Buone vacanze con anticipo – ovvero: “La mia prima torta veg”

E infine, anche quest’anno, sono arrivate le vacanze. Molto tardi, è pasqua alta. E si annunciano anche lunghe e scompigliate. Insieme ai canonici sei giorni, infatti, la ‘povna si prende pure i due mercoledì di giorno libero. E poi, ci sono i ponti (25 aprile e 1 maggio) che – anche se lei non ci attacca nemmeno un’ora in più (anzi, anzi) – sfilacciano a un mucchietto che solo a pensarci prende l’ansia quel che resta della scuola.
Un po’ di pausa, però, lo ammette, la desidera. Per andare al nord (manca da troppo tempo), nella città della stazione nota, stare un po’ per fatti suoi, che anche quello è tanto bello, organizzare una gita fuori porta con l’Anziana di Ginevra e lo Storico Saggio, con i quali andranno a trovare Mr. e Mrs. Mifflin insieme alle sue nipoti, L. e G.
Prima, però, c’è da salutar gli alunni e la ‘povna – fedele a un copione che rispetta – di questa stagione porta sempre un po’ di ovetti; al cioccolato fondente, al latte, alla nocciola, misti: da quanto quella collega decretò anni fa, maliziosetta: “Eh, ‘povna, come si vede che sei giovane – anche io proponevo i dolcetti per gli allievi, un tempo. Poi crescerai [sic] e ti passerà la voglia, è naturale”. Forse, sarebbe passata davvero, poi, la voglia. Ma la ‘povna, si sa, è maliziosetta; e l’ultimo giorno di lezione si dà di feste e torte; oppure, come adesso, di cioccolato pasquale. Nel fine settimana, dunque, la ‘povna ha rimpinguato la sua scorta, pronta a offrire, carezzevole, il suo omaggio: ai Merry Men, agli Anatri, anche al gruppo del cinema. Dalla distribuzione collettiva e dolce restano fuori, unici, i primini. Ma non è egoismo, punizione, e nemmeno dimenticanza. Capita infatti che tra loro vi sia il suo alunno Babe (alieno delizioso, sotto ogni originalissimo aspetto), che, insieme alle molte qualità che lo caratterizzano, si fa portatore sano, in quella classe, di una filosofia vegan raccontata con laicità e naturalezza – un atout che permette a chi ha voglia di ascoltare (per esempio, la ‘povna e le Giovani Marmotte, ma anche i Merry Men, incuriositi, guardano) di imparare tante cose.
Preso atto che i tre quarti delle uova in commercio contengono derivati del latte, determinata a non vendere un rene per procurarsi cioccolato fair trade (buono e costosissimo) per tutti, la ‘povna domenica scorsa si è rimboccata le maniche e ha deciso di passare al contrattacco. Se non si potevano avere i cioccolati, lei, col cacao, avrebbe fatto una torta: spessa, scura, dalla consistenza tipo Brownie; e ovviamente (va da sé) vegana.
Compulsando tra le possibili ricette, ha infine scelto quella di una blog-amica: no, non lei (che pure di proposte ne suggerisce tante, e anche buonissime), ma Maris. Perché quella sua torta nera l’aveva già provata una volta, e – trattandosi di un dolce da portare a dei ragazzi – sapeva che era adatto, facilmente trasformabile, e molto da festa: proprio ciò che le premeva di ottenere. Poiché però se non cambia non si diverte, oltre a quelle necessarie, ha apportato altre varianti, che ora va, nel dettaglio, a raccontare.
Sulla base della ricetta di Maris, dunque (cui rimanda), la ‘povna ha preso: 180 g di farina 0 bio; 70 g di farina di mandorle bio; 170 g di zucchero (di canna); 75 g di cacao amaro fair trade; 1 bustina di lievito bio; mezzo litro di latte di soia; 1 bicchiere scarso di olio di semi di girasole bio. Ha mescolato tutti gli ingredienti, avendo cura di far incorporare bene il lievito. Poi, a quel punto, ha deciso di innovare ancora, e ha diviso l’impasto. Una metà, l’ha informata così, a 180°, per 25-30 minuti circa; all’altra ha aggiunto ancora ribes secchi, cannella e un misto (tritato grossolanamente) di nocelle bio che aveva preso in un negozietto ceco. Anche questa seconda torta è stata infornata alla stessa temperatura e in ugual tempo.
Poi, quando si sono freddate, ha tagliato le due torte a cubetti, le ha messe in un frigo verre e le ha portate a scuola. Sono state spazzolate in dieci minuti netti. E non solo Babe, commosso, ha voluto portare a casa gli avanzi briciolosi per farli assaggiare alla sua mamma, ma tutti quanti hanno mostrato, e parecchio, di apprezzare.
Persino i Merry Men, curiosi come scimmie (e rimasti, in questo caso, a bocca asciutta): “Raccontami un po’ bene di questa torta vegan” – attacca bottone Soldino all’intervallo.
“E’ semplice” – ribatte Babe – “si tratta di sostituire con ingredienti vegetali le ricette: lo dimostra la torta della prof., vengono buone”.
“La voglio anche io una torta veg, professoressa, ce la porta?” – è la conclusione di Soldino, sempre pronto a gettarsi nella mischia.
“Va bene, il 24 aprile, è una promessa: sarà pronta per la verifica di storia”.
La ‘povna parte per le vacanze così, con il sorriso sulle labbra. Intanto, ha guadagnato, deliziosa, una ricetta. Ma le sembra che anche sul versante “contaminazione positiva degli alunni” non stia andando troppo male.

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“Ci scusiamo per il disagio”

