L’ora di lezione – Per un’erotica dell’insegnamento

La ‘povna oggi propone un saggio che ha comprato e poi letto insieme con curiosità e diffidenza. Curiosità perché il concetto di “erotica dell’insegnamento” è uno dei temi sui quali si basa il lavoro di ricerca cui si sta dedicando ultimamente, sulle variazioni di quello che lei ha denominato “effetto Socrate”; diffidenza perché su Recalcati ha un giudizio, se non ambiguo, ancipite. Alcune intuizioni non le dispiacciono, ma nello stesso tempo sa che bisogna andare a cercarle, a rabdomante, tra le pieghe del suo connaturato narcisismo; inoltre, se non bastasse Matteo Renzi, ha avuto la fortuna di conoscerlo di persona due anni fa, e di ascoltarne un’intervista delirante (su desiderio e altro), dalla quale, per usare un eufemismo, ha ricavato un senso di scetticismo immane.
Pur tuttavia, se uno studioso acclamato scrive un testo che riguarda la propria ricerca in modo tanto evidente, è buona norma farsi una opinione non pregiudiziale, e leggerlo. E così la ‘povna si è accinta al compito con animo il più possibile pacato. Il risultato l’ha premiata, e il giudizio è positivo, nel complesso. A favore del saggio vi è infatti sia la visione di fondo sulla scuola, la scelta di ripartire (appunto) da Socrate e la ricerca di una ostinata terza via tra la scuola dei padri (sbattuta via prima dal Sessantotto, e ora compiutamente dalla cosiddetta rivoluzione tecnologica) e l’ideologia da supermarket che sembra dominare nel presente, con gli studenti come vasi da riempire attraverso files da caricare in un repository, semplicemente un tanto al chilo. Che poi Recalcati chiami questi tre stadi la scuola di Edipo, di Narciso e di Telemaco (!) rispettivamente, è in parte figlio della sua teoria postlacaniana e psicoanalista, ovvio; ma se alcune parti sono un po’ spottone ad altri saggi (o rivelano, una volta di più, ineludibile, il connaturato narcisismo), nello stesso tempo revocare in causa desiderio, transfert e psicoanalisi parlando di relazione pedagogica resta comunque un atout intelligente e molto vero.
Complessivamente, dunque, la ‘povna, questo libro, lo consiglia (al punto che lo regalerà per natale a qualche collega, e pure alla preside Barbie, cui ogni tanto spaccia le letture interessanti in cui si imbatte).
E decide, dopo averne lasciato un paio di citazioni tra le più significative, come assaggio, di parlarne anche al venerdì del libro.

“L’incontro con il tempo della lezione, con la parola viva della lezione, quando avviene, quando accade, quando si dà la sua esperienza autentica, rende davvero possibile l’incontro che fa tyche, l’incontro con il Nuovo, con il non ancora visto, il non ancora saputo, il non ancora conosciuto. Quel che resta della Scuola non è forse la possibilità permanente che vi sia nel dispositivo dominato dall’automaton la possibilità inesauribile di una tyche? L’effetto di una lezione non è forse l’effetto dell’apertura di un mondo? Di un «vento di primavera», come direbbe il Nietzsche di La gaia scienza? L’insegnamento scolastico, abbiamo visto, tende a sigillare i mondi, a chiuderli per sempre, a renderli ingranaggi stereotipati e, sappiamo bene, che quando il sapere si chiude in questo modo può diventare solo godimento dell’Altro che comprime il soggetto nella posizione di un oggetto passivo goduto, appunto, dall’Altro. Tuttavia questo non intacca il fatto che una lezione, se è tale, resta un tempo dove si può dare esperienza dell’incontro con l’altrove, dove può esserci resistenza all’inesorabilità dell’automaton: una lezione resta il miracolo dell’incarnazione viva ed erotica del sapere che contagia e mette in moto. Resta quel tempo dove ci si raduna attorno a un’esperienza di sapere che sa toccare qualcosa della verità: l’esperienza del libro che sa includere e non escludere la vita”.

“Questa «presenza» che, secondo Pennac, ogni maestro deve saper incarnare e tenere viva, è la forma principale che assume il desiderio dell’insegnante. Per rendere presenti gli allievi nell’ascolto, è necessario che il maestro sappia innanzitutto rendere presente a se stessa la propria presenza. Non c’è alcuna tecnica che possa compensare un’eventuale «assenza di presenza». La presenza dell’insegnante assume le forme di uno stile. Perché quello che conta innanzitutto è lo stile singolare del maestro. Capita ogni volta che un insegnante parla. Al di là di ciò che dice, conta da dove dice ciò che dice, da dove trae forza la sua parola. Qual è il punto singolare di enunciazione da cui scaturiscono i suoi enunciati? La forza dell’enunciazione coincide con la sua presenza presente. L’insegnante parla e non è altrove, ma qui con noi. Non vorrebbe essere in un altro luogo. Desidera essere dov’è. E questo gli rende possibile evocare con forza altri luoghi. Solo la presenza dell’insegnante sa convocare alla presenza l’assenza di cui si nutre ogni trasmissione autentica di sapere”.
Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Torino, Einaudi, 2014

