Socialità

“Non vedo l’ora di arrivare da te. E ben vengano momenti di socialità” – aveva scritto Thelma alla ‘povna mentre lei si trovava ancora al campeggio della Rapa con l’Ingegnera Tosta. E la ‘povna (che, si sa, per certe cose è svizzera) si è data all’uopo un gran daffare. Il mare in giornata c’è sempre, è ovvio – e hanno scelto il posto vicino alla piccola città, in un luogo (il bagno Forrest Gump) che alla ‘povna è caro per molte e variegate ragioni (pur anche romanzesche), ma, intorno a questo, c’è tutta una geografia di momenti emozionali da costruire con impegno, dentro e intorno alla piccola città.
Si è cominciato con la visita alla Città Bianca, la domenica: con Piton e BibCan a fare da anfitrioni perfetti, uno spettacolo di lirica bellissimo (Le nozze di Figaro – la ‘povna lo ha già scritto), e un duomo finto e una piazza chiusa medievale da scoprire. Hanno continuato il martedì, con la visita alla Città del Carcere. Lì, insieme all’Ingegnera Tosta e a Gamma (in quella che sta diventando una gita fuori porta di fine estate che è già tradizione, e fa sostanza), hanno ammirato dal vivo uno dei quadri della Maniera più belli di tutti i tempi, insieme ad altri musei, e piazze, e palazzi comunali, e torri medievali. Poi è stata la volta dell’aperitivo con la Venexiana e suo marito, al bar del popolo, una chiacchiera che è proseguita ulteriormente, quando si sono trovati oggi, sul mare. Domani sarà il turno dell’Anziana di Ginevra e dello Storico Saggio, con L. e G., che sono tornati questa notte dalla Puglia; e Thelma, che non li vede da dieci anni (quando erano presenze fisse nel paese-che-è-casa, da nonna ‘povna), è molto felice di poterli reincontrare.
Ma alla ‘povna, se deve dire, resta nel cuore la serata di oggi. Quando, dopo una organizzazione millimetrica (che ha visto, al suo attivo, gran copia di sms dispiegarsi), si è consumata (finita proprio adesso), una cena insieme alla Pellona, al Dr., al Pelloni e al Dedde. Sono andati in un posto che alla ‘povna è caro (ci ha festeggiato l’abilitazione, per esempio), e sono stati molto bene, e hanno mangiato altrettanto. Si sono anche trovati (o confermati) spiriti affini, peraltro, ma non è questo il punto. Il punto è nella malia di un capire orizzonti esistenziali anche nella diversità delle esperienze; una coincidenza emozionale che sta nel condividere non già necessariamente le esperienze, ma affetto e intelligenza. La ‘povna torna a casa felice da questa serata con questa amica che, come lei, è solo e tanto pazza. E, certo, si sono conosciute qua sopra, ed è una cosa divertente e bella; ma, a costo di sfatare tanti miti che lei stessa ha sostenuto e detto, sia chiaro che qui non si parla di magia del blog, ma di affinità elettiva di individui in carne e ossa; non caratteri on-line, ma vita vera.

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Minestra avocado e cetriolo

Nella piccola città è arrivata Thelma. Lei e la ‘povna se ne sta(ra)nno in giro a zingarare per sei giorni, tra mare, cultura e socialità. Per questo il computer giace spento sul tavolo del soggiorno, molto spesso, e la ‘povna si concede di abbandonare (anche se non del tutto) la quotidianità.
Al ritorno dalla spiaggia, se non sono fuori con gli amici (o a vedere lo spettacolo di Piton, come ieri, nella Città Bianca), non è male trovare qualcosa di fresco e di già pronto. La ‘povna ha dunque rifatto la minestra fredda di cui ha accennato l’altro giorno e, poiché le piace condividere le dritte, ne lascia, in una pausa, la ricetta qui.
In breve, è facilissima. Si prendono 4 cetrioli (grossotti), un avocado (bello maturo), un tre cipollotti freschi (non troppo grandi), prezzemolo, menta, basilico, un po’ di sale. Si mettono nel bicchiere del frullatore profondo, si aggiunge un po’ di acqua, si frulla il tutto benissimo, fino ad arrivare a una consistenza da minestra. Poi, si mette in frigo, e si lascia a riposare tranquillo. Quando si torna dal mare, si tira fuori, si aggiunge un cucchiaio, uno e mezzo di yogurt bianco, e si dà un’altra frullatina amalgamante. A quel punto, si versa nella scodella, si aggiungono a piacere crostini, oppure nulla, e si mangia. Tutto qui.

