Tempo e tempi

No, non la poesia di Montale, purtroppo. Ma, rispettivamente, quello meteorologico cui tutti si riferiscono (alla nausea) in questi giorni e quelli, viceversa, autenticamente bui, che ci scorrono intorno, in mezzo, dentro, davanti e dietro. E la ‘povna – che è abituata alla vita in Inghilterra, e dunque anche alle conversazioni sulle previsioni del tempo – inizia a provare progressivamente un sempre maggiore senso di fastidio.
Perché in Albione, benedetti loro, dove il meteo variabile è una condizione permanente, si parla del weather forecast, certo, ma in maniera educata, cursoria e con cognizione di causa; il che vuol dire, soprattutto:
a) senza che lo sguardo alle previsioni condizioni la propria vita e i programmi dei futuri giorni in maniera insensata, e anche pesante (la ‘povna nelle scorse settimane ha visto annullare l’ipotesi di una cena, peraltro al chiuso, in un bagno sulla spiaggia, perché quattro giorni prima il meteo dava brutto – con la penosa conseguenza di avere visto la finale dei mondiali tutti ammassati in una stanza, a mangiare pizza fredda, mentre la giornata, fuori, scintillava arrogante sotto il caldo). In Inghilterra si guarda la BBC per avere un’idea di massima, poi si fa quel che si deve fare e ci si porta (se, proprio, proprio) un ombrello, eventualmente prevedendo, all’interno della propria attività liberamente scelta, senza variarla, un piano B. Qui in Italia invece sembra che ogni singola cosa da fare debba essere influenzata, variata, determinata da un sole che, forse (non) splenderà di lì a sei giorni; con il risultato – e, se non stesse diventando una follia collettiva (che influenza loro malgrado la vita anche ai pochi che non vi si sottomettono), sarebbe solo ridicolo – che alla ‘povna non riesce più (fatta eccezione per poche persone illuminate) determinare un invito, una gita, un programma. Tutto viene deciso last minute, un’ora prima dell’evento (oppure, altra alternativa demenziale e assai gettonata da tutti, ci si barrica in casa, sempre e comunque), perché “sai, lo dice il meteo”.
b) con la consapevolezza che si sta facendo small talk, come si dice, quando si parla del tempo; la conversazione, banale per convenzione di genere, serve dunque solo a smussare il ghiaccio: non si sta parlando di niente di suscettibile, né importante, né serio. Anche perché – continua a far osservare la ‘povna (che di queste italiche conversazioni seriosissime, viceversa, ne avrebbe anche piene le palle) – prendere in modo così terribilmente pervasivo una cosa ineluttabile è solo una perdita di tempo; nel migliore dei casi, contribuisce al cattivo umore (perché, se una cosa fastidiosa la si vive e basta, magari senza darle troppo impulso, passa prima, e accade comunque una sola volta; altrimenti, tra timore, aspettativa e poi lamenti, ne si triplica l’importanza, con conseguenze esiziali per la noia propria e di chi ci sta intorno); nel peggiore invece, molto semplicemente (per esempio, vedi sopra, quando, in nome delle previsioni sbagliate, si rinuncia), non paga.
Intanto, mentre la piazza virtuale, e reale, macina considerazioni filosofiche sull’eccesso di pioggia, succedono cose, nel mondo; che meriterebbero di essere analizzate, o quanto meno conosciute, con altrettanto entusiasmo. La ‘povna sorvola sulle questioni gravi di politica estera, per omaggio alla decenza, per segnalare invece una notizia nostrana, riportata ieri in righe piccole, e poi ripresa oggi. Si tratta di questo: senza parere, così, tra un commento sulla pioggia e l’altro, a Verona passa una mozione contro i corsi di educazione sull’omofobia scolastici, considerati attentati all’unica, vera famiglia. E, anzi, un apposito numero verde viene istituito all’occorrenza, attraverso il quale i genitori possano segnalare al comune maestri e insegnanti che non obbediscano al diktat, portando in classe germi pericolosi di educazione al rispetto, alla cultura della differenza e della affettività a tutto campo, indipendentemente dal sesso.
Alla ‘povna tutto questo pare gravissimo. E dunque, per quel che può, cerca di dare alla notizia risonanza. Così, se si ha voglia di indignarsi attivamente, magari si potrà fare qualcosa per rendere questo paese un po’ più civico, invece di continuare a mandare inutili accidenti a un Giove Pluvio che, beatamente, agisce, per fortuna, in maniera indipendente e incondizionata.