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Domande a bruciapelo

La ‘povna trova la telefonata persa di ritorno dalla dose di cloro del martedì, vigilia del suo giorno libero. Il numero è quello di Esagono. La ‘povna prova a richiamare, ma oramai sono le nove di sera, lascia solo quattro squilli; poi attacca, e tippetta: “Indovina? Ero in piscina” – (perché questo siparietto succede spesso) – “adesso però sono a casa, chiama pure senza problemi”. Esagono non richiama, e questo, nel codice della loro collaborazione lavorativa, è un messaggio per dire, senza parole: “Niente di (troppo) urgente: ci sentiamo domani pomeriggio, oppure direttamente giovedì, quando ci rivediamo a scuola”.
Così oggi la ‘povna, al termine dell’orario delle lezioni, ha fatto una pausa della stesura del Pof e dalla varie incombenze da massaia disperata del giorno libero.
“Pronto, Esagono, eccomi”.
“Ciao ‘povna, tranquilla, non era nulla di importante”.
“Lo immaginavo, comunque eccomi”.
“Volevo farti due domande”.
“Spara!”.
“La prima è: come mai ti sei candidata al consiglio di istituto, visto che vuoi chiedere il trasferimento?”.
La seconda domanda si perde nell’etere.
“Fammi capire” – vorrebbe rispondergli la ‘povna – “tu mi chiami alle 20.22 della vigilia del mio giorno libero, durante il tuo medesimo, per chiedermi perché mi sono ricandidata al consiglio?!”.
Invece (ed è cosa rarissima), resta senza parole.

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Sociologia da cloro

Poiché non guida e non possiede proprietà private tassabili, la ‘povna è esclusa, gioco forza, da due dei luoghi nei quali si concentra il maggiore tasso di rissosità e violenza spicciola, vale a dire le strade e le riunioni di condominio. Da un anno a questa parte, però, il ritorno agli allenamenti in piscina in modo stabile le ha riaperto le porte a un universo ugualmente pittoresco che, quanto a frequentazioni e comportamenti, non ha niente da invidiare.
A partire dal guardaroba, per proseguire con spogliatoi e docce, ci sarebbe da scrivere un trattatello; la ‘povna però si concentra, per questa volta, soprattutto sulla vasca, perché i tipi sociologici più interessanti si trovano, ovviamente, per lo più in corsia.
Si parte dalla lenta (che la ‘povna non ha mai frequentato direttamente): lì il tipo sociale più frequente è quello che lei ama definire “scoglio”, l’Ingegnera Tosta “bustina da tè” e un altro amico “balena spiaggiata”. Sono coloro, donne e uomini, che entrano, fanno una vasca a piccolo trotto (rigorosamente a volto di fuori, cercando di non bagnarsi), approdano faticosamente dall’altra parte, e lì si fermano, e parlano. Guardando con ostentato disprezzo i poveri nuotatori, che pur non fulmini di guerra, avrebbero pagato l’ingresso per farsi, così come da indicazione, una nuotata. Altrettanto divertenti, in questo settore, sono quelle natanti (tutte donne) che, dotate di tubo o tavoletta, saltellano indefesse a piedi uniti in acqua: con ciò ovviamente non muovendosi di mezzo centimetro (né facendo, dunque, alcun tipo di attività davvero fisica), ma regalandosi in compenso moltissima autostima per concedersi (è il tema delle chiacchiere ascoltate in spogliatoio, dopo, a lamentarsi dell’acquisita stanchezza) una serie goduriosa di mangiate.
Passando alla corsia media, la situazione si fa più ricca. Qui la ‘povna nuota solo in certe piscine, quelle serie, dove le divisioni hanno sostanza (per esempio: a Milano alla Cozzi): perché nella media, si sa, ci va di tutto, perché la percezione di ciò che può essere ritenuto medio è assai soggettiva, e cambia. Gli scogli ci sono anche qui, e danno ancora più noia, ovviamente, perché costituiscono una barriera corallina al fondo della corsia, invalicabile, che brucia almeno due metri di tragitto. In questi casi, all’inizio la ‘povna faceva come altri, e cioè virava prima, e tornava indietro senza incrociarli. Poi un bel giorno si è rotta i coglioni, perché a lei fare la virata vera piace, e poi le si sballavano i conteggi: dunque ha cambiato tattica. Quando arriva a cinque metri dal bordo, inizia a puntare un approdo con decisione, fregandosene della presenza degli scogli. Loro all’inizio la guardavano male e poi, miracolo, hanno iniziato a spostarsi – anche perché al primo accenno di lamentela lei ha fatto garbatamente notare al suo interlocutore, bagnino consenziente, che la dicitura dell’attività era “nuoto libero” e non libera chiacchierata.
In questa corsia si spreca poi anche un altro tipo di bagnante. E’ quello che è appena approdato alla media dalla lenta, dopo mesi di faticoso allenamento: dunque, si sente veloce, rapido, imprendibile. Per questo trovarselo davanti è un vero inferno: mal sopporta di farsi superare, e quando tu inizi la manovra accelera (con ciò rischiando di farsi venire una sincope), oppure poi ti insegue per tornare davanti, e prende ogni tuo movimento come offesa personale.
Veniamo infine alla corsia veloce (quella dove, di solito, staziona di preferenza la ‘povna). Qui – sia resa grazia – gli scogli non ci sono – ma le analogie con la strada si fanno più pressanti. Perché – oltre a quelli come la ‘povna (con i quali dividere la corsia è sempre un piacere: persone che nuotano molto, ma amatorialmente, dunque sono veloci, costanti, e sanno bene le manovre di convivenza in acqua) – si trovano per lo più bulletti della domenica, maschi aspiranti alfa, donne acidissime modello ce-l’ho-solo-io e il resto mancia, o i forzati dell’attrezzo. Appartengono al primo tipo quei nuotatori che devono mettersi in mostra a tutti i costi: dunque schizzano, annaspano le braccia, superano malamente invadendo le corsie altrui a casaccio – poi magari arrivi al bordo insieme a loro e ti accorgi che, prevedibilmente, non sanno nemmeno fare una virata. Le donne ce-l’ho-solo-io, quando sono in spolvero, sono forse il peggio (perché la femmina, quando vuole, sa essere davvero, ma davvero caga cazzo): loro non nuotano, sfilano, anche in vasca. E si aspettano l’aprirsi delle acque quando passano; come conseguenza agiscono malissimo ogni qual volta qualcuno si mostri insensibile al loro fascino clorato. I forzati dell’attrezzo, infine, sono semplicemente dei pericoli pubblici: perché, durante per esempio una corsia serale, con dodici persone, non è ammissibile pensare di allenarsi a dorso con mezze pinne e palette, magari poi pure andando storti e risentendosi quando chi nuota nell’altra corsia (per esempio: la ‘povna) ti rimprovera un po’ bruscamente perché con la tua paletta le hai tirato in faccia una mazzata.
Nonostante il variegato zoo, che non cambia mai, nel tempo e nello spazio (e la ‘povna di piscine oramai ne ha provate parecchie, oltre a frequentarne tre tutte le settimane abitualmente), va detto però che il nuoto resta uno sport splendido. E la ‘povna, che non riesce più a farne a meno, come leggere, ogni volta che ci pensa benedice l’idea saggia che l’ha spinta, l’anno scorso, a riprendere in maniera costante la sua assunzione di cloro quotidiana.