L’ha pagata con gli interessi (e lo sapeva, del resto; ed è pure abbastanza piena di senso del dovere da pensare che sia giusto), la doppietta di gite con cui ha concluso marzo. Il ritorno da Praga l’ha accolta con la settimana dei pagellini, che si è unita a una serie di cose da fare per l’altro mondo, e, per gradire, un cambio di orario il sabato che le regala fino a giugno un’altra sveglia all’alba antelucana.
Così la ‘povna è andata incontro alla settimana più pesante con spirito consapevole. Ha benedetto la sua capacità di portarsi avanti, si è fatta una buona nuotata preventiva, e poi si è tirata su le maniche, e ha cominciato a lavorare.
Lunedì e martedì sono scivolati via abbastanza bene, va detto. Al consiglio degli Anatri, Stronza (l’unica collega che può mettere seriamente in discussione, sempre e comunque, l’armonia della didattica) era assente giustificata per frequentare i PAS (sui quali tacere non è giusto), la ‘povna ha dovuto fare il verbale al suo posto, e Barbalbero ha sollevato una mezza questione su un’uscita della classe con anticipo; ma, visto che aveva torto, e che tutti quanti (miracolo!) glielo hanno fatto presente con consapevolezza e senza insulti, tutto si è consumato regolarmente e in gloria.
Il giorno dopo (libero) la ‘povna è arrivata a scuola di ora buona, a mezza mattinata, come sempre. Ha controllato di avere provveduto ai suoi propri adempimenti (compilare i pagellini e le schedine del recupero nella classe dei Merry Men, dove è un soldato semplice; mettere data, dati, assenze, ritardi, eventuali rapporti, visto e firma per le Giovani Marmotte, per le quali, insieme a Mafalda, ha la funzione di coordinamento generale). Ammaestrate dall’esperienza, poi, la ‘povna e la sua socia hanno anche compilato, propositivo, un prospetto sulla condotta, controllando i risultati precedenti e presentando per i colleghi un riassunto organico. A quel punto è riuscita ad andare in bagno (e ne ha approfittato subito perché, è noto, a scuola mediamente non c’è tempo, e non si piscia) e le due sono arrivate in fretta.
“Non succede mai nulla” – ha commentato la ‘povna prendendo posto in aula (e riferendosi, per quanto riguardava le ultime sessioni di scrutini e di consigli, alla totale inadempienza della trama).
“Inventalo!” – le ha risposto Mafalda (che aveva subito colto il senso).
“Dici davvero?” – ha pensato lo sceneggiatore – “ora ti servo subito”.
E il tema del giorno si è cominciato a dipanare. Si trattava di “ritardo” (come da titolo). E si produce in fretta, e abbondante: interamente dovuto, va detto, a incuria personale. Con un’eccezione, prevedibile, e che la ‘povna aveva peraltro previsto. Perché, con una classe di 31 genitori tutti attenti, sapeva benissimo che, in quanto coordinatore, ai colloqui sarebbe andata lunga, finendo a cascata sull’orario del consiglio dei Merry Men, che cominciava alle 16. Proprio per questo però, lei, si era premurata di avvertire i membri del consiglio:
“Poiché sarò impegnata a finire i Marmottini – e i genitori, lo so, verranno tutti…”.
“Dici, ‘povna?”.
“…dico, dico, Esagono, conosco i miei polli”.
Esagono tace, saggiamente (le cicatrici del loro chiarimento sono ancora un po’ evidenti, e tutti e due si parlano, reciprocamente, con grande compunzione).
“…dicevo, voi cominciate senza di me, che è pure meglio”.
Esagono fa la faccia meravigliata.
“Ma sì, quello che dovevamo, già ce lo siamo detti; con altra gente, per me, non vale la pena nemmeno di provarci. Sulla classe sapete quel che penso, se c’è qualcosa di urgente, son comunque dietro l’angolo, e per tutte le decisioni in merito tu e l’Ingegnera Tosta avete la mia delega formale”.
Detto e realizzato, immediatamente. Perché quel che succede è che, all’alba delle 14.15, dalle Giovani Marmotte sono presenti 5 colleghi su 17. E ci sono ancora 4 insegnanti (Sfaticata, Archimeda, S(t)olida e Barbalbero) che non hanno correttamente compilato le schede personali.
Si aspetta.
Si aspetta.
Si aspetta.
Alle 14.35 i ritardatari sono più o meno pronti. Nel frattempo però qualcuno si è alzato ed è andato via (“Vado a mangiare nell’attesa”), come se fosse ovvio.
Alle 14.40 la ‘povna passa i corridoi a volo radente, come turbine di temporale.
“I colleghi della prima sono pregati di rientrare in aula”.
“Che succede, ‘povna?”. Esagono per le scale ridacchia.
“Succede che non abbiamo nemmeno cominciato, perché ciascuno fa i suoi comodi. Oggi finisce male”.
Intanto, a gran fatica, si comincia. Anche se “male” per fortuna non finisce (ma solo perché la ‘povna è troppo buona, ultimamente).
Certo, Barbalbero (again) sembra aver dato il cervello all’ammasso. E il siparietto nel quale i genitori si lamentano di insegnanti che non sanno usare l’elettronico registro, sostenuti dalla ‘povna (“Non ho l’abitudine di dire bugie per coprire il corpo insegnante: sulla questione del registro possiamo e dobbiamo fare meglio, e mi scuso – [io, che pure sono tra i pochi a compilare tutto a punto] – a nome dei colleghi”), è di quelli memorabili. Ma, complessivamente, le cose tendono a filare.
Si aprono i ricevimenti. I genitori, come previsto, ci sono praticamente tutti (29 su 31, e scusate la modestia: tra i mancanti, la mamma di Colin è in contatto diretto con Bettina, la sua insegnante di sostegno; l’altra famiglia è di Ging Ging, la ‘povna l’ha comunque incontrata la mattina dell’iscrizione, che è avvenuta nel II quadrimestre, e non parla una parola di italiano), ma il numero, pur elevato, è in perfetta media ‘povnica. A dimostrazione che le famiglie, quando si sentono valorizzate, eccome se partecipano. La ‘povna si dedica a distribuire i pagellini, sprona, discute, chiacchiera. Le quattro arrivano come previsto troppo presto.
“Ti dispiace fare un salto dai Merry Men, a confermare il mio ritardo?”, chiede a Mafalda che ha già esaurito i compiti.
Va e torna:
“Tranquilla, ‘povna, non trovano il foglio delle assenze, per ora sono anche loro ad aspettare”.
All’alba delle quattro e quaranta la ‘povna congeda l’ultima mamma, sorridendo. Il tempo di posare la cartellina della classe, un saluto ai genitori, in attesa paziente che si aprano le porte, e galoppa dai Merry Men veloce come il vento.
“Sei in ritardo” – la accoglie Sfaticata prima ancora che riesca a dire “Scusami!”.
“Beh, io avevo avvertito, i Marmottini erano tutti. E poi abbiamo cominciato con quasi tre quarti d’ora di ritardo, per colpa di qualcuno [come te] che non aveva compilato le schede personali”.
Ma poi si siede, con disposizione zen, a fianco dell’Ingegnera Tosta.
“Come va? Gli hai già detto di Praga” – domanda a mezza bocca.
“Non ho detto ancora niente, abbiamo cominciato adesso…”.
“???”.
E finalmente la ‘povna si rende conto che c’è qualcosa che non quadra. Non quadra che Sfaticata, invece che seduta con Ottusa, alla cattedra, a fare da segretaria verbalista, se ne stia seduta comodamente al banco. Tutta presa a chiacchierare di fatti suoi con chiunque sia disposto ad ascoltarla. Nel frattempo, in ultima fila, Esagono sfoglia compulsivo il registro, dettando a Pietropoli, che segna le crocette, numeri e dati della classe, ad aggiornamento delle schede personali.
Molto in sintesi (e con le parole dell’Ingegnera Tosta): “E’ successo che Sfaticata, come al solito, ha fatto finta di non ricordarsi i suoi doveri di segretario, è arrivata inadempiente, e in ritardo. Così non si è accorta che il foglio preparato dalla segreteria, con le assenze della classe, è andato perso. Lo abbiamo cercato dappertutto, ma alla fine ci siamo dovuti arrendere. Siccome lei continuava a cincischiare, e là fuori i genitori aspettano, Esagono ha preso in mano la situazione, e si è messo a fare lui quello che non gli spetta. Ha quasi finito, ora possiamo cominciare”.
E davvero, infine, si comincia. Ottusa il verbale se lo fa da sé, perché tanto Sfaticata non si schioda dal suo banco. Il consiglio va abbastanza bene, va detto. La ‘povna oramai qui usa la tattica (preziosa) del silenzio. Tanto a rappresentarla basta l’Ingegnera Tosta. Poi ci sono SignorePietà e Patty Albione che contribuiscono alla causa; Mickey Mouse (quando riesce a passare – lui ha 19 classi) di complemento; ed Esagono che comunque ha cura di chiamarla in causa quando gli sembra che non si possa esimere. Gli altri non pervenuti, come sempre. Ma complessivamente la fotografia che esce di quella classe è quella giusta. Esagono, c’è da dire, dall’inizio alla fine del consiglio la sfotte in double coding, a ricordare lo scontro precedente (ma a capire il sottotesto c’è solo l’Ingegnera Tosta: “Ti sfotte perché ti stima, è un modo ingegneristico per dirti di non preoccuparti, e che, almeno un po’, riconosce che ha sbagliato”).
Poi si aprono le porte, ed entrano i rappresentanti di classe. Le prime parole sono della mamma di Orlando:
“Immagino che avrete molte cose da dirci, e non sempre e solo belle. Prima di iniziare ci tenevo però a ringraziare tanto, a nome di noi genitori e dei ragazzi, la prof. ‘povna e la prof. Ingegnera Tosta. L’esperienza di Praga è stata indimenticabile, e sappiamo dai nostri figli quanto il vostro contributo sia stato sempre attento e cruciale”.
“Possiamo dire la stessa cosa di loro” – sorride l’Ingegnera Tosta.
La ‘povna invece tace, perché gonfiare la ruota del pavone è un grande impegno; specie se, dieci minuti prima, per non rispondere a Voglio-la-mamma (“So dai ragazzi che siete state così severe che a Praga avrebbero preferito non venirci”) ha fatto uno sforzo allucinante.
Poi si parte con le riflessioni, le raccomandazioni, l’autocoscienza. Earnest e Soldino annuiscono, compunti e consapevoli (sanno che la situazione e a rischio grosso, un poco come questa). Soldino si apre a una dichiarazione che strappa alla ‘povna e all’Ingegnera una lacrima e un applauso. E poi arrivano i colloqui individuali. Ed è quel punto che scatta l’imprevisto:
“‘povna, li dai tu i pagellini, io devo andare in quinta”.
La ‘povna fa la vaga:
“Certo Ottusa, non sapevo fossi tu il segretario, in quella classe”.
Momento di imbarazzo.
“Ehm, no, in effetti sono un soldato semplice ["E ti credi, che non lo sappia?"], però, però…”.
La ‘povna oggi è davvero troppo buona, e sa di esserlo.
“Comunque, certo, non ti preoccupare, io ho tutto il tempo”.
Le bocche di genitori che conosce da tre anni (e che hanno cominciato a farle cenni di saluto dalla porta) sono già aperte che sorridono.
Buona, ma non troppo (e neppure troppo fessa):
“Con la mamma di Weber però, magari, parlaci”.
“Dici?”.
“Dico. L’hai convocata tu, dicendo che vuoi sospenderlo” – pausa – “io del resto, poi, ci ho già parlato”.
La storia finisce con la ‘povna che fa le veci del coordinatore, un’altra volta (nel I quadrimestre ci aveva pensato Esagono). Così, mentre l’aula piano piano si svuota, e Ottusa fugge al consiglio, lei se la prende comoda.
Parla con tutti, aggiorna, si fa raccontare, e anche racconta.
Alle sette e mezzo, in ritardo di più di un’ora sul programma, ragiona del sistema delle discoteche (sul quale sta facendo un réportage-inchiesta) col babbo di Cirillo Skizzo.
Infine saluta e se ne va, col senso del dovere svolto. Quello che certi colleghi piùcheretti non potranno mai provare nella vita, nemmeno se si impegnano. Poveri loro.

