Cooperativa traslochi

Tutto è cominciato il secondo lunedì di scuola, il 22 settembre. La ‘povna sale alla casa sull’albero e trova i Merry Men decimati, ad aspettarla.
“Buon giorno a tutti! Ma… quegli altri?!” – esala dopo un sguardo circolare intorno.
“Piccolo Giovanni, Soldino, Cirillo Skizzo, Orlando, Weber e Stuffy sono andati ad aiutare i due nuovi bidelli nel trasloco dell’archivio, ordine di DaddyLongLegs” – le spiega di buon grado Movida (uno dei nuovi acquisti) – “dovrebbero tornare a momenti”.
“Ho capito” – quando si tratta di loro, la ‘povna non si stupisce mai, se lo tiene per dogma – “Chi viene alla lavagna?”.
Teofilo si candida, la spiegazione di storia comincia, e dopo poco, felici, stanchi, e sudati e puzzolenti, tornano i prodi facchini.
“Daddy ha deciso che il miglior modo per dar loro una calmata è stroncarli con anticipo?” – domanda, a fine mattina, la ‘povna a Esagono sulla via della sala insegnanti.
“Più o meno” – ride lui – “La verità, ma lo sai, è che con l’arrivo dei due nuovi custodi…”
“…sia lode e gloria alla pensione di StoSeduta e all’allontanamento di MiStanco” – lo interrompe la ‘povna.
“Appunto: FacTotum e ArgentoVivo paiono instancabili. E dunque se ne approfitta per recuperare ambienti e aule che, fino a oggi, erano dei magazzini”.
La ‘povna annuisce soddisfatta, poi si occupa di questioni del Pof, poi va a casa, e prepara un po’ di lezioni e dispense, e poi non ci pensa.
Fino al venerdì successivo, quando: “‘povna, una parola”.
“Dimmi, DaddyLongLegs”.
“Dopo il secondo intervallo, ti rapirei tutti i Merry Men escluse le ragazze…”.
“Ma non mi dire…”.
“C’è da svuotare il rispostiglio, e ho verificato che sono i migliori aiutanti tra tutti gli alunni. E poi la stanza è proprio di fronte a voi”.
“Prego, fai pure. Lasciami solo Cirillo Skizzo, così mettiamo in ordine il registro”.
Detto e fatto. I Merry Men, informati, si recano al lavoro con l’entusiasmo dei nani di Walt Disney, per poi rientrare, a opera compiuta, onusti di curiosità e doni.
“Guardi, prof., che meraviglia!” – le si fa incontro Grande Giovanni – “in magazzino c’erano copie di compiti, programmi, circolari del Ministero del 1980: ho chiesto se potevamo prenderli, è affascinante! E’ come leggere la storia di qualcuno uguale a noi, che stava tra i nostri stessi muri”.
“Fammi vedere” – la ‘povna compulsa con avidi occhi storiografici. Ne approfitta per improvvisare una lezione sui documenti. Poi tutti ritornano ai loro posti, e la vita nella casa sull’albero riprende a scorrere, placida, sui suoi binari.
Si arriva così a ieri. Di nuovo alla casa sull’albero; concentrati sui loro testi, la ‘povna e i suoi uomini del bosco spiegano di letteratura, che è pur sempre bello.
Qualcuno bussa alla porta. ArgentoVivo fa capolino dopo lo scontato “Avanti!”.
“Mi scusi se la disturbo, professoressa. Il vicepreside DaddyLongLegs vorrebbe cinque…”
“… volontari per aiutarvi? Pronti!” – quelli rispondono all’unisono.
“Sì, per la biblioteca, questa volta”.
“Possiamo, professoressa?”.
Ubi maior” – la ‘povna si arrende – “magari però poi registriamo il marchio. Che qui, per finanziare la gita, conviene aprirci la nostra ditta di traslochi”.
Ma ovviamente li lascia scendere. Soldino, Cirillo Skizzo, Stuffy, il Panda ed Earnest partono all’arrembaggio.
Un quarto d’ora dopo, la scala riflette lo scalpiccio dei passi. Si apre la porta. Soldino entra trascinandosi una poltrona, di pelle verde.
“???”.
“Prof., la volevano buttare, è bellissima! Allora DaddyLongLegs ce l’ha concessa per la nostra casa, come premio!”.
Intanto, è arrivato su anche Stuffy, che trasporta la gemella. Ma un sorriso collettivo e complice è tutto quello che, ora, si concedono. E’ tempo di riprendere lezione.
“Hai visto che bella la nuova biblioteca?” – farà notare oggi alla ‘povna l’Ingegnera Tosta.
“Sì, non era così pulita e accogliente da dieci anni. Sai chi ha aiutato nel trasloco, a proposito?”.
La risposta è sicura: “I Merry Men!”.
“Ovviamente. E, hai presente quelle poltrone verdi? Non indovineresti mai…”.
“Aspetta, invece sì: le han portate alla casa sull’albero?!”.
La ‘povna e l’Ingegnera dedicano al soffitto del piano superiore un sorriso con affetto. E sanno che – così come previsto un anno fa, del resto – il tempo in cui si porteranno lassù, nel covo, una macchina del caffè, un sacco a pelo, un frigorifero, è sempre più vicino. Basta poco.