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Janne Teller – Niente

Ancora una volta, la settimana caracolla velocissima. La ‘povna arriva alla vigilia del venerdì con un bel bottino di verifiche, dopo aver vissuto sulla sua schiena le deliranti storture del sistema che ha già detto, e con la prospettiva di un mese, quello prossimo, che sarà sul filo del rasoio, sempre. Ma anche con la soddisfazione di avere definito un po’ di questioni organizzative con Mafalda e con Esagono, la prospettiva di un rutilante cambio mondi sul finire di dicembre (che le regalerà parecchie soddisfazioni, è prevedibile) e, più nell’immediato, la prospettiva di un fine settimana assai carino. Si comincia domani, quando, dopo la scuola e la piscina, se ne andrà nella città della stazione nota insieme all’Ingegnera Tosta, per un pomeriggio al museo insieme a sua figlia Gamma e loro – che si sono ritagliate il momento e gran fatica, nel mare degli impegni – entrambe non vedono già l’ora.
Si continua sabato: scuola e piscina, ovviamente, e poi, nell’ordine, un aperitivo con l’Anziana di Ginevra, L. e G. (lo Storico Saggio è in trasferta) e una cena con gli amici vicini e con la Scurza, che inaugura la sua casa nuova. Ce ne è per divertirsi, e anche parecchio. E per questo la ‘povna ha dovuto fare, negli altri giorni, una e una sola cosa, e cioè portarsi avanti. Per fortuna che, di solito, non le riesce troppo male. Il tempo della lettura è dunque confinato al treno, fatalmente. Ma avanza. Così, negli ultimi tempi, la ‘povna ha stempiato una serie senza particolare lode di gialletti (che ha continuato a leggere per l’ambientazione milanese, che la affascina), iniziato un saggio su cui il giudizio per ora resta ambiguo (così come sul suo autore, va detto), e concluso un romanzo da linea d’ombra (in inglese lo dicono: coming of age, ed è la definizione giusta, perché “di formazione” è insieme poco, e troppo) davvero molto significativo. Si tratta di Niente, della danese Janne Teller, che le ha consigliato, quasi per caso, l’Amica Vicina e che la ‘povna ha preso e finito in un paio di giorni, ricavandone una lettura (forse) per le Giovani Marmotte, un testo in più per il suo lavoro di ricerca e parecchio materiale, in genere, su cui meditare. Non è una scoperta da talent scout, intendiamoci: la ‘povna arriva buona ultima dopo che ne hanno fatto, anche in Italia, recensioni importanti (per esempio questa). Tuttavia vale la pena di guardare a questa narrazione – che per lunghezza è abbastanza breve da essere a tutti gli effetti una novella (del resto Stand By Me sta lì a fare, ben evidente, da modello) – con attenzione accorta. Ambientata in una cittadina danese, la storia vede un gruppo di pari come collettivo protagonista. Si parte con una citazione dal Barone rampante: all’inizio del nuovo anno scolastico un alunno, Pierre Anthon, decide di salire su un susino, senza mai più scendere. Se la protesta di Cosimo Piovasco, però, aveva una radice profondamente laica, e illuminista, e lo conduce a una integrazione da una prospettiva diversa, certo, ma ugualmente produttiva (e quanto) con la comunità di appartenenza, l’atto di Pierre Anthon, viceversa, si configura subito (come ben dice la voce narrante di Agnes, una dei ragazzi del gruppo) come un atto solo rinunciatario e nichilista. Cosimo sale sull’albero per trovare (e dare) a tutto (i rapporti familiari, la società, la storia) un nuovo senso (cosa che gli riuscirà egregiamente), Pierre Anthon si arrampica sul susino per sostenere, viceversa, la mancanza attiva di quello stesso significato, a tutto campo, denunciando la vita degli adulti (conniventi e consapevoli) come mero teatrino di vuote convenzioni. Per il gruppo degli (ex) amici, per i quali l’orologio del tempo ticchetta inesorabile (e qui i riferimenti a Peter Pan, ma anche a un classico della letteratura scandinava come Pippi Calzelunghe sono evidenti, per quanto sotto traccia), e verrà presto dunque il tempo di entrare, volenti o nolenti, nella vita adulta, la scelta si polarizza: o accettare di morire un po’, per poter vivere, negando il cammino adolescenziale che porta a uscire dall’infanzia (come avviene con il personaggio-mito reinventato da James Barrie, o, in maniera paradossale, al termine del libro di Astrid Lindgren), oppure opporsi all’affermazione agita, prima ancora che proclamata, dal compagno, opponendovisi con ogni mezzo, per dimostrare che crescere si può accettare senza elaborazione del lutto, intraprendendo volontariamente il proprio cammino adolescenziale. Nasce così la decisione di creare una “catasta del significato”, per opporre – azione vs azione, cosa vs cosa – a quelli di Pierre altre parole e altri gesti. E così il gruppo di pari, crudele, eppure spietatamente coerente, si sfiderà a deporre nel mucchio, uno alla volta, ciò che ciascuno ha di più caro. Si innesca un meccanismo di sfida, cui nessuno può, sa o vuole sottrarsi, che involverà in una spirale perversa di violenza, che appare solo – così come tutto ciò che è frutto della logica, insieme fanatica e purissima, dell’adolescenza – ovvia. Nel mezzo (ma la scelta del narratore tra pari, con facile artificio narrativo, ovviamente lo permette), latitano gli adulti, e i ragazzi appaiono sempre più come la comunità auto(?)regolamentata del Signore delle mosche. Fino a che il punto di rottura non sarà raggiunto, gli adulti saranno costretti a rientrare in gioco (anche se per poco), brutalmente, e poi una strana, eppure di nuovo coerentissima forma di catarsi arriverà potente a chiudere il sipario.
La ‘povna non dice di più, ché già così è fin troppo. Aggiunge che, come molti romanzi contemporanei (seconda metà del Novecento abbondante, verrebbe da dire postmoderni: Stand By Me l’ha già citato, ma bisogna almeno aggiungere Fuhrman, la Susani di cui ha già parlato, Lansdale i Bambini bonsai di Zanotti – giusto per limitarsi ai più ovvi e pescare pure in casa italica.), la morte sembra essere una risorsa necessaria, di fronte a un futuro che sembra porre la rinuncia a crescere quasi come un comando, e non una alternativa di scelta. E anche che, proprio per queste tematiche estreme, eppure così necessarie, e primarie, se si possono sprecare due aggettivi forti, sta meditando lungamente su fare cadere la storia sopra la crisi in arrivo delle Giovani Marmotte. E se la sente pure di consigliarlo, almeno per una lettura preventiva (e poi, magari, ai suoi alunni), alla blog-amica Murasaki.