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“Grifondoro, per favore seguitemi. Tenete il passo”

Non è sparita. O meglio, un po’ sì: ingoiata dai labirinti di una Praga magica nella quale si è recata, in gita, la settimana scorsa (e nella quale non rimetteva piede da tanti, tanti anni, e allora c’erano Viola e l’Amico Scrittore, sul ponte Carlo, con la giovinezza sfacciata dei vent’anni); insieme ai Merry Men, ai redivivi Maculati (che sono un po’ ex, oramai definitivamente), e ad altre due classi sostanzialmente sconosciute per quanto riguarda la didattica; condividendo l’esperienza di accompagnatori con Mr. House (ed è stata una scommessa) e l’Ingegnera Tosta; e con la presenza straordinaria di Mr. e Mrs. Mifflin (sì, proprio loro, così dal nulla), i quali, seguendo un impulso di sceneggiatura un poco folle, hanno deciso, alla fine di gennaio scorso, di unirsi, imprevedibili, alla trama.
Il risultato di questo impasto, di partenza così strambo, sono stati cinque giorni splendidi proprio perché imperfetti; e non nel significato di “meno belli”, ma di quelli che danno il senso dell’esperienza, fisica, e proprio per questo intensissima e terrestre, dell’animale umano.
A partire dal primo giorno (quando il Maculato Omonimo ha dimenticato la carta di identità a casa, ed è stato raggiunto in extremis dal suo babbo sul filo del decollo) fino all’estremo minuto dell’ultimo (quando un alunno dei cinque Corvonero è stato chiamato alla dogana, dopo il ritiro dei bagagli), la ‘povna e i suoi compagni si sono confrontati con probabilità e imprevisti, così come accade quando si parte in tanti, e ogni volta hanno risposto mostrando la loro voglia di interpretare il viaggio, con ciò rendendo ogni avvenimento, per sé e per tutti, un’occasione di racconto e di piacere.
L’organizzazione impeccabile di Mr. House, il talento da guida della ‘povna (che, nel tentativo di spiegare nel modo migliore tutto a tutti, ha lasciato infine la voce a Starometska), lo spirito acuto, conciliante e pratico dell’Ingegnera Tosta (una persona con il dono raro di saper trarre da chi le sta intorno sempre il meglio) si sono fuse in un’alchimia che è stata solo giusta. E pazienza se, per mostrarsi compatti nei confronti degli alunni, ciascuno di loro ha dovuto fare, giorno per giorno, un passo indietro consapevole, rispetto allo stile di scuola che gli è proprio.
“E’ stato bellissimo” – hanno esclamato i Merry Men all’unisono, sulla soglia del ritorno, sospirosi e sorridenti. “Quindici quindicesimi” (ché loro e la ‘povna, oramai, per prepararsi all’esame di stato, hanno cambiato docimologia dei voti da qualche mese a questa parte) – ha glossato in sovrapprezzo Orlando. E tutti gli altri hanno annuito in coro.
E “bellissimo” lo è stato davvero, va detto. Dal ponte Carlo al giro della città vecchia; dalle torri salite a una a una, con puntiglio (nell’ordine, almeno tre: quella del ponte, la piccola Eiffel e l’osservatorio astronomico) fino allo studio della Casa Danzante; da Josevov al complesso del Castello, il drappello degli alunni li ha seguiti con disponibilità costante, mostrando una partecipazione e un interesse ben al di là della buona educazione.
Così una gita costruita fai-da-te (per la parte culturale) si è dimostrata ancora una volta vincente, perché la mescolanza di dovere e tempo libero ha garantito a tutti un’aggraziata armonia di bello e giusto, nella quale ciascuno, insegnanti e alunni a turno, è salito sul palco a recitare.
Muoversi sempre in giro in quaranta non è facile, va detto (specie se non vuoi fare il cane pastore, ma nemmeno il lassista), e così la ‘povna e i suoi colleghi, i loro alunni, se li sono guardati a briglia lunga, sotto gli occhi; imbastendo la città di meeting points che fossero solo per loro chiari e netti: ogni classe affidata a un contatore. Piccolo Giovanni, Dodo e Luminosa hanno risposto alla bisogna (Corvonero faceva in situazione, erano solo cinque) e dentro Praga è risuonata, squillante, la loro voce di Prefetti: “9, 10, 11… i Merry Men siamo tutti, professoressa ‘povna”; “Maculati presenti”, la voce di Luminosa informava con prontezza; “Siamo al completo pure noi, prof. Ingegnera Tosta”; “Noi di Corvonero siamo sempre pochi e primi, ci vedete”. Per giorni, mentre scalavano la collina di Petrin, la Nerudova, o percorrevano verso piazza Venceslao il simil-boulevard della Narodny, la ‘povna è andata in cerca di un’immagine che fosse mise en place, abyme, epitome. L’ha trovata una sera, a un quarto a mezzanotte, sull’angolo di Starometska (dove si ritrovavano dopo la libertà, negoziata di quarto d’ora in quarto d’ora, come tutto), in quella di Harry Potter.
“Sembriamo i professori di Hogwarts” – ha fatto presente ai suoi colleghi – “che parlano ai Prefetti”.
“E voi sareste Grifondoro?” – ha motteggiato Mr. House.
“E chi se no? Mi sembra ovvio!” – è la risposta immediata della ‘povna – “Del resto, delle tue classi, i Maculati sono evidenti Tassorosso…” – Mr. House, consapevole, annuisce – “e gli altri cinque sono Corvonero: strambi, brillanti, ma nel complesso tranquilli”.
Ad ascoltare la loro conversazione arriva il Panda: “Professoressa, e chi è Serpeverde?”.
La ‘povna si prende una pausa, ma è lui stesso che continua la sua riflessione ad alta voce, anticipandola: “Nessuno, prof., ci pensi, è ovvio: Serpeverde, almeno quello prima della caduta di Voldemort, non può proprio trovarsi, in questa gita!”.

“Alla fine sono arrivato alla conclusione che Praga non esiste. O, meglio, che esiste soltanto per le scolaresche che ci arrivano, e che di continuo vengono scaricate come pacchi dalle commissioni gite delle scuole e dalle agenzie di viaggi. E’ come se la tirassero fuori dalla scatola, Praga, e la montassero per la pubblica affluenza, stando bene attenti a far coincidere il risultato con il disegno sulla confezione. E poi la smontassero con cura, a fine stagione, la mettessero via dentro una borsa di nylon, e nessuno se ne ricordasse più. Mi sono fatto l’idea che se uno passasse con l’aereo, anche un po’ a tradimento, sopra la Repubblica Ceca in un periodo non considerato di gite scolastiche, Praga non ci sarebbe affatto”. (Andrea Bajani, Domani niente scuola).

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E.T.

E.T.

