In famiglia – Hector Malot

Per questo venerdì la ‘povna aveva, a dire il vero, altri programmi. Un post (lo consiglia) di Iome, le ha spinte tuttavia a fare una pubblicazione congiunta, e a parlare di due romanzi molto belli e (in Italia) immeritatamente poco celebri (almeno nella versione letteraria – altra cosa è l’adattamento anime all’interno del progetto World Masterpiece Theater), cioè, rispettivamente, Senza famiglia (1878) e In famiglia (1893) di Hector Malot. Se Iome parla (in parte lo ha già fatto) di Senza famiglia,, la ‘povna si è presa in carico di introdurre un po’ il secondo romanzo – anche se per la verità entrambi i titoli si adattano a entrambi i testi, così come l’attitudine a parlare della famiglia in maniera assai disinvolta e assai moderna di Malot. La storia, in sintesi, è questa: protagonista è una ragazzina, Perrine (in italiano: Pierina; la traduzione dell’anime in Peline Story in questo modo acquista un altro sapore e fa sorridere, con ciò ricordandoci che talvolta i luoghi comuni esistono per una ragione affidabile), che intraprende un lungo viaggio dall’India fino in Francia per ricongiungersi (appunto) a ciò che resta della famiglia del padre, ricco rampollo di Vulfran Pandavoine, proprietario di una ferriera tessile, che ha però rotto i rapporti col figlio (pur prediletto) nel momento in cui lui ha scelto (secondo tutti gli stereotipi del romanzo di formazione ottocentesco) tra l’amore e la consacrazione borghese della famiglia e ha sposato, contro la volontà paterna, la giovane Marie, di origine anglo-indiana. Tutto questo, come in ogni bildungsroman per giovani (se alla ricca borghesia industriale francese si sostituisce la nobiltà antica di Inghilterra, la storia è quella di Frances Hogdson Burnett e del suo Piccolo Lord, del resto, che fa qualche anno prima da prototipo), è confinato praticamente tutto nell’antefatto del romanzo. Che si apre, viceversa, con l’arrivo a Parigi di Perrine e della madre morente (il babbo ha già dato prima della prima pagina); poi la madre come da copione muore, e Perrine dovrà cavarsela da sola per, nell’ordine, arrivare nel paese del nonno, farsi benvolere con le sue sole forze e, così facendo, distruggere i suoi pregiudizi (costruiti rigorosamente in absentia) contro la nipote. Il percorso di ritorno “in famiglia” è dunque per Perrine assai più reale che metaforico, e passa attraverso la decisione (e qui la trama si discosta dal quella di Cedric Errol) di nascondere la sua vera identità, il suo nome, tutto quanto, per arrivare diretta al cuore del nonno (che, nel periodo trascorso senza figlio, è diventato cieco; quello di Cedric, il conte di Dorincourt, aveva la gotta: una cosa vale l’altra) attraverso i suoi soli meriti da piccola self made woman. Perrine si fa assumere nella fabbrica, diventa prima una brava operaia, e poi man mano inizia la sua scalata lavorativo-sociale che è anche affettivo-emotiva, parallelamente. In mezzo Malot (che già si era dilettato, in Sans Famille, di vita all’aria aperta) trova il modo di celebrare – mentre dall’altro lato riflette sulla rivoluzione industriale, e sui cambiamenti, non necessariamente solo positivi, imposti alla società dalla vita della fabbrica (lo aveva fatto con la vita in miniera in Senza famiglia – anticipando un tema, quello della miniera, che Zola renderà capolavoro, nello stesso periodo) – il ritorno a una vita di natura (quella pratica da Perrine per risparmiare, mentre è operaia in fabbrica) che si contrappone all’esistenza malsana degli slums intorno alla fabbrica. E poi arrivano, prevedibili (ma non scontati, e narrativamente densi), agnizioni e lieto fine.
Complessivamente, si tratta – così come il suo pendant di qualche anno prima – di un ottimo romanzo: consapevole, ben costruito, ben scritto. Come in tanta letteratura giovanile, l’intento è (anche) dichiaratamente didascalico (con Senza famiglia l’autore aveva vinto un premio nazionale per far conoscere la geografia agli studenti di Francia), ma condotto con grande piglio narrativo.
Per questo alla ‘povna fa piacere parlarne e consigliarlo (e peccato che l’unica edizione italiana, per fortuna integrale, sia ancora limitata alla quella, benemerita, della collana Corticelli della Mursia). Perché è una bella storia, soprattutto. E perché racconta un periodo (quella della transizione europea nella modernità industriale) di cui si è dimenticata la storia, ed è un peccato grosso. E anche l’autore, vale la pena di conoscerlo. Per tutte queste ragioni – insieme a Iome – Senza famiglia e In famiglia fanno il loro ingresso, oggi, al venerdì del libro.