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“Un tempo insegnavo italiano”

Che la giornata avesse preso una piega da subito bizzarra, alla ‘povna era stato chiaro, a scuola, dal suo ingresso, quando – per riuscire a discutere del furto dell’adattatore VGA con Esagono – aveva dovuto aspettare, aspettare e aspettare almeno quattro genitori a questua, un’emergenza oggettiva e svariato coccodare dei colleghi. Ma la svolta in direzione Mr. Wolf è avvenuta a metà della terza ora, durante il tema delle Giovani Marmotte, quando ArgentoVivo bussa, entra e (lo sa che la ‘povna le interruzioni le mal tollera):
“Mi scusi, professoressa, c’è al telefono la preside”.
La ‘povna lascia la classe a Ops, l’insegnante di sostegno, e si avvia di corsa in corridoio.
“Professoressa ‘povna, la disturbo mentre è in classe: purtroppo c’è un problema con i libri del progetto Comunità, con la Prima Agricola. Deve sapere che oggi è venuta una mamma…”
Seguono alcuni minuti nei quali Barbie illustra la situazione, che è insieme assai confusa e semplice. Riassumendo in soldoni, c’è stato in disguido nell’invio di venti copie dei libri di carta (che fungono da supporto gratuito alla didattica telematica), che mancano, a spizzichi di pioggia, in tutte e tre le classi: nelle more dell’attesa, gli Extraterrestri usano contentoni il loro tablet, senza un problema al mondo, un’altra prima si barcamena tra qualche mugugno, e la prima Agricola, comandata dalla rappresentante Pannocchia, rompe soavemente i coglioni.
Dopo avere tentato di risolvere la questione per le vie ufficiali, preso atto che una serie di persone (per esempio la coordinatrice ValdiNon, che definire inefficace è generoso quanto ovvio, ma anche la Segretaria ci mette del suo, va detto), Barbie, oggi, stufa, ha preso e ha chiamato la ‘povna – che per lei rappresenta una specie di pronto soccorso immediato alla composizione dei problemi.
“Ho capito tutto, mi lasci un quarto d’ora” – ha replicato la ‘povna a Barbie, salutandola per il momento. Poi ha chiamato Esagono (intuendo che la processione di mamme della mattina aveva la stessa causa), Mafalda (perché l’aveva sentita alludere oscuramente a “dei libri di Algebra” – e ha capito che se ne stava occupando), Hal9000 (al quale ha prescritto una serie di messaggi da inviare al suo posto, mentre lei terminava il suo orario di classe); quindi di nuovo Barbie, che, nel frattempo, si era procurata il numero di Pannocchia. E, d’accordo con la preside, ha proposto all’inviperita mamma la pronta soluzione:
“Pronto, buon giorno signora, lei non mi conosce, sono la ‘povna…”.
Seguono minuti di giuggiolamento, che terminano con la promessa di stampare, direttamente dall’originale in formato pdf, le dispense richieste, approfittando della comprovata efficienza della stamperia di fiducia della ‘povna, nella piccola città.
“Perfetto, professoressa” – ha detto Barbie – “lei anticipi, per oggi pomeriggio, e poi domani passi in amministrazione all’incasso. Dica alla Segretaria che l’ho autorizzata io per le vie brevi”.
La ‘povna annuisce, saluta, vola dalle Giovani Marmotte (ma il tempo già finisce); poi corre dagli Extraterrestri, fa in tempo a ricevere l’ennesima comunicazione da Pannocchia, finisce di spiegare storia, saluta tutti e corre al treno. Nella piccola città (dopo aver nuotato, ovviamente), la ‘povna passa da casa a effettuare solo, al volo, un cambio borsa. Poi recupera il file incriminato dal link che nel frattempo le ha inviato (ecco il senso della telefonata ad Hal) il coordinatore nazionale del progetto; lo caccia sulla pennetta, inforca la bici e corre in centro. Arriva alla stamperia, mostra il file, spiega, contratta sul prezzo. Si va a fare un giro di mezz’ora mentre aspetta (sotto la pioggia), ritira i 12 libri (per un totale di kg 25), paga, inforca la bici e torna a casa.
Quando si siede alla scrivania, sono le sette. Prima di ogni altra cosa, apre l’e-mail e scrive una serie di messaggi: a Barbie, per dirle “missione compiuta!”, alla Segretaria, per ribadirle il concetto, a Hal9000, a Esagono, a Mafalda. Infine, all’alba del tiggì di Mentana, può iniziare a pensare, finalmente, alla sua propria didattica (e per fortuna che ieri si era portata avanti). C’è l’analisi del testo su Una questione privata da consegnare a Piccolo Giovanni (che ha finito il libro con anticipo), e poi da correggere i loro nuovi temi. Dal canale telematico avverte i Merry Men, si scusa del ritardo. Loro, ovviamente, la giustificano, e la ‘povna, terminata la consegna, può dedicarsi al tanto atteso pasto.
E, mentre mastica, riflette. Che in quello che ha fatto non c’è niente né di particolare, o di brillante, o eroico. Ha solo prestato alla vicenda un poco di buon senso (oltre, domani, sul treno, alla sua schiena, zaino in spalla). Ciò nonostante, questo è uno di quei giorni in cui, se fosse in uno di quei gruppi di auto-aiuto, si presenterebbe in cerchio, dicendo il suo: “Piacere, sono la ‘povna. Un tempo insegnavo italiano”.