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Necessità aguzza l’ingegno

Dopo due settimane di (telematica) nebbia, la collega Salto-della-Quaglia si rifà viva, per e-mail, di sabato pomeriggio. Per la verità, non si era peritata anche prima, per telefono (“Scusami se ti chiamo, ho visto che ci sono nuove circolari, ma non ho voglia di leggerle, e allora ti ho chiamato per sapere se mi dici tu le novità di Lettere”), ma era stata liquidata prontamente (“Volentieri, Quaglia, ma io sono nell’altro plesso e, come ti abbiamo spiegato sia io, sia Bravissima, sia Wishes, gli impegni sono differenti”) e la ‘povna era rimasta in pace. Fino a ieri (appunto). La ‘povna chiacchiera amenamente con Mr. e Mrs. Mifflin, appena arrivati in visita. Improvviso, il rumore del gestore della posta: sono arrivati un paio di messaggi. La ‘povna scorre cursoria, con la mano sinistra, e trova questo (ortografia, maiuscole e minuscole, così come impostazione e virgole, dall’originale, fedelmente):

Da: Saltodellaquaglia79
Inviato: sabato 27 settembre 2014 17.56
A: lapovna@gmail.com
Oggetto: Da Salto Della quaglia sxusami collega solo ora ho letto il tuo vecchio messaggio ti ringrazio per la disponibilita’ se mi fai il piacere di spedirmi o farmi ricevere a scuola un po’ di materiale di italiano e storia per le prime ti ringrazio

La ‘povna legge. Alza uno, poi l’altro sopracciglio. E condivide, dopo un primo sfogo icastico (“Ma non è solo scema, è impunita, questa!”), con Mr. e Mrs. Mifflin le sue perplessità. Grammaticali, innanzi tutto, e non c’è da dire altro (Quaglia insegna Lettere – e ciascuna delle due parole, da sola, basterebbe); informatiche, ovviamente (ché scrivere soltanto nell’oggetto, lei, ai suoi alunni, insegna che è sbagliato dopo circa dieci giorni dall’ingresso); di impostazione del genere lettera (che rientra pure nel programma di produzione scritta del biennio), e c’è da mettersi le mani nei capelli; e poi, last, but not least, antropologiche e culturali. Perché la richiesta di Quaglia equivale, bella bella, a life, world and everything, una commovente ammissione di globale insipienza, incapacità di fare a trecentosessanta gradi.
Dopo le doverose risate (ma amarissime), la ‘povna si scopre irritata, molto. E decide di rispondere come, quando vuole, sa: “Cara Quaglia, ho ricevuto il tuo messaggio, ma ti chiederei il piacere di essere un po’ più specifica, così in generale è un po’ vasto, mi pare!” – tippetta veloce, referenziale e perfido. Non manca ovviamente il “grazie”, e poi, malefico, un post scriptum (“la prossima volta, se riesci, mi scrivi nel corpo del messaggio e non nell’oggetto? Così è molto difficile da leggere”). A questo punto è ora di uscire, la ‘povna trascorre in giro la loro serata rutilante, e quando, con Ohibò ritorna a casa (ora è lui a sostituirsi a visita, prima della partenza), è già nottata. Ovviamente – visto che era presente al primo atto – la ‘povna gli racconta la seconda puntata della storia: “Sai che mi ha riscritto Quaglia?”. Intanto apre il computer, controllano la posta. E la sorpresa arriva, puntuale come la faccia tosta. Lottando impavida contro le sue difficoltà computeristiche, Quaglia ha infatti già risposto: la prospettiva di avere materiale gratis, è evidente, insegna ad adattarsi, persino nell’usare la scontrosissima informatica. Quello che lascia senza parole, ancora una volta, è la sicumera impunita. In nome della tautologia ripetitiva, la ‘povna legge infatti queste parole, ordinatamente tippettate nel corpo del messaggio (la citazione è, ancora una volta, fedelissima, csoì: senza congedi, ringraziamenti o firme):
“Cerco materiale di italiani narrativa e storia”.

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La gentile clientela

Come ha accennato rapidamente, il tema scelto dallo sceneggiatore per questa settimana è stato “incontri” e la ‘povna, come diceva oggi, dopo la piscina del venerdì, all’Ingegnera Tosta, si è così rassegnata, di ottimo grado, a giorni di rutilante socialità. Si è cominciato martedì, con il compleanno dell’Amico Vicino (per il quale, ubi maior, ha persino rinunciato alle quotidiane vasche), ha continuato mercoledì, quando l’ha chiamata Paolantoni (il suo compagno di militare, un altro tempo), di passaggio nella piccola città per un convegno, con il quale non si è fatta mancare due aperitivi (perché ieri per non sbagliare hanno replicato l’appuntamento del giorno precedente). Il convegno le ha riportato in visita pure il Mite Re, direttamente da Parigi, e la ‘povna oggi rinnova dunque una conoscenza vecchia di vent’anni e passa con una cena estemporanea. Domani, era fissato un impegno con Mr. e Mrs. Mifflin, l’Anziana di Ginevra e lo Storico Saggio, e pure Ohibò, in partenza per uno dei suoi molti aerei, la domenica: e così la settimana scivola via tra programmi e serendipity e (anche se il tempo per correggere i compiti – sì, la ‘povna ha già messo le basi per due voti a testa per Merry Men e Giovani Marmotte – è più scarso del previsto) la ‘povna di certo non si lamenta affatto, e se la gode.
Per questo la recensione del venerdì è una segnalazione rapida, ma di un libro molto bello. Che ha il pregio, però, di costituire anche una eccellente idea per una lettura a scuola.
Bajani è sempre Bajani e anche La gentile clientela, dramma radiofonico, non fa eccezione. Bello il modo di costruire il dialogo con la casa di Anna Frank; bello (al solito) il modo di rappresentare l’adolescenza; bello il modo di giocare con i suoni. Bajani sa di letteratura sempre, pure quando scrive con la mano sinistra, o per contrainte, come in questo caso.