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Shortlisted

All’inizio, fu il premio per preside, scuola e docente dell’anno. La ‘povna e Hal9000 furono invitati a partecipare da Barbie, la ‘povna prima rimase perplessa, poi lo raccontò qui, quindi lasciò finire la scuola e poi, insieme al suo compagno di merende, si mise (più o meno alacremente) al lavoro. C’erano da preparare, almeno in teoria, ben tre progetti e – checché ne dicesse Hal (che ogni tanto tende, del resto, è un ingegnere, a semplificare troppo) – non era affatto semplice. Decisero allora entrambi – nella oggettiva impossibilità di cimentarsi in maniera impeccabile in tutti e tre i contesti – di concentrarsi in maniera specifica su uno. Quale? La risposta era ovvia: quello più ricco (cioè che garantiva alla scuola, in caso di vittoria, un carico maggiore di premio in denaro e di risorse). Così – pur partecipando a tutto – la ‘povna e Hal scrissero, per conto di Barbie, e della sua candidatura a “preside dell’anno” un capo-progetto. La ‘povna ci mise le parole, la pedagogia, le citazioni colte, l’innovazione didattica; Hal invece provvide a montare il tutto in qualcosa all’avanguardia, che denunciasse, fin dal supporto, la competenza tecnologico-informatica di chi la presentava.
La spedirono (al volo), nelle ultime dodici ore utili (dopo essersi consultati in un continuo ponte radio per due giorni, così come accade spesso); poi ciascuno di loro si dedicò appassionatamente ad altro e a quel concorso non ci pensarono più proprio…
… mai più, fino a qualche settimana fa. La ‘povna sta correndo al binario di ritorno dalla doppietta “scuola più piscina”, suona il telefono.
“Pronto, Hal9000, dimmi…”.
“Che accoglienza, ‘povna, ti sento in affanno”.
“Ma che affanno e affanno” – (le porte si chiudono, si parte) – “stavo perdendo il treno”.
“L’hai preso, sei seduta, posso parlarti?”.
(Lo sguardo va, con un sospiro, al Kindle, dove il libro della Rowling la aspetterebbe, seduttore, per trenta minuti di entusiasmo romanzesco).
“Certo che sì, eccomi”.
“Mi ha appena chiamato Barbie: tieniti forte, abbiamo vinto!”.
“???”.
“Ma sì, il concorso preside dell’anno: siamo stati tra le tre scuole selezionate”.
“Ma no” – la ‘povna è incredula.
“Eppure è così, ti giuro, ora verranno a ottobre a ispezionarci”.
Seguono svariati minuti nei quali si scambiano dettagli, pareri, un certo sbalordimento. In mezzo alla conversazione, arrivano un paio di bi-bip, che avvertono la ‘povna di possibili messaggi. E infatti, dopo i saluti e le congratulazioni reciproche, attacca, e trova le parole di Barbie:
“Congratulazioni, professoressa ‘povna: diciamo che questo premio è anche per lei e il professor Hal9000, anzi, probabilmente soprattutto. Adesso vediamo l’ispezione, e speriamo di completare l’opera”.
Ma la ‘povna, si sa, la disegnano entusiasta:
“Certo che sì, non si preoccupi: li manderemo via abbagliati!”.
Ieri, dunque, era quel giorno. La ‘povna ha fatto le prime tre ore di lezione, regolarmente; poi si è fatta sostituire con gli Extraterrestri (“Scusami, Esagono, è causa di forza maggiore: lo sai quanto mi scocci”; “Non ti preoccupare, ‘povna, sei o non sei uno dei migliori presidi?!”), ha inforcato la bici di scuola (quella vinta alla lotteria da DaddyLongLegs) e si è precipitata, pedalando, al Prefabbricato.
Là la aspettavano gli altri sodali dell’innovazione tecnologica (coloro che l’anno scorso hanno portato la scuola dal pleistocene agli anni Zero, in 9 mesi, lavorando in 6 su 200 e facendosi un gran mazzo), più (è ovvio), gli ispettori e Barbie. La ‘povna era vestita casual, ma sapeva di essere gnocca (perché in certe situazioni di lavoro, specie se sei sicuro – e lei lo è, parecchio – della tua propria intelligenza, spesso giocare a fare la ganza si può rivelare utile, come si argomentava da lei e da lei in questi giorni). Si è presentata agli ispettori, ha intrattenuto lo small talk, risposto a domande serie, illustrato punti di vista; tutto questo, mentre, insieme, giravano tra classi digitali, schermi multimediali, tablet in aula; tutto questo mentre quegli stessi ispettori (uomo e donna), che pure si erano evidentemente mostrati colpiti dal suo ingresso, la interrogavano anche, piacevolmente, sui suoi propri interessi. E tiravano conclusioni ovvie: “E lei dove si è laureata, professoressa? Aspetti, non lo dica: scommetto che viene da Hogwarts”.
Si sono congedati all’alba delle tre meno un quarto, facendo grandi complimenti e annunciando che la decisione finale sarà resa nota ad anno nuovo, dopo i necessari confronti.
La ‘povna e Hal si sono concessi, appena i due sono spariti all’orizzonte, un salutare “batti il cinque”. Poi si sono gettati a capofitto nell’ennesima giornata folle, ché i nuovi progetti, intanto, galoppano gagliardi. E non c’è nemmeno il tempo di tenere le dita incrociate.

