Lo diciamo a Liddy?

Siamo di nuovo alla vigilia di venerdì, che è anche vigilia di ponte. La ‘povna si è organizzata per trascorrerlo in giro, attraversando mondi. Così domani andrà a scuola (passando prima dal forno aperto all’alba, per un giro di schiaccia); poi, dopo due ore di lezione, e due di imboscamento, andrà in piscina con l’Ingegnera Tosta. Quindi prenderà un treno, scenderà alla stazione nota, e andrà a trovare mamma ‘povna; infine salirà su un altro treno, in direzione nord. Lì la aspetta una cena di amicizia, e poi, a sera tarda, un gatto a righe sopra il letto. E poi un fine settimana di impegni cadenzati di famiglia e di amicizia si dispiegherà in tutta la sua millimetrica puntualità. Oggi, dunque, per non farsi mancare niente, aveva una cena a casa della Venexiana, concordata sciuè, sciuè, ieri pomeriggio. Nel mezzo, è andata a scuola, ha spiegato l’intertestualità, Montale e gli schemi metrici (con una poesiola ad hoc composta da lei medesima), ha nuotato ottantaquattro vasche, preparato la valigia, lavato il piumino estivo, fatto una torta salata spinaci e noci tritate, messo sulla classe virtuale i materiali per la settimana prossima, preparato (e corretto) una verifica, spedito al figlio di Mickey Mouse un aiuto per i suoi primi saggi brevi (fa la terza, e la sua prof., come Stordita, glieli dà senza spiegarli), mandato a Quaglia un’altra serie di materiali per le sue classi (con quelli inviati in precedenza ci ha campato finora, la ‘povna una settimana circa), revisionato un paio di circolari per i corsi di aggiornamento. Poca roba, in sostanza, oggi è stata una giornata leggera.
Ciò nonostante, di fare recensioni troppo articolate non ha tempo, ché domani la prima ora la aspetta al varco. Si limita dunque alla segnalazione di un libro dolce-amaro, ma intelligente e bello, per il venerdì del libro.
Perché Lo diciamo a Liddy? è sostanzialmente questo, una storia agra sicuramente, ma molto ben scritta, piacevole, della lunghezza giusta: una garbata riflessione, sotto una specie romanzesca che ricorda la commedia di interni, su quanto la famiglia possa essere, insieme, sopra e sottovalutata.

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La nuova collega Pota! (ovvero: “ci sei o ci fai?”)

