Anne of Green Gables

Se c’è un libro, anzi: una serie, e più ancora un personaggio che ha influenzato la sua vita fino a diventare un vero e proprio alter ego della ‘povna, questo è sicuramente Anne of Green Gables, di Lucy Maud Montgomery – anche conosciuta Anna dai capelli rossi, dal nome dell’anime del progetto World Masterpiece Theater che l’ha reso celebre in Italia.
In tutto, sono nove i volumi che parlano delle avventure di Anne (scritto con la -e finale, come puntualizza da subito la protagonista, fin dal primo libro): e cioè, rispettivamente, Anne of Green Gables, Anne of Avonlea, Anne of the Island, Anne of Windy Poplars (o Willows, in paesi diversi da Canada e USA), Anne’s House of Dreams, Anne of Ingleside, Rainbow Valley, Rilla of Ingleside e The Blythes Are Quoted. Ma in Italia ne sono stati pubblicati solo i primi sei al massimo (attraverso quella mai troppo lodata iniziativa che furono le “edizioni integrali” della Collana Corticelli della Mursia).
Per chi mastica l’inglese si possono però trovare qui, quasi tutti. Ed è legittimo scaricarli per leggerli su kindle, in ottimo formato e-book.
La ‘povna si scusa, ma non riesce ad aggiungere parole a questa recensione provvisoria e un poco traballante. Ma oggi è il giorno del trasloco definitivo, via da tutto. E, se da un lato le piaceva iniziare ancora una volta in nome della sua Anne il viaggio, dall’altro gli operai si avvicinano, minacciosi, alla sua postazione internet, portando via il tavolo da sotto il portatile (e tirandole da sotto il culo via la sedia).
Ma non per questo, nonostante tutto, la ‘povna poteva sottrarsi. E ovviamente partecipa al Venerdì del libro.

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17 maggio contro l’omofobia: “Io voglio che sia felice!”

La ‘povna oggi ha trascorso il 17 maggio anti-omofobia principalmente al buio, in aula video, coi Merry Men e gli sparuti altri Secondi, a parlare di Appennino. E, proprio per questo – prima di introdurre il film che racconta quello che loro hanno rivissuto lassù, tra le montagne – ha ricordato ai volti luminosi che le stavano davanti il senso di questa giornata.
E – mentre parlava con loro, e registrava i loro sguardi acuti e consapevoli (c’è bisogno di dire che, prima che lei potesse iniziare davvero a spiegarlo, ci aveva già pensato Weber, ad andarle incontro, portando al dibattito il senso della parola “omofobia”?) – la sua mente andava a un episodio dell’anno precedente, protagonisti i Maculati.
Era un venerdì di primavera, e la ‘povna era arrivata a scuola con anticipo, in tempo per il coro.
Mentre sale verso la sala professori, vede Rotondo e il suo Amico che la raggiungono di corsa:
“Prof., ‘povna, prof. ‘povna, che bellezza: solo lei ci può salvare”.
Lo scontato “che succede?” dà la stura a un racconto ansimato con partecipazione crescente.
“Per favore, professoressa, lo può spiegare lei al professore di disegno che dobbiamo andare a prendere spruzzino e straccio? Perché, vede, qui, su questa porta: hanno scritto il suo nome legandolo a una parola usata in senso brutto” – spiega concitato Rotondo, il dito indice a segnalare la faccia del suo Amico.
“Sì, perché di per sé dire ‘omosessuale’ non sarebbe un insulto” – aggiunge più pacato Amico (di, appunto) – ma, prima di tutto, qui è usato un dispregiativo evidente. E poi non credo che siano cose da scrivere così sopra pareti e muri”.
La ‘povna un po’ trattiene una risata a stento, un po’ si gonfia di orgoglio. Poi concede il sospirato permesso e si avvia verso un pomeriggio canoro.
Nel frattempo, riflette. Sul fatto che declinazioni più o meno da caserma della parola “omosessuale” si spendano non solo tra i ragazzi, ma, purtroppo (e in misura leggera e assai più sottile e insultante), anche tra la maggioranza assoluta dei colleghi. Proprio per questo, visto che sulla questione omofobia, discriminazione e pregiudizio prova a lavorarci tanto, in classe, è ben contenta che, dopo il caso dell’Onda, qualcosa dei suoi tentativi di dibattito sia rimasto per detto anche agli affettuosi Maculati.