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Il tabellone del destino

Da quel giorno, memorabile, di luglio, tanta acqua era passata sotto i ponti. L’estate dell’egoismo, il settembre dei vestitelli, l’autunno delle funzioni strumentali, l’inverno della compilazione dei bandi, l’arrivo, puntualissimo, di un’attesa primavera. Nel mezzo, tanti eventi: collaborazioni incrociate tra colleghi, attestati di stima, molte e nuove conoscenze; novità dall’altro mondo e anche da quello dell’amicizia storica; notizie shockanti da digerire passo passo, la presa d’atto di nuovi assetti emozionali.
E su tutto (o, meglio, dentro la vita, come sempre), la straordinaria quotidianità del suo lavoro nelle classi, con le quali la ‘povna ha anche quest’anno macinato mondi: il percorso serio sulla via delle scoperte con le attentissime Giovani Marmotte, la nuova fisionomia che hanno preso tutti gli Anatri (di ritorno da un viaggio in Appennino che è stato solo bello); e poi, ovviamente, loro: i Merry Men. Con i suoi uomini del bosco la ‘povna ha preso, dall’anno scorso, la strada impervia del triennio e, tra sbandamenti e folgorazioni certe, ha portato avanti un lavoro singolare e non proprio dentro i canoni. La “classe più pazza della scuola” (cit.), dal canto suo, aveva risposto a voce unanime. E, tra molte risate e molte urla (come succede nei rapporti idiosincratici), erano arrivati al lungo marzo, alle soglie del periodo dell’anno più importante – ma anche di una non più derogabile decisione ‘povnica, che andava negoziata insieme a loro.
E’ stato così che, in una giornata di montagne russe, la ‘povna ha creato – in un afflato di narcisismo imperdonabile (e al grido enfatico di “perle ai porci”) – il tabellone di cui al titolo. Nella realtà, un foglio A4 di risulta (fornito da Rebecca), diviso in due, un “Sì” e un “No” a scandire le due parti. Su questo foglio la ‘povna ha segnato una serie di croci, volta per volta. Ciascuna di esse corrispondeva a un punto a favore e uno a torto rispetto al trasferimento. Perché la verità è che, dopo tutti questi mesi così schiettamente imprevedibili, la ‘povna non sapeva cosa fare.
Giorno dopo giorno, lezione dopo lezione, il bene e il male di quella classe che non conosce vie di mezzo è stato istoriato sul tabellone del destino, con infaticabile prontezza. Tra gli episodi più critici, si ricorda quella volta in cui Soldino si slanciò a corpo morto sul registro (dove il foglio riposava, per quella mattina intonso), al grido di: “No, la prego, no, professoressa! Le prometto che adesso, e per tutta l’ora, stiamo buoni”. Oppure l’occasione in cui si recarono in delegazione sulla casa sull’allbero, una per una, tutte e trentuno le Giovani Marmotte: “Abbiamo saputo del tabellone del destino, datevi una regolata e fate a modo, che noi la prof. la vogliamo, l’anno prossimo. Sappiate che se se ne va noi veniamo tutti quanti a picchiarvi. E non temete che vinciamo, state certi: voi siete grandi, ma noi siamo tantissimi”. E dopo questa orazion picciola, che aveva lasciato i Merry e la ‘povna diversamente zitti, tutti compunti i Marmottini se ne erano scesi seri seri.
Si è arrivati così al giorno X (venerdì 28 marzo): totale delle croci, 32 vs 31, un tema di storia da concludere. Va detto che il giorno prima (e anche alla prima ora dello stesso venerdì, a dirla tutta) si era consumato un melodramma. Con una telefonata a casa di Weber, da parte di Ottusa, a nome del consiglio di classe, nella quale (in assenza di un solo rapporto contro di lui in tutto il quadrimestre, e senza aver parlato col ragazzo) quel genio di collega avvertiva la mamma di venire ai colloqui con urgenza perché “Rischia la sospensione per comportamento, la situazione è grave”.
Un tale abuso di potere (che deriva una volta di più da un’incapacità di gestire la sintassi del discorso: chiedere alla mamma di Weber di venire era legittimo, parlare di sospensione, no di certo) aveva generato in tutti gli uomini del bosco uno stato ingestibile di ansia; e anche un litigio antelucano tra la ‘povna (che la differenza tra merito e metodo la conosce, e anche la venera, e sa che il primo rischia spesso di essere mandato a puttane dal secondo) ed Esagono – che, sulle prime, di fronte alla richiesta di opportuni chiarimenti, aveva risposto con un tono (“Sì, sono io che ho caldeggiato la telefonata di Ottusa, c’è qualche problema, a me non sembra?!”) che alla ‘povna aveva fatto molto male. Ne era seguito un confronto che solo un eufemismo poteva definire “franco e aperto”, con vaffanculo reciproci, e urla, e frasi sibilate come non si scambiavano dai tempi delle incomprensioni d’Onda. Per fortuna la loro stima reciproca è più forte. E tutti e due, ciascuno con i suoi mezzi, avevano cercato, dopo, di chiarirsi e ricucire. L’ora era finita in gloria con una specie di abbraccio, Esagono che le tira (come da copione) un libro in testa e la ‘povna che conferma, puntigliosetta: “E comunque con le parole, in questa storia, ingegneri ignoranti quali siete, avete sbagliato tutto, non negare”.
Esagono china la testa, si avvia per le scale, ammette: “Dai, andiamo giù che siamo in ritardo”. Sbarcano in segreteria. “Oggi scade il trasferimento, a proposito…”. I puntini di sospensione confermano quello che lui non aggiunge con le parole (visto che, come acclarato, non sa usarle).
“No che non lo chiedo” – aveva concluso la ‘povna imitando Soldino con un sorriso storto – “figurati se li lascio nelle vostre mani”.
Risata.
Risata.
La ‘povna sale sulla casa sull’albero. Loro sono zitti e già pronti, tutti ai banchi. La ‘povna consegna i fogli da copiare, nel silenzio. Loro si chinano sui temi, non sillabano verbo. Al suono della campana consegnano educati e con puntiglio. Intanto alla porta bussa l’Ingegnera Tosta (la piscina le attende).