Da quando Pane&Maionese è andata in pensione, due anni fa (per la gioia di tutti: perché negli ultimi tempi è un eufemismo sostenere che mirava a fare il giusto), la cattedra di Italiano e Storia del biennio ha subito variazioni multiple e continui cambi di titolarità, volta per volta, neanche fosse la D.A.D.A. di Voldemort, forse per sfortuna, forse perché l’umorismo dello sceneggiatore è assai sottile, o forse per ricordare a tutti che a scuola troppo spesso si va di male in peggio. Fu la volta, per prima, di DormoRitta, colei che (la ‘povna lo raccontò qui) riuscì a millantare, bella bella, una finta legge 104, forte della quale passò una buona metà dell’anno a farsi i cazzi propri. A giugno 2013, se dio vuole, chiese il trasferimento; e, dalla lontana Calabria, arrivò il collega Letizia. Lui era serio, puntiglioso e preparato, se non altro: certo, più a storia che a italiano, e poco adatto a insegnare nel biennio; ma comunque ne sarebbe potuta venire fuori una collaborazione proficua e interessante. Ma anche lui, l’anno dopo, volò via con i trasferimenti (per tornare a lidi liceali e filosofici che riteneva, per se stesso, più consoni e efficaci).
E’ stato così che l’anno scolastico in corso ha portato a scuola la collega Pota!, dal profondo nord, questa volta. Costei è, per sua stessa ammissione, una vecchia conoscenza della ‘povna, con la quale pare avere frequentato (senza essersi segnalata per particolarità che spingessero al ricordo) un corso di aggiornamento legato all’Appennino. Quando si sono incontrate, per la prima volta in collegio docenti, la ‘povna ha dovuto prima di tutto fare forza su se stessa per non ridere, perché il pesante accento bergamasco che Pota! sfoggia con un certo orgoglio (con ciò sostenendo la sua “efficienza lombarda”) è da caricatura di barzelletta. Ma poiché le apparenze ingannano, e lei stessa non ha nessun merito se non quelli del caso e della nascita a sfoderare una dizione da cruscante, virtualmente senza accento, la ‘povna si è guardata bene dall’infierire (se non in qualche imitazione ben riuscita – non si soggiorna al nord per quindici anni impunemente – con Mr. Higgs e con Esagono), e ha deciso di attendere, per giudicare, l’inizio di una collaborazione vera.
Si è cominciato con la riunione di dipartimento, alla quale Pota! si è presentata piena di buona volontà e di proposte: “Certo, anche io faccio leggere un libro al mese, sempre!”; “Che bella idea il cinema scolastico: ho giusto un bellissimo film che ho fatto vedere a Bergamo, l’anno scorso!”; “Anche io non uso solo i manuali, per il materiale didattico!”; “Possiamo fare una programmazione parallela, in certe classi!”. La ‘povna ha ascoltato, ha ringraziato, si è detta d’accordo. Poi ha fatto il verbale (come sempre), creato una mailing list e iniziato il coordinamento; mettendo in comune le sue idee e i suoi materiali autoprodotti, e aspettandosi che Pota! facesse seguire ai punti esclamativi i fatti, con le risorse sue proprie.
La prima risposta non si fa attendere. Pota! incontra la ‘povna nel corridoio e subito la ferma: “‘povna, volevo chiederti, hai mica le tracce dei temi di ingresso? Sai, per confrontarci”.
“Certo, Pota!, te li mando” – la ‘povna risponde pronta e poi esegue la promessa. Pota! riceve, ringrazia, e la ‘povna ne approfitta: “A proposito, per quel film di cui ci parlavi, non è che metteresti la copia nel cassetto dei dvd, insieme a quelli che ho portato io, a disposizione di tutti?”. Ma la risposta all’email rimane vuota.
Qualche giorno dopo, la ‘povna torna alla carica. Pota! si scusa: “Ho avuto problemi con la posta”; la ‘povna sorride, abbozza, e mormora il “non c’è problema” di prammatica. Pota! dice che provvederà presto, ma intanto, a oggi, il sospirato film ancora non si vede.
Qualche giorno dopo, Pota! ferma la ‘povna in sala insegnanti: “Scusami se ti disturbo, ma per il progetto Comunità del libro come si fa a procurarsi i materiali”.
“Sono sul sito della scuola, Pota!, da quindici giorni”.
“Ah davvero?”.
“No, per finta, lo dico per farti uno scherzo” – ai Merry Men la ‘povna talvolta risponde così, e loro ridono. Ma Pota! deve avere un senso dell’umorismo bergamasco, dunque è meglio attenersi a risposte solo serie.
“Sì, Pota!, davvero. Basta cliccare sul link e seguire le istruzioni”.
Ovviamente Pota! tampinerà la ‘povna ancora parecchie volte, perché “non trovo il link”, “le istruzioni sono poco chiare”, “non funziona”, “nelle scuole lombarde invece sì che…”. La morale della favola è solo prevedibile: e la ‘povna è costretta a inviare per e-mail tutti i volumi.
Si prosegue così per tutto ottobre: con Pota! che si lamenta (dell’inefficienza della scuola, di internet che non funziona, delle cose che “come si fanno in Lombardia” non ce ne è al mondo), poi ti abbranca in corridoio, e ti chiede di aiutarla. Senza alzare i toni, senza urla; la sua voce è monotona e costante: un gattino bergamasco appeso con le unghie a stracciare, impavido, i coglioni.
“‘povna, posso?”.
“Dopo volentieri, Pota!, ora devo andare in classe, i Merry Men hanno compito”.
“Va beh, te lo chiedo lo stesso”.
Toc, toc.
“Avanti”.
“Scusami ‘povna se ti disturbo durante la lezione, ma volevo chiederti…”.
Non c’è tregua alla sua ottusità, che giudica ossessivamente tutto e tutti; e non dà requie fino al raggiungimento dell’obiettivo (che consiste nel far lavorare gli altri a procurarle le facilities). La ‘povna, oramai, se può, la evita. Mr. Higgs sostiene che sia fuori come i terrazzi, e per questo ridacchia.
Ma la ‘povna (che di questi soggetti, sulla sua materia e non solo, ne ha visti parecchi) inizia a pensare che l’efficientissima lombarda, oltre che (indubbiamente) esserci, ci fa.

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Nuove vecchie strade

Sabato scorso la ‘povna è andata scuola, come sempre. Ha spiegato ai Merry Men (storia, come ogni ultimo giorno della settimana da tre anni a questa parte); agli Extraterrestri (ai quali ha fatto il pelo e contropelo di grammatica) e alle Giovani Marmotte (con cui ha condiviso una preparazione da brividi in vista della verifica su questo libro). Ma tutto questo, in realtà, non fa notizia. Al suono della campanella, ha preso la bici della scuola, convenientemente preparata dal bidello FacTotum, e se ne è andata a nuotare, nella piscina della città della scuola, le sue ottanta vasche; ma pure questo, a ben pensarci, è cosa nota. Dopo, è passata da scuola, ha messo via il costume e gli occhialini, si è data una spazzolata d’ordine, e poi è corsa verso il Prefabbricato, veloce come il vento. Lì ha parlato, da funzione strumentale, ai genitori, in vista delle elezioni del pomeriggio; poi, nuovo giro nuova corsa, si è precipitata alla sua sede, per lo stesso servizio; quindi ha coordinato le elezioni e fatto ricevimento di straforo alle famiglie, per tutte e tre le sue classi, fino alle cinque e trenta. Ma anche questo rientra nella routine, e acquista in realtà poca forza narrativa.
Invece, alle cinque e trentacinque, dopo un saluto all’Ingegnera Tosta (che le ha consegnato – perduta e ritrovata – una unica ciabatta) la ‘povna è andata alla stazione, e ha preso un treno, e poi subito un altro, lungo la strada che un tempo era molto nota ed è arrivata in una città che le è, da tanto tempo, tanto cara. Lì, al buio striato di rosso dei suoi portici, ha percorso volando una via che ha tracciato tante volte, in tanti anni, con delle chiavi in tasca (ora le chiavi non ci sono più, nei secoli dei secoli – e non è “così sia”, ma solo ingiusto), ed è arrivata, affacciata sul vicolo di una ben nota piazza, in una casa.
Là la aspettavano il narratario, Nanà, e un Omino nuovo e piccolo. Là ha portato e ricevuto doni, e affetto, e un gomitolo da riannodare, con il telaio di una storia, da dove si era persa. E ha trascorso con loro una manciata di ore belle, e sorprendentemente facili (come può essere facile tutto, quando dipende dalla fiducia e dall’amore). Non ci sono state parole ad hoc, ma tanti fatti.
Poi, mentre calava il buio di un’ora solare che è arrivata, per un anno, senza ansia, la ‘povna ha ripercorso quella strada indietro, palmo a palmo. E, con il tesoro di pensieri belli, si è apprestata a iniziare, con quella leggerezza che può dare solo la magia dell’attraversare i mondi, la sua nuova settimana.