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Minestra estiva di pomodori e peperoni

Per celebrare il ritorno in patria, e nella piccola città, oltre a nuotare forsennatamente (ché con questa settimana anche la nuova piscina va in vacanza, e si deve fare scorta), la ‘povna ha prima comprato (al mercato biologico), poi cucinato, quindi mangiato (con l’aiuto degli amici, e anche senza) una catinata di verdure di ogni tipo. Perché la dieta crucco-svizzera è stata a suon di birrette, molti formaggi e molta carne (tutte e tre queste cose buonissime). A colazione non potevano mancare muesli e frutta, ovviamente – ma il versante dei contorni è restato tutto sommato latitante, e per la ‘povna, invece, se non ci sono pomodori non è estate.
Così, tra una ratatouille, una crepe al forno ripiena di salmone affumicato, robiola e radicchi misti, melanzane e peperoni arrostiti (che neppure ormai si contano), la ‘povna ha ripreso una ricetta da un sito che le piace molto, l’ha variata un poco, e se la è fatta sua.
Per farla ci vogliono quattro pomodori medio-grossi di quelli costoluti, maturi, sugosi, densi; una cipolla rossa; un peperone (giallo o rosso); due spicchi di aglio piccoli; timo; basilico. Si tagliano le verdure principali a spicchiettoni, così come capita; poi si dispongono, disordinati, in una teglia (cipolle, pomodori, peperoni – misti); si cosparge il tutto di basilico tritato (rispetto alla ricetta originale, questa è una aggiunta della ‘povna), aglio schiacciato e timo fresco; e di una marinata composta di acqua, sale, e un cucchiaino di olio (lo garantisce: basta); poi, si caccia tutto in forno (ventilato, sopra e sotto, a temperatura massima) e si tiene a fare una mezz’ora abbondante. Quando le verdure sono pronte (belle raggrinzite, e che hanno rilasciato il buon sughetto), lo si vede ad occhio. A questo punto si cacciano fuori e si mettono in pentola; si cospargono di paprika dolce (seconda variante della ‘povna: la ricetta originale prevede la harissa, ma a lei non piace, troppo piccante), si aggiunge un poco di acqua ulteriore, se serve (alla ‘povna no, perché i costoluti ne avevano fatta di loro, a sufficienza), si prende il minipimer e si frulla.
Il risultato è una crema rossa, rossa, dal sapore deciso, e buonissimo. La cosa migliore, è mangiarla subito, così come è, tiepida. Ma va bene pure, metti caso avanzi, scaldarla con prudenza un poco.
La ‘povna se la è gustata proprio volentieri, sul finire di una delle ennesime giornate di pioggia, e poi vento, sole, cielo blu e nuvole bianche. Ed è piaciuta pure ad Amico Dietetico, che le è capitato a improvvisare dicendo “No, non mangio!”, e poi se ne è fatte fuori due scodelle, “perché una zuppa così, ‘povna, capisci, è solo tanto sana”.
La ‘povna capisce a tal punto che se la rifarà presto, perché oltre che sana è buona, ed ha la sua importanza. Nel frattempo, va a scuola, lavora per l’altro mondo, vede amici e parenti, legge, fa le lavatrici e si prepara all’ennesima partenza. Che la prossima settimana (e sarà bello), lo sceneggiatore, a sorpresa, dice Albione.

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Lady Anna

Losanna, dopo la vita facile e naturalistica del suo soggiorno crucco, si è dimostrata insieme molto cittadina e molto svizzera. La ‘povna l’ha visitata in una modalità browniana, muovendosi al suo interno così come nella vita di Chandra, della quale ha condiviso per tre piacevolissimi giorni e un pezzetto lavoro, impegni, esistenza e amici. Il risultato è un luogo cosy, interessante, pur se sicuramente molto piccolo. Rispetto alla capitale del cantone Vaud, la dirimpettaia Ginevra (che la ‘povna già conosceva per motivi di lavoro, nell’altro mondo), sembra più disinvolta ma anche più generica, di questo angolo di lago. La ‘povna ha camminato per la cité, visto la cattedrale, St. François, il sous gare, la città universitaria, il lago stesso; fatto la conoscenza di un museo insolito e bellissimo; comprato cioccolato, formaggi, e anche coltelli (perché i clichés sono importanti), mangiato crepes, thai, macedonie e qualche birra. Poi, ieri, ha preso un treno in direzione sud (che poi per lei sarebbe il nord), iniziando le manovre di avvicinamento a casa.
Così, oggi, dalla casa di Thelma, con un mano gratta il gatto Semolino sulla testa; intanto si prepara per andare a nuotare, ché non lo fa in modo serio da una settimana, e già le manca. Ma, fedele al settimanale appuntamento, prima di prendere il secondo treno, per la piccola città, definitivamente, partecipa con un altro Trollope al venerdì del libro.