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Sorprese d’autunno

La ‘povna scende le scale della scuola a rotta di collo, sul viso il sorriso di una mattinata che si annunciava tosta (e con un treno soppresso alle 6 della mattina, che non dice certo il meglio), e che invece è stata solo bella. La aspetta il treno veloce alla stazione, e poi, nella piccola città, subito un’incombenza da concentrare in pausa pranzo (per liberare, almeno parzialmente, il pomeriggio), ché questa settimana lo sceneggiatore dice “incontri”, e lei si vuole, di buon grado, conformare.
Da lontano scorge davanti alla segreteria il profilo di una figura familiare, che parla con Mafalda. Si avvicina con un balzo, aguzza gli occhi, non ci crede. “Non può essere lui, non è possibile” – borbotta tra se stessa – “ci pensavo proprio oggi. Sono passati già due anni, pare folle, eppure mancano, oggi, ancora come ieri“.
Ma la sua vista è buona (e, forse, pure il sesto senso) e non si sbaglia (e poi: le spalle magre, gli occhi); il sorriso a tutto tondo li avvolge entrambi in sincrono:
“Calvin, che bella sorpresa, quasi quasi non ci credo!”.
“Ha visto, prof.?” – la Pesciolina sbuca da dietro la colonna, e lo esibisce, quasi fosse un trofeo.
Ma la ‘povna ha occhi solo per lui, orecchie per ascoltare il pezzo di trama da riavvolgere.
“Dove vai, Calvin, hai un po’ di tempo?”.
“In stazione, prof., pensavo di accompagnarla”.
“Aspetta, timbro”.
Salutano, si avviano fuori dalla scuola, il mondo non esiste. In quei quindici minuti scarsi faranno in tempo ad aggiornare l’aggiornabile, pianificando futuri appuntamenti:
“Allora venite con il Piccolo Elfo, a casa, mia un sabato”.
“Volentieri, prof.! Si organizza”.
“Porta pure la fidanzata, sai che non mi scandalizzo”.
“Infatti, prof. E poi, volevo presentargliela”.
E poi parole su parole, e anche silenzi. I treni passano, in direzioni opposte (come ai tempi del cinema scolastico, lo pensano entrambi, ma non è necessario dirlo).
“Arrivederci, prof., buona giornata. E allora a presto!”
“Ciao, Calvin, saluta tutti. E grazie!”.
Mentre sfreccia verso la piccola città, con una nuova carica, la ‘povna ringrazia, mentalmente, lo sceneggiatore.

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E lotteremo per il lavoro, per la pace, il pane e per la libertà

'povna:

Oggi la ‘povna si fa da parte, e lascia la parola a Io me e me stessa. Perché le sue parole sull’articolo 18 provengono da un punto di vista particolare, non scontato, ma soprattutto intelligente – di chi ha occhi per guardare il mondo a viso aperto, orecchie per ascoltarlo, e voglia di cambiare e di cambiarsi, restando in relazione.
Perché di certe cose bisogna parlare, appunto, con chiarezza, mettendo sul tavolo tutti i punti di vista, e provando a ragionare senza seguire i soliti binari. Il dibattito è, come sempre, benvenuto qua su Slumberland; oppure da lei; oppure da entrambe le parti. Oppure – e sarebbe ancora meglio – in casa propria, sul lavoro, in treno, nei bar, nei circoli; insomma, nella vita vera.

Originally posted on Io, me e me stessa - Historia de una mujer:

Lettera aperta a Susanna Camusso

Gentile Sig.ra Camusso,

lei ha una ventina d’anni più di me, e ha condotto lotte di cui io ho sentito solo parlare. Però, non s’offenda, non esageriamo con l’allure. Lei, negli anni ’70 era una studentessa di archeologia che ha deciso che la sua vocazione era il mondo sindacale. Nobile scelta. Ma puntualizziamo pure, né io né lei abbiamo il background (di cultura, di fatica) di un minatore del Sulcis.

Lei lotta da quarant’anni per i diritti dei lavoratori. Io da venti solco il mondo dell’impresa da freelance. Ne abbiamo viste entrambe, credo, di tutti i colori, quindi, risparmiamoci le solite manfrine sull’esperienza. Lei non è da rottamare (parola, peraltro, detestabile e irridente, che detesto) e io non ho più il pannolo da un pezzo.

