse, per quell’estate, con una visita alla piccola città e alla nuova casa della ‘povna da parte dell’Ingegnera e di Alfa, Beta e Gamma, i suoi tre figlioli.
Continuò l’anno dopo, il 2012/2013, quando la ‘povna e l’Ingegnera si trovarono nello stesso consiglio di classe, sul triennio (ed era la prima volta da dieci anni): coi Merry Men, ovviamente (perché lo sceneggiatore è sottile, e si diverte, ma non è malizioso, come già fu detto). E insieme si trovarono a scambiarsi opinioni e strategie su quella strana classe, e poi a portarli insieme in gita, nella città del pesce; e progressivamente la condivisione iniziò a farsi scambio privato, racconto, iniziale confidenza, finché la fine di quel lungo anno difficile le recapitò, stanche, ai confini dell’estate.
“Vieni a trovarmi al campeggio, questo luglio” – disse l’Ingegnera al termine degli scrutini – “in fondo siamo vicinissimi!”.
“Occhio che ti prendo in parola!” – rispose la ‘povna. E così fu fatto. E, un lunedì di luglio, mise nello zaino un cambio di lenzuola, due prendisole e due costumi da bagno, salì su un treno, e scese dopo una mezz’oretta, in una stazione marittima. Insieme, al mare, passarono alcuni giorni molto belli, la ‘povna conobbe meglio i ragazzi, e anche il Maratoneta (il marito dell’Ingegnera Tosta), fecero un torneo di minigolf e molte passeggiate sulla spiaggia; poi la ‘povna li salutò con molti baci e abbracci, riprese il treno e fece ritorno a casa. Si rividero di lì a poco, questa volta insieme a Gamma e Thelma: organizzarono una gita a Castagnone a mezzo agosto e si divertirono un mucchio; furono altre chiacchiere e risate e conoscenze. E quando si salutarono, settembre era imminente, entrambe sapevano che l’amicizia ormai era nata. Il legame si è rafforzato, intrecciandosi, per tutto l’anno scorso, venerdì dopo venerdì, vasca dopo vasca: a scuola, nell’autogestione, a Praga, e poi da casa, sms dopo sms, racconto dopo racconto. Ed è così che, finita la scuola, anche questa estate continuare a vedersi è sembrato solo ovvio: per questo, lunedì scorso, la ‘povna ha ripreso quello zaino, quelle lenzuola e un altro paio di costumi e vestitelli; è salita sullo stesso treno, ha fatto gli stessi 50 chilometri, per arrivare, ancora una volta, a trovarli loro tutti al campeggio della Rapa.
Lì la ‘povna ha passato dei giorni di casa, sentendosi in famiglia: con l’Ingegnera hanno fatto camminate veloci sulla spiaggia all’alba, a ritmo di esercizi, percorso avanti e indietro il bagnasciuga, seguito strade in bicicletta, lungo la pineta, e anche di notte (a vedere Rada City); hanno mangiato pomodori (tantissimi), improvvisato un tiramisù, alternato costumi e magliette (per non sembrare identiche); hanno cantato filastrocche e ritagliato ragni e pipistrelli; hanno guardato il vento d’Est, sulla scia di Mary Poppins, e sopportato lo scirocco; si sono raccontate un sacco di cose, e ripromesse di scoprirne altre. Sono state, insomma, in una parola, molto bene.

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“Death is the only adventure you have left”

“You know that place between sleep and awake? That place where you still remember dreaming? That’s where I’ll always love you… Peter Pan. That’s where I’ll be waiting”.