Intanto, il tempo passa, e si arriva già all’anno seguente. La ‘povna e i Maculati sono saliti in Appennino, dove la maggioranza di loro perderà la strada e anche la bussola – inaugurando un percorso di intorcinamento cosmico che soltanto un finale faticoso di terz’anno (questo) sarà in grado, almeno in parte, di sanare.
Ma quella sera, nel dormitorio, sono ancora inconsapevoli; e si dedicano a dibattere con lèna gli argomenti suscitati dall’intenso pomeriggio: diritti negati, pregiudizi, forme svariate di discriminazione.
“Certo che i nazisti erano proprio tremendi” – argomenta con un certa semplicità il Labrador.
“E perché, invece, al giorno d’oggi?!” – lo incalza provocatoria la ‘povna. Che poi pronuncia a bella posta la parola “omofobia”.
“No, guardi, prof., a me va bene tutto” – replica lui con superficiale sicurezza – “basta che non capiti a mio figlio…”.
La ‘povna non fa in tempo ad aggiungere parole ai suoi occhi già fuori dalle orbite, perché l’Amico di Rotondo la precede sul traguardo.
“Ma che, ti sei bevuto il cervello?!”.
E poi, più secco, di fronte alle goffe giustificazioni del Labrador:
“Ma che mi importa se un mio futuro figlio amerà un uomo o una donna. Io voglio che sia felice!”.

Con questo post la ‘povna partecipa all’iniziativa di Mel, Fromboliere Entusiasta. E invita con forza ad aggiungersi alla lista chiunque passi di qui.

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Persone perbene

Stamani sul treno della ‘povna – quello dell’alba delle 6.50, di tanto sonno, e tanti pendolari – l’insolito gracchiare del microfono ha introdotto la voce del nuovo capotreno.
Avvertiva delle fermate, augurava buon viaggio con passione e competenza. E poi, con voce mesta, aggiungeva che la maggioranza delle porte del treno erano rotte e per questo invitava i passeggeri, tutti quanti, a prepararsi in tempo per discendere senza trovarsi di fronte all’imprevisto. Infine, con il tono di chi regge su di sé il peso di un po’ di mondo, si scusava moltissimo, e nome dell’azienda; e ringraziava tutti per la collaborazione.
E la ‘povna – che si recava a scuola con anticipo, per partecipare alla kermesse delle prove INVALSI – ha pensato che in questo siparietto era racchiuso, banalmente, il suo senso di etica del lavoro, ma anche di piccola felicità umana.
Perché – di fronte a vagoni di un treno che non funziona, luridi, caldi, puzzolenti, quando i bagni sono chiusi, oppure sporchi, i ritardi all’ordine del giorno, così come i guasti alla motrice – sarebbe possibile (e anche comprensibile) lasciarsi prendere dallo scoramento. E dire: “Fa tutto schifo, il sistema dei viaggi è organizzato malissimo; io non sapevo, non pensavo, non mi aspettavo, quando ho fatto il concorso per diventare ferroviere; e non posso essere certo io a salvare il mondo. E dunque in questo condizioni faccio il mio e chi si è visto si è visto; e se i passeggeri non riescono a scendere per le porte rotte, chissenefrega, non è colpa mia”.
Oppure si può decidere di prendere un microfono, e parlare agli altri viaggiatori con onestà e consapevolezza, chiedere collaborazione e provare a rendere quell’insieme di vagoni (sui quali per quel tratto ci si trova a viaggiare insieme in ogni caso tutti) un poco casa propria.
E così, quando il controllore è arrivato e le ha chiesto il suo biglietto: “Ecco un altro abbonato, allora buon viaggio, signorina, e grazie”, la ‘povna gli ha lasciato un gran sorriso di rimando, di quelli che riserva agli spiriti affini. Convinta che un atteggiamento del genere – in cui le cose si fanno (interamente e per bene, come le ha insegnato la sua mamma) perché sì, perché è giusto, significativo e bello – non sia soltanto l’unico modo possibile (questo è banale) di interpretare il rapporto con gli altri; ma anche (e soprattutto), la sola via davvero efficace e appagante (starebbe per dire: compiutamente risolta) per essere felici in proprio.

“Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.
E Polo: – L’inferno dei viventi, non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Italo Calvino,
Le città invisibili, 1972

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Oltre lo specchio


Così:
un po’ perché Alice mi fa sempre, spontaneamente, pensare a te;
un po’ perché, forse, questa immagine si addice al momento che stai vivendo;
un po’ perché non riesco a stare al passo con gli e-mails, ma voglio lo stesso raggiungerti con due parole.
In bocca al lupo per questi giorni. Un abbraccio, Peter Pan

Le parole di Peter volano dirette da Londra. E bussano alla finestra della ‘povna una mattina presto, prima di andare a scuola. La ‘povna sorride e mette in tasca. Pensa all’anno scorso, a Neverland, a tante cose differenti. E a quanto sia importante nella sua esistenza la sua presenza aerea.
Poi, dopo una notte di allergia, scatole e occhi aperti, la ‘povna si riscuote dal suo tardivo sonno per il suono del citofono.
“Ciao, arrivo in volo dall’isola, c’è stata una deviazione imprevista, e ho pensato che dovevo assolutamente passare a salutarti, e dare un’ultima occhiata, prima dell’addio definitivo, a casa tua”.
Lo zaino sullo spalle di chi ha attraversato molti mondi, Peter arriva così, dal nulla, davanti alla sua porta.
La ‘povna celebra con lui, mangiando muffins, l’ultima colazione di domenica targata via dei Matti. E poi sorride, contenta, pensando alla grazia leggera della sua amicizia. E anche un poco alla presunzione, ineluttabilmente romanzesca, dello sceneggiatore.

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David Copperfield

Incurante di una serie di doveri privati e pubblici, la ‘povna ieri si è data con determinazione alla macchia e – dopo aver esaurito le cinque ore di scuola che il giovedì sono di sua competenza – ha salutato tutti, lanciato un’occhiata significativa a Mafalda (che le ha sorriso di rimando, complice) e ha deciso di dedicarsi ostinatamente ai cazzi propri. Che, nella fattispecie, erano delle ore di lavoro al pomeriggio, con Calvin e Corto, con i quali si è trovata per ragionare, un poco e seriamente, sulla tesina per l’esame di stato. Barricati nella sala computer, schierati davanti ai tre monitor, la ‘povna e i suoi alunni prediletti si sono tuffati nell’argomento con puntiglio. Ciascuno di loro seguiva, a suo modo, la sua traccia. La ‘povna nel mezzo si dedicava a portare a termine una serie di varie ed eventuali burocratiche. Ma, soprattutto, dialogava ora con l’uno e ora con l’altro. Rispondeva a domande, offriva conforto per dubbi e chiarimenti, discuteva di navi, sigilli, scarpine e altre amenità del genere (e, certo, a volte anche di letteratura).
Sono passati così Ian McEwan, Robert Darnton, il Calvino della Città invisibili (ché, se non si fosse capito, Corto Maltese è infognato – a tal punto che ci è pure andato a studiare sul campo – in un lavoro su Berlino). Nel frattempo Calvin – che, tutto preso a fare il can pastore della classe, ha cominciato a occuparsi di se stesso con prevedibile ritardo – rifletteva su una scommessa audace e intelligente: unire il suo talento progettuale alla sua capacità di costruire disegni di parole in una proposta follemente romantica, portando alla maturità il disegno di una vera casa-barca, sul modello di quella in cui vive, a Yarmouth, la famiglia Peggotty, in David Copperfield di Dickens.
E la ‘povna – che trova che in questa idea ci sia tutto lui, i suoi occhi, le spalle sottili, il suo sguardo precoce, e sognatore – è talmente commossa che decide di recargli, inconsapevole, un omaggio.
E, dunque, parla di questo romanzo al venerdi-del-libro.