Nonostante sia apparentemente più compatto (i.e. più breve), Lady Anna è narrativamente più sfilacciato di Orley Farm (altro libro non in serie di Trollope) nella conduzione della trama nel suo complesso. L’organizzazione a puntate si sente maggiormente, in alcuni punti, per esempio, e ovviamente ne risente un approccio di lettura integrale come quello odierno. Le ragioni sono probabilmente dovute anche al fatto che Lady Anna non nasce per essere un unicum, ma la prima parte di una serie. In realtà, nonostante l’autore lo amasse molto, l’accoglienza ambigua del pubblico determinerà la scelta di abbandonare l’ipotesi di un seguito – ciò che dona al romanzo un finale originale e suo modo sospeso. Una sospensione che in realtà ben si adatta alla natura socio-morale dell’argomento: la (ri)conquista di un’eredità, ma soprattutto di un rango, da parte di due donne, Lady Lovel e la figlia, appunto Lady Anna, sui cui diritti (legati alla legittimità del matrimonio della prima con un conte) spetta alla corte pronunciarsi. Nel mezzo, l’altra metà degli attori in causa (nella persona del legittimo erede al titolo di conte, e di tutti i suoi parenti, una delle famiglie più nobili e antiche di Inghilterra) e una girandola dei soliti, tipicamente inglesi e ottocenteschi, personaggi secondari. Spiccano i due aiutanti delle due donne durante il lungo periodo (venti anni) di pretesa a titoli e ricchezza, il sarto di Keswick e suo figlio, radicali progressisti, fieramente avversi all’organizzazione inglese delle classi, eppure feroci cultori di quell’altra divinità inglese che è il diritto, e proprio per questo disposti a sacrificare ogni cosa a favore delle due donne, perché alla fine sia “la giustizia” a trionfare.
Trollope, come nota giustamente Remo Ceserani nella postfazione, in tutto questo non prende una posizione assiologicamente chiara; parteggia, ma non troppo. Se si eccettua il cattivo conte pazzo (ma opportunamente morto prima dell’inizio della vicenda) che ha dato origine al garbuglio – una specie di Barbablù (del resto, sua figlia si chiama Anna) descritto con tratti mescolati da fiaba e da romanzo gotico – ogni altro personaggio possiede sfumature di senso del dovere, di ragione e di istinto che ne determinano in maniera che potrebbe essere condivisa, e in ogni caso plausibile, le scelte morali.
E’ il motivo per il quale, nonostante la causa sia pervasiva, in ogni parte del romanzo, e termini legali e avvocati si avvicendino nella storia continuamente, Lady Anna è un libro assai meno giudiziario di quanto sia comunemente detto, perché – là dove il gotico e la fiaba arrivano nel romanzo sociale e realista (oppure, fuori dai generi: là dove la riflessione socio-morale si fa di necessità acuta e problematica) – prevale il modo melodrammatico; ma (siamo pur sempre dentro Trollope) declinato già con il piglio riflessivo sulla società che lo caratterizza, e vi sono prese di posizioni (sulla natura della piramide sociale e delle classi, soprattutto) che non si possono risolvere in tribunale.
E’ quello che sembra pensare il vice-procuratore Sir William, personaggio secondario che assume sempre di più il ruolo di portavoce della visione autoriale nel romanzo, il quale, agendo progressivamente in maniera sempre più irrituale rispetto al suo mandato giuridico, riuscirà a proporsi come deus-ex-machina, sciogliendo non già il groviglio socio-morale, irresolubile, ma almeno, nel piccolo, le singole vicende evenemenziali dei personaggi in causa, arrivando a inventare, tessere e mettere in atto un plausibile scioglimento della trama.