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Figli degli anni Zero (radiografia dei nuovi primini)

Quest’anno, perché arrivassero alla conquista di una dimensione narrativa, di tempo ce ne è voluto tantissimo. In verità, non perché alla ‘povna mancassero le idee abbastanza chiare sulla loro personalità romanzesca, anzi: a dirla tutta, la psicologia dei nuovi primini le è balenata all’occhio già la prima settimana, con moderata certezza. Di certo, la aiutava quella data di nascita, perché quelli che arrivano alla ‘povna quest’anno sono (se non ripetenti), i primi figli del Duemila in senso schietto e quel doppio zero marchiato a fuoco sull’elenco, in ogni caso, fa impressione.
“Chissà quale è il primo loro ricordo strutturato, è interessante” – argomentava sulla via tra treno e scuola la collega Fishes. E la ‘povna (che trovava la domanda così pertinente da costruirci il secondo tema del trimestre) aveva gioco facile a rispondere:
“Mah, secondo me è semplice, i mondiali di Berlino”.
Se lei abbia ragione, o meno, sarà il futuro a dirlo; intanto, in questo mese e spiccioli (ma in realtà è durata meno – perché quest’anno l’orario provvisorio le ha regalato, con loro, meno incontri del previsto), se li è studiati: da vicino, e nel dettaglio. E quello che ha visto (una considerazione condivisa anche da Mr. Higgs, Siderea e Ingegnera Tosta), per ora, le ha fatto un gran piacere.
I nuovi primini sono, innanzi tutto, non troppi (solo 24, per una volta – per quanto sei di loro siano da alfabetizzare, integralmente); sono vispi, educati, e molto attenti (tanto da sopravvivere a ben quattro ultime ore su sei, poveretti); sanno seguire la lezione a prescindere da manuali strutturati e numeri di pagina (e questo alla ‘povna piace molto); si gettano sulle ricerche da flipped classroom con grande alacrità e naturalezza (e questo alla ‘povna viene utile); hanno voglia di intervenire, di uscire alla lavagna e di leggere. Ma sono – ed è questo il tratto che ha colpito la ‘povna fin da subito – soprattutto, molto diversi tra loro. Diversi per carattere, interessi, provenienza: è una classe multicolore e multi-indole (oltre che multi-etnica, ma questo oramai è norma, e non è questo il punto), nella quale, più di ogni altra cosa (e fin dal primo giorno) colpisce, la varietà di esperienze e di opinioni. Per questo (complici gli anni Zero, cui di diritto appartengono), la ‘povna all’inizio li ha presi per Gangaroni, sul modello di P-Flip, il cane di Eta Beta (che è “un pezzo di cane, un pezzo di gatto, un pezzo di drago, un pezzo di rana, un pezzo di zebra, un pezzo di orso e un pezzo di volpe” e davanti al quale non si può dire menzogna); poi, a una riflessione più attenta (e complice, denunciato con orgoglio dalla collega Siderea, che li ama moltissimo, il loro marcato interesse per le stelle), ha deciso che sono, più in generale, Extra-terrestri: portatori sani di conoscenza da altri pianeti o altre galassie. Che la sua intuizione fosse giusta, le è stato confermato da Mr. Higgs, che – mentre Siderea raccontava l’innamoramento astronomico, al primo consiglio di classe – ha fatto partire, dal suo tablet, la musica di Figli delle stelle. E – mentre una parte dei colleghi lo guardava un po’ stupita – la ‘povna si è girata di scatto:
“Ma, allora, lo pensi anche tu?!”.
“Che non sono (tutti) di questo mondo? Mi pare un’ipotesi plausibile” – (Mr. Higgs è ingegnere, e insegna fisica, dunque parla, di default, perché è così che lo disegnano, solo di ipotesi che può verificare).
Ma la ‘povna sorride, perché l’intuizione iniziale è oramai completamente soddisfatta. Ed è così che gli Extra-terrestri entrano di diritto nella cronaca di Slumberland, e la ‘povna è ben lieta di poterli, infine, battezzare.