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In famiglia – Hector Malot

Per questo venerdì la ‘povna aveva, a dire il vero, altri programmi. Un post (lo consiglia) di Iome, le ha spinte tuttavia a fare una pubblicazione congiunta, e a parlare di due romanzi molto belli e (in Italia) immeritatamente poco celebri (almeno nella versione letteraria – altra cosa è l’adattamento anime all’interno del progetto World Masterpiece Theater), cioè, rispettivamente, Senza famiglia (1878) e In famiglia (1893) di Hector Malot. Se Iome parla (in parte lo ha già fatto) di Senza famiglia,, la ‘povna si è presa in carico di introdurre un po’ il secondo romanzo – anche se per la verità entrambi i titoli si adattano a entrambi i testi, così come l’attitudine a parlare della famiglia in maniera assai disinvolta e assai moderna di Malot. La storia, in sintesi, è questa: protagonista è una ragazzina, Perrine (in italiano: Pierina; la traduzione dell’anime in Peline Story in questo modo acquista un altro sapore e fa sorridere, con ciò ricordandoci che talvolta i luoghi comuni esistono per una ragione affidabile), che intraprende un lungo viaggio dall’India fino in Francia per ricongiungersi (appunto) a ciò che resta della famiglia del padre, ricco rampollo di Vulfran Pandavoine, proprietario di una ferriera tessile, che ha però rotto i rapporti col figlio (pur prediletto) nel momento in cui lui ha scelto (secondo tutti gli stereotipi del romanzo di formazione ottocentesco) tra l’amore e la consacrazione borghese della famiglia e ha sposato, contro la volontà paterna, la giovane Marie, di origine anglo-indiana. Tutto questo, come in ogni bildungsroman per giovani (se alla ricca borghesia industriale francese si sostituisce la nobiltà antica di Inghilterra, la storia è quella di Frances Hogdson Burnett e del suo Piccolo Lord, del resto, che fa qualche anno prima da prototipo), è confinato praticamente tutto nell’antefatto del romanzo. Che si apre, viceversa, con l’arrivo a Parigi di Perrine e della madre morente (il babbo ha già dato prima della prima pagina); poi la madre come da copione muore, e Perrine dovrà cavarsela da sola per, nell’ordine, arrivare nel paese del nonno, farsi benvolere con le sue sole forze e, così facendo, distruggere i suoi pregiudizi (costruiti rigorosamente in absentia) contro la nipote. Il percorso di ritorno “in famiglia” è dunque per Perrine assai più reale che metaforico, e passa attraverso la decisione (e qui la trama si discosta dal quella di Cedric Errol) di nascondere la sua vera identità, il suo nome, tutto quanto, per arrivare diretta al cuore del nonno (che, nel periodo trascorso senza figlio, è diventato cieco; quello di Cedric, il conte di Dorincourt, aveva la gotta: una cosa vale l’altra) attraverso i suoi soli meriti da piccola self made woman. Perrine si fa assumere nella fabbrica, diventa prima una brava operaia, e poi man mano inizia la sua scalata lavorativo-sociale che è anche affettivo-emotiva, parallelamente. In mezzo Malot (che già si era dilettato, in Sans Famille, di vita all’aria aperta) trova il modo di celebrare – mentre dall’altro lato riflette sulla rivoluzione industriale, e sui cambiamenti, non necessariamente solo positivi, imposti alla società dalla vita della fabbrica (lo aveva fatto con la vita in miniera in Senza famiglia – anticipando un tema, quello della miniera, che Zola renderà capolavoro, nello stesso periodo) – il ritorno a una vita di natura (quella pratica da Perrine per risparmiare, mentre è operaia in fabbrica) che si contrappone all’esistenza malsana degli slums intorno alla fabbrica. E poi arrivano, prevedibili (ma non scontati, e narrativamente densi), agnizioni e lieto fine.
Complessivamente, si tratta – così come il suo pendant di qualche anno prima – di un ottimo romanzo: consapevole, ben costruito, ben scritto. Come in tanta letteratura giovanile, l’intento è (anche) dichiaratamente didascalico (con Senza famiglia l’autore aveva vinto un premio nazionale per far conoscere la geografia agli studenti di Francia), ma condotto con grande piglio narrativo.
Per questo alla ‘povna fa piacere parlarne e consigliarlo (e peccato che l’unica edizione italiana, per fortuna integrale, sia ancora limitata alla quella, benemerita, della collana Corticelli della Mursia). Perché è una bella storia, soprattutto. E perché racconta un periodo (quella della transizione europea nella modernità industriale) di cui si è dimenticata la storia, ed è un peccato grosso. E anche l’autore, vale la pena di conoscerlo. Per tutte queste ragioni – insieme a Iome – Senza famiglia e In famiglia fanno il loro ingresso, oggi, al venerdì del libro.