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Il campeggio della Rapa

Cominciò tutto, per davvero, due anni fa, ai tempi degli esami di maturità dell’Onda. Fu allora che la ‘povna e l’Ingegnera Tosta (che pure avevano condiviso insieme quella città, quella scuola, quel concorso, fin dal primo giorno) iniziarono ad avvicinarsi fuori dai muri della scuola e delle classi, travalicando, timide, il tacito confine dei colleghi. Fu l’invito ufficiale (che terminò con la ‘povna ospite a casa dell’Ingegnera, al rientro a tarda notte), continuò con il dialogo telefonico, scritti, correzioni, orali, giorno dopo giorno, e si concluse, per quell’estate, con una visita alla piccola città e alla nuova casa della ‘povna da parte dell’Ingegnera e di Alfa, Beta e Gamma, i suoi tre figlioli.
Continuò l’anno dopo, il 2012/2013, quando la ‘povna e l’Ingegnera si trovarono nello stesso consiglio di classe, sul triennio (ed era la prima volta da dieci anni): coi Merry Men, ovviamente (perché lo sceneggiatore è sottile, e si diverte, ma non è malizioso, come già fu detto). E insieme si trovarono a scambiarsi opinioni e strategie su quella strana classe, e poi a portarli insieme in gita, nella città del pesce; e progressivamente la condivisione iniziò a farsi scambio privato, racconto, iniziale confidenza, finché la fine di quel lungo anno difficile le recapitò, stanche, ai confini dell’estate.
“Vieni a trovarmi al campeggio, questo luglio” – disse l’Ingegnera al termine degli scrutini – “in fondo siamo vicinissimi!”.
“Occhio che ti prendo in parola!” – rispose la ‘povna. E così fu fatto. E, un lunedì di luglio, mise nello zaino un cambio di lenzuola, due prendisole e due costumi da bagno, salì su un treno, e scese dopo una mezz’oretta, in una stazione marittima. Insieme, al mare, passarono alcuni giorni molto belli, la ‘povna conobbe meglio i ragazzi, e anche il Maratoneta (il marito dell’Ingegnera Tosta), fecero un torneo di minigolf e molte passeggiate sulla spiaggia; poi la ‘povna li salutò con molti baci e abbracci, riprese il treno e fece ritorno a casa. Si rividero di lì a poco, questa volta insieme a Gamma e Thelma: organizzarono una gita a Castagnone a mezzo agosto e si divertirono un mucchio; furono altre chiacchiere e risate e conoscenze. E quando si salutarono, settembre era imminente, entrambe sapevano che l’amicizia ormai era nata. Il legame si è rafforzato, intrecciandosi, per tutto l’anno scorso, venerdì dopo venerdì, vasca dopo vasca: a scuola, nell’autogestione, a Praga, e poi da casa, sms dopo sms, racconto dopo racconto. Ed è così che, finita la scuola, anche questa estate continuare a vedersi è sembrato solo ovvio: per questo, lunedì scorso, la ‘povna ha ripreso quello zaino, quelle lenzuola e un altro paio di costumi e vestitelli; è salita sullo stesso treno, ha fatto gli stessi 50 chilometri, per arrivare, ancora una volta, a trovarli loro tutti al campeggio della Rapa.
Lì la ‘povna ha passato dei giorni di casa, sentendosi in famiglia: con l’Ingegnera hanno fatto camminate veloci sulla spiaggia all’alba, a ritmo di esercizi, percorso avanti e indietro il bagnasciuga, seguito strade in bicicletta, lungo la pineta, e anche di notte (a vedere Rada City); hanno mangiato pomodori (tantissimi), improvvisato un tiramisù, alternato costumi e magliette (per non sembrare identiche); hanno cantato filastrocche e ritagliato ragni e pipistrelli; hanno guardato il vento d’Est, sulla scia di Mary Poppins, e sopportato lo scirocco; si sono raccontate un sacco di cose, e ripromesse di scoprirne altre. Sono state, insomma, in una parola, molto bene.

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“Death is the only adventure you have left”

“You know that place between sleep and awake? That place where you still remember dreaming? That’s where I’ll always love you… Peter Pan. That’s where I’ll be waiting”.