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Imboscata

L’orario di questo anno scolastico – che si avvia a essere definitivo – è (ma la ‘povna lo sapeva) assai peggiore di quello scorso. Un po’ perché l’anno passato la ‘povna aveva potuto beneficiare (e l’aveva riconosciuto a gran voce, pubblicamente – perché dà con la stessa veemenza con cui toglie) dell’orario perfetto; un po’ perché è conseguenza inevitabile del lavorare, insieme, in prima e in quinta (là dove tutto dipende, sempre, dal dio-laboratorio). Così, quando Byker le ha comunicato di che morte doveva morire, ha stirato un sorriso forzato, ha notato i punti deboli (una quantità di seste ore pari al 90%), riconosciuto l’unico privilegio (entrare il sabato alla seconda ora non ha prezzo) e messo il dito su ciò che, al di là di tutto, era solo tanto incongruo.
“Suvvia, però venerdì, che è il giorno della prima ora, ti faccio uscire alle dieci, non va malaccio…” – ci ha provato, sornione, Byker.
“Non prendiamoci per il culo, Byker, il venerdì esco alle dieci, ma sto a scuola fino a mezzogiorno: lo so io, lo sai tu, e tanto basta”.
E a lui non era restato, consapevole, che concordare.
Il venerdì infatti è il giorno della piscina con l’Ingegnera Tosta (che esce appunto alle 12): la ‘povna, dunque, passerà queste due ore durante l’anno una con il ricevimento (perché nel resto della settimana non ha buchi, nonostante a lei piacciano molto), l’altra appunto a occupare utilmente il tempo ad aspettare. Ed è qui che casca l’asino. Perché la ‘povna con due ore di buco (ancora il ricevimento non è attivo) è, nella sua scuola, una tentazione troppo forte. Il primo venerdì, dunque, se ne è andato in servizi ingegneristici (per Esagono e Daddy LongLegs), il secondo ad accudire i colleghi nuovi arrivati (con alcune richieste in parte giuste e in parte querule, perché la collega di italiano Pota! si sta rivelando parecchio scassapalle), il terzo, addirittura, ci ha pensato Barbie, che l’ha convocata per una conferenza stampa relativa alla prima del progetto agricolo (che non è nemmeno sua, peraltro) nel ruolo di (parole sue) “persona che sa parlare bene e di front woman”. In questa occasione, la conferenza (convocata all’ultimo momento) è andata talmente per le lunghe da farle saltare la piscina (la ‘povna ci è arrivata dopo, grazie a un passaggio di Mr. Higgs, ma senza Ingegnera Tosta, che doveva scappare all’ora giusta) ed è stato allora – ci sono cose sulle quali, si sa, lei non transige a nessun costo – che la ‘povna ha scientemente scelto di correre ai ripari. Uno sguardo all’orario le ha rivelato infatti che, in maniera insperata, un altro mondo era possibile; perché le due ore di buco della ‘povna coincidono, incredibilmente, con quelle trascorse coi Merry Men proprio dall’Ingegnera Tosta, e da lei dedicate, settimanalmente, alla revisione e stesura del progetto grafico di scrittura del territorio. Detto, e fatto.
Negli scorsi due venerdì, al termine delle sue due ore (e dell’intervallo) la ‘povna ha preso baracca e burattini, e si è trasferita in laboratorio coi suoi uomini del bosco; tutti – Ingegnera, Merry Men, il collega di laboratorio Pietropoli e persino il tecnico, Maschilista – hanno l’ordine tassativo di fingere che lei non esista; lei, dal canto suo, si conquista una postazione in ultimo banco, e da lì corregge i compiti, lavora al Pof, prepara le circolari e i documenti; se ha bisogno di qualcosa, in giro per la scuola (ovviamente) ci vanno i ragazzi. Cinque minuti prima del suono della campana, la ‘povna fa capolino in sala professori, a portare nell’armadio il registro dell’Ingegnera (per guadagnare tempo) e si gode, soddisfatta, le esclamazioni meravigliate dei colleghi: “Ma allora c’eri!”; “Pensavamo tu fossi andata via…”; “Ma dove…”. La ‘povna sorride a tutti e non risponde a nessuno, con aria vaga, e di fretta. Ieri ha persino finto di non aver letto un sms (di Mickey Mouse) e gli ha risposto due ore dopo, al sicuro, dal treno del ritorno. “Sapevo che avevi finito, ma mi pareva di avere visto in segreteria la tua sacca di piscina” – tippetta lui di rimando. Ma, ancora una volta, la ‘povna fa la vaga.
Solo Mafalda è a parte del segreto (ma, ovviamente, è complice), e forse anche Mr. Higgs (ma sta diventando buon amico, e non fa testo – anzi, fu lui a suggerirle di sparire, il giorno del passaggio). Alla ‘povna questa soluzione piace tantissimo: “Davanti a un computer, coi Merry Men, in attesa di andare in acqua” – ha brillantemente riassunto Mafalda – “ci fosse solo una birretta, sarebbe il paradiso a scuola”.
Non lo è, ma (finché dura) ci assomiglia. L’unica contro-indicazione, per ora, sono i sogni: ché la ‘povna, già presa dall’esame di stato, nell’ultima settimana sognato pure lei di dover concludere il progetto. Lo doveva consegnare a Mr. House, che – poiché faceva schifo (la ‘povna, come è noto, possiede la manualità di una ciabatta) – le metteva impreparato, a penna, sul registro, e lei si dedicava con gran forza a protestare. “Non mi devi mettere impreparato, non è giusto” – argomentava con doppia forza onirica – “due magari sì, se fa schifo; però io l’ho consegnato, non mi merito il marchio di infamia di chi nemmeno ci prova”.
“Tu non stai bene” – le ha detto Mr. House quando gli ha raccontato il sogno.
“Prof., lei non ci arriva sana a giugno” – hanno esclamato i Merry Men in unisono.
“E comunque hai ragione” – ha concluso l’Ingegnera Tosta – “io, almeno nelle prime tavole, a chi consegna in orario, anche se sbaglia, do comunque la sufficienza”.
La ‘povna sorride, e incamera l’incoraggiamento. Del resto, per consegnare un progetto degno, ci sono ancora quasi nove mesi di tempo per provare…

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Il richiamo del cuculo

La scuola entra nel vivo, e si inizia a correre: i primi consigli di classe, le seconde e terze verifiche, gli annunci che riguardano l’esame di stato delle quinte, tutti i diversi progetti – attività alle quali si aggiungono, doverosamente, la piscina quotidiana, il cinema, le cene con gli amici. La ‘povna cerca di non perdere pezzi, ma ottobre scivola via velocissimo. Per questo, considerando l’orario di domani, ne approfitta, e si avvantaggia, con la recensione per il venerdì del libro.