Ottava fatica di Dickens, David Copperfield viene pubblicato a puntate (come sempre) tra il 1849 e il 1850. Ed è la storia del suo giovane e omonimo protagonista (costruito, come è noto, con più di un tratto autobiografico) dalla nascita (“Vengo al mondo” – recita il I capitolo) fino alla piena assunzione di una consapevole (e adulta) maturità. La vicenda, costruita secondo le più classiche pieghe della Bildung, segue le avventure di David passo passo: dalle prime immagini felici di una infanzia inconsapevole finita troppo presto, ai dolori di un giovane orfano, fino alla ‘seconda nascita’ (che fa seguito all’adozione da parte della zia Betsey Trotwood) e alla progressiva ascesa di riscatto: prima studente modello, poi lavoratore, uomo di lettere, marito, amico fedele e sincero. Nel mezzo, la consueta galleria di ritratti tipica di Dickens: nomi parlanti, gesti che valgono un personaggio – un coro che accompagna il lettore fitto fitto, avviluppandolo, con la forza di peripezie e suspence, pagina dopo pagina, nei meandri avvolgenti della trama.
Perché – al di là della satira sociale (che presenta, qui e altrove, le conseguenze della rivoluzione industriale con incisivo realismo), della comicità di comprimari e situazioni descritte con l’abilità di un bozzettista, così come dei personaggi a tutto tondo che occupano il proscenio – l’abilità di Dickens è anche e soprattutto questa: tenere incollato il lettore alla vicenda, ancora e ancora, senza sosta – con in testa solo la voglia disperata di leggere – meravigliosamente ipnotizzato, di sua piena e buona voglia, dalla magia potente della parola “raccontare”.
La ‘povna – che lo conosce bene (così come quell’altro) – non si stupisce che un libro del genere possa avere catturato, prepotente, l’attento animo di Calvin. E, sì, certo, la canzone degli addii (loro lo sanno) si fa prossima. E arriverà il tempo di tessere, nostalgica, la tela dei ricordi.
Ma intanto, consapevoli, si godono tutti e tre il momento. Sospeso in un pomeriggio di luce spessa e cielo blu, tra scuola e mondo. A parlare una lingua segreta e privatissima che, con questi suoni, resta soltanto loro.

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La filiera dell’onda

C’è chi ha parlato di se stesso adolescente e chi ha scritto una ricetta assai speziata. Chi ha giocato con la preistoria, e chi ha introdotto nel “lessico famigliare” e bloggistico addirittura nuove specie (lunga vita, ora e sempre, agli Ermenegildi rosa). C’è chi ha scritto storie zen, e chi storie personali. Chi ha parlato della novità espressa dai grillini alle elezioni ultime, e chi della biodiversità (e di rane bicolori, e Blade Runner e il vecchio sistema vax). Chi ha parlato di perdono, di netiquette, di dialogo. Chi di questo, e un po’ di quello. Chi si è rifugiato nelle parole di qualcun altro che sa scrivere, e chi ha ricordato la democrazia in Atene.
Qualcuno ha postato alle tre in punto, altri hanno giocato con la pubblicazione programmata, altri ancora si sono aggiunti per via, quando è arrivata una buona idea da raccontare. Alcuni avevano chiacchierato in anticipo, ma altri si sono uniti dopo, così, perché era bello. Che è forse la cosa che fa più orgoglio ricordare.
In ogni caso, “la filiera dell’onda” (courtesy of Maria Serena) si è rivelata vasta e colorata, come e più non avrebbe potuto essere.
Viv e la ‘povna, sorridenti nel loro esperimento, ringraziano di cuore tutti quanti (anche se forse qui ci starebbe una vecchia citazione da tempi del referendum – “tra compagni di strada non ci si ringrazia, ci si abbraccia” – del Marinaio con gli occhi chiari).
Per chi ha voglia di leggere, o la passione dell’archivio un poco in ordine, quaggiù segue la lista. E va da sé che se qualcuno è sfuggito, o vuole ancora aggiungersi (perché la diversità va in onda sempre), gli chiediamo di lasciare un segno nei commenti, ché così, come già detto, si continua a chiacchierare.