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Dopo la scuola

Ieri, al termine delle lezioni del sabato, la ‘povna è passata in sala professori, ha messo via i registri, ha salutato i colleghi, ai quali ha augurato il suo rituale “buon weekend”, ed è volata giù per le scale, consapevole.
Nell’atrio la aspettava una figura familiare.
“Buon giorno, Calvin”.
“Eccomi, prof., siamo pronti!”.
“E le tue donne?”.
“Aspettano già in macchina”.
Così la ‘povna si è avviata insieme a lui, come se fosse ovvio. In auto ha salutato il Piccolo Elfo, e una Little Red-Haired Girl che le doveva essere presentata già da tempo e, a passo di marcia pacato, ma costante, si sono diretti alla piccola città.
A casa della ‘povna li aspettava una tavola, apparecchiata con anticipo, e un menu, scelto con cura e cucinato con impegno; i ragazzi avevano portato, buonissima, una torta (fatta dalle mani abili del Piccolo Elfo), e c’erano anche un libro di maturità e uno spumante da stappare.
Quello che si sono detti, in questo lungo pomeriggio che è trascolorato, piano piano, nel crepuscolo, è vincolante e terribilmente serio, ma in realtà non ha importanza – perché appartiene a quelle trame di spiriti affini che raccontare non è degno, e resta poi soltanto loro. La ‘povna si è ritrovata a parlare con il suo capitano dell’Onda, a rievocare pezzi di storia con il Piccolo Elfo (la cui memoria scolastica, come la trama dei Maculati, che partì bene, e poi fu sgarrupata e imprevedibile, è assai meno lineare e serena di quella del fratello). In comune, lei e lui, hanno gli occhi chiari, lo sguardo acuto, l’educazione insieme affettuosa e inappuntabile della loro Weasley famiglia: e la ‘povna si è chiesta, una volta di più, come si fa a restare senza uno di loro a scuola. Red-Haired Girl, timida, ma non troppo, ha partecipato all’amarcord per quello che sapeva, e si è inserita con puntuale intelligenza. Poi, quando il discorso è scivolato, piano piano, sul piano della consapevolezza civica, ha condiviso con la ‘povna il regalo delle sue idee originali e aperte. Hanno parlato, tutti insieme, di omofobia, di aborto, educazione all’affettività scolastica e legame di cittadinanza – con una ovvietà di temi e di vedute che sarebbe impensabile con la maggior parte degli adulti. Ed è stato allora, mentre Red-Haired descriveva la sua frustrazione quando, in terza media, durante un’ora di educazione sessuale, una domanda interessante e legittima fu ripresa come provocatoria dall’ennesima insegnante bigotta, che la ‘povna ha sentito, forte come non mai, il senso del legame che la lega a certi ex-alunni, che poi diventano solo cittadini, e questo è bello. E ha capito i motivi che la hanno spinta, nonostante (o forse proprio a causa del)l’incontro con insegnanti e compagni come quelli di Red-Haired, quando era lei, studente, a scegliere di rimanere a scuola.

post scriptum eccentrico, di lettura e di servizio: venerdì, mentre la ‘povna si affannava tra mille impegni che l’hanno portata a pronunciare la parola “riposo” solo all’alba della mezzanotte del sabato, il suo amico BibCan inaugurava il suo nuovo blog, questo. La ‘povna aveva promesso che ne avrebbe parlato, il giorno dell’inaugurazione, qui su Slumberland. Non ce l’ha fatta, per colpa del Bianconiglio, ma ci tiene a rimediare adesso. Invitando chi ha voglia a farsi un giro in questo nuovo spazio, perché il talento di BibCan nel raccontare è di provata abilità, e non tradisce. E l’argomento di cui ha scelto di parlare, pure.

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Roberto Saviano – Super Santos