Il giudizio finale è lievemente veicolato, per eccesso, dall’ammirazione per quel gusto sapiente per la trama, il respiro lungo della narrazione di intreccio, che Galbraith/Rowling dipana così bene anche in questa nuova prova (la terza, dal punto di vista degli esperimenti) di genere. In questa prospettiva, come qualunque lettore con una conoscenza anche solo discreta della serie (non saga, please) di HP sa, il gusto per la detection costituiva anche uno dei modi della storia che ha reso l’autrice meritatamente tanto celebre, perché la quete di Harry – se da un lato ammicca prepotente tanto all’epica, quanto al fantasy – si trasforma, in certi crucialissimi passaggi (per esempio in tanta parte del Principe mezzosangue) in una paziente ricostruzione enigmistica, indizio dopo indizio, di misteri del passato.
Proprio un “cold case”, per quanto non troppo lontano nel tempo, è quello che viene proposto al detective Cormoran Strike (veterano dell’Afghanistan) all’inizio del romanzo. E lui, fresco reduce da una rottura sentimentale, appena dotato di una segreteria temporanea (fidanzata altrove, ma ben lieta di giocare sia alla prima della classe, sia ai detective) al fianco, si trova, per un misto di curiosità e necessità (la paga è buona, il caso celebre), ad accettare. Una volta rotto l’equilibrio iniziale, Galbraith si trova a portare a spasso il lettore per una Londra che già si era divertita a dipingere con tratti di realismo romanzesco in Harry Potter, introducendo via via una serie di personaggi sui quali calibra con la consueta maestria il suo talento per la descrizione visiva di dettaglio. Non ci sono reali colpi di scena, l’intreccio si sdipana progressivo, abbastanza quietamente – ma la bravura dickensiana nel tenere il lettore attaccato alla pagine è sempre quella, ed è notevole e capace.
Se poi il lettore, come è difficile evitare di fare, una volta usciti dallo pseudonimo rivelato troppo presto, volesse andare a cercare dei paralleli narrativi in Harry Potter, non sarebbe difficile ritrovare, nei due personaggi del detective e della sua aiutante, pennellate singolari di un Malocchio Moody sopravvissuto alla morte nella notte dei sette sosia, e ora, al sicuro nel mondo dei babbani, riciclato come detective appunto (dalla guerra alla professione privata, con una gamba in meno ma l’intelligenza pronta – in fondo, è la storia di entrambi), aiutato da un personaggio femminile che (pur solo a tratti) ricorda Hermione Granger. Ma, del resto, anche il male (inteso come mancanza di senso morale, un concetto che alla Rowling è assai caro, da sempre), in questo romanzo, rievoca certi tratti suadenti di Tom Riddle.
Ma tutti questi elementi, che pure sono interessanti, e oggettivi, nel romanzo, rischiano comunque di distrarre dalla questione principale, che resta poi sempre quella: il primo volume di questa ‘prova di esordio’ (oramai già serie, con il secondo già pubblicato, lo scorso giugno) è in grado di superare, a pieno titolo, anche senza il gratificante confronto con la prova precedente, l’esame di qualità e coerenza narrativa.

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Budoni dolci sglutinati (per feste di comple-‘povna in serie)