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Shortlisted

All’inizio, fu il premio per preside, scuola e docente dell’anno. La ‘povna e Hal9000 furono invitati a partecipare da Barbie, la ‘povna prima rimase perplessa, poi lo raccontò qui, quindi lasciò finire la scuola e poi, insieme al suo compagno di merende, si mise (più o meno alacremente) al lavoro. C’erano da preparare, almeno in teoria, ben tre progetti e – checché ne dicesse Hal (che ogni tanto tende, del resto, è un ingegnere, a semplificare troppo) – non era affatto semplice. Decisero allora entrambi – nella oggettiva impossibilità di cimentarsi in maniera impeccabile in tutti e tre i contesti – di concentrarsi in maniera specifica su uno. Quale? La risposta era ovvia: quello più ricco (cioè che garantiva alla scuola, in caso di vittoria, un carico maggiore di premio in denaro e di risorse). Così – pur partecipando a tutto – la ‘povna e Hal scrissero, per conto di Barbie, e della sua candidatura a “preside dell’anno” un capo-progetto. La ‘povna ci mise le parole, la pedagogia, le citazioni colte, l’innovazione didattica; Hal invece provvide a montare il tutto in qualcosa all’avanguardia, che denunciasse, fin dal supporto, la competenza tecnologico-informatica di chi la presentava.
La spedirono (al volo), nelle ultime dodici ore utili (dopo essersi consultati in un continuo ponte radio per due giorni, così come accade spesso); poi ciascuno di loro si dedicò appassionatamente ad altro e a quel concorso non ci pensarono più proprio…
… mai più, fino a qualche settimana fa. La ‘povna sta correndo al binario di ritorno dalla doppietta “scuola più piscina”, suona il telefono.
“Pronto, Hal9000, dimmi…”.
“Che accoglienza, ‘povna, ti sento in affanno”.
“Ma che affanno e affanno” – (le porte si chiudono, si parte) – “stavo perdendo il treno”.
“L’hai preso, sei seduta, posso parlarti?”.
(Lo sguardo va, con un sospiro, al Kindle, dove il libro della Rowling la aspetterebbe, seduttore, per trenta minuti di entusiasmo romanzesco).
“Certo che sì, eccomi”.
“Mi ha appena chiamato Barbie: tieniti forte, abbiamo vinto!”.
“???”.
“Ma sì, il concorso preside dell’anno: siamo stati tra le tre scuole selezionate”.
“Ma no” – la ‘povna è incredula.
“Eppure è così, ti giuro, ora verranno a ottobre a ispezionarci”.
Seguono svariati minuti nei quali si scambiano dettagli, pareri, un certo sbalordimento. In mezzo alla conversazione, arrivano un paio di bi-bip, che avvertono la ‘povna di possibili messaggi. E infatti, dopo i saluti e le congratulazioni reciproche, attacca, e trova le parole di Barbie:
“Congratulazioni, professoressa ‘povna: diciamo che questo premio è anche per lei e il professor Hal9000, anzi, probabilmente soprattutto. Adesso vediamo l’ispezione, e speriamo di completare l’opera”.
Ma la ‘povna, si sa, la disegnano entusiasta:
“Certo che sì, non si preoccupi: li manderemo via abbagliati!”.
Ieri, dunque, era quel giorno. La ‘povna ha fatto le prime tre ore di lezione, regolarmente; poi si è fatta sostituire con gli Extraterrestri (“Scusami, Esagono, è causa di forza maggiore: lo sai quanto mi scocci”; “Non ti preoccupare, ‘povna, sei o non sei uno dei migliori presidi?!”), ha inforcato la bici di scuola (quella vinta alla lotteria da DaddyLongLegs) e si è precipitata, pedalando, al Prefabbricato.
Là la aspettavano gli altri sodali dell’innovazione tecnologica (coloro che l’anno scorso hanno portato la scuola dal pleistocene agli anni Zero, in 9 mesi, lavorando in 6 su 200 e facendosi un gran mazzo), più (è ovvio), gli ispettori e Barbie. La ‘povna era vestita casual, ma sapeva di essere gnocca (perché in certe situazioni di lavoro, specie se sei sicuro – e lei lo è, parecchio – della tua propria intelligenza, spesso giocare a fare la ganza si può rivelare utile, come si argomentava da lei e da lei in questi giorni). Si è presentata agli ispettori, ha intrattenuto lo small talk, risposto a domande serie, illustrato punti di vista; tutto questo, mentre, insieme, giravano tra classi digitali, schermi multimediali, tablet in aula; tutto questo mentre quegli stessi ispettori (uomo e donna), che pure si erano evidentemente mostrati colpiti dal suo ingresso, la interrogavano anche, piacevolmente, sui suoi propri interessi. E tiravano conclusioni ovvie: “E lei dove si è laureata, professoressa? Aspetti, non lo dica: scommetto che viene da Hogwarts”.
Si sono congedati all’alba delle tre meno un quarto, facendo grandi complimenti e annunciando che la decisione finale sarà resa nota ad anno nuovo, dopo i necessari confronti.
La ‘povna e Hal si sono concessi, appena i due sono spariti all’orizzonte, un salutare “batti il cinque”. Poi si sono gettati a capofitto nell’ennesima giornata folle, ché i nuovi progetti, intanto, galoppano gagliardi. E non c’è nemmeno il tempo di tenere le dita incrociate.