Steven Spielberg, Hook

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Domenica mattina in bus

La chiusura estiva anche della sua piscina di supplenza (il 2 di agosto) ha portato la ‘povna a dover ulteriormente allargare il raggio della sua ricerca (perché stare un mese senza allenarsi non è scritto). Così, dopo breve escursione telematica, ha eletto a sua nuova dimora il complesso sportivo di Tràscina, sito a una dozzina di chilometri dalla piccola città. I vantaggi offerti da questa soluzione sono molti: l’impianto è bello, la vasca è a 50 mt, e all’aperto, costa abbastanza poco (un euro solo in più della piscina di supplenza), e, pur essendo orientata sull’estate (cioè: anche per accogliere in modalità ludica famiglie), poiché la tradizione natatoria lì è alta, è sempre previsto uno spazio serio di nuoto libero, in cui abbandonarsi in allegria alle vasche senza che dilettanti allo sbaraglio intralcino con moti instabili ritmo e stile di bracciata. Così la ‘povna si è dedicata al nuovo sito con impegno, da quando è tornata da Cambridge, scoprendo pure che resta aperto a ferragosto (risolvendole così la questione allenamento per questa settimana).
Per lo più, ci è andata in treno, ché Tràscina è sulla linea, e dunque comoda; una volta, sabato, a mo’ (anche) di mare, in auto, con Robocop e Streghetta. Ma ieri, che era domenica, complice il salto di una corsa, incerta tra aspettare due ore (ma flipparsi il pomeriggio) o fare l’andata in autobus (il prezzo è suppergiù lo stesso), la ‘povna ha deciso di privilegiare il tempo, e usufruire del servizio interurbano su gomma della piccola città.
Si è recata alla fermata (in una piazza vicino a casa, ma già in centro, assai frequentata), in bicicletta, all’alba delle 12. Ha parcheggiato, ha constatato che era 7 minuti in anticipo, e si è messa tranquilla ad aspettare. Da quel momento, fino a quando un autista solidale l’ha sbarcata in centro a Tràscina, la ‘povna non è stata lasciata un minuto in pace, in buona sostanza. Alla fermata (in piazza frequentata, lo ripete, a mezzogiorno!), prima, e poi più volte sopra l’autobus (dove un vecchio passeggero ha cercato di convincerla, con il “tu”, a scendere il paese prima, e poi usufruire di un passaggio), chiunque le ha dato il tormento: dandole a parlare, commentandola, squadrandola, facendo molto camerateschi e poco fini apprezzamenti. Lei, dal canto suo, non è che si turbi (a soddisfazione del più vieto maschilismo: indossava una canottiera non particolarmente osée e una gonnella nera che sbalzava sul ginocchio, niente di che, peraltro): è sufficientemente smart e menefreghista per tenere chicchessia a bada o per rispondere. Semplicemente, rimane, come spesso le succede, assai perplessa: che il suo paese sia ancora così tanto attardato, così provinciale, così stupido, al punto che un bus di linea, di domenica, di giorno, si trasformi in un microcosmo a modello di gamerra; al punto che nessuno trovi tutto questo uno scandalo, e dunque che nessuno faccia niente. Perché la ‘povna, appunto, è aloof, e abituata a viaggiare e se la cava sempre. Ma lei pensa alla tipologia di passeggeri da bus che potrebbero avere bisogno di tranquilla sicurezza (i suoi alunni, le sue bimbe, tante donne). E tutto quello che ha visto e sentito non le piace.
Al ritorno da Tràscina, complici gli orari favorevoli, la ‘povna ha ripreso amico-treno, dove il mondo è assai più normale e più moderno. Inutile dire che la settimana scorsa, a Cambridge, le è capitato, di mattina, pomeriggio, sera, tra le 7 e mezzanotte, di salire e scendere da qualunque mezzo pubblico (in una occasione, vestita anche elegante) e che nessuno, se non per rispondere, con molta gentilezza, a una sua esplicita richiesta di informazione o chiarimenti, ha dedicato alla sua anonima persona mezza occhiata.