La ‘povna si è presa il primo raffreddore della stagione – complice una cena fuori ieri sera, a lungo rimandata, e poi fissata, che sarebbe stata assai saggio, visto il tempo, eppure poco opportuno, disattendere. Il risultato è che ha i neuroni che affogano nel moccio, consuma il consueto sproposito di fazzoletti e oggi a scuola vagava con aria avvilita da una classe all’altra – questo quando non starnutiva. Non si può fermare, però, nemmeno per un momento. E così si correggono compiti, si preparano cose per l’altro mondo, e anche per un corso di aggiornamento che la ‘povna terrà domani ai colleghi nuovi del progetto Comunità del libro, si attende agli adempimenti burocratici e, soprattutto, si confezionano e poi condividono lezioni. In classe infatti va tutto abbastanza bene, per fortuna, è un bell’anno. Gli Extraterresti si confermano quel che sono, e cioè alieni originali e dalla buona voglia, dei Merry Men si è già detto (e la soddisfazione di Soldino che legge Nievo immedesimandosi in Carlo Altoviti, ancora una volta, vale il viaggio); qualche preoccupazione la desta la (prevedibile) quindiciannite galoppante delle Giovani Marmotte, che – moderatamente cacofonici, si avviano verso la Prima Grande Cazzata a grandi passi (e, nonostante gli appelli alla prudenza, la ‘povna è consapevole che, se proprio vogliono sbattere il muso sulla crisi adolescente, ben difficilmente li si potrà fermare). Non si ferma nemmeno la socialità galoppante. Oltre alla cena di ieri, e a un aperitivo con il collega EggHead, martedì sul crepuscolo, la ‘povna attende a pranzo, sabato, dopo la scuola, il Piccolo Elfo insieme a Calvin (che le presenterà pure la fidanzata, ufficialmente), i fine settimana sono tutti già presi per impegni di amici o di famiglia, il 7 dicembre il collega Pluto ha invitato lei e Mafalda al rinfresco del suo matrimonio, “per il brindisi”; e chi più ne ha, più ne metta: per esempio Mr. Mifflin, che le manda un mail pomeridiano, preannunciando una sosta per domani a ora di cena nella piccola città.
“Che ne dici di pizza e panelle nel posto buonissimo, verso le sette?” – scrive.
E la ‘povna (che deve fare?) accetta, pur con una correzione auspicabile: “Dico sì, con molto piacere, ma facciamo almeno le otto meno un quarto, ché torno da scuola tardissimo [e devo avvantaggiarmi per il pranzo con gli alunni]. E poi la pizza sarebbe la quarta volta nella settimana, terza dal posto buonissimo: ho bisogno di cambiare menu, facciamo qualcosa d’altro, te ne prego”.
Mr. Mifflin non si tira indietro, prevedibilmente. E per la ‘povna è l’ennesimo impegno da centrare col millimetro. Ed è per questo che, come è accaduto già altre volte, anche questa settimana (Murasaki la perdonerà) si anticipa, e provvede già a fornire adesso la sua recensione per il venerdì del libro.
Parla di un racconto breve ma molto interessante, che si chiama Super Santos. E’ un antico réportage di Saviano prima di diventare Saviano, e poi recuperato per l’edizione degli Inediti d’autore del “Corriere” nazionale. C’è già tutto, e probabilmente quella misura breve che – talvolta – è perfino meglio di Gomorra. Unita a quella capacità di legare locale e universale che è diventata marchio di fabbrica. Divertissement, dunque, ma di lusso, nel quale il pallone italico diventa sinonimo di altro, e di una riflessione sul destino dei ragazzi, quando si ha la fortuna sfortunata di nascere appassionati, e magari pure pieni di talento, ma drammaticamente nel posto sbagliato.

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Traccia madreperlacea