Soleil
GG
‘povna
Viv
Rose
paluca
Linda
WilCoyote
MariaSerena
Maude
Magazzino Vagabonda
Nellabrezza
Agrimonia
La Teacher
Murasaki
Il tè nel deserto
Trilly
Noisette
Cautelosa
Emily
Annika Lorenzi
LGO
La nebbia che respiro
Io e Violetta
La mia vita in Marocco
Vivere in Cile
Pensierini
Bianco nero o grigio
Il Caffè della Peppina

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A reti unificate

A reti unificate, oggi, la ‘povna aveva pensato di parlare di molte cose.
Le sarebbe piaciuto riprendere la storia di alcune famose liste (per esempio, di Silla o di Schindler), e raccontare i molti e vari paralleli che hanno fatto in Appennino i suoi bravi Merry Men).
Le sarebbe piaciuto parlare di quanto sia bello (e difficile) imparare a guardare i suoi simili con altri sguardi (e come sia questo, occhi e prospettive sghembe, a suo avviso, l’atout più prezioso dell’essere insegnanti – quello che, incessantemente, lei rincorre sempre e comunque a scuola).
Le sarebbe piaciuto riflettere sulle peculiarità di quelle classi che le hanno stregato il cuore più di sempre e con le quali non è stato necessariamente amore a prima vista (eh già, proprio con loro), ma che si sono distinte per una certa capacità di voler vedere il mondo, talvolta, come sembrava non potesse essere, un poco a testa in giù.
E allora arriverebbe a dire che uno dei loro tratti peculiari è stato, sempre, quello di saper condividere la leadership (tante voci, tante teste, a seconda di bisogni e circostanze – che significa poi avere anche la capacità di tornare sui propri passi, e saper declinare con matura consapevolezza le parole ‘regole’ e ‘diritti’: “ho sbagliato”, “è giusto”, “ho torto io”, “hai ragione tu”.
E inevitabilmente il suo ricordo ritornerebbe a quella non dimenticata lite furibonda (sì, sempre con loro): quando si guardarono negli occhi e quasi pensarono di non riconoscersi. E poi ci furono chiarimenti di poche parole e molti fatti: perché sulla volontà di affermarsi prevaleva (già allora, era novembre) uno smisurato amore.
Così il suo pensiero vagabondo arriverebbe fino a Calvin, e alla tesina (splendida) che sta facendo; e alla conversazione spezzettata che hanno avuto giusto ieri pomeriggio (la ‘povna appollaiata, come al solito, su un banco, lui che fotocopiava alcuni appunti e intanto accettava di condividere con lei il peso del mondo, almeno a parole, almeno per qualche ora). “Ne ho parlato anche con Viola, e ho dato una lettura veloce alla bibliografia critica: la tua idea è maledettamente bella, Calvin, e, per quel che ho visto, davvero originale”. “Secondo me è più sua che mia, professoressa, perché se non parlavo con lei certo non mi veniva nulla in mente” – ribatte lui subito.
La ‘povna sorride. Ma poi nemmeno qui si ferma, e la sua testa, ancora, corre altrove. Ritorna a Blowing in the Wind, così come lei e Corto l’hanno ascoltata, commentata, vissuta quotidianamente insieme all’Onda.
E allora, finalmente, è conscia che le sue frasi sono niente. E anche oggi, come allora, e come tutte le infinite volte che nella vita ha avuto un dubbio, tace e si fa da parte.
E (per un tempo limitato) lascia parlare lui; che le parole, davvero, le sa usare.