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Figli degli anni Zero (radiografia dei nuovi primini)

Quest’anno, perché arrivassero alla conquista di una dimensione narrativa, di tempo ce ne è voluto tantissimo. In verità, non perché alla ‘povna mancassero le idee abbastanza chiare sulla loro personalità romanzesca, anzi: a dirla tutta, la psicologia dei nuovi primini le è balenata all’occhio già la prima settimana, con moderata certezza. Di certo, la aiutava quella data di nascita, perché quelli che arrivano alla ‘povna quest’anno sono (se non ripetenti), i primi figli del Duemila in senso schietto e quel doppio zero marchiato a fuoco sull’elenco, in ogni caso, fa impressione.
“Chissà quale è il primo loro ricordo strutturato, è interessante” – argomentava sulla via tra treno e scuola la collega Fishes. E la ‘povna (che trovava la domanda così pertinente da costruirci il secondo tema del trimestre) aveva gioco facile a rispondere:
“Mah, secondo me è semplice, i mondiali di Berlino”.
Se lei abbia ragione, o meno, sarà il futuro a dirlo; intanto, in questo mese e spiccioli (ma in realtà è durata meno – perché quest’anno l’orario provvisorio le ha regalato, con loro, meno incontri del previsto), se li è studiati: da vicino, e nel dettaglio. E quello che ha visto (una considerazione condivisa anche da Mr. Higgs, Siderea e Ingegnera Tosta), per ora, le ha fatto un gran piacere.
I nuovi primini sono, innanzi tutto, non troppi (solo 24, per una volta – per quanto sei di loro siano da alfabetizzare, integralmente); sono vispi, educati, e molto attenti (tanto da sopravvivere a ben quattro ultime ore su sei, poveretti); sanno seguire la lezione a prescindere da manuali strutturati e numeri di pagina (e questo alla ‘povna piace molto); si gettano sulle ricerche da flipped classroom con grande alacrità e naturalezza (e questo alla ‘povna viene utile); hanno voglia di intervenire, di uscire alla lavagna e di leggere. Ma sono – ed è questo il tratto che ha colpito la ‘povna fin da subito – soprattutto, molto diversi tra loro. Diversi per carattere, interessi, provenienza: è una classe multicolore e multi-indole (oltre che multi-etnica, ma questo oramai è norma, e non è questo il punto), nella quale, più di ogni altra cosa (e fin dal primo giorno) colpisce, la varietà di esperienze e di opinioni. Per questo (complici gli anni Zero, cui di diritto appartengono), la ‘povna all’inizio li ha presi per Gangaroni, sul modello di P-Flip, il cane di Eta Beta (che è “un pezzo di cane, un pezzo di gatto, un pezzo di drago, un pezzo di rana, un pezzo di zebra, un pezzo di orso e un pezzo di volpe” e davanti al quale non si può dire menzogna); poi, a una riflessione più attenta (e complice, denunciato con orgoglio dalla collega Siderea, che li ama moltissimo, il loro marcato interesse per le stelle), ha deciso che sono, più in generale, Extra-terrestri: portatori sani di conoscenza da altri pianeti o altre galassie. Che la sua intuizione fosse giusta, le è stato confermato da Mr. Higgs, che – mentre Siderea raccontava l’innamoramento astronomico, al primo consiglio di classe – ha fatto partire, dal suo tablet, la musica di Figli delle stelle. E – mentre una parte dei colleghi lo guardava un po’ stupita – la ‘povna si è girata di scatto:
“Ma, allora, lo pensi anche tu?!”.
“Che non sono (tutti) di questo mondo? Mi pare un’ipotesi plausibile” – (Mr. Higgs è ingegnere, e insegna fisica, dunque parla, di default, perché è così che lo disegnano, solo di ipotesi che può verificare).
Ma la ‘povna sorride, perché l’intuizione iniziale è oramai completamente soddisfatta. Ed è così che gli Extra-terrestri entrano di diritto nella cronaca di Slumberland, e la ‘povna è ben lieta di poterli, infine, battezzare.