Lei paragona il putto fiorentino a Margaret Thatcher, prendendo un abbaglio. Quello è una carognetta (chieda ad enricostaisereno) che ha…

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Incubi e revenants

Il provveditorato cui fa capo la scuola della ‘povna ha iniziato le chiamate per le supplenze annuali ieri l’altro. Lasciando da parte i cristi e le madonne (che lei ed Esagono hanno tirato, ciascuno nel suo linguaggio, perché i dati per comporre organici e cattedre, loro, li hanno mandati fedelmente a mezzo agosto), e le giuste e sacrosante lamentele di alunni e di famiglie per lo scandalo, questo ha voluto dire che, per molte materie, ancora si sta come coloro che son sospesi, in tutta la provincia. In particolare, da loro, mancano gli insegnanti di Agricoltura Tecnologia, in parte Matematica, Muri e Impianti e di Ginnastica. Oltre, come si sa, alla cattedra di Scienze (che, da quando è stata ridotta, così come da riforma, non è più autonoma, nel loro plesso, e dunque, priva di titolare, deve essere data a supplenza e accorpata). E’ su quella cattedra che, qualche anno fa, era approdato da loro il professore Max Gazzè (i Merry Men erano ancora in seconda, l’Amico Scrittore era vivo, e la ‘povna viveva in un’altra casa e, parzialmente, un altro mondo), del quale la ‘povna raccontò per circa un anno imprese e fasti; i quali, come spesso accade, se erano sicuramente, dal punto di vista narrativo, assai godibili, recavano come contro-indicazione, con chi con lui aveva a che fare in classe, una oggettiva fatica didattica ed esistenziale. Max si era per fortuna volatilizzato a fine anno, e mai più ritornato – un po’ per intervento dello sceneggiatore, un po’ di DaddyLongLegs – e, per una serie di questioni burocratiche che val la pena omettere, anche l’anno passato la sua venuta si era annunciata, fin da subito, praticamente impossibile da realizzare.
Quest’anno, però, le cose erano diverse. E, guardando le graduatorie di quella classe di concorso, la ‘povna si era resa conto che il rischio c’era, e altissimo. Anche se non è che la ‘povna ci potesse fare molto, perché – come coniò elegantemente Barbie durante un corso da lei tenuto, nel quale gli insegnanti si lamentavano dei colleghi dei consigli di classe – “credete che un preside sia sempre contento dell’organico che gli si presenta annualmente e non può scegliere? Di fronte a una graduatoria, purtroppo, c’è ben poco da fare”. Poteva aspettare, e lo ha fatto. E poteva anticipare il futuro, quanto meno nella testa. E il suo semi-conscio (che, a differenza dello sceneggiatore, è malizioso e poco sottile, sempre), proprio per questo, si è dato da fare. Il secondo giorno di scuola la ‘povna apre gli occhi di soprassalto cacciando via, inquieta, le ultime immagini che le affollano la testa.
“Sapete che cosa ho sognato?” – racconterà più tardi ai Merry Men, all’intervallo – “Iniziavano le chiamate per le supplenze, e per Scienze veniva rimandato qui il prof. Max Gazzè, quello vostro di seconda”.
Rebecca ha un soprassalto.
“Solo che…”.
“Solo che…” – le fa eco, la faccia protesa, Piccolo Giovanni.
“Solo che il ministro Giannini decideva che, come improvviso cambiamento, Scienze ritornava anche in quinta, al posto di Agricoltura Tecnologica. E dunque ce lo trovavamo come compagno di viaggio, fino all’esame di stato”.
“Mio dio, che incubo” – glossa Soldino col suo sorriso storto – “Ma non è una cosa possibile, vero prof., ci tranquillizzi!”.
“Per voi, no” – li aveva rassicurati la ‘povna. “Per me invece” – aveva aggiunto silenziosa – “purtroppo, nel biennio…”. Ma non aveva osato chiudere la frase.
Venerdì scorso, intanto, finalmente, si consumano le chiamate di materia scientifica. La ‘povna frigge, ma, durante tutto il giorno, non arrivano notizie. Il fatto che il cielo, a un certo punto, si faccia nero pece, grandinando uova di quaglia, di certo non promette bene. Alla ‘povna sale l’ansia, e va a nuotare.
Il sabato mattina arriva a scuola insieme all’alba.
“Allora?!” – assale Esagono sulla soglia.
“Allora…” – Esagono è perplesso.
“Si sa qualcosa dei supplenti?”.
Ma ancora tutto tace. La ‘povna si avvia in classe con la curiosità a mille, ma la danza elegante del dialogo didattico, come sempre, la ipnotizza. Quando esce, a mezzogiorno, Esagono le grida dall’altro capo del corridoio: “Abbiamo Matematica e Scienze!”.
La ‘povna corre e:
“Dunque, chi sono, come si chiamano, li conosci?”.
“Matematica no, Scienze deve aver già avuto, nel passato, alcune classi”.
La ‘povna sbianca.
“Come si chiama”.
“Non me lo ricordo”.
(Porca puttana), ma c’è ancora una speranza:
“Almeno questo lo saprai: è maschio o femmina?”.
E una ‘povna sorridente, urlante come un babbo in attesa in sala parto, varca correndo la sala insegnanti, inaugurando l’inizio del fine settimana con la notizia migliore.