Steven Spielberg, Hook

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Domenica mattina in bus

La chiusura estiva anche della sua piscina di supplenza (il 2 di agosto) ha portato la ‘povna a dover ulteriormente allargare il raggio della sua ricerca (perché stare un mese senza allenarsi non è scritto). Così, dopo breve escursione telematica, ha eletto a sua nuova dimora il complesso sportivo di Tràscina, sito a una dozzina di chilometri dalla piccola città. I vantaggi offerti da questa soluzione sono molti: l’impianto è bello, la vasca è a 50 mt, e all’aperto, costa abbastanza poco (un euro solo in più della piscina di supplenza), e, pur essendo orientata sull’estate (cioè: anche per accogliere in modalità ludica famiglie), poiché la tradizione natatoria lì è alta, è sempre previsto uno spazio serio di nuoto libero, in cui abbandonarsi in allegria alle vasche senza che dilettanti allo sbaraglio intralcino con moti instabili ritmo e stile di bracciata. Così la ‘povna si è dedicata al nuovo sito con impegno, da quando è tornata da Cambridge, scoprendo pure che resta aperto a ferragosto (risolvendole così la questione allenamento per questa settimana).
Per lo più, ci è andata in treno, ché Tràscina è sulla linea, e dunque comoda; una volta, sabato, a mo’ (anche) di mare, in auto, con Robocop e Streghetta. Ma ieri, che era domenica, complice il salto di una corsa, incerta tra aspettare due ore (ma flipparsi il pomeriggio) o fare l’andata in autobus (il prezzo è suppergiù lo stesso), la ‘povna ha deciso di privilegiare il tempo, e usufruire del servizio interurbano su gomma della piccola città.
Si è recata alla fermata (in una piazza vicino a casa, ma già in centro, assai frequentata), in bicicletta, all’alba delle 12. Ha parcheggiato, ha constatato che era 7 minuti in anticipo, e si è messa tranquilla ad aspettare. Da quel momento, fino a quando un autista solidale l’ha sbarcata in centro a Tràscina, la ‘povna non è stata lasciata un minuto in pace, in buona sostanza. Alla fermata (in piazza frequentata, lo ripete, a mezzogiorno!), prima, e poi più volte sopra l’autobus (dove un vecchio passeggero ha cercato di convincerla, con il “tu”, a scendere il paese prima, e poi usufruire di un passaggio), chiunque le ha dato il tormento: dandole a parlare, commentandola, squadrandola, facendo molto camerateschi e poco fini apprezzamenti. Lei, dal canto suo, non è che si turbi (a soddisfazione del più vieto maschilismo: indossava una canottiera non particolarmente osée e una gonnella nera che sbalzava sul ginocchio, niente di che, peraltro): è sufficientemente smart e menefreghista per tenere chicchessia a bada o per rispondere. Semplicemente, rimane, come spesso le succede, assai perplessa: che il suo paese sia ancora così tanto attardato, così provinciale, così stupido, al punto che un bus di linea, di domenica, di giorno, si trasformi in un microcosmo a modello di gamerra; al punto che nessuno trovi tutto questo uno scandalo, e dunque che nessuno faccia niente. Perché la ‘povna, appunto, è aloof, e abituata a viaggiare e se la cava sempre. Ma lei pensa alla tipologia di passeggeri da bus che potrebbero avere bisogno di tranquilla sicurezza (i suoi alunni, le sue bimbe, tante donne). E tutto quello che ha visto e sentito non le piace.
Al ritorno da Tràscina, complici gli orari favorevoli, la ‘povna ha ripreso amico-treno, dove il mondo è assai più normale e più moderno. Inutile dire che la settimana scorsa, a Cambridge, le è capitato, di mattina, pomeriggio, sera, tra le 7 e mezzanotte, di salire e scendere da qualunque mezzo pubblico (in una occasione, vestita anche elegante) e che nessuno, se non per rispondere, con molta gentilezza, a una sua esplicita richiesta di informazione o chiarimenti, ha dedicato alla sua anonima persona mezza occhiata.

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Millefoglie di melanzane e tonno affumicato profumato alla menta