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Wie eine SPA

C’è un motivo per il quale, dopo essere stata sorda al suo richiamo per troppi anni, la ‘povna, dopo che ha iniziato a scoprirla (era il 1999, e furono Aachen e Marburg), continua a tornare, appena può, in Germania. Ed è il più semplice e banale di tutti: lì si sta benissimo. Perché, al di là dei luoghi comuni (e quelli che circolano in Italia sono troppi, e beceri), quello tedesco è un popolo che sa divertirsi in modo totalizzante, rispettoso e pratico. Nonostante (o, forse, proprio perché) sia capace di prendersi sul serio.
Di questo genere, se non tali appunto, sono stati i pensieri della ‘povna durante il suo soggiorno a Konstanz, mentre si lasciava vivere qualche giorno in leggerezza nell’abitudine rodata dagli anni e dall’affetto insieme all’Amico Mostro. E dunque sono state ore di gite sulle isole del lago, a Reichenau, per esempio, oppure all’orrido di Marienschlucht, unendo piedi a bicicletta. Oppure ancora semplicemente a fare il bagno, sul Seerhein o in mezzo al lago.
Lungo strade ciclabili che sono sempre curate, privilegiate, belle, in mezzo a gente che è abituata a rispettare la natura e gli altri, tra automobili che sono poche, attente, motivate – quasi a chiedere scusa di esistere, ammirare natura e storia diventa solo bello. Specie se a condire il tutto si trovano Stuben in mezzo al bosco (ma non per questo, pur in regime di oggettivo monopolio, esose o anti-economiche) o romantici Bier Garten nei quali ristorarsi al termine della giornata sui pedali.
La ‘povna ha fatto il pieno di salute, di bellezza, di affetto. Poi, ieri, ha preso un bus, superato un paio di inconvenienti di viaggio, è salita un treno che, da est a ovest, l’ha portata da un capo all’altro della Svizzera. Dal Boden al Leman, da lago a lago.
In stazione, la aspettava Chandra. Ed è dalla luce della sua splendida mansarda che la ‘povna tippetta queste note in una pausa. E poi, fedele a una sua linea di viaggio che prevede di vedere i luoghi partendo da domicili noti, se possibile, si chiude dietro di sé una porta di cui possiede la chiave, come sempre. Ed esce a scoprire la città.

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La scuola non serve a niente

La ‘povna apre gli occhi al venerdì in una casa di Costanza e, prima di uscire al lago e al sole, dedica un pensiero rapido al librario appuntamento. Ancora una volta, constata di essere in sintonia con questo sito (che del libro di cui vuole parlare ha pubblicato giusto ieri, mentre lei era in viaggio). E quindi, come sempre molto volentieri quando si tratta di Andrea Bajani, che lei stima veramente molto, si aggiunge di buon grado al coro.
Precisa che – come si vede dalla pur rapidissima recensione che ne fa (il tempo le serve per altro) – la sua posizione dissente da quella proposta dalle Parole e le cose almeno in parte, ma questo va benissimo, e si chiama dibattito. Un concetto che sarebbe vitale riprendere seriamente, quando si parla della scuola.
E La scuola non serve a niente è un volume che vuole soprattutto fare questo, suscitare discussione: il dialogo, il dissenso argomentato in nome di un comune sentire come metodo, la pluralità di voci (e, dunque, ancora di più di sguardi). Perché la scuola tesse la filigrana politica e civile di un paese e, per comprenderla, amarla, riformarla, criticarla, migliorarla, contrariamente a quanto pensano tanti, troppi colleghi, non bisogna essere ‘addetti ai lavori’ (termine orrendo) o insegnanti. Bisogna essere cittadini, attivi e consapevoli. Bajani è tutto questo, e ci aggiunge amore, competenza, passione. E, ciò che più importa, come detto, reciprocità di sguardi, consapevoli e acuti.
Il resto del saggetto è in debito degli sponsor, Repubblica e Laterza, e il centone degli interventi altrui è di qualità difforme. L’ultima sezione, con un tentativo di dati e statistiche, per quanto assai essenziale, intuisce una giusta direzione necessaria.

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Self made Albione

Mentre le nuvole frastagliano un cielo che prima è blu sempre più blu, e poi grigio grigio, riempito con la pioggia; mentre il sole esce in tutta la sua potenza estiva (perché quando c’è, è caldo, siamo pur sempre a luglio), ma poi improvviso scappa; mentre il vento soffia contro la bici, rendendo la pedalata densa (costretto agli straordinari, se lo usasse, l’ombrello sempre in borsa), la ‘povna si gode queste giornate di un’estate che non è strana, per lei, ma semplicemente albionica. Albionica, come tutte quelle molte volte che l’ha vissuta a Cambridge. E quindi molti strati, canottiera di giorno, a garantirsi l’abbronzatura del muratore, e pure ampia, e poi magliette sopra, camicie, giacche – e l’unica cosa è che quest’anno, per ora, hanno avuto la peggio i vestitelli.
Alla ‘povna non dispiace, alla fin fine, questo tempo. Si sente infilata dentro una self-made Albione sulla soglia di casa, e la cosa le gusta. Perché è fresco, è imprevedibile ed è buffo. Ed è anche (vantaggio non secondario) molto utile quando si lavora a scuola di commissione tosta – che quest’anno gestire tutto insieme a Esagono si è rivelato un groviglio più di sempre, e il provveditorato ha parecchio da farsi perdonare.
Ma tra poco ha finito, e da domani la ‘povna è in ferie, e dunque parte. In omaggio alla tradizione mondiale, come quattro anni fa, il suo itinerario quest’anno recita per prima cosa Crucchilandia: se ne va qualche giorno a nuotare il Boden See insieme all’Amico Mostro, per poi proseguire sulla via delle montagne svizzere (in visita a Chandra, nella sua nuova casa di Losanna) e tornerà in patria solo tra una lunga settimana.
Ci andrà in treno, ovviamente, e già pregusta il viaggio, che i posti da attraversare sono splendidi. Si porta dietro lo zaino, il costume da bagno, le scarpe da escursione – ma resterà connessa al mondo. Gli aggiornamenti, dunque, probabilmente arriveranno uguale, anche se più sporadici. Oppure no, se non le farà voglia.
E allora la ‘povna saluta tutti, per prudenza, almeno fino alla prossima settimana.