“Arrivederci, cari, vado a nuoto, domani è un altro giorno…”.
Ma è bloccata dal sorriso, radioso e furbo, di Piccolo Giovanni: “Prof., si è dimenticata di segnare il tabellone, saranno almeno due croci positive, andiamo 33 a 31, come minimo…”.
Tace.
Tacciono tutti.
La ‘povna si avvicina al registro, tira fuori il foglio. Lo prende dalla cima. E poi lo straccia. I Merry Men prorompono in un urlo, da veri uomini del bosco.
Alle ore 14.01, mentre il sistema telematico chiude i nodi per presentare la domanda, la ‘povna nuota, felice, le sue cinquanta vasche. Lo sceneggiatore, di lì a breve, le manderà un regalo che sa solo di “Ben fatto”.
La ‘povna, i Merry Men (e di straforo pure Esagono) festeggiano con un chilo di ovetti al cioccolato, fino a rischiare il mal di pancia, per tutto il sabato mattina.

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#nonditeloaigrandi

L’invito arriva dalla più importante Fiera del libro per ragazzi. E anche dal post (che risuona, pieno di evocazioni simili) di una cara blog-amica. L’hashtag (#nonditeloaigrandi) fa capo alla grande tradizione della letteratura giovanile come territorio, libero, di scelta. Quella provincia magica (codificata da Tolkien nel saggio sulla Fiaba, per esempio – ma presente anche in una scuola italiana di studiosi di letteratura per l’infanzia cospicua, e molto bella), dai confini sempre mutevoli e assai labili, che mette insieme, in un unico calderone grande, le letture, i sogni, le identificazioni di immedesimazione e fiction, i giochi dei bambini.
La ‘povna, questo mondo, lo conosce, lo pratica, lo venera; lo studia persino (nell’altro mondo), perché, da sempre, le sue scritture critiche hanno coinciso, suo malgrado, con le sue forti passioni di lettura. E’ così che si è data alla letteratura giovanile, quando era (ancora) giovane, scrivendo e approfondendo con occhi che sapevano di critica, ma ancora si divertivano (tanto) a divorare certe pagine, certe sue originarie ossessioni di lettura.
Le sue letture di bambina, dunque, le ha ripercorse, studiandole, passo per passo. A cominciare da quel Cipì di Mario Lodi che fu il suo primo letto a voce silenziosa, senza bocca (e un bel repertorio della prima lettura “ricordata”, che non necessariamente coincide con quella vera, poi, va detto, è riportato, con bella precisione, in questo libro).
Se dovesse mettere in evidenza alcune tappe e punti fermi, partirebbe dalla collana Corticelli. Una benemerita iniziativa della Mursia che (pur in traduzioni talvolta antiquate, e un poco buffe) aveva il pregio di riportare i classici giovanili quasi tutti integralmente, senza tagli. E così che la ‘povna ha incontrato la Alcott, tutta quanta (ché ha sempre avuto una passione, mal celata, per una certa completezza editoriale da filologa): cioè i quattro libri sulla famiglia March, Piccole donne, Piccole donne crescono, Piccoli uomini e I ragazzi di Jo; e poi (sperando di non dimenticarne troppi): Una ragazza fuori moda, Otto cugini e Rose in boccio, Sotto i lillà e Jack e Jill. Ha fatto poi lo stesso con la Burnett (Il giardino segreto, Il piccolo lord, Sara Crewe, La piccola principessa); con Eleanor Porter (i due libri di Pollyanna); ovviamente Astrid Lindgren (che però usciva per Vallardi), non solo Pippi Calzelunghe; e poi la serie delle “fiabe naturali”, più o meno consapevoli: Black Beauty della Sewell, Bambi di Salten, ovviamente Jack London. I libri sulla geografia, e via di Nils Holgersson, Malot (Senza e In famiglia), Pattini d’argento. E poi, chiaro, le avventure di ragazzi: Kipling (Stalky&Co, oppure Kim per esempio), ma anche l’Emil (e i detectives; e i tre gemelli) di Erich Kaestner, oppure (stesso autore) Carlottina e Carlottina, La classe volante, Antonio e Virgoletta. La fortuna di provenire da una famiglia che possedeva libri come fossero acqua fresca porta sempre con sé, inconsapevoli e evidenti, privilegi di lettura.
Fu in questo mischione che, per caso, attinto come sempre dall’amata Corticelli, la ‘povna si imbattè nel primo libro di una tale Lucy Maud Montgomery. E nella sua vita entrò potente (e inaspettata: il cartone non era di suo gradimento) Anna dai capelli rossi. Fu amore a prima lettura, e poi per sempre. Uno dopo l’altro, ricercandoli paziente (o leggendoli in lingua originale, quando, su sua richiesta, glieli portavano i parenti), la ‘povna si lesse tutta la serie di Anne Shirley: Anne of Green Gables; Anne of Avonlea, Anne of the Island; Anne of Windy Willows, Anne’s House of Dreams; Anne of Ingleside), costruendosi un personaggio che fu anch’esso alter ego, pure oggi. Perché ad Anne la ‘povna si rivolge quando ha bisogno di avere, letteraria, una risposta; e su di lei esempla tanta, scolastica, della sua vita vera.
Eroine ribelli, dalla fantasia al potere, dunque. Ma non furono solo giovinette. Perché la storia della sua formazione non sarebbe completa se la ‘povna omettesse di citare un po’ di Stevenson, ricordando l’impatto che ebbe sulla sua smania di avventure Treasure Island (splendido volume Emme Edizioni), e poi tutti gli altri romanzi giù di seguito, a partire dalla Freccia nera.
Dopo, si va per tappe. L’esame di quinta elementare, passato in compagnia dello Hobbit. L’estate di seconda media, con Orgoglio e pregiudizio (il primo libro sul quale la ‘povna rese l’alba). Il carnevale della prima liceo, ossessionata dal più malvagio degli anelli. Il post maturità trascorso insieme ai Buddenbrook. Questo, a voler essere essenziale, e ne ha lasciati fuori tanti (La storia infinita, La collina dei conigli, David Copperfield, Emma, Harry Potter, Salinger).
Perché in fondo la ‘povna la pensa un po’ sempre come Caulfield. Ed è proprio con le sue parole, non a caso, che sceglie di terminare (anticipando anche il venerdì, per una volta) questa cursoria carrellata di letture.

«Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse un tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira» (J. D. Saliger, Il giovane Holden)

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Primavera di bellezza

La giornata è cominciata con un cappotto più leggero, in onore alla ricorrenza. E’ proseguita con un treno preso in corsa, dopo il caffè del bar dell’angolo, la normalità di chiacchiere, un invito alla lettura.
A scuola (come tutti i venerdì) il tempo vola via frenetico: dagli Anatri c’è da interrogare in storia, ascoltare le ricerche sui sistemi educativi dei paesi europei a confronto, parlare di teatro delle origini, discutere i dettagli dell’ormai imminente viaggio in Appennino.
“Che poi lo so, prof., con le ragazze di 2A, all’inizio ci guarderemo strane, e in capo a due giorni saremo inseparabili” – osserva la nuova arrivata, Jane Andrews, all’intervallo.
“E’ vero: i maschi in questo senso son più ovvi” – le fa eco dal termosifone Bella.
“Certo che lo sono” – la ‘povna interloquisce, pronta. “Ricordatevi, ragazze: parliamo di due neuroni e due sinapsi. Dategli una palla da seguire, in mezzo al mucchio. E loro saranno, come le foche, inconsapevoli e felici”.
Le bimbe ridono, la complicità si sente. Nel frattempo nel crocchio sbuca (inattesa) la testa di Sandokan. Sente solo la seconda parte del discorso: “Una palla, evviva, bello” – prorompe senza porre tempo in mezzo.
E tutte loro annuiscono con aria saputa.
Alla 3^ ora c’è da correre dalle Giovani Marmotte. Si fa Storia, si accoglie un nuovo arrivo con un altro giro di gioco del gomitolo (che ha portato, con bella consapevolezza, Armadietto). Nel mezzo fervono i preparativi per quell’altro viaggio (a Praga, coi Merry Men, partenza il 1^ aprile, che a raccontarlo sembra un pesce): la ‘povna, Mr. House e l’Ingegnera Tosta rincorrono cartine, itinerari, mappe, ognuno secondo la sua verve e le sue capacità.
La ‘povna piomba nel bosco dei Merry Men che si sente già in ritardo. Per fortuna a portare le sue cose (faldone, borsa, libri e anche il registro) ci ha pensato Cirillo Skizzo. Si parla di Dante, si mettono croci positive sul tabellone del destino (una cosa folle e narcisista sulla quale la ‘povna e loro segnano i punti premio per decidere il via al trasferimento), si chiacchiera.
La ‘povna non è preparata, come sempre, quando suona la campana.
Però “è primavera, prof.: ha visto che sole bello?”.
“L’ho visto sì, miei cari, e non vedevo l’ora di vederlo!”.
Ma il tempo delle chiacchiere è finito: al Prefabbricato già la aspettano. Ed è lì che, dopo una sessione a parlare del sito della scuola, una crisi isterica e un invito a un concerto, la ‘povna, con quell’ora buona di ritardo, riesce infine a raggiungere Mafalda al coro. Poi è tutta in discesa, finalmente (nonostante la canzone scelta oggi faccia letteralmente schifo al cazzo). Alle cinque del 21 marzo del 2014 la ‘povna, finalmente, mette di nuovo piede in casa.
Tempo di parlare di letteratura ce ne è poco: c’è da preparare le tracce di storia, per il tema dei Merry Men di giovedì prossimo. Però la ‘povna ci teneva, invece, molto. E dunque attinge a un titolo che non è omen, per il contenuto, però si adatta tanto al giorno, e decide (per la prima volta) di dedicarsi al suo Fenoglio. E al romanzo – l’unico, a tema resistenziale, pubblicato in vita e per volontà esplicita dell’autore, per i tipi di Garzanti – Primavera di bellezza. Perché le parole decontestualizzate di questo titolo fascista si facciano portavoce, imprevedibili, di una qualche, so much longed, complicazione della trama.