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Millefoglie di melanzane e tonno affumicato profumato alla menta

Altro giro, altra ricetta. Da comporre praticamente tutta a freddo, che la ‘povna ha orari strambi, mentre lavora per l’altro mondo, fa una pausa per nuotare e vedere qualche cinema, legge, e non sempre ha tempo e ingegno da dedicare ai fornelli a ora di pranzo e cena.
Così l’altra mattina, che aveva un po’ di tempo, ha preso una melanzana viola tonda (che così non c’è nemmeno bisogno di farla spurgare: non è amara per nulla), l’ha tagliata a fette di mezzo centimetro, e l’ha grigliata sulla piastra. Poi ha messo le fette via, a freddarsi e non ci ha più pensato.
La sera, poi, verso le sette, ha preso quattro pomodori medi e maturi, li ha tagliati a pezzi piccoli, e li ha messi a marinare con olio (q.b. – ne è sufficiente poco, peraltro), basilico, maggiorana, menta, pepe (se piace), sale rosa dell’Himalaya per una mezz’oretta.
Nel frattempo ha tirato fuori le melanzane grigliate, perché fossero a temperatura ambiente, e 100 grammi di tonno affumicato a fette. Quando i pomodori, aiutati dall’olio, dal sale e dalle erbe hanno sviluppato un bel sughetto denso, ha preso una teglia a bordi alti (lei quella da plumcake, che era proprio della misura giusta), e ha iniziato a comporre il millefoglie: fetta di melanzana, tonno, sughetto, pomodori, fetta di melanzana, et coetera, a ripetere tutti i gesti per tre volte (in cima, sopra, a decorare, ancora pomodori). Poi ha lasciato lì ancora a riposare e compattarsi per una mezz’oretta, e ha fatto altro. E, quando le è venuta fame, se ne è servita una porzione abbondante. E ha mangiato davvero di gusto, facendo precedere il tutto da una zuppa fredda di avocado, cetriolo e cipollotto (ma questo, se interessa, è un’altra storia).

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Skippy muore

Del romanzo di cui parla oggi per il venerdì del libro, la recensione suona meno incoraggiante di quanto non sia la spinta della ‘povna a consigliarlo. Perché Skippy muore di Paul Murray è senza dubbio molte cose – tra le quali un romanzo fluviale al quale un buon editor avrebbe potuto far sfrondare una duecentina di pagine, fino a farlo restare sempre impetuoso, ma torrente – ma resta soprattutto, nonostante, o anche per (come spesso capita), le sue imperfezioni, un libro che vale la pena di leggere. Per la trovata geniale dell’inizio, per come rappresenta l’adolescenza in un college irlandese (due concetti che sono slighty uguali, ma non del tutto, a come potrebbe essere questa rappresentazioni rispettivamente in America o in Gran Bretagna), per come sa guardare, su quella stessa adolescenza, lo sguardo degli adulti, per la capacità, non ultima, di rinnovare il genere school story al tempo presente, con ciò esportandolo in una cultura diversa (densamente cattolica) da quella anglo-americana.
Se un irlandese talentuoso, ma poco disciplinato, scrive un romanzo in cui mescola It e Tom Brown’s School Days (passando per Harry Potter, Stand By Me e tutta la tradizione della linea d’ombra e della letteratura di college), vale la pena di prestarli ascolto, insomma (armandosi di kindle, possibilmente, oppure leggendolo in originale: l’edizione cartacea ISBN è da perdita degli occhi), chiedendosi se, o, meglio, che cosa, abbia da dire per noi tutti, sulla nostra società contemporanea.
La valutazione complessiva della ‘povna – diciamo un “buono meno meno” – è per difetto dunque, perché il letterale precipitare degli eventi della seconda parte, accelerato e ineluttabile (e splendidamente condotto), non riesce sempre a riscattare del tutto certe lungaggini della prima parte abbondante.
Nel mezzo c’è il gruppo di pari, c’è l’adolescenza come stato ontologico, c’è il ricordo/rimpianto della medesima da parte degli adulti (che, secondo la migliore tradizione di Hook di Spielberg, o sono restati Peter Pan o sono diventati dei pirati). C’è il multiverso, e lo spiritismo del terzo millennio, che prende le penne del pavone della scienza, e dunque l’utopia inquieta del sogno, e la dialettica dolorosa tra memoria e formazione, passato e futuro. E, dunque, c’è la morte, la ribellione e l’accettazione possibile solo nell’unione aggraziata e improbabile di solitudini che si fa ambiguamente forza.
C’è tutto questo, e molto altro; in qualche modo tutto. Unito a riflessioni (un bel po’ troppo saggistiche) sulla natura umana. Che è poi quello che alla fin fine determina quell’ombra di ambiguità finale di giudizio: la certezza, inoppugnabile, che un irlandese di cultura cattolica abbia comunque bisogno di una bella sforbiciata di caratteri, prima di riuscire per davvero a eguagliare Kipling o Stephen King.