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Imboscata

L’orario di questo anno scolastico – che si avvia a essere definitivo – è (ma la ‘povna lo sapeva) assai peggiore di quello scorso. Un po’ perché l’anno passato la ‘povna aveva potuto beneficiare (e l’aveva riconosciuto a gran voce, pubblicamente – perché dà con la stessa veemenza con cui toglie) dell’orario perfetto; un po’ perché è conseguenza inevitabile del lavorare, insieme, in prima e in quinta (là dove tutto dipende, sempre, dal dio-laboratorio). Così, quando Byker le ha comunicato di che morte doveva morire, ha stirato un sorriso forzato, ha notato i punti deboli (una quantità di seste ore pari al 90%), riconosciuto l’unico privilegio (entrare il sabato alla seconda ora non ha prezzo) e messo il dito su ciò che, al di là di tutto, era solo tanto incongruo.
“Suvvia, però venerdì, che è il giorno della prima ora, ti faccio uscire alle dieci, non va malaccio…” – ci ha provato, sornione, Byker.
“Non prendiamoci per il culo, Byker, il venerdì esco alle dieci, ma sto a scuola fino a mezzogiorno: lo so io, lo sai tu, e tanto basta”.
E a lui non era restato, consapevole, che concordare.
Il venerdì infatti è il giorno della piscina con l’Ingegnera Tosta (che esce appunto alle 12): la ‘povna, dunque, passerà queste due ore durante l’anno una con il ricevimento (perché nel resto della settimana non ha buchi, nonostante a lei piacciano molto), l’altra appunto a occupare utilmente il tempo ad aspettare. Ed è qui che casca l’asino. Perché la ‘povna con due ore di buco (ancora il ricevimento non è attivo) è, nella sua scuola, una tentazione troppo forte. Il primo venerdì, dunque, se ne è andato in servizi ingegneristici (per Esagono e Daddy LongLegs), il secondo ad accudire i colleghi nuovi arrivati (con alcune richieste in parte giuste e in parte querule, perché la collega di italiano Pota! si sta rivelando parecchio scassapalle), il terzo, addirittura, ci ha pensato Barbie, che l’ha convocata per una conferenza stampa relativa alla prima del progetto agricolo (che non è nemmeno sua, peraltro) nel ruolo di (parole sue) “persona che sa parlare bene e di front woman”. In questa occasione, la conferenza (convocata all’ultimo momento) è andata talmente per le lunghe da farle saltare la piscina (la ‘povna ci è arrivata dopo, grazie a un passaggio di Mr. Higgs, ma senza Ingegnera Tosta, che doveva scappare all’ora giusta) ed è stato allora – ci sono cose sulle quali, si sa, lei non transige a nessun costo – che la ‘povna ha scientemente scelto di correre ai ripari. Uno sguardo all’orario le ha rivelato infatti che, in maniera insperata, un altro mondo era possibile; perché le due ore di buco della ‘povna coincidono, incredibilmente, con quelle trascorse coi Merry Men proprio dall’Ingegnera Tosta, e da lei dedicate, settimanalmente, alla revisione e stesura del progetto grafico di scrittura del territorio. Detto, e fatto.
Negli scorsi due venerdì, al termine delle sue due ore (e dell’intervallo) la ‘povna ha preso baracca e burattini, e si è trasferita in laboratorio coi suoi uomini del bosco; tutti – Ingegnera, Merry Men, il collega di laboratorio Pietropoli e persino il tecnico, Maschilista – hanno l’ordine tassativo di fingere che lei non esista; lei, dal canto suo, si conquista una postazione in ultimo banco, e da lì corregge i compiti, lavora al Pof, prepara le circolari e i documenti; se ha bisogno di qualcosa, in giro per la scuola (ovviamente) ci vanno i ragazzi. Cinque minuti prima del suono della campana, la ‘povna fa capolino in sala professori, a portare nell’armadio il registro dell’Ingegnera (per guadagnare tempo) e si gode, soddisfatta, le esclamazioni meravigliate dei colleghi: “Ma allora c’eri!”; “Pensavamo tu fossi andata via…”; “Ma dove…”. La ‘povna sorride a tutti e non risponde a nessuno, con aria vaga, e di fretta. Ieri ha persino finto di non aver letto un sms (di Mickey Mouse) e gli ha risposto due ore dopo, al sicuro, dal treno del ritorno. “Sapevo che avevi finito, ma mi pareva di avere visto in segreteria la tua sacca di piscina” – tippetta lui di rimando. Ma, ancora una volta, la ‘povna fa la vaga.
Solo Mafalda è a parte del segreto (ma, ovviamente, è complice), e forse anche Mr. Higgs (ma sta diventando buon amico, e non fa testo – anzi, fu lui a suggerirle di sparire, il giorno del passaggio). Alla ‘povna questa soluzione piace tantissimo: “Davanti a un computer, coi Merry Men, in attesa di andare in acqua” – ha brillantemente riassunto Mafalda – “ci fosse solo una birretta, sarebbe il paradiso a scuola”.
Non lo è, ma (finché dura) ci assomiglia. L’unica contro-indicazione, per ora, sono i sogni: ché la ‘povna, già presa dall’esame di stato, nell’ultima settimana sognato pure lei di dover concludere il progetto. Lo doveva consegnare a Mr. House, che – poiché faceva schifo (la ‘povna, come è noto, possiede la manualità di una ciabatta) – le metteva impreparato, a penna, sul registro, e lei si dedicava con gran forza a protestare. “Non mi devi mettere impreparato, non è giusto” – argomentava con doppia forza onirica – “due magari sì, se fa schifo; però io l’ho consegnato, non mi merito il marchio di infamia di chi nemmeno ci prova”.
“Tu non stai bene” – le ha detto Mr. House quando gli ha raccontato il sogno.
“Prof., lei non ci arriva sana a giugno” – hanno esclamato i Merry Men in unisono.
“E comunque hai ragione” – ha concluso l’Ingegnera Tosta – “io, almeno nelle prime tavole, a chi consegna in orario, anche se sbaglia, do comunque la sufficienza”.
La ‘povna sorride, e incamera l’incoraggiamento. Del resto, per consegnare un progetto degno, ci sono ancora quasi nove mesi di tempo per provare…

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Il richiamo del cuculo

La scuola entra nel vivo, e si inizia a correre: i primi consigli di classe, le seconde e terze verifiche, gli annunci che riguardano l’esame di stato delle quinte, tutti i diversi progetti – attività alle quali si aggiungono, doverosamente, la piscina quotidiana, il cinema, le cene con gli amici. La ‘povna cerca di non perdere pezzi, ma ottobre scivola via velocissimo. Per questo, considerando l’orario di domani, ne approfitta, e si avvantaggia, con la recensione per il venerdì del libro.