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La bambina che sapeva troppo (What Was Lost)

Romanzo di esordio interessante e intuitivo per un’autrice, Catherine O’Flynn, che avrebbe meritato – once more, come capita purtroppo spesso ai britannici – una ricezione italiana meno di nicchia. La struttura, a piani temporali sfalsati e focalizzazione che è insieme variabile e multipla, copre un arco temporale di circa vent’anni, a scandagliare l’era del secondo boom economico anni Ottanta (non se ne parla, ma il thatcherismo resta in sottofondo), l’esplosione dei grandi Mall e del consumismo compensativo-compulsivo, e le sue conseguenze (degradate, e degradanti) nell’età degli anni Zero. In questo senso il titolo originale, What was lost (la traduzione italiana, La bambina che sapeva troppo, oltre a rivelare la consueta mania per la riscrittura di titoli perfettamente traducibili, tradisce proprio il senso del romanzo tout court), rimanda non solo ai personaggi che sono oggettivamente ‘spariti’ (e che costituiscono il motore narrativo della vicenda, nelle sue connessioni tra i due piani temporali), ma anche – e con una sfumatura volutamente più socio-antropologica – a ciò che nella progettazione dell’esistenza umana è stato perso nella rincorsa progressiva e globale che ha cambiato il volto di esistenze e di città. In mezzo, ci sono i temi classici del romanzo postmoderno sull’appiattimento ossessivo-compulsivo del quotidiano che De Lillo ha descritto perfettamente in Rumore bianco (ma ci si può mettere anche Franzen, ovviamente; e pure l’ossessione per l’alienazione mercificatoria di Houellebecq): il Mall come macchina progressivamente mangia-tutto, dalla periferia urbana, al lavoro, alle esistenze dei singoli, e, soprattutto, come piccola mostra delle atrocità, grande esposizione contemporanea, catalogo postmoderno di una infinita varietà di merci da comprare, pronte a essere tritate e inutilmente ed eternamente rinnovate (e che evocano, dunque, l’inutile e costante replicabilità del quotidiano); il rumore di sottofondo (la musica del negozio, le voci dello shopping centre) che cancella ogni possibilità di dialogo; la centralità dei temi dello sguardo (le telecamere del Mall, che scrutano i corridoi creando la costante impressione di essere osservati a distanza), da evoluzione da Big Brother. Ma sono motivi, e questo è un merito oggettivo dell’autrice, che, in un romanzo del 2007, vengono presentati come dato di fatto, elemento con cui necessariamente confrontarsi. Poi, come sempre in romanzi latamente distopici (il suggerimento, ovvio, è che il futuro aggressivo evocato da tanta science fiction sia già qui, e non ce ne siamo accorti – non a caso il passato del romanzo è ambientato in un significativo 1984), la possibilità di una scappatoia è lasciata all’iniziativa individuale, e (forse) al risveglio di passione e sentimenti. E questa (pur non raccontata, e forse nemmeno raccontabile) resta per l’autrice (che da brava britannica crede nell’ottimismo della volontà assai più dei suoi colleghi d’oltre-oceano) la possibilità di un’altra storia.

(Un’altra volta venerdì, il primo di scuola di settembre, un’altra volta venerdì del libro).