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Kennst du das Land…

…wo die World Cup blühen?
La ‘povna ha percorso 300 e passa chilometri a rotta di collo, per essere poi bloccata, sulla soglia del traguardo, dallo sciopero dei treni. Così il primo tempo se lo è visto da sola, planata a casa a tappe forzate dopo aver preso, dalla stazione nota, un bus che la portava nella piccola città, ma all’aeroporto. Poi, nell’intervallo, ha inforcato la fida bicicletta ed è partita corsa, direzione casa di Viola, dove c’erano tutti. Il tifo era così scandito: da un lato i Cruccofili (oltre a lei, anche la Venexiana, Streghetta e Robocop); tutto il resto della casa, convintamente (?) filo-argentino.
Le motivazioni, nominalmente, erano le più varie: “sono Crucchi”, “se la Germania arriva a quota quattro titoli ci raggiunge”; “non si può tifare per la Merkel”; “Però sai, il Bildenberg”.
Ma la ‘povna non aveva nessun dubbio. Anche perché, lo ha detto tante volte, il pallone è becero, tifoso, rotondo, sportivo e non si giova di politica. Se però deve fare, più o meno seriamente, un riassunto della situazione consono, cita queste parole del suo amico Editore, dal canale telematico: “La partita di stasera: da una parte chi con l’organizzazione, l’intelligenza, la programmazione a lungo termine e l’investimento nei giovani ha portato il movimento calcistico a livelli insperati e ha costruito una squadra ricca di talento che cerca il gioco. Dall’altra una banda di distruttori di gioco, che si affida all’improvvisazione, specula sugli errori degli avversari e conta in maniera parassitaria sul talento individuale cresciuto e alimentato da altri (nel caso specifico una squadra catalana)”. Per aggiungere, consapevole: “Chissà perché ma il tifo degli italiani per l’Argentina non mi stupisce”.
La ‘povna sottoscrive, alza la coppa idealmente insieme a questa brava (e simpaticissima) squadra di meticci. E, prima di archiviare una delle coppe del mondo più pallose di sempre (e gli Argentini ci hanno messo di loro, ogni volta che hanno giocato, e anche parecchio), ci aggiunge pure, a mo’ di glossa, le parole di Ohibò: “Alla fine hanno meritato i migliori”.

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Mansfield Park

Partecipa molto velocemente al venerdì del libro, oggi, la ‘povna, perché è in partenza. Se ne va al nord per una scappata di due giorni, a festeggiare il Signor M., che fa gli anni. Così, dentro ci mette pure una serata teatrale, a vedere la prova generale dello spettacolo dello Stropicciato e di Thelma, le chiacchiere con tutti quanti (che saranno sicuramente alla festa), e il tentativo di restituire i soldi che legittimamente avanza (perché, nonostante il motto dell’anno, con l’Iban non è riuscita a farlo), ancora per il rondò siciliano, a BibCan.
In mezzo ci metterà la piscina, è ovvio; e poi un ritorno sulla sera che prelude alla finale, che sarà vista al mare, su invito della Venexiana, in un posto che sta iniziando a diventarle molto romanzesco e molto caro.
Per questo, visto che prima di partire ha ancora sospese due incombenze, la ‘povna ripiega su un’idea che le è venuta da una recensione vista oggi, che parla della nuova edizione, per i tipi dell’Einaudi, di Mansfield Park (1814).
Ma allora, che c’è da dire, rapidamente, e che non sia scontato, su Jane Austen? Sostanzialmente, poco; meglio: niente. La ‘povna infatti ha citato le parole di altri, che sono molto opportune e molto belle. Di suo ci aggiunge che, nonostante ci siano un eroe e una eroina (Fanny ed Edmund, pure un po’ noiosetti, a dirla tutta), e due sfaccettati antagonisti (Mary e Henry, attenzione alle parole, non cattivi, sia per detto!), è forse il romanzo più corale della Austen, nel quale il titolo, Mansfield Park appunto (quella della tenuta di campagna che tutto contiene, e tra i cui confini tutto infine torna all’ordine) richiama perentorio l’importanza che fu per l’Inghilterra l’ascesa e il consolidamento di potere della gentry, la nobiltà di campagna di relativo nuovo corso (si parla di Giacomo I, e del XVII secolo) che divenne l’ossatura forte, ideologica prima di tutto, dell’Inghilterra in ascesa.
Merita un discorso veloce anche l’importanza del teatro, in questo testo (sotto la forma di una pièce casalinga che, complice l’assenza del capofamiglia, provano a organizzare a Mansfield Park i protagonisti) – un tema, sia chiaro, che ricorre in tutta l’Europa ottocentesca (Goethe e Wilhelm Meister, giusto per citare l’ovvio, ma anche, per restare in territorio albionico, il Nicholas Nickleby di Dickens), e che qui la Austen mette a tema sfruttando, consapevole, il potere sovversivo, da specchio della società, del palcoscenico, e usandolo sapientemente come catalizzatore della trama.
E poi la ‘povna si ferma, ché altrimenti, viceversa, continua a scrivere fino a perdere il treno (che sulla Austen, primo amore, primo autore su cui schiacciò l’alba, a dodici anni, fa fatica a contenersi). Saluta tutti, finisce le sue cose, e poi galoppa di gran carriera, sorridente, alla volta di Milano.