Altro giro, altra ricetta. Da comporre praticamente tutta a freddo, che la ‘povna ha orari strambi, mentre lavora per l’altro mondo, fa una pausa per nuotare e vedere qualche cinema, legge, e non sempre ha tempo e ingegno da dedicare ai fornelli a ora di pranzo e cena.
Così l’altra mattina, che aveva un po’ di tempo, ha preso una melanzana viola tonda (che così non c’è nemmeno bisogno di farla spurgare: non è amara per nulla), l’ha tagliata a fette di mezzo centimetro, e l’ha grigliata sulla piastra. Poi ha messo le fette via, a freddarsi e non ci ha più pensato.
La sera, poi, verso le sette, ha preso quattro pomodori medi e maturi, li ha tagliati a pezzi piccoli, e li ha messi a marinare con olio (q.b. – ne è sufficiente poco, peraltro), basilico, maggiorana, menta, pepe (se piace), sale rosa dell’Himalaya per una mezz’oretta.
Nel frattempo ha tirato fuori le melanzane grigliate, perché fossero a temperatura ambiente, e 100 grammi di tonno affumicato a fette. Quando i pomodori, aiutati dall’olio, dal sale e dalle erbe hanno sviluppato un bel sughetto denso, ha preso una teglia a bordi alti (lei quella da plumcake, che era proprio della misura giusta), e ha iniziato a comporre il millefoglie: fetta di melanzana, tonno, sughetto, pomodori, fetta di melanzana, et coetera, a ripetere tutti i gesti per tre volte (in cima, sopra, a decorare, ancora pomodori). Poi ha lasciato lì ancora a riposare e compattarsi per una mezz’oretta, e ha fatto altro. E, quando le è venuta fame, se ne è servita una porzione abbondante. E ha mangiato davvero di gusto, facendo precedere il tutto da una zuppa fredda di avocado, cetriolo e cipollotto (ma questo, se interessa, è un’altra storia).

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Skippy muore

Del romanzo di cui parla oggi per il venerdì del libro, la recensione suona meno incoraggiante di quanto non sia la spinta della ‘povna a consigliarlo. Perché Skippy muore di Paul Murray è senza dubbio molte cose – tra le quali un romanzo fluviale al quale un buon editor avrebbe potuto far sfrondare una duecentina di pagine, fino a farlo restare sempre impetuoso, ma torrente – ma resta soprattutto, nonostante, o anche per (come spesso capita), le sue imperfezioni, un libro che vale la pena di leggere. Per la trovata geniale dell’inizio, per come rappresenta l’adolescenza in un college irlandese (due concetti che sono slighty uguali, ma non del tutto, a come potrebbe essere questa rappresentazioni rispettivamente in America o in Gran Bretagna), per come sa guardare, su quella stessa adolescenza, lo sguardo degli adulti, per la capacità, non ultima, di rinnovare il genere school story al tempo presente, con ciò esportandolo in una cultura diversa (densamente cattolica) da quella anglo-americana.
Se un irlandese talentuoso, ma poco disciplinato, scrive un romanzo in cui mescola It e Tom Brown’s School Days (passando per Harry Potter, Stand By Me e tutta la tradizione della linea d’ombra e della letteratura di college), vale la pena di prestarli ascolto, insomma (armandosi di kindle, possibilmente, oppure leggendolo in originale: l’edizione cartacea ISBN è da perdita degli occhi), chiedendosi se, o, meglio, che cosa, abbia da dire per noi tutti, sulla nostra società contemporanea.
La valutazione complessiva della ‘povna – diciamo un “buono meno meno” – è per difetto dunque, perché il letterale precipitare degli eventi della seconda parte, accelerato e ineluttabile (e splendidamente condotto), non riesce sempre a riscattare del tutto certe lungaggini della prima parte abbondante.
Nel mezzo c’è il gruppo di pari, c’è l’adolescenza come stato ontologico, c’è il ricordo/rimpianto della medesima da parte degli adulti (che, secondo la migliore tradizione di Hook di Spielberg, o sono restati Peter Pan o sono diventati dei pirati). C’è il multiverso, e lo spiritismo del terzo millennio, che prende le penne del pavone della scienza, e dunque l’utopia inquieta del sogno, e la dialettica dolorosa tra memoria e formazione, passato e futuro. E, dunque, c’è la morte, la ribellione e l’accettazione possibile solo nell’unione aggraziata e improbabile di solitudini che si fa ambiguamente forza.
C’è tutto questo, e molto altro; in qualche modo tutto. Unito a riflessioni (un bel po’ troppo saggistiche) sulla natura umana. Che è poi quello che alla fin fine determina quell’ombra di ambiguità finale di giudizio: la certezza, inoppugnabile, che un irlandese di cultura cattolica abbia comunque bisogno di una bella sforbiciata di caratteri, prima di riuscire per davvero a eguagliare Kipling o Stephen King.

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