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Immigrati digitali

Piccola città, esterno, giorno. La ‘povna, di ritorno da scuola, si gode il pomeriggio di inaspettato sole e la presenza di Ohibò, in transito verso la Lanterna – tutti e due seduti comodi al tavolo di un baretto, davanti al grande murales. Improvvisamente, il telefono: numero ignoto, ma la ‘povna risponde.
“Pronto…”.
“Pronto, ciao, parlo con la ‘povna?”
“Sì, chi…”
“Sono la tua collega Salto-della-Quaglia, ci siamo viste venerdì al collegio dei docenti”.
La ‘povna recupera un’immagine nel retro della fila e della lista.
“Certo, dimmi”.
“Ti chiamavo perché, sai, sono passata nella vostra scuola solo quest’anno, direttamente dalla scuola di infanzia: so che tu non insegni al Prefabbricato, ma all’Altro Plesso, ma il vicepreside Mambrino mi ha dato il tuo numero; sai, a proposito del progetto Comunità del Libro”.
La ‘povna si mette in modalità help-desk:
“Volevi qualche dettaglio in più, immagino. Io purtroppo sono per…”
“Perché io non l’ho mai fatto, nell’altra scuola”
["Effettivamente, alla scuola di infanzia" - ma la 'povna ha già capito che in questa telefonata ci sono molte osservazioni che non si può permettere di fare ad alta voce. Ohibò, intanto, di fronte, la guarda esterrefatto].
Salto-della-Quaglia procede, impavida:
“E dunque non so come procurarmi i libri”.
La ‘povna ci riprova:
“Se è solo per questo, ti sollevo subi…”.
“Perché la collega Wishes mi ha detto che per i libri normali ci vuole il rappresentante, ma per questi io sono andata sul sito, e il numero del rappresentante di Comunità del Libro non c’è, e allora non so come fare e mi chiedevo se tu potessi aiutarmi, e…”
["E dagli"].
“Come ti stavo dicendo, per la questione dei libri ti posso sollevare da ogni ambascia” – (la ‘povna sente la voce di Quaglia che monta, e questa volta accelera) – “nel senso che i libri, tutti i libri, per gli alunni e tutti i docenti del progetto, li ha già ordinati il collega Hal9000 a giugno, e arriveranno venerdì prossimo”.
“E io allora come faccio a ordinarli?”.
["Santa pazienza" - Ohibò, impietrito, è una statua di sale a tutti gli effetti].
“Come ti spiegavo, non devi ordinarli, perché Hal9000 lo ha già fatto per tutti e…”.
“Ma a giugno come faceva a sapere che sarei arrivata proprio io, col trasferimento?”.
["Purtroppo non lo sapeva, se no venivamo ad accopparti" - le parole premono per uscire, categoriche, ma la 'povna stringe i denti].
“Ovviamente non lo sapeva, ma sapevamo il numero di docenti, alunni, e classi, dunque…”.
“Ma allora mi stai dicendo che sono già ordinati!”.
["Alleluja"].
“Eh, già, e dunque…”.
“Ma, per quanto riguarda come caricarli sul tablet, e poi le specifiche tecniche, e poi le prese, la corrente, posso chiedere a te, se ho dei dubbi, in classe, ti chiamo all’Altro Plesso, tanto tu lo porti sempre dietro, vero, il cellulare?”.
“Ehm, no Quaglia, il cellulare in classe lo tengo spento e comun…”.
“Davvero? E come mai?”.
["Perché lo dice il buon senso, collega incapace di ascoltare, se non il regolamento"].
“Ehm, perché credo che ci sia un tempo per tutto, ma non è questo il punto; ti stavo dicendo…”.
“Ma io allora come faccio se non riesco ad accendere i libri elettronici”.
La pazienza della ‘povna è pericolosamente al limite, il tono della voce sta diventando angelico, Ohibò le rifà il verso, aggiungendo all’esasperazione burla.
“Quaglia, se provi a lasciarmi finire una frase, forse, lo capisci”. E, questa volta, le parole, ad alta voce, le scandisce.
“Come provavo a dirti, per la parte tecnica del progetto non ti devi rivolgere a me, che sono responsabile organizzativa per l’Altro Plesso e, sì, dei contenuti, ma di lettere [ovviamente]. Ma tu hai la fortuna di avere Hal9000, che è il responsabile di tutto, ed è pure di Informatica, nel tuo consiglio di classe. Ed per tutte le questioni di questo genere è da lui che devi andare”.
“…”.
“Come?”.
“Effettivamente Mambrino me lo aveva detto, e ho anche chiamato Hal, prima di telefonarti. Ma lui mi ha detto che stava andando a prendere i figli a scuola, e che mi richiamava tra un’ora. Secondo te che cosa significa?”.
["E secondo te? E meno male che insegnavi alla materna"].
“Significa che ha dei figli piccoli, e che li deve ritirare da scuola, e occuparsi di loro, e poi ti richiama”.
“Dici?”.
“Dico”.
“Allora per ora ti saluto, però…”.
La ‘povna anticipa:
“Per qualsiasi cosa relativa alle nostre materie, sentiamoci, scambiamoci idee, consigli, materiali”. [Il che tradotto significa: "Se non sai dove sbattere la testa, ti passo volentieri tutto" - ché lei, visto che sa la differenza tra scrittura critica e didattica, quando si tratta di lavoro scolastico non ha certo fisime da proprietà intellettuale]. – “Hai da scrivere?”.
“Sì, perché?”.
“Ti lascio il mio indirizzo mail, io sono per strada: così tu…”.
“Non potrei lasciarti io il mio indirizzo, anche?”.
“Quaglia, ci stavo arrivando: sono per strada, e non saprei dove appuntarlo. Se invece tu mi mandi un mail, io poi quando arrivo a casa lo vedo e ti rispondo, e così siamo in contatto”.
“Ah”.
“Sei pronta? lapovna…”
“Tutto minuscolo?”
["Le maiuscole e le minuscole negli userId della maggior parte dei provider sono inessenziali"].
“Sì, tutto minuscolo”. (Ohibò ora ride proprio a crepapancia) – “AT”.
“Come?”
“Chiocciola”.
“Chiocciolina?”.
“Sì” – [sospiro] – “chiocciolina; gi mail punto com”.
“Punto dopo gi mail?”
["Per forza, è un dominio"].
“Sì, punto. Bene, allora siamo a posto, ti saluto, riprendo i miei passi”.
“Sì, un’ultima cosa…”.
“Certo, Quaglia”.
“Ma… il nome vero me lo dici, per favore, non so come mai il vice-preside Mambrino ti ha chiamata ‘povna”.
“Per esempio perché è il mio nome di [non] battesimo?” – la voce questa volta esce gelida.
“Ah, scusa”.
La ‘povna festeggia la liberazione rubando a Ohibò un sorso del suo frullato alla menta. Per chi lo domandasse, Quaglia ha ampi otto anni meno della ‘povna. Ed è di ruolo, inamovibile, nella scuola di stato.