Nelle ultime cento ore circa, la vita della ‘povna si è articolata su per giù così: piscina-treno-festa-treno-scuola-piscina-treno-festa-treno-scuola-treno-piscina-festa-piscina-treno-festa-treno-scuola-piscina, in un continuum costante, ed è stato, anche se un poco faticoso, certamente un bel vivere. Nel mezzo – oltre ad attendere ai suoi doveri lavorativi, coi Merry Men, coi nuovi primini (ne parlerà presto) e con le Giovani Marmotte – ha cucinato un sacco di torte perché, in delle feste comme il faut parrebbe il minimo, ci sono degli atti ospitali da onorare. In particolare, per il nord, la sua volontà la diceva “budini dolci in pasta”, perché sono tra i suoi dolci preferiti. Ma cucinare per il nord significa cucinare anche sgluto, ovviamente. E così la ‘povna ha fatto, prendendo di base questa ricetta (di Andante con gusto, cui rimanda), e portando poi al tutto modifiche sue proprie.
Partiamo dalla pasta (che è una pasta inglese da apple pies, nei fatti – vale a dire una brisée con poco uovo, o una frolla che assomiglia a una brisée, a seconda dei punti di vista). Ci vogliono:
200 g di farina (la ‘povna ne ha messi 2/3 del mix per torte senza glutine della Coop e 1/3 di farina di riso, sempre Coop)
125 g di burro
1 cucchiaio di zucchero (per la ‘povna, raso raso, poco abbondante)
la metà di un uovo sbattuto (la ricetta dice “grande”, per la ‘povna è andato bene come era, semplicemente)
1 cucchiaio di acqua ghiacciata (fondamentale, e quello, viceversa, che sia colmo).
Gli ingredienti si impastano in questo ordine; come una brisée, la pasta prima fa le briciole, poi, con uovo e acqua ghiacciata, si appalla. A quel punto si può usare subito: gli inglesi, è noto, sono pratici, e questa non ha bisogno di riposare.
Per venire incontro alle esigenze delle sue molte torte, la ‘povna allora si è data da fare per variare i ripieni alla bisogna. Per prima cosa, ha fatto i ‘budoni di riso‘. Anche qui la ricetta (con variazioni minime), viene da Patty, ma la ‘povna deve fare, subito, atto di confessione. Se la prima volta che ha sperimentato, ha infatti seguito le indicazioni (quasi: lei al posto di arancio e vaniglia ha messo limone e rhum) alla lettera, specie per il procedimento, questa seconda, complice la fretta, si è risolta a usare il metodo che più le piace, e cioè (anche) un po’ di impronta e occhio. E, lo deve dire, per quanto riguarda cremosità del riso e consistenza, ha trovato il risultato, se possibile, migliore.
Per la sua nuova versione di riso da ripieno, dunque, ci vogliono:
150 g di riso per minestre e/o dolci
almeno 650 ml di latte
60 g di zucchero semolato
1 cucchiaio di rhum scuro, di buona qualità
scorzetta di limone quanto basta
1 uovo
30 g di burro
1 pizzico di sale
Si versa il riso nella pentola, insieme alla scorzetta, e a 40 dei 60 grammi di zucchero, si versa sopra il latte a freddo (ché tanto si fa prima e viene buono uguale, come detto) e si fa sobbollire a fuoco lento; normalmente il riso ha bisogno di circa 25 minuti per smollarsi, ma, alla necessaria richiesta di più tempo, è bene avere sotto mano un po’ di latte per rabboccare. Quando il liquido è praticamente assorbito, il riso cremoso e morbido, si spegne il fuoco e si fa raffreddare il composto in altro recipiente. Subito si aggiungono lo zucchero rimasto, il rhum, il sale e il burro. Per l’uovo invece si aspetta una temperatura un po’ più tiepida (se no si frittatizza), poi si versano, nell’ordine, prima il tuorlo sbattuto, e poi la chiara, ben montata a neve.
A questo punto ci siamo, il budone è pronto per essere composto. La ‘povna ha foderato degli stampi da plum-cake con la pasta, tenendo i bordi alti; poi ha versato il riso, per abbondanti tre quarti, quindi, come per le crostate, li ha schiacciati e ripiegati su se stessi. Quindi ha infornato e tenuto per almeno 30 minuti (ma da un certo punto si controlla) a 180°.
Qualora poi succeda (a lei sì, perché aveva raddoppiato le dosi appositamente) che avanzi ancora pasta, ci si può sbizzarrire con varianti. La ‘povna, in particolare, ha fatto una crostata di ciliegie, per i Merry Men, e poi pure un budone cannella e ricotta, che resta il secondo esperimento che vale la pena citare.
Anche perché è facilissimo; servono:
1 uovo
75 grammi di ricotta
un cucchiaio e mezzo di zucchero
Si frulla il tuorlo con lo zucchero, finché non diventa bianchissimo; si aggiunge la ricotta, e si continua a sbattere, perché sia spumeggiante; quindi si monta a neve la chiara, e si amalgama al composto. Si versa nel solito stampo di plum-cake, rivestito di pasta. Si spolverizza ben bene il sopra di cannella, dunque si infila nel forno (stessa temperatura e modalità) per benino a dorare.
I risultati dei vari esperimenti hanno lasciato i commentali, a svariate latitudini, completamente soddisfatti. La pasta, così sglutinata, è buona e basta; la ‘povna questo voleva (qualcosa che fosse facile, e uguale per tutti), e ne è contenta. E sa già che, nel suo futuro prossimo, resta una torta di mele da provare.

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Tanti auguri

Se c’è una cosa che alla ‘povna piace, sempre, è il giorno del suo compleanno. Perché resta idiota e felice come una bambina, in questo: le piacciono gli auguri, i messaggi, i sorrisi, le feste (molto). E il pensiero di una intera giornata che parla a lei di lei la mette di buon umore, qualunque cosa accada.
Oggi è quel giorno, gli anni sono tanti, e giusti (e in risposta a una famosa domanda – se qualcuno vuole provare a indovinarli e indovinarla). E la ‘povna dunque festeggia, ad ampio raggio, a svariate latitudini e treni.
Ha cominciato ieri, da mamma ‘povna, che le ha fatto trovare uno dei suoi piatti preferiti e un libro nuovo da leggere; continua oggi, nella piccola città, al bar in piazza (che è un modo che a lei piace tanto), e dopo una settimana tosta; prosegue domani, quando salirà al nord col treno folle, per la festa dei “compleanni riuniti” insieme a Thelma (per la quale ha cucinato la bellezza di sei torte, cinque sgluto e una vegana). La prossima settimana, di mercoledì, recupererà con l’amica Giudice Amy, che non può venire all’appuntamento al bar di oggi (e la invita a cena per discolparsi), sabato 18 farà una festa a casa sua, vietata ai minorenni e domenica si vedrà con Mr. e Mrs. Mifflin (che compie gli anni negli stessi giorni, e dunque, da sempre, tendono a festeggiare insieme). La settimana dopo, infine, per non farsi mancare nulla, andrà fino alla città rossa, e celebrerà l’evento con il Narratario e con Nanà, in un incontro necessario e annunciato, ormai da tempo. E a quel punto dovrà mettere “pausa”, perché il 1 novembre porta con sé i festeggiamenti di BibCan.
Mentre la ‘povna fa la gimkana, impavida, tra i vari appuntamenti, intanto, a scuola, ci hanno pensato i Merry Men a non farle mancare niente.
“Non era in questi giorni, il suo compleanno, professoressa?”
“Effettivamente è domani, lo ammetto!”.
“Allora si festeggia!” (unisono).
“Mi piacerebbe, cari, ma domani non ci vediamo, vi ricordo, e poi non so se faccio in tempo a far la torta…”.
“Che c’entra, quella la portiamo noi! Ora lo dico alla mia mamma!” (il Panda).
“E se no si compra!” (Piccolo Giovanni).
“Non la deve portare lei, è la festeggiata, ci pensiamo noi, a tutto!” (Grande Giovanni).
“E, se no, le paste…” (Cirillo Skizzo).
“Via, prof. quando uno di noi compie gli anni si celebra, è la legge” (Soldino).
Finché, mentre il caos è sovrano, interviene col suo vocione Stuffy: “Ragazzi, ci diamo una calmata?”.
La ‘povna li saluta con la promessa che festeggeranno sabato, e si avvia verso il suo folle pomeriggio.
Poi, questa mattina, a scuola, come previsto non li incontra. Se non che, deve passare da Esagono, per una questione urgente, in aula da disegno.
Toc, toc. “Permesso?”.
Ed è accolta – e come ci si sbaglia – da un coro di voci che scandisce, in un perfetto unisono di note e formalità salvaguardata come serve, il classico “Tanti auguri a lei”.