Il giudizio finale è lievemente veicolato, per eccesso, dall’ammirazione per quel gusto sapiente per la trama, il respiro lungo della narrazione di intreccio, che Galbraith/Rowling dipana così bene anche in questa nuova prova (la terza, dal punto di vista degli esperimenti) di genere. In questa prospettiva, come qualunque lettore con una conoscenza anche solo discreta della serie (non saga, please) di HP sa, il gusto per la detection costituiva anche uno dei modi della storia che ha reso l’autrice meritatamente tanto celebre, perché la quete di Harry – se da un lato ammicca prepotente tanto all’epica, quanto al fantasy – si trasforma, in certi crucialissimi passaggi (per esempio in tanta parte del Principe mezzosangue) in una paziente ricostruzione enigmistica, indizio dopo indizio, di misteri del passato.
Proprio un “cold case”, per quanto non troppo lontano nel tempo, è quello che viene proposto al detective Cormoran Strike (veterano dell’Afghanistan) all’inizio del romanzo. E lui, fresco reduce da una rottura sentimentale, appena dotato di una segreteria temporanea (fidanzata altrove, ma ben lieta di giocare sia alla prima della classe, sia ai detective) al fianco, si trova, per un misto di curiosità e necessità (la paga è buona, il caso celebre), ad accettare. Una volta rotto l’equilibrio iniziale, Galbraith si trova a portare a spasso il lettore per una Londra che già si era divertita a dipingere con tratti di realismo romanzesco in Harry Potter, introducendo via via una serie di personaggi sui quali calibra con la consueta maestria il suo talento per la descrizione visiva di dettaglio. Non ci sono reali colpi di scena, l’intreccio si sdipana progressivo, abbastanza quietamente – ma la bravura dickensiana nel tenere il lettore attaccato alla pagine è sempre quella, ed è notevole e capace.
Se poi il lettore, come è difficile evitare di fare, una volta usciti dallo pseudonimo rivelato troppo presto, volesse andare a cercare dei paralleli narrativi in Harry Potter, non sarebbe difficile ritrovare, nei due personaggi del detective e della sua aiutante, pennellate singolari di un Malocchio Moody sopravvissuto alla morte nella notte dei sette sosia, e ora, al sicuro nel mondo dei babbani, riciclato come detective appunto (dalla guerra alla professione privata, con una gamba in meno ma l’intelligenza pronta – in fondo, è la storia di entrambi), aiutato da un personaggio femminile che (pur solo a tratti) ricorda Hermione Granger. Ma, del resto, anche il male (inteso come mancanza di senso morale, un concetto che alla Rowling è assai caro, da sempre), in questo romanzo, rievoca certi tratti suadenti di Tom Riddle.
Ma tutti questi elementi, che pure sono interessanti, e oggettivi, nel romanzo, rischiano comunque di distrarre dalla questione principale, che resta poi sempre quella: il primo volume di questa ‘prova di esordio’ (oramai già serie, con il secondo già pubblicato, lo scorso giugno) è in grado di superare, a pieno titolo, anche senza il gratificante confronto con la prova precedente, l’esame di qualità e coerenza narrativa.

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Budoni dolci sglutinati (per feste di comple-‘povna in serie)

Nelle ultime cento ore circa, la vita della ‘povna si è articolata su per giù così: piscina-treno-festa-treno-scuola-piscina-treno-festa-treno-scuola-treno-piscina-festa-piscina-treno-festa-treno-scuola-piscina, in un continuum costante, ed è stato, anche se un poco faticoso, certamente un bel vivere. Nel mezzo – oltre ad attendere ai suoi doveri lavorativi, coi Merry Men, coi nuovi primini (ne parlerà presto) e con le Giovani Marmotte – ha cucinato un sacco di torte perché, in delle feste comme il faut parrebbe il minimo, ci sono degli atti ospitali da onorare. In particolare, per il nord, la sua volontà la diceva “budini dolci in pasta”, perché sono tra i suoi dolci preferiti. Ma cucinare per il nord significa cucinare anche sgluto, ovviamente. E così la ‘povna ha fatto, prendendo di base questa ricetta (di Andante con gusto, cui rimanda), e portando poi al tutto modifiche sue proprie.
Partiamo dalla pasta (che è una pasta inglese da apple pies, nei fatti – vale a dire una brisée con poco uovo, o una frolla che assomiglia a una brisée, a seconda dei punti di vista). Ci vogliono:
200 g di farina (la ‘povna ne ha messi 2/3 del mix per torte senza glutine della Coop e 1/3 di farina di riso, sempre Coop)
125 g di burro
1 cucchiaio di zucchero (per la ‘povna, raso raso, poco abbondante)
la metà di un uovo sbattuto (la ricetta dice “grande”, per la ‘povna è andato bene come era, semplicemente)
1 cucchiaio di acqua ghiacciata (fondamentale, e quello, viceversa, che sia colmo).
Gli ingredienti si impastano in questo ordine; come una brisée, la pasta prima fa le briciole, poi, con uovo e acqua ghiacciata, si appalla. A quel punto si può usare subito: gli inglesi, è noto, sono pratici, e questa non ha bisogno di riposare.
Per venire incontro alle esigenze delle sue molte torte, la ‘povna allora si è data da fare per variare i ripieni alla bisogna. Per prima cosa, ha fatto i ‘budoni di riso‘. Anche qui la ricetta (con variazioni minime), viene da Patty, ma la ‘povna deve fare, subito, atto di confessione. Se la prima volta che ha sperimentato, ha infatti seguito le indicazioni (quasi: lei al posto di arancio e vaniglia ha messo limone e rhum) alla lettera, specie per il procedimento, questa seconda, complice la fretta, si è risolta a usare il metodo che più le piace, e cioè (anche) un po’ di impronta e occhio. E, lo deve dire, per quanto riguarda cremosità del riso e consistenza, ha trovato il risultato, se possibile, migliore.
Per la sua nuova versione di riso da ripieno, dunque, ci vogliono:
150 g di riso per minestre e/o dolci
almeno 650 ml di latte
60 g di zucchero semolato
1 cucchiaio di rhum scuro, di buona qualità
scorzetta di limone quanto basta
1 uovo
30 g di burro
1 pizzico di sale
Si versa il riso nella pentola, insieme alla scorzetta, e a 40 dei 60 grammi di zucchero, si versa sopra il latte a freddo (ché tanto si fa prima e viene buono uguale, come detto) e si fa sobbollire a fuoco lento; normalmente il riso ha bisogno di circa 25 minuti per smollarsi, ma, alla necessaria richiesta di più tempo, è bene avere sotto mano un po’ di latte per rabboccare. Quando il liquido è praticamente assorbito, il riso cremoso e morbido, si spegne il fuoco e si fa raffreddare il composto in altro recipiente. Subito si aggiungono lo zucchero rimasto, il rhum, il sale e il burro. Per l’uovo invece si aspetta una temperatura un po’ più tiepida (se no si frittatizza), poi si versano, nell’ordine, prima il tuorlo sbattuto, e poi la chiara, ben montata a neve.
A questo punto ci siamo, il budone è pronto per essere composto. La ‘povna ha foderato degli stampi da plum-cake con la pasta, tenendo i bordi alti; poi ha versato il riso, per abbondanti tre quarti, quindi, come per le crostate, li ha schiacciati e ripiegati su se stessi. Quindi ha infornato e tenuto per almeno 30 minuti (ma da un certo punto si controlla) a 180°.
Qualora poi succeda (a lei sì, perché aveva raddoppiato le dosi appositamente) che avanzi ancora pasta, ci si può sbizzarrire con varianti. La ‘povna, in particolare, ha fatto una crostata di ciliegie, per i Merry Men, e poi pure un budone cannella e ricotta, che resta il secondo esperimento che vale la pena citare.
Anche perché è facilissimo; servono:
1 uovo
75 grammi di ricotta
un cucchiaio e mezzo di zucchero
Si frulla il tuorlo con lo zucchero, finché non diventa bianchissimo; si aggiunge la ricotta, e si continua a sbattere, perché sia spumeggiante; quindi si monta a neve la chiara, e si amalgama al composto. Si versa nel solito stampo di plum-cake, rivestito di pasta. Si spolverizza ben bene il sopra di cannella, dunque si infila nel forno (stessa temperatura e modalità) per benino a dorare.
I risultati dei vari esperimenti hanno lasciato i commentali, a svariate latitudini, completamente soddisfatti. La pasta, così sglutinata, è buona e basta; la ‘povna questo voleva (qualcosa che fosse facile, e uguale per tutti), e ne è contenta. E sa già che, nel suo futuro prossimo, resta una torta di mele da provare.