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Le ricette del Cannolo #1 – Crème Caramel e Bonèt

Lo aveva annunciato (anche se in una parentesi) mentre cantava, arruffata, l’elegia alla loro settimana, sulla strada del ritorno. Ed ora è il tempo di sciogliere gli enigmi. Al paese-che-è-casa, quest’anno – insieme alle molte attività, varie o immutabili – si è celebrato anche un food-contest. La cosa è nata così, per necessità e per caso insieme (un po’ come molte delle loro, peraltro). Perciò, la prima sera, nel passaggio a cena dopo l’aperitivo nel tramonto, l’idea ha fatto capolino, e poi ha preso rapida, una forma: “Faremo tra di noi uno scontro tra ricette; come squadre, ci dividiamo per piani e appartamenti, il luogo, qui (è ovvio), le contraintes, le studiamo domattina, il tempo, martedì sera a cena”.
E così fu, perché, quando cominciano, la ‘povna e gli amici del nord non si ritrovano a metà guado, ma a tre quarti. La domenica mattina, dunque, nella sterminata colazione in cantinello, l’Onorevole ha steso una prima bozza, poi, insieme a BibCan, l’ha limata e lustrata, quindi l’ha fatta approvare da Canta-che-ti-passa (il loro ministro dei cordoni della borsa), una sbirciata l’ha data pure la ‘povna. Infine, lunedì (mentre lei faceva, mattiniera, le sue vasche) ne è stata data pubblica lettura, e il “Cannolo – Food Contest – Estate 2014″ è ufficialmente cominciato. Le regole essenziali erano chiare, e semplici: ogni squadra un piatto, importanza data a gusto e presentazione, necessario un tetto per la spesa (25 euro) che incide sul voto finale in termini di possibile risparmio, giudizi (da motivare) espressi sia come squadra, sia singolarmente, premio speciale “BibCan” per la miglior sgluto-pietanza, partecipazione, a grande richiesta, e fuori concorso, aiutati da Bertina, con la loro strepitosa ricetta di biscotti, del gruppo degli Oompa Loompa in cucina.
Dopo, è stato tutto un affar di segreti sussurrati e di progetti. In teoria, per le pietanze, il regolamento non poneva limite di scelta; le quattro squadre in lizza (tante erano) avrebbero potuto decidere, ciascuna in autonomia, di presentare tutte un dolce. Ma lo sceneggiatore (e un poco anche loro), come è noto, è sottile, ma anche saggio: e dunque il lunedì notte, svelandosi quel tanto che bastava a divertirsi, tutti quanti si sono potuti rassicurare che andavano a comporre, (quasi) casuali, un armonico banchetto: dolce, antipasto, secondo e primo.
Il martedì mattina, armate di portafoglio, le squadre se ne sono andate per le spese, un po’ alla spiccia. E poi, durante le ore che passavano, è stato tutto un aggirarsi di profumi e di segreti, dentro l’agriturismo. La ‘povna ci ha messo del suo (e ne darà conto a suo tempo), così come tutti gli altri, di gran lena.
Tra vapori e cotture, le 21 sono arrivate presto (e senza mettere troppo in discussione tutte le loro attività canoniche: il King, la pallavolo, i film in dvx, le passeggiate alla ricerca di uva e fichi, per i campi): giurati e commensali, tutti alla stessa tavola, prego, signori, a cominciare. L’ordine delle portate è quello prevedibile, dall’antipasto al dolce. Tuttavia, non sarà quello con cui i piatti saranno presentati qua su Slumberland, per una serie di ragioni organizzative e tecniche (che vogliono dire, in buona sostanza: poiché, col ritorno, settembre li ha già risucchiati, e sono tutti un po’ dispersi, la ‘povna comincia con le ricette già arrivate). A partire da questa settimana, dunque – e a cadenza semi-casuale – sotto la voce “Le ricette del Cannolo”, i piatti che si sono sfidati nel paese-che-è-casa, a fine agosto, sfileranno anche qui, in tutta la loro opulenza. Ovviamente è prevista la rivelazione del vincitore, al termine. E anche di tutti i premi e cotillons che sono stati assegnati in quella notte. Nello stesso tempo la ‘povna non nasconde la speranza che, sia pure sulla fiducia della carta, anche chi passa di qui abbia voglia, a tempo e luogo, di votare.
Ma ora basta chiacchiere, è tempo di banchetto. E si parte dal dessert, con la squadra degli Archi (Flipper, Bertina, Daisy e Imperatore, Canta-che-ti-passa, il signor M. e Le Hero, un gruppo agguerritissimo). La ricetta (che poi, sono due) è di Flipper, i dolci, meravigliosamente al cucchiaio, una Crème Caramel e un Bonèt (come da titolo) da leccarsi labbra e mani.
La ‘povna ricopia fedelmente le ricette così come gliele ha mandate Flipper (che ne è il custode segreto). Non ne ha salvato immagini. Ma continua a pensare che – tutto sommato – come nel vecchio Artusi, nel Talismano, o nel Cucchiaio d’argento – una parte non piccola del gusto si può, molto meglio, liberamente immaginare.

Crème Caramel
– Ingredienti: 13 cucchiai di zucchero, buccia di 1/2 limone, 8 uova (e non si dica che non siamo generosi!), 250 ml di panna e 450 ml di latte.
– Preparazione: In un pentolino scaldare 4 cucchiai di zucchero umidificato con acqua fino a quando non diventa quasi nero e inizia a fumare, a questo punto versarlo nello stampo.
In un mixer mettere le uova, 9 cucchiai di zucchero, la panna, il latte e la buccia di limone grattugiata, frullare il tutto e metterlo nello stampo.
Mettere tutto a cuocere in forno a bagno maria per circa 1/2 ora. Per capire se è cotto, muovere con attenzione lo stampo la crema deve risultare gelatinosa, non ferma.