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“Quello che non ho”

La ‘povna è andata e tornata, e di Cambridge parlerà, forse, ancora, presto. Per intanto, in questi tre giorni, che sono stati perfetti, quello che l’ha colpita è stato, soprattutto, quanto il mood vacanziero altrui possa essere molesto. C’est à dire, Cambridge era, come sempre in estate, repleta di gente di passaggio e – a fronte di persone cortesi, educate, silenziose e per benissimo (anglo-parlanti, francesi e nord-europei, soprattutto) – la massa umana di soggetti palesemente inadatti a uscire dai confini patrii era numerosissima e compatta (italiani, brava gente, ovviamente in pole position, anche se la palma della maleducazione spetta a chino-giapponesi).
Ed è così che, mentre saliva su un aereo reso rumoroso dai suoi connazionali urlanti (quando si è in volo, quanto a provincialismo, nessuno ci batte), si è fatta mentalmente l’elenco di “che cosa non è”, non è mai stato, il suo viaggio. Oppure, appunto, “quello che non ha”.
La ‘povna, quando parte, dunque:

- non ha la sindrome della valigia da fare diciassette giorni prima, tutto pronto: viaggiare significa spostare se stessa in un altro luogo per qualche tempo, ciò che importa non sono le cose, dunque. Soldi e documenti (di identità e/o di viaggio) vanno controllati con anticipo. Per tutto il resto, non c’è niente di scontato.
– per questo, non si affanna (se parte in aereo) a controllare il peso altrettante diciassette volte, sentendosi magari tanto smart perché riesce a barare, vestendosi in estate a strati, come se fosse inverno. E’ passata l’età di quel tipo di viaggi (da romanzo di formazione e adolescenza). Se la ‘povna pensa di non avere bisogno di molte cose, avrà un bagaglio a mano, piccolo e maneggevole (e che non darà mai, in cabina, problemi di spazio); se invece pensa di avere bisogno di più cose, all’andata e/o al ritorno, il bagaglio lo mette in stiva, a prescindere dal costo. Tertium, concettualmente, non è possibile, e non datur.
– proprio per quanto detto sopra (ne ha discusso con una interlocutrice del tutto priva di ironia sul canale telematico), a colazione si guarda bene dal fare quelle cose tristi che fan tanti, come farsi i panini di sgamo rubando dal buffet.
– alla stazione si sa muovere, sa leggere i cartelli, i tabelloni, le informazioni e, se all’estero, comunicare in lingua. Orientarsi da soli – o chiedere dritte in maniera cortese, circonstanziata, adatta – fa parte dell’esperienza. E anche qui tertium non datur.
– mettersi in coda al gate, in piedi, scomodamente, 50 minuti prima della partenza, è qualcosa che lascia volentieri ai suoi connazionali in ansia. Se non altro per politiche di sicurezza, sugli aerei, i primi a tenere che ci siano tutti a bordo sono i responsabili: affannarsi a saltare la fila nel timore di perdere chissà quale privilegio è una cosa che a vedersi è solo triste. E la ‘povna, alla quale guardare dall’esterno piace molto, francamente, non lo fa.
– per lo stesso motivo, quando è su un mezzo di locomozione, non parla ad alta voce, non sbriciola, schiamazza, si alza dieci volte; ci sono anche altri passeggeri intorno (e, se in aereo, va da sé, si guarda bene dall’applaudire all’atterraggio – oltre a conoscere la differenza tra la luce di cortesia, sopra la testa, e il bottone di chiamata).
– quando si è in un posto, si mangia la cucina del posto, punto. Deviazioni da questo dogma sono concesse soltanto quando si inizia a parlare di soggiorno stabile. Per la pasta asciutta, il caffè espresso o quant’altro c’è un sacco di tempo a casa.
– “vacanza” significa anche conoscere per bene i luoghi che si ha in programma di vedere: la ‘povna non ha l’ansia da collezionista, dunque. Se va in un posto per tanto tempo, lo conoscerà con calma, giorno dopo giorno: camminandoci in mezzo, prendendo i mezzi pubblici e tutto il resto. Se ci sta pa er pochi giorni si rassegnerà a non vedere tutto: ma viversi nel luogo, camminarci, leggerci in un parco, guardare i supermercati, andare al cinema, chiacchierare con la gente fa parte a suo giudizio del percorso, né più, né meno dell’ennesima bellezza, naturale o culturale.
– proprio in nome del non-collezionismo, il viaggio deve essere organico. Il che, attenzione, può volere dire tutto, oppure niente. Di certo per lei non vuol dire, però, aggiungere all’elenco mete l’ennesima etichetta, giusto per poter dire, agli e a se stessi, di “esserci stati”. In altre parole, non è più tempo di inter-rail, insomma (e nemmeno ha più vent’anni): mettere insieme nomi e luoghi alla rinfusa (“aggiungici un giorno in più e ti fai anche la Danimarca”, detto di un breve viaggio programmato in Schleswig Holstein) non fa per lei, per la sua età, per il suo modo di conoscere. A lei piace che un viaggio sia armonioso in se stesso, posto che l’armonia, concetto lasco, possa derivare da una prevalenza culturale, naturistica, geo-politica o anche emotivo-sentimentale.