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Due parole sulle #sentinelleinpiedi

La ‘povna non pensava nemmeno di parlarne, perché vivere nella piccola città (e anche nella sua regione) concede certi privilegi, tra i quali quelli di considerare il flash mob silenzioso delle cosiddette sentinelle in piedi per quello che è: vale a dire una manifestazione legittima (a norma costituzionale) e non violenta (e ci mancherebbe pure, vorrebbe aggiungere – ché qui oramai si plaude all’acqua calda come se fosse un merito) della limitatezza di pensiero e paura illimitata di una serie di persone che, in ordine inverso all’importanza, fanno cattive letture (si vedano i libri portati in piazza) e hanno tempo da perdere.
La discussione successiva, e il tentativo di polemica, nonché – e questo è più serio e grave, perché parla un ministro della Repubblica – l’uscita di Alfano sulla registrazione comunale dei matrimonii omosessuali contratti all’estero, la costringe a prendere la parola.
Per quanto riguarda le sentinelle, le cose che vuole dire sono in sostanza due. La prima, e più importante, è che fare una manifestazione preventiva contro dei diritti che non ci sono ancora, oltre a essere metodologicamente bizzarro, e narrativamente (se non fosse che lei vive in questo mondo e questo tempo) comico, è la migliore conferma, secondo la formula dell’excusatio non petita, della necessità di quei diritti. La seconda è invece una riflessione individual-sociologica, ed è che lei – cui il caso ha regalato di essere categoria ‘protetta'(i.e. donna, certo, ma in un paese occidentale, avanzato, nel terzo millennio e per di più nascendo in famiglia alto-borghese, colta, liberale e laica), ma anche eterosessuale e bianca – si trova veramente a disagio nel pensare ancorché lontanamente di potersi permettere distinguo nominalistici sul codice civile e il diritto di famiglia (“pacs”, “matrimonio”, “accoppiata” o quant’altro) dal podio privilegiato di chi quei diritti li ha tutti quanti, dati per scontati, e senza aver dovuto combattere un nano-minuto per averli. Per chi non crede – e questi sono i presupposti di uno stato laico – lo Stato usa il diritto di famiglia per disciplinare vincoli di relazione, dei quali, meno fattispecie ci sono, e più chiara è la regola. E questa è, in prima e in ultima analisi, la ragione per la quale, se si parla di “coppia” (cioè due persone) a suo giudizio il diritto civile non dovrebbe prevedere altro che il matrimonio. Volendo poi potrebbe aggiungere che questo suo pensiero le sembra, se possibile, ancora più dovuto e cristallino pensando al ruolo, nella società, di cui lei è stata investita e occupa, cioè quello di educatore, pubblico, dei figli dello Stato.
Per quanto riguarda Alfano, le cui parole sono grottesche, se non fossero anche pericolose, e arroganti (perché trasudano ignoranza di competenze e di diritto, e buon tempo da perdere), la questione potrebbe essere dismessa facilmente, ma, a suo avviso, l’uscita va situata nel contesto della recente freddezza notificata dai vescovi al governo Renzi, con tutto quel che segue. Molto ci sarebbe da rispondere al ministro. Per fortuna, ci hanno già pensato i sindaci, tra i quali la ‘povna (che oggi deve andare a occuparsi di altro) sceglie, a farle da portavoce, il sindaco di Milano.