Bonèt
– Ingredienti: 4 cucchiai di zucchero, 100 g di amaretti, 50 g cacao amaro, 250 g di cioccolato al latte, 700 ml di latte, 6 uova e essenza di mandorle amare (nel contest abbiamo usato quella di Rum perché quella di mandorle non l’abbiamo trovata)
– Preparazione: In un pentolino scaldare 4 cucchiai di zucchero umidificato con acqua fino a quando non diventa quasi nero e inizia a fumare, a questo punto versarlo nello stampo.
In un altro pentolino sciogliere il cioccolato a fuoco lento, in una tazza stemperate bene il cacao con pochissimo latte per evitare grumi, a questo punto unire il cioccolato fuso, il cacao sciolto, gli amaretti sbriciolati, il latte, le uova e pochissime gocce di essenza in un mixer, frullate il tutto e versate nello stampo.
Per la cottura vale quanto detto per la Crème Caramel.

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Prima dell’alba

E ci siamo per davvero, questa volta. Se lunedì scorso si poteva aver scherzato, e quello dopo srotolava perentorio la strada del rientro via da Neverland, domani – quanto meno nella regione della ‘povna – si ricomincia. Ed è primo giorno di scuola. Primo giorno per i Merry Men, che sono in quinta, senza Oxford e Sornione, che si sono persi per via, nei mesi tra giugno e settembre (ma la ‘povna ricorda una locale di Praga, a media notte, dove Mr. House beveva una birretta, l’Ingegnera un succo di frutta e la ‘povna una tisana menta e ginger – tutti e tre ad aspettare l’ora di suonare, per la truppa, la fanfara del rientro – e ricorda, dal vetro, la visione di un gruppo di ragazzi, chi c’era, e chi non c’era, e chi seguiva chi, soprattutto, e ricorda di avere mormorato a mezza bocca: “Chissà se Oxford e Sornione si rendono conto, proprio ora, che stanno per essere bocciati dai compagni, e il loro destino di scolari si sta compiendo qui e adesso, prima che sui banchi di scuola”), però (è probabile) con alcuni nuovi alunni. Per loro la ‘povna ha preparato letture varie (questa e questa, a citar le meno ovvie, e pure questa), una materia nuova (“ItaStoria” – e sarà tutta una scommessa), un corso pomeridiano per imparare a editare in maniera dignitosa i testi, e il tema del nuovo cineforum. Rebecca, dal canto suo, ha aggiornato la copertina del gruppo, sul canale telematico (si era di luglio), con una foto ad hoc (e tutte le loro facce, in classe), il nome già da “quarta” in “quinta”; ed è lassù che la ‘povna si è fatta viva, oggi, regalando loro questa, e annunciando, senza fallo, che martedì, già che hanno due ore, fanno il tema.
Primo giorno per le Giovani Marmotte, che passano in seconda; e, se il pomeriggio si vede dal buon giorno di un mattino lungo un anno, daranno delle gran soddisfazioni. La ‘povna con loro (e la loro istruzione di poesia) ha deciso di cominciare così, portando questo. Dopo il primo impatto ignoto, è ovvio, lo leggeranno tutto. Una parte dei Marmottini già l’ha vista durante gli esami di settembre, e si sono fatti notare un po’ da tutti: per come erano, nonostante il momento, educati e sorridenti.
“Ma hai visto quei ragazzini che salutano a ripetizione, ogni volta che incontrano un adulto? Chissà chi sono, sono buffi”.
“E’ facile, sono le Giovani Marmotte” – la ‘povna ha un’aria ovvia – “l’ho ben detto, io, che sono strani”.
Primo giorno per la nuova prima, che non si sa come sarà. La ‘povna li conoscerà subito (ovviamente), al loro ingresso. E già è curiosa, fin da adesso, della specie futura con cui avrà a che fare. Con loro la ‘povna lavorerà sulle case, a partire dalle fiabe (e insieme all’Ingegnera Tosta, che le sarà collega per Disegno). Partiranno, in maniera prevedibile, da questa – ma declinata in un modo cooperativo che (si spera) li porterà lontano.
Primo giorno anche per la consultazione on-line della Buona scuola, cui la ‘povna si è iscritta. Non perché la riforma proposta la convinca (anzi, tutt’altro – e una parte di ragioni si possono leggere qui, in maniera ineccepibile); nello stesso tempo, crede che, se c’è da dire la propria, sia questo il momento di schierarsi – per non dover avere in seguito il rimpianto di chi subisce tutto, in silenzio, sul suo capo.
Comunque vada, sarà un anno tosto. La ‘povna, per non sbagliare, ha comunque prenotato un po’ di treni per l’autunno; la porteranno a nord, e nella città rossa. Propositi per il futuro non ne fa (o non ne lascia scritti), se non il consueto (e irrinunciabile): lasciarsi prendere, all’occorrenza modificandola a suo piacere ed esigenza, dalle meraviglie inaspettate della trama.

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