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Notti dopo

Questa è un’estate che chiama post a grappolo (che ricordano le serate a cazzeggio, in mezzo al prato – il profumo di zampirone da un lato, sul tavolo un mazzo di carte).
Ed è così che la ‘povna – dopo essersi divertita a chiacchierare da Iome, si aggrega all’amarcord di Noise (che a sua volta lo riprende da LGO) – e decide, a 23 anni da quella giornata di vigilia, esatti, esatti, di sfogliare l’album dei ricordi della sua maturità.
Un album che, per la verità, non è solo nella testa. Complice infatti una richiesta di nonno Delfino (di don Raffaele – l’Economista di famiglia, Iome capirà il riferimento) – che le aveva intimato di andarlo a trovare a giochi fatti, portando, se possibile, copia cartacea dei verbali dei giudizi di ammissione e poi finali, nonché relazione dettagliata di tutte le prove sostenute per l’esame – la ‘povna di quei giorni ha conservato le scartoffie.
Alcune cose, però, non sono scritte. Per esempio la smania con cui la ‘povna aspettava quella maturità per liberarsi: di una scuola (intesa come persone, non indirizzo) che detestava, di una città che non la lasciava vivere, di una vita che voleva diversa, lontano dalla sua (pur amatissima) famiglia. Non è scritta nemmeno la passione scientifica con la quale la ‘povna attraversò con bella precisione il liceo classico: media del 10 a Fisica e Matematica (e anche a molto di tutto quanto il resto, ma che c’entra), un insegnante, l’unico, davvero outstanding che la seguì per cinque anni; il senso di una passione per i volumi, i piani, le dimensioni, le leggi dell’universo, i numeri coltivata con impegno, che nulla pareva capace di scalfire. In mezzo, c’era la lettura, ovviamente: quell’inglese che faceva capolino da tutti i lati, come fosse un’esigenza, e la consapevolezza che le parole potevano essere duttili, strumenti potenti da piegare.
La folgorazione arrivò, come prevedibile, imprevista, non sulla via di Damasco, ma di Cambridge. Si era d’estate, era il 1990, era di luglio. La ‘povna era in treno (e ti pareva) e attraversava (ma dai!) mondi: tornava da una visita ai suoi cugini a Londra; leggeva un libro giallo. E, improvvisamente, pensò che studiare letteratura avrebbe potuto essere splendido, un mondo nuovo da incantare.
Fu uno shock, e ci mise parecchio a digerirlo. L’entropia era lì, e cantava la sua sirena seducente, e la ‘povna (che era sempre stata convinta che, l’anno dopo, se ne sarebbe andata via, a studiare Fisica), scoprì che non sapeva cosa fare.
Non lo disse a nessuno, ovviamente. Tornò da quel soggiorno inglese con ogni sua certezza infranta, e proprio per questo ostentando, in famiglia, a scuola, con tutti, una sempre più combattiva sicurezza. Poi, nel teatrino dell’animo (e anche parlando in camera caritatis con Nick, la sua compagna di banco, l’unica ammessa ai segreti dei suoi pensieri, che per lo più lei tendeva in realtà a celare al mondo), continuava a argomentare.
Nel frattempo, era iniziata la terza. La ‘povna la trascorse in una crescente progressione di come aveva passato gli altri anni: leggendo quello che le piaceva, studiando con facilità, facendo sport, uscendo con amici rigorosamente diversi da quel mondo e saltando, appena possibile – a ogni fine settimana, vacanza, ponte – su un treno per il paese-che-è-casa.
A maggio gli insegnanti convocarono mamma ‘povna, intimandole di tenere a casa la figliola perché dovevano fare dei compiti di recupero alla classe e lei, nonostante i tentativi contro, riusciva sempre a passare versioni, temi, esercizi e quanto domandato con metodi infallibili. La ‘povna trovò questo ordine profondamente ingiusto, vi si sottopose comunque con il solito silenzio, passò tre giorni a dormire fino a tardi e il giovedì, la data del rientro, andò a scuola alla terza ora, seguì fisica e matematica, poi si fece firmare il permesso di uscita anticipata per la quinta ora e le sesta, salutò tutti e se ne tornò a casa.
L’ammissione fu sancita (e qui la carta parla) il 5 giugno. Il giudizio fu stellare: la ‘povna ce lo ha adesso sotto gli occhi e lo conferma. Ma quello che lei ricorda in realtà è quanto successe la mattina di quel giorno, quando – complice la fida Nick – consegnò al suo professore di matematica una lettera composta il 4 pomeriggio (anche questa, alla bisogna, è sotto gli occhi – ma la ‘povna la ricorda a memoria, quasi tutta). Dentro, la rivelazione maturata in quei nove mesi di rovello: “alla fine non la farò, fisica – e il concorso a Hogwarts lo tenterò per diventare letterata”.
L’informazione fu data in esclusiva, in segno di stima e di rispetto. La ‘povna lasciò che fosse lui a condividerla, o meno, col consiglio. Apprenderà un mese dopo e spiccioli che anche uno scienziato può avere, all’occorrenza, chiaro in testa, il concetto di finzione letteraria.
Finita la scuola, la ‘povna, che aveva contribuito all’ammissione di tutti i suoi compagni, pensò che fosse tempo di riposare, e se ne andò una settimana in montagna; a Morgex, dalla sua amica Grafomane. La scusa era quella di ripassare per gli imminenti scritti, cosa che occasionalmente pure fecero. Insieme a un sacco di altre cose.