Uscito nel 1959, dopo una storia compositiva complessa (che avrebbe portato, nel mezzo, l’autore ad abbandonare un romanzo intero, pubblicato postumo e non finito, con il titolo di Partigiano Johnny), Primavera di bellezza rappresenta l’unico romanzo resistenziale pubblicato in vita da Fenoglio. Racconta la vicenda di un giovane studente piemontese, Johnny, dai giorni di servizio (controvoglia) come ufficiale del regio esercito, fino alla svolta dell’8 settembre, il “tutti a casa” che prende l’intera Italia alla sprovvista, il rocambolesco ritorno in Piemonte, coi tedeschi, ex alleati, ora nemici, che sparano a vista, la decisione iniziale di non prendere più parte a tutto ciò che sia militare e di guerra, e l’altrettanto repentino impulso a unirsi a un reparto di appena nati partigiani. Gli ultimi capitoli raccontano brevemente le prime avventure di Johnny nella nuova condizione esistenziale, la prima vissuta per scelta dopo le imposizioni del ventennio, fino alla fine, improvvisa, in un’imboscata.
E’ un libro strano, Primavera di bellezza, e, per quanto breve, non sempre facile. Per l’argomento trattato, per lo stile, asciutto, scabro, assai diverso dalle volute ariostesche che caratterizzeranno Una questione privata (non parliamo del particolarissimo stile del Partigiano Johnny). Eppure è un romanzo doveroso, in molti sensi. Perché raramente è stata raccontato con tanta precisione nitida, militante e insieme durissima, che cosa abbia voluto dire, per molti giovani nati al mondo insieme al fascismo, vivere sotto “gli anni difficili”; e perché nessuno come Fenoglio riesce a dare conto, in pochi tocchi, dell’ineluttabilità necessaria, ma insieme così casuale, come furono i giorni post 8 settembre, della scelta partigiana.
La ‘povna lo consiglia come prima tassello di un percorso di avvicinamento, che dovrebbe comprendere (almeno) anche alcuni racconti della raccolta I ventitré giorni della città di Alba; e poi (ovviamente) Il partigiano Johnny e Una questione privata. Ed è così, parlando di un romanzo che le è caro come un pezzo di vita, di lavoro, di studio (un po’ di tutto) che la ‘povna festeggia, a modo suo, il primo giorno di primavera del 2014. E partecipa al venerdì del libro.

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Flagranza di reato

Questa storia dimostra una certa vocazione a Miss Marple della ‘povna (registrata nel tempo, e coltivata, va detto, con consapevolezza noncurante). Ma anche quanto sia facile (purtroppo) fare i propri porci comodi nel vasto mondo dell’italiano impiego pubblico; nonché in quello, ancora più rutilante, della patria istruzione.
Nei fatti, è abbastanza semplice. L’anno scorso la collega di italiano DormoRitta (arrivata improvvisa su trasferimento, e altrettanto improvvisamente trasferitasi, questa estate, in altra sede) è stata più volte sospettata dalla ‘povna di avere autocertificato una inesistente 104 (per chi non fosse addentro: quella legge che permette a un lavoratore pubblico al quale sia affidata, in tutto o in parte, la gestione di un parente non del tutto abile, di prendere una serie di ore e giorni di permesso extra per poter ottemperare ai suoi doveri di cura, là dove necessità ci fosse; nonché di essere collocati fuori da una qualunque procedura di trasferimento non richiesto, là dove si verificasse, come è il caso delle graduatorie interne, il rischio, per contrazione delle cattedre, di perdere posto a scuola).
Gli indizi erano parecchi e – al suo parere inattaccabile di Marple – anche chiarissimi. Ciò nonostante, la sua segnalazione non è stata considerata dall’ufficio competente, e dunque DormoRitta, per l’intero anno scolastico, ha usufruito (soprattutto al sabato, giorno seguente al giorno libero) della sua serie dovuta di permessi e di tutte le sacrosante tutele sindacali.
La ‘povna ricorda ancora oggi le capriole di Esagono per far quadrare le lezioni e i conti: perché il sabato (lo ha già raccontato), la scuola si svuota, e restano in pochi a lavorare alla baracca. E dunque sostituire DormoRitta ha comportato, per le sue classi, la perdita secca di parecchie ore di qualsivoglia lezione.
Il racconto potrebbe finire qui, e già ce ne sarebbe abbastanza (per visitare un sito on-line di vendita di napalm, per esempio; o per riflettere sulle storture di un sistema nato a doverosa difesa del lavoratore, e che ora lo svilisce). Poiché infatti nessuno si è curato di dare seguito all’ipotesi circostanziata sollevata dalla ‘povna, e DormoRitta se ne è andata al Liceo, in gloria e senza rimpianti, l’aneddoto, privo di mordente, era destinato a essere rubricato, modesto, sotto la voce “piùcheretti”, e a essere dimenticato.
Invece – le vie dello sceneggiatore sono sempre sottili, ma assai sagge – capita che la storia di DormoRitta ritorni ancora alla ribalta. E l’occasione, insospettabile, è data ancora una volta dalla famosa abilitazione nazionale. La grande selezione universitaria, infatti, ha tra le sue caratteristiche quella di mettere online, in chiaro, ogni valutazione finale e ogni domanda, così alimentando un grande pettegolezzaio pubblico. E così, qualche settimana fa, sfogliando l’albo di storia dell’arte, alla ‘povna è caduto l’occhio su un nome che non si aspettava in quell’elenco. DormoRitta era lì, incastrata tra due figure accademicamente più significative e importanti, tra coloro che avevano provato la tenzone, giudicata come gli altri. Giudicata non idonea, ovviamente, perché le pubblicazioni proposte non arrivavano, tutte insieme, a cinque (delle quali tre risultavano essere importanti contributi resi al Gazzettino del Quartiere, una per Rakam e l’ultima per il Giornale della Parrocchia), ma non è questo il punto. Il punto è che tra i titoli spuntava anche, improbabile, un contratto di insegnamento per una certa istituzione universitaria milanese, a titolo gratuito, che parlava di 20 ore di corso offerte per l’anno accademico 2012/2013, a cadenza settimanale.
La ‘povna, leggendo quello che leggeva, prima ha pensato a una omonimia (perché la disegnano cattiva, sì, ma così è troppo), poi ha controllato l’anagrafe, e si è resa conto che la persona era la stessa. A quel punto, da brava Marple, ha aperto Google e ha fatto un paio di controlli, trovando (c’è bisogno di dirlo?) quello che si aspettava di trovare.
Non solo, mentre era ospite nella loro scuola, DormoRitta si è ben sognata di chiedere l’autorizzazione (necessaria per legge) a svolgere attività lavorativa altra alla preside Barbie, non solo ha dimostrato, pensando di poter concorrere a un’abilitazione per la quale si richiede il superamento di alcune mediane di rendimento, collaborazioni internazionali, produzione scientifica, di avere una comprensione che dire scarsa è dire nulla di concetti come “schema della comunicazione” e “registri”, ma, come era prevedibile (e come la ‘povna ha raccontato la mattina dopo, a un allibito Esagono), il prospetto del corso riportava, correttamente, orari delle lezioni, luogo e giorno. Che reclamava impietoso, da febbraio a maggio (vale a dire i mesi nei quali, soprattutto, si è aggravata la sua mamma) la presenza di DormoRitta sul luogo del suo alternativo e universitario insegnamento il sabato mattina.