Di questo genere, se non tali appunto, sono stati i pensieri nel retro-testa della ‘povna mentre viaggiava verso Cambridge, mimetizzata dai suoi colori, dalla sua parlata e dal suo libro che la fanno passare sempre, per fortuna, per straniera e anglo-parlante, provando a modellarsi sul paesaggio intorno per lo spazio di quei giorni, adattandosi al contesto. Perché, almeno per lei, “viaggiare” di questo tratta, uscire dai confini noti, aprendosi a se stessi. Ma se invece l’idea è partire portandosi il proprio chiuso mondo, tutto quanto, protervamente sulle spalle, allora, per quanto la riguarda, si tratta proprio di risparmiare la fatica, e stare a casa.

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“Ci si vede in giro…”

Sono le parole con le quali si sono salutati questa sera la ‘povna, Piton e BibCan davanti a una porta di mura medievali, in una location – sia essa simultanea o individuale – per loro inusuale come la Città Bianca. La ‘povna ci arrivava in corsa, come piace a lei, diretta da due treni e un cambio (e il fine settimana al mare da Mr. e Mrs. Mifflin), BibCan dal nord, col treno regionale e il treno folle, Piton dalla sua casa provvisoria di queste quattro settimane estive, che lo vedono mettere in scena delle Nozze di Figaro, da rappresentarsi all’aperto, in piazza, a mezzo agosto.
E così, approfittando di incroci spazio-temporali che questa estate si squadernano dal nulla, quasi come niente fosse, hanno imbastito una cena in una pizzeria sgluto (con delle ottime birre) prima di ripartire alla volta di nuove e differenziate avventure, salutandosi con quello che sembra destinato a essere il motto di queste strane vacanze, nelle quali ci si incontra in luoghi inaspettati e buffi, mescolando convivialità e chiacchiere secondo modulazioni diverse di gusti e di piaceri.
La ‘povna allora, dopo un altro treno, plana nella piccola città alle undici di notte. C’è uno zaino da disfare al volo, per quanto sia semi-vuoto, veramente, e una valigia da preparare di netto. Domani mattina, infatti, dopo essersi lavata i capelli, e essere passata in merceria e in biblioteca, per un paio di commissioni urgenti (ma non in piscina, purtroppo, che pure quella estiva ha chiuso i suoi battenti), la ‘povna afferrerà quella valigia che, nel frattempo, avrà messo insieme nel corso della notte, e se ne andrà a piedi in aeroporto. Lì, come non le capitava da ben troppi cinque anni, salirà su un aereo per Stansted, poi su un bus della NatEx, e se ne andrà fino a Cambridge, dove una camera di Christ’s è riservata per lei per le prossime due notti. Non ci sarà tempo di fare molto, purtroppo, ma lì la ‘povna ha il vantaggio che si muove come a casa; torna a casa, in un certo senso. Dunque, ha già chiaro in testa il suo programma: dopo essere arrivata, e avere preso possesso del suo alloggio, la ‘povna andrà a nuotare a Gonville Place, all’angolo di Parker’s Piece, dove c’è la piscina pubblica; poi si farà un bel giro per vedere che cosa è cambiato dal 2006, quando se ne venne via in mezzo all’anno horribilis; a quel punto sarà ora di una bella pinta all’Eagle, quindi, alle 8, all’Arts Picture House la aspetta l’appuntamento con Boyhood (che la ‘povna verrà così in anteprima sull’Italia di due mesi belli pieni).
Il giorno dopo, dopo essere tornata in piscina (ovviamente) e in Newnham Rd. a noleggiar la bicicletta, si è organizzata una scampagnata fino a Grantchester, dove, tra turismo e lettura in mezzo al prato, all’Orchard, ha intenzione di restare fino a notte, quando rientrerà in College in tempo per un altro spettacolo in anteprima. Mercoledì, infine, dopo la sosta a Gonville Place, scenderà lungo la Mill Road, fino alla casa dove è vissuta l’ultima volta, per salutare con calma i suoi ben noti dintorni e i suoi vicini.
L’aereo la riporterà nella piccola città mercoledì notte, e da lì saranno ancora altri incontri, e “ci si vede” e incroci sparsi. Ma la ‘povna non ci vuole pensare, adesso. Domani, intanto, rivede la sua Cambridge. E ancora si chiede, mentre lo specchio le restituisce il suo sorriso, sorridendo, come abbia fatto, in questi anni, a starci così tanto lontana.