E poi arrivò la notte prima, e fu tranquilla. La ‘povna fece un tema su Leopardi, consegnò subito prima di Nick, una di fila all’altra, secondo mutui accordi, e andò serena a riposarsi. Il giorno dopo la versione di greco scandì Epicuro, e la ‘povna riuscì a usare il telegrafo senza fili che aveva usato per cinque anni: punto, linea, punto, penna battuta sulla gamba di metallo, e una sicura sufficienza fino a tre banchi di distanza fu quello che riuscì, come ultimo omaggio, a regalare.
Il suo orale recitava 11 luglio. La ‘povna aveva scelto di portare Matematica di prima (ovviamente), e Latino di seconda (una scelta che rispettava stima e simpatia per gli insegnanti, e le sembra un buon criterio ancora adesso). Ricorda dei giorni in mezzo una grande attività di supporto e sostegno, da bravo capitano, alla prof. Tam-Tam, membro interno, molte uscite con la cugina Thelma, gelati fragola e cocco e qualche cinema. Poca paura: un po’ perché si fidava di Tam-Tam (e dello sceneggiatore, anche), un po’ perché non capiva bene di che cosa dovesse preoccuparsi, un po’ perché, anche se le avessero cambiato la materia (e comunque lei sospettava che qualche domanda le sarebbe arrivata, puntuale, in ogni caso, anche sul resto), studiare meno che per quelle di sua propria scelta le sembrava onestamente un traguardo che non era possibile eguagliare.
E si arrivò alla mattina della pugna. La divisa era quella delle scuole superiori inglesi (sostanzialmente, questa), ingresso forzatamente libero, assistesse chi voleva (purché, con l’eccezione della fida Nick e Thelma, aspettassero che la ‘povna si sedesse per decidere di entrare).
Se c’è una cosa che non è cambiata per nulla da quei tempi, è il tasso di insegnanti fancazzisti: dell’annunciata commissione, tre membri su cinque avevano dato forfait per malattia il primo giorno. Della compagine originaria restavano Filosofia e Matematica; supplenti, per così dire, cioè incaricati all’ultimo, presidente, Latino e Italiano. Matematica scorre via tranquilla: la ‘povna ricorda ancora tutto (e poi, ancora una volta, parlano le carte) e va come deve andare, cioè benissimo. Ma lei sa che i giochi si compiono al giro di boa, passando dal professor Lupis, che (lo sceneggiatore, già allora, aveva occhio), altri non è che un giovane insegnante del Liceo bene milanese del centro. La ‘povna (ma nemmeno lui) ancora non lo sa, ma è severissimo (tanto è vero che sarà la causa scatenante, anni dopo, di quella famosa cronaca). Alla ‘povna, che è andata a sostenere, i giorni prima, gli orali dei compagni (perché le cose si fanno in un solo modo, e cioè bene, anche se non ne hai voglia), sembra solo assai simpatico (e bravissimo). Ed è con questo spirito che inizia la fine del suo orale. Ed è solo divertimento: Lupis la interroga in latino (occasionalmente), poi passa a italiano, a storia, a filosofia, ci acchiappa pure fisica, fuori e dentro il programma. La ‘povna chiacchiera, argomenta, polemizza e poi dibatte, trovando, nelle materie umanistiche, per la prima volta in cinque anni, pane per i suoi denti.
“Credo che dovrei lasciarti andare” – lui la congeda, infine, con un ghigno.
“Peccato” – commenta la ‘povna.
A quel punto interviene il presidente: “Non ci resta che farti i complimenti, e poi chiederti una piccola rivelazione, se possibile”.
La ‘povna alza lo sguardo:
“Sul giudizio di presentazione della scuola, sei l’unica per la quale gli insegnanti non hanno suggerito un indirizzo universitario futuro: vuoi essere tu stessa, dunque, se ti va, a dirci che cosa vuoi fare?”.
Il momento atteso è ora, è questo; e la ‘povna sa bene che rispondere. Sorriso, sguardo circolare, e poi la menzogna, in una sola parola, esplode persuasiva, e anche convinta:
“Fisica!”.
Che è poi ciò che, sotto forma di consiglio, rimarrà agli atti come giudizio finale del suo esame.
Il resto è storia di una nuova nascita. Di lì a qualche giorno, davanti ai tabelloni, la ‘povna consumerà la prima delle verità che ha tenuto nascoste per troppi e troppi anni.
“Ovvio che no” – risponderà infatti a una compagna che si raccomanda di farsi viva, quando tornerà al nord per le vacanze (la ‘povna si sente già nella piccola città, una convinta emigrante) – “io non vi voglio mai più rivedere”.
Poi ci sarà l’estate, e poi il concorso a Hogwarts, a fine settembre. La ‘povna ci andrà da sola (in treno), vedrà e si piazzerà in graduatoria tra i migliori di quell’anno (un onorato quinto posto); all’orale, il professor Carino le farà i complimenti, “per il tema più bello”. Il resto, l’ha già raccontato qui, e non giova ripeterlo.
Quell’esame di maturità, la ‘povna non lo sognerà mai più, dopo, in nessuna notte (sognerà un complicato incubo legato a una interrogazione volontaria di matematica e fisica – che freudianamente è un po’ lo stesso). La vita nella piccola città, a Hogwarts, la accoglierà per gli anni successivi a braccia aperte. E, a 19 anni compiuti schietti schietti, la ‘povna imparerà che il Bildungsroman non mente. Due sono le condizioni necessarie a diventare adulti: allontanarsi presto da casa, e diventare economicamente indipendenti. Tutto il resto è, marxianamente, sovrastruttura.