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Tanti auguri

Se c’è una cosa che alla ‘povna piace, sempre, è il giorno del suo compleanno. Perché resta idiota e felice come una bambina, in questo: le piacciono gli auguri, i messaggi, i sorrisi, le feste (molto). E il pensiero di una intera giornata che parla a lei di lei la mette di buon umore, qualunque cosa accada.
Oggi è quel giorno, gli anni sono tanti, e giusti (e in risposta a una famosa domanda – se qualcuno vuole provare a indovinarli e indovinarla). E la ‘povna dunque festeggia, ad ampio raggio, a svariate latitudini e treni.
Ha cominciato ieri, da mamma ‘povna, che le ha fatto trovare uno dei suoi piatti preferiti e un libro nuovo da leggere; continua oggi, nella piccola città, al bar in piazza (che è un modo che a lei piace tanto), e dopo una settimana tosta; prosegue domani, quando salirà al nord col treno folle, per la festa dei “compleanni riuniti” insieme a Thelma (per la quale ha cucinato la bellezza di sei torte, cinque sgluto e una vegana). La prossima settimana, di mercoledì, recupererà con l’amica Giudice Amy, che non può venire all’appuntamento al bar di oggi (e la invita a cena per discolparsi), sabato 18 farà una festa a casa sua, vietata ai minorenni e domenica si vedrà con Mr. e Mrs. Mifflin (che compie gli anni negli stessi giorni, e dunque, da sempre, tendono a festeggiare insieme). La settimana dopo, infine, per non farsi mancare nulla, andrà fino alla città rossa, e celebrerà l’evento con il Narratario e con Nanà, in un incontro necessario e annunciato, ormai da tempo. E a quel punto dovrà mettere “pausa”, perché il 1 novembre porta con sé i festeggiamenti di BibCan.
Mentre la ‘povna fa la gimkana, impavida, tra i vari appuntamenti, intanto, a scuola, ci hanno pensato i Merry Men a non farle mancare niente.
“Non era in questi giorni, il suo compleanno, professoressa?”
“Effettivamente è domani, lo ammetto!”.
“Allora si festeggia!” (unisono).
“Mi piacerebbe, cari, ma domani non ci vediamo, vi ricordo, e poi non so se faccio in tempo a far la torta…”.
“Che c’entra, quella la portiamo noi! Ora lo dico alla mia mamma!” (il Panda).
“E se no si compra!” (Piccolo Giovanni).
“Non la deve portare lei, è la festeggiata, ci pensiamo noi, a tutto!” (Grande Giovanni).
“E, se no, le paste…” (Cirillo Skizzo).
“Via, prof. quando uno di noi compie gli anni si celebra, è la legge” (Soldino).
Finché, mentre il caos è sovrano, interviene col suo vocione Stuffy: “Ragazzi, ci diamo una calmata?”.
La ‘povna li saluta con la promessa che festeggeranno sabato, e si avvia verso il suo folle pomeriggio.
Poi, questa mattina, a scuola, come previsto non li incontra. Se non che, deve passare da Esagono, per una questione urgente, in aula da disegno.
Toc, toc. “Permesso?”.
Ed è accolta – e come ci si sbaglia – da un coro di voci che scandisce, in un perfetto unisono di note e formalità salvaguardata come serve, il classico “Tanti auguri a lei”.

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