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Io viaggio da sola

Nelle more tra un Trollope e l’altro, mentre si preparava al viaggio crucco, la ‘povna ha letto Io viaggio da sola di Maria Perosino, autrice morta nel giugno scorso, troppo presto, amica di svariati amici. Ne aveva già sentito parlare, ovviamente, quando era uscito, nel 2012; e aveva pure pensato di leggerlo (visto l’argomento, che le è ben caro, come noto e scritto). Poi però la vita è andata più veloce o non lo ha trovato in offerta; e alla fine l’appuntamento è stato rimandato a questa estate. La ‘povna ne parla in mezzo a un’altra serie di incontri e di partenze: martedì scorso, nella piccola città, improvvisata di Pellona e ramarri; oggi viene a trovarla Mr. Mifflin, che poi la porta via, per un fine settimana di mare e lago, dalle sue parti. Poi, domenica pomeriggio, sarà la volta di BibCan, a passare dalla piccola città, e stanno già organizzando per vedersi. Infine, lunedì un aereo la rapisce all’improvviso, per i canonici due giorni (perché, appunto, se non viaggia almeno un po’ da sola, per la ‘povna non è vacanza e non è estate). Ma mentre si dà da fare, con borse e valigette, la ‘povna lascia per il venerdì del libro due righe di recensione breve, per chi ne abbia voglia: il libro, del resto, è intelligente, e si legge nello spazio di un tragitto in treno.

Io viaggio da sola è un libro dal genere volutamente e difficilmente classificabile. A metà tra il diario semi-serio di se stessi come single (forzati, ma nello stesso tempo vissuti con consapevolezza che la vita è bella in sé, e dunque anche scelti), lo sguardo antropologico sulla società, le riflessioni meta-metodologiche sul viaggio, la capacità di costruire aneddoti piacevoli e di intrattenimento, fornisce uno spaccato dei viaggi della protagonista da sola, raggruppando per temi e e per capitoli (la valigia, la destinazione, la mappa delle città, l’albergo). Sicuramente parte della fascinazione di lettura sta nella simmetria dell’identificazione, almeno per chi è single-travel addicted, ma è indubbio che la scrittura intelligente, la capacità di mantenere il tono semi-serio da divertissement intellettuale, senza essere (nonostante un certo autocompiacimento), troppo pretenzioso, la leggerezza facciano di questo libro una lettura piacevole, della quale, tra riflessioni acutamente sociologiche e consigli, resta comunque qualcosa (che non ci parla solo dell’autrice e di noi stessi, ma anche del viaggio come tema portante, e delle sue evoluzioni da terzo millennio). Spiccano, tra tutte, le pagine sul treno come mezzo di trasporto, ma anche di vita, di lettura dello spazio e del tempo – pagine che denunciano una preferenza dell’autrice, ma sanno anche farsi, ancora una volta, specchio di uno sguardo più ampio (anche se non pratico, l’autrice in treno viaggia da sola, ma sempre con parecchi soldi). Una lettura non impegnativa, certo, eppure densa, con leggerezza, di spunti da ricordare.

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