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“Sticazzen!”

E in un luglio che sembra solo luglio (a patto di cambiare parallelo, e andare a nord) – mentre si sgranano giorni di riposo, di letture, di piscina, di studio, di cene, di birrette, di incontri, di ritorni, di partenze, di digestione, lenta e metodica, dell’anno che fu, mentre la scuola resta, in sottofondo, ma nemmeno poi troppo – il mondiale più palloso della storia ‘povnica dai tempi di Corea e Giappone, improvviso, si riaccende. Ci pensa, ancora una volta, quella deliziosa Germania di meticci che già aveva fatto agli Europei la felicità completa della ‘povna.
E, dopo, è facile fare dell’ironia (verissima): “Dio esiste, e non è brasiliano”; “dio domani invade la Polonia”; “Dite ai tedeschi che a biliardino non si rulla”; “Vogliono sempre strafare, il solito problema dei Crucchi”; “Il Brasile alle prese col patto di stabilità” – la ‘povna cita random dal canale telematico.
La verità, è che a guardarla è stato solo bello. La ‘povna – che riscopre in zona cesarini interesse per questi mondiali a sud del mondo; e per fortuna c’è almeno un po’ di Europa già in finale – dal canto suo, prima ha esclamato: “Sticazzen!”, poi, contro gli odiati Argentini, si dedica a tifare (suo malgrado) Olanda. Infine ripete, come un mantra, quell’über alles che le è già familiare.

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