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Tempus fugit

Questa sera, al termine di una razione di piscina che le ha regalato una corsia insolitamente sgombra (cosa che al lunedì sera è rarissima), la ‘povna era allo spogliatoio, sotto il casco, ad asciugarsi buona buona i capelli. All’improvviso il titolare della squadra di sport che ha in gestione l’impianto è entrato, si è piazzato sotto la gettoniera, e ha affisso un cartello. E la ‘povna, che è curiosa come una scimmia, ha aguzzato pronta la vista mentre ultimava la tortura.
“Si ricorda a tutti coloro che usufruiscono del [grassetto] nuoto libero che ogni tipo di tessera scade, insindacabilmente, la prima settimana di giugno”.
Così, passando all’ingresso, la ‘povna ha chiesto chiarimenti:
“Come mai, questa cosa di giugno? Non è che significa, forse…”
Ma l’operatrice si è inserita e ha preso la parola, velocissima:
“…significa una cosa sola, cara ‘povna, che dall’8 giugno al 10 di settembre ce ne andiamo in vacanza: la piscina chiude”.
La ‘povna ha ringraziato, ha salutato, e poi è uscita nel buio delle ultime settimane di ora solare, per questo anno scolastico. E mentre biciclettava verso casa, rapida, la testa avvolta nella berretta a righe, il cappuccio calato fin sugli occhi, lasciava i pensieri volare sotto la luce elettrica.
Sia chiaro, il fatto che, una volta superato (possibilmente bene) il lungo marzo, giugno sia lì, a fare capolino, dietro l’angolo, è una cosa di cui la ‘povna è consapevole da sempre. E anzi proprio in questa direzione andavano, rispettivamente oggi e sabato scorso, due discorsi tosti che lei ha tenuto ai Merry Men e agli Anatri. E però questo, di solito, riguarda la scuola, la costruzione dell’epica di classe, gli ultimi e necessari grovigli della trama.
Eppure, appena appena che si volta, a lei sembra ieri che è ancora settembre, che lei tornava dalla sua fuga silenziosa e correva in piscina per la prima volta, e già faceva buio (ma non freddo; e i capelli erano bagnati e sciolti) e la trama – nonostante il prefabbricato di settembre e i vestitelli – aveva ancora da venire.
E dopo, dopo, c’è stato tutto il molto resto, e un quadrimestre, vasca dopo vasca, vissuto pericolosamente. Anche se la ‘povna ha tenuto fede a quel suo primo motto pronunciato con Esagono: “Ma io devo andare in piscina“, disse allora, prima della funzione obiettivo, della commissione tecnologica, dell’abilitazione, prima di tutto.
E la ‘povna lo sa che prima che sia finita restano ancora due gite, parecchi episodi della storia, una (non) scelta di trasferimento. Resta da capire che cosa fare dei Merry Men, finire di inquadrare le Giovani Marmotte, salutare gli Anatroccoli un po’ come dio comanda. C’è da salire al nord ancora un bel po’ di volte, andare con l’Anziana di Ginevra a trovare Mr. Mifflin, ci sono tanti film, le uscite della settimana, i saggi da scrivere e libri che si fanno leggere.
C’è il matrimonio di Ginger, che li aspetta tutti quanti (e sarà l’evento, senza esagerazioni, del decennio). Eppure, questa sera, ancora al buio, con i capelli umidi e i calzini appiccicati nella fretta, alla ‘povna, a vedere quel cartello, è mancato, per un attimo, il senso lungo del dipanarsi della trama.

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Santo Piazzese

Lo aveva promesso a Suster la settimana scorsa, e alla fine riesce a onorare l’impegno. La colpa è del solito raffreddore, ovviamente (e, sì, i capelli se li è asciugati questa volta); che tanto per cambiare non le lascia tregua. La settimana va così, allagata nel moccio. Nel mezzo, la ‘povna vede un film molto interessante insieme agli Anatri, finisce con i Merry Men di interpretare La Tempesta, parla di poliziesco coi serissimi primini. C’è tempo anche per la vita sociale, pur ridotta (nella misura di un aperitivo con ChiParla). E anche per qualche recensione.
Per onorare il primo incontro con il “giallo” delle Giovani Marmotte la ‘povna sceglie di ricordare un autore Sellerio che – nella generale vague del poliziesco, è rimasto un po’ di nicchia. Si riferisce a Santo Piazzese, e alla trilogia di Palermo: I delitti di via Medina-Sidonia, La doppia vita di M. Laurent e Il soffio della valanga. Che sono divertissements raffinati e consapevoli. E anche (il che non guasta) gialli buoni. Contribuisce alla simpatia che le ispira il personaggio il fatto che – a differenza dei vari Malvaldi (ma anche il grande Camilleri non ne è immune, purtroppo) – Piazzese ha scritto questi tre, e poi poco altro (proprio nei mesi scorsi, Blues di mezz’autunno), dimostrando un’assai commendevole impermeabilità agli zecchini d’oro.
Così, dopo aver lasciato il suo consiglio al venerdì del libro, la ‘povna ritorna al suo aerosol, che la fa bene. Anche perché – la gara col moccio è sempre aperta – non è che le venga in mente di saltare, più di una volta, la piscina.

E’ un narratore lento, quello di Piazzese. Atipicamente tipico. Entra nella storia con volute di divagazioni, che servono a fissare le coordinate di genere, nonché geografico-letterarie. Alla fine, lentamente, tutto va al suo posto e si scopre di avere letto una storia godibile e ben costruita. Resta comunque il romanzo di un professore universitario. (Ma) intelligente. Nell’ultimo, dopo aver giocato meta-letterariamente nei primi due romanzi (citando Vazquez-Montalban, Camilleri, e soprattutto la sua stessa casa editrice), si diverte in divagazioni inter-letterarie interne, creando il racconto parallelo, dal punto di vista del commissario Spotorno, ai fatti narrati nel primo della serie. Esperimento narrativo-sociologico prima ancora che di genere (mafia, fecondazione assistita e chi più ne ha più ne metta – il testo esce nel 2003), pur apparentemente svincolato dai primi due romanzi, è in realtà quello che maggiormente vi si lega, e che meno si comprende senza averli letti. L’elemento più interessante è il gioco dei punti di vista (la focalizzazione, sempre interna, si sposta dal commissario a sua moglie Amalia), interessante anche se non sempre gestito senza sbavature. La storia, doverosamente sciasciana (a lui un omaggio esplicito nel testo), si deve leggere più come apologo da giallo metafisico ((“it’s life, not death, which must be solved”) che nella precisione dei dettagli (i quali, per definizione, scappano). Una frutto singolare, ma che si lascia leggere. Poi, più nulla (ci sono autori con una storia, e una sola, da raccontare: ad alimentare, al termine, la sensazione di scrittura da intrattenimento colto (e seconda professione) dell’universitario. Ma gestita, va detto, con sobria proprietà.

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