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Call for help

Con il primo lunedì di ottobre, domani, si va a regime, nella scuola della ‘povna, con l’orario (semi)definitivo di sei ore al giorno per un totale di 32 per settimana. Con l’occasione, comincia così, coi Merry Men (e proseguirà per tutti i lunedì prossimi), la sperimentazione della nuova materia che la ‘povna ha meditato per loro fin dall’anno scorso, e che, si spera, possa andare incontro ai bisogni e agli interessi di questa classe così particolare. Tra loro, in codice, la chiamano “Ita-Storia” (anche se in vista dell’esame toccherà loro inventarsi qualche cosa che sia meglio): si tratta, nei fatti, di fare storia della cultura del Novecento, in senso ampio, cercando di approfondire, insieme, eventi, ragioni e cause, ma anche chi diceva e faceva cosa, a partire da quegli anni, e dunque parole, opere, adesioni (o indifferenza) della classe intellettuale. Partiranno domani, con l’avvento del fascismo (e dunque dal 1922), marcia su Roma, Facta, lo stato d’assedio negato e compagnia cantante; per poi planare, in successione rapida, a Matteotti, alle aule sorde e grigie, ma anche agli Ossi di seppia di Montale. Dove arriveranno, ancora non lo sanno, di preciso, ché la loro strada è fatta di frenate e accelerazioni, deviazioni improvvise e momenti di fedeltà alla mappa. Però intanto si preparano per giugno (e per la vita, pure, che fuori dalla scuola aspetta, e morde). Nel mezzo, di queste ore preziose e un po’ corsare, terranno comunque buona traccia (da esibire, alla bisogna, al momento dell’orale). Poiché però, anche, non si fanno mancare nulla, insieme ad Ita-Storia parte anche il progetto delle letture multiple. Niente di nuovo sotto il sole, in questo senso: si tratta dei consueti libri in lettura integrale che la ‘povna affida sempre, per casa, alle sue classi. Ma che quest’anno per i Merry Men assumeranno i contorni di una scelta individuale. Per incoraggiare la costruzione di percorsi di colloquio personali e organici, la ‘povna ha dunque preparato per loro una lunga (e circonstanziata) lista, nella quale, divisi per gruppi, ci sono – molti e variegati – i titoli tra i quali poter scegliere, divisi tra “Canone scolastico” (quelli ovvi, che non possono non figurare, metti caso arrivi una presidente-maestrina, che poi a lettere sono la maggioranza), “Altra letteratura italiana” (e lì ci sono cose semi-ovvie, pur se molto belle, ma anche qualche piccolo guizzo) e, sotto la dicitura “Oltreconfine”, i testi di letteratura straniera necessari. La lista, pur molto lunga, non è – né aspira a essere – esaustiva (è ovvio). E tuttavia la ‘povna (che sa bene che in questi casi il lapsus aspetta divertito dietro l’angolo) teme di aver dimenticato qualcosa di essenziale, decisivo, importantissimo.
Ed è così che decide di chiamare a raccolta i blog-amici, alla bisogna. Questo che segue, dunque, è un vero e proprio call for help, una richiesta di consiglio. Che consiste nel lasciare qui sotto, se si vuole, la risposta a una domanda:
“Guardando indietro ai tempi dell’ultimo anno di scuola superiore, quale è il libro che – anche col senno di poi – avresti voluto che la scuola ti avesse consigliato da leggere più di ogni altro?”.
Seguono poi (perché la ‘povna è un po’ maestrina dentro) alcune precisazioni per giocare. Non si tratta di stilare liste e liste di libri prediletti, ma di dare un’opinione su che cosa si pensi sia opportuno che la scuola, come istituzione, scelga di valorizzare come autorevole indirizzo; e, proprio per questo (elenco uno: “canone scolastico”), sono già presenti, va da sé, i vari Svevo e Pirandello. La ‘povna vorrebbe invece qualcosa, insieme, di più mirato e idiosincratico, qualcosa che, quando si pensa alla scuola, valga la pena, di per se stessa, ricordare. Non un libro che si è amato subito, dunque, ma un libro che era “importante”, sia che si sia capito allora, in quei fortunati casi in cui la lettura sia stata, già negli anni di scuola, oggetto di consiglio, sia più tardi. Sia che il consiglio sia stato dato veramente, sia che sia quello che, si sognava, un insegnante ideale avrebbe potuto dare.
La ‘povna ringrazia chi vorrà partecipare già in anticipo, e promette che valuterà ogni proposta attentamente. Ma, più di lei, saranno soprattutto i Merry Men, per quanto inconsapevoli, con grande convinzione a ringraziare.

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Vita dopo vita

Questo di Kate Atkinson è stato uno dei romanzi in assoluto più notevoli (perché bello, sì, ma non solo: intelligente, originale, coraggioso, stilisticamente significativo, c’est à dire scritto benissimo) delle sue letture estive. La ‘povna se lo era portato a Cambridge, da leggere sul Kindle, e ha passato in sua compagnia momenti, così come li voleva, di accompagnamento e insieme densi – del resto, l’autrice la conosce (ed è stata spesso compagna delle sue scorribande albioniche) e non si aspettava niente meno. Di lei aveva già letto tutta la serie di Jackson Brodie, che gioca con il poliziesco, i cui primi due volumi (anch’essi molto belli) erano stati pubblicati da Einaudi (I casi dimenticati e Un colpo di fortuna, per chi volesse approfondire), senza ottenere un successo sufficiente perché l’editore avesse il coraggio di portare a termine la fila. Proprio per questo, quando ha visto che la casa editrice Nord aveva deciso di pubblicare Life After Life, lei prima ha fatto un salto di gioia, poi se lo è acquistato (in inglese) e quindi lo ha letto. E ha pensato che doveva proprio farne una recensione per i settimanali consigli di lettura. Visto che ad agosto tutti, persino gli amanti dei libri, se ne vanno un po’ in vacanza, ha però deciso di aspettare settembre: e così – il meglio è nemico del bene, spesso – vuoi Neverland, gli esami di riparazione, l’inizio della scuola, a rotta di collo. E la ‘povna se ne è dimenticata.
Glielo ha fatto tornare in mente (per fortuna) una recensione che ha visto pubblicata domenica scorsa, su un sito che le piace molto; e a quella rimanda per una descrizione dettagliata (inclusi antenati e modelli) del romanzo. Lei, da parte sua, ribadisce a gran voce il suo consiglio. E, poiché domani entra alla prima ora, e torna non sa quando, si permette una briciolo di vigilia di comporto, e parla di questo romanzo per il venerdì del libro.

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