Quando, oramai quasi quattro anni fa, la ‘povna chiese, e ottenne, di prendersi sulle spalle i Merry Men e di portarseli al triennio, era consapevole che l’esperimento sarebbe stato difficile (lo è stato), tosto (lo è stato), entusiasmante (lo è stato), ma sapeva, soprattutto, che stava imbastendo una scommessa su un modo di fare didattica in continuità (si dice “verticale”, con un tecnicismo) dalle potenzialità straordinarie. Perché poter immaginare la propria programmazione non su uno solo, ma più anni, in materie come Italiano, Storia, Educazione Civica, significa tessere paziente e progressiva un’epica di classe capace da un lato di poggiare sui piloni solidi di principi irrinunciabili, dall’altro di adattarsi, mutevole e cangiante, ai meccanismi improvvisi della trama. Il che significa, tradotto, che – se da una parte la ‘povna ha preso strade senza uscita, deviazioni, ingorghi, trovandosi a riaggiustare il tiro più e più volte – dall’altra i fili rossi del loro quotidiano in classe sono stati tirati con pazienza, alcune volte lanciando ponti di legami evidenti, nel tempo e nello spazio, altre invece lasciando che qualcosa che si era provato a seminare riposasse, carsico, nel tempo, ad aspettare il giorno di una matura fioritura.
Oggi, durante le due ore che hanno avuto in mezzo al bosco (poiché una serie di eventi inderogabili li hanno cacciati dalla casa sull’albero, costringendoli a tornare nella radura della terza), è stato uno di quei giorni in cui, per ben tre volte, la ‘povna ha sentito spalancarsi, improvvisa, la sensazione di avere ben cucito la loro storia, in questi anni; provando naturale, eppure da lasciare a bocca aperta, la consapevolezza elettrizzante di un intreccio che si tiene.
Succede così che, mentre fanno storia, si devii a parlare della guerra fredda, e da lì all’atomica è un salto: ed è a quel punto che Stuffy – mentre la ‘povna racconta loro di Hiroshima, Nagasaki e di Vonnegut – prorompe in un naturale: “Già, non abbiamo mai davvero parlato, di questo“. E in quel corsivo c’è tutto: la consapevolezza di un percorso di temi civili che li accompagna dall’inizio, il fatto che quei tasselli hanno costruito educazione e fatto senso, e quello, ben più importante, che solo così si costruisce la relazione di cittadinanza, che è pure, a ben guardare (e i Merry Men questo lo sanno) il senso primo e ultimo della parola “scuola”. La ‘povna sorride, il tempo di rispondergli: “Hai ragione, ci costruisco qualcosa, è importante”.
“E poi ci facciamo il tema” – chiusa lui, che pure odia scrivere.
Ma non c’è tempo per sorridere di nuovo, perché oggi è giorno di doni a piene mani. Risuccede a proposito della lettura di testi di Leopardi: “Ne leggiamo così pochi?” – la parola corre di nuovo a Stuffy. E ancora una volta la ‘povna – che pure sa che del poeta han letto bene, e tanto (e dunque non potrà che rispondergli che “purtroppo, no, questa volta si fa basta”) – si delizia di una forma mentis che ha costruito per loro, passo passo – quella per cui “italiano” non sono le sue parole, o i riassuntini banali e storicistici da manuali inutili, ma opere dirette: testi, parole, tanti – perché “fare letteratura” vuol dir quello, e non costruire, per orecchie che poi saranno forzatamente stanche, stucche parodie di inarrivabili Bignami.
Ma è sul finire dell’ora che una giornata già risolta sfiora la compunzione cosmica. Si inizia a parlare di letteratura fantastica. Si tratta di un genere cui la ‘povna si è dedicata, dalla seconda, sotto traccia, già pensando alla quinta, perché sapeva che questo modo letterario, così europeo e ottocentesco (e, va da sé, bistrattato dalla scuola ottusamente passatista), può costruire un’ottima cerniera tra otto e novecento, contribuendo a spiegare, nelle sue facce insieme rigorose e multiformi, il concetto stesso di modernità letteraria.
“Cominciamo oggi a parlare di un genere” – esordisce – “nuovo per l’Italia, ma anche per l’Ottocento. In realtà però, per coloro tra voi che sono con noi fin dall’inizio, non è una novità, realmente, perché alcune delle letture fatte, anno per anno, puntavano ad arrivare proprio qua”.
Ed è in quel momento che arriva, pacata, eppure sicura, la voce educata di Rebecca (colei che detiene il libro degli appunti – la loro assidua, ironica, eccezionale memoria storica di classe):
“Allora è la letteratura fantastica”.
La ‘povna, semplicemente, gode.

Giusto era il segno: chi l’ha ravvisato
non può fallire nel ritrovarti.
Ognuno riconosce i suoi: l’orgoglio
non era fuga, l’umiltà non era
vile, il tenue bagliore strofinato
laggiù non era quello di un fiammifero.
(E. Montale, Piccolo testamento)

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Vergogna

Vergogna, di essere il cittadino di uno Stato che può proporre impunemente una sentenza come questa.
Vergogna, di essere funzionario pubblico, di quello Stato, ed essere costretti ad ammettere di non poterlo rappresentare, oggi, perché non ci si sente rappresentati (né tutelati), ieri.
Vergogna, domani, di guardare negli occhi gli Extraterrestri, i Merry Men, le Giovani Marmotte, perché ci sono cose per le quali non ci sono né risposte, né perché.
Vergogna, e basta.
La ‘povna non ha altro da dire.

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Lo diciamo a Liddy?

Siamo di nuovo alla vigilia di venerdì, che è anche vigilia di ponte. La ‘povna si è organizzata per trascorrerlo in giro, attraversando mondi. Così domani andrà a scuola (passando prima dal forno aperto all’alba, per un giro di schiaccia); poi, dopo due ore di lezione, e due di imboscamento, andrà in piscina con l’Ingegnera Tosta. Quindi prenderà un treno, scenderà alla stazione nota, e andrà a trovare mamma ‘povna; infine salirà su un altro treno, in direzione nord. Lì la aspetta una cena di amicizia, e poi, a sera tarda, un gatto a righe sopra il letto. E poi un fine settimana di impegni cadenzati di famiglia e di amicizia si dispiegherà in tutta la sua millimetrica puntualità. Oggi, dunque, per non farsi mancare niente, aveva una cena a casa della Venexiana, concordata sciuè, sciuè, ieri pomeriggio. Nel mezzo, è andata a scuola, ha spiegato l’intertestualità, Montale e gli schemi metrici (con una poesiola ad hoc composta da lei medesima), ha nuotato ottantaquattro vasche, preparato la valigia, lavato il piumino estivo, fatto una torta salata spinaci e noci tritate, messo sulla classe virtuale i materiali per la settimana prossima, preparato (e corretto) una verifica, spedito al figlio di Mickey Mouse un aiuto per i suoi primi saggi brevi (fa la terza, e la sua prof., come Stordita, glieli dà senza spiegarli), mandato a Quaglia un’altra serie di materiali per le sue classi (con quelli inviati in precedenza ci ha campato finora, la ‘povna una settimana circa), revisionato un paio di circolari per i corsi di aggiornamento. Poca roba, in sostanza, oggi è stata una giornata leggera.
Ciò nonostante, di fare recensioni troppo articolate non ha tempo, ché domani la prima ora la aspetta al varco. Si limita dunque alla segnalazione di un libro dolce-amaro, ma intelligente e bello, per il venerdì del libro.
Perché Lo diciamo a Liddy? è sostanzialmente questo, una storia agra sicuramente, ma molto ben scritta, piacevole, della lunghezza giusta: una garbata riflessione, sotto una specie romanzesca che ricorda la commedia di interni, su quanto la famiglia possa essere, insieme, sopra e sottovalutata.

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