(La ‘povna con questo post partecipa all’iniziativa A reti unificate va / in onda la diversità. Chi avesse voglia di unirsi, può scrivere, partecipando al coro, sotto questo titolo. E, se ha voglia, può avvertire la ‘povna nei commenti, ché così si chiacchiera. Oppure prendere il banner. O, se preferisce, altrimenti anche no).

Noi vogliamo te
Chissà perché esistono i vizi, e chissà perché l’uomo nonostante sappia il logorio che provocano continua a farne uso, e chissà perché dal sole dell’Avana che scalda la terra umida delle piantagioni nasce il miglior tabacco del mondo, chissà perché… Pioveva di gran lena nel Kansas, e le gocce a contatto con l’abitazione di Tom davano vita a un ritmo cadenzato, quasi ipnotico. “Se non altro quei fottuti comunisti ne combinano una buona ogni tanto” – pensava seduto sul divano mentre fumava il suo sigaro e sorseggiava del whisky da un lungo bicchiere in vetro; la tv era sintonizzata su uno stupido show di sottofondo, ma la colonna sonora principale veniva dalla camera accanto: suo figlio aveva la radio accesa, da quest’ultima usciva una canzone ad armonica e chitarra: “Quante strade dovrà percorrere un uomo prima che tu possa chiamarlo uomo?”.… Leggi l’articolo completo

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Vittoria!

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Io sono Charlotte Simmons

Ci sono scrittori che – pur autori soprattutto di un libro (come appunto Tom Wolfe e il suo Falò delle vanità) – riescono comunque a esprimersi anche nelle altre prove a gran livelli di qualità. E’ il caso di Io sono Charlotte Simmons, accolto in maniera relativamente tiepida (e non solo in Italia – dove la peculiare natura della critica politica sottesa alle lobbies dei grandi Colleges non può che sfuggire a un paese che nulla sa, e nulla investe, nel periodo di formazione e indipendenza dalla famiglia rappresentato dagli studi universitari) e che invece rivela tutti i caratteri del classico romanzo di inchiesta, all’interno del New Journalism tanto amato dal suo autore.
Romanzo quasi corale, a quattro punti di vista, descrive il primo semestre in una prestigiosa università Ivy League della giovane provinciale da cui il libro prende il titolo, studentessa intelligentissima e modello (un misto singolare di Joey Potter e Rory Gilmore) alla quale l’origine periferica ha lasciato una completa ignoranza (quasi fobica) delle cose della vita. Il suo arrivo alla (fittizia) università Dupont coincide dunque con una perdita dell’innocenza a più livelli, che passa attraverso la canonica (e traumatica) prima volta, ma si insinua in realtà in maniera ben più profonda nell’immagine di sé che la giovane protagonista tende ad (auto) rappresentare. Il suo punto di vista, nitido, ma (dunque) forzatamente manchevole, si integra con quello degli altri tre protagonisti(tutti maschi) che con Charlotte entreranno più o meno casualmente in relazione. Se di tutti e quattro gli sguardi il lettore condivide la stessa focalizzazione interna, a Charlotte resta il privilegio di una certa (anche questa autoconsegnatasi) onniscienza morale. Al termine del percorso, dunque, quando Charlotte si riscopre ben diversa dal suo ambiente di origine, che l’ha persa definitivamente, formattata e cambiata dal mondo della fittizia onnipotenza universitaria, il lettore può chiedersi, per la prima e unica volta, se vuole continuare a condividere un’identificazione con la protagonista richiesta allusivamente fin dal titolo. O se invece, alla fine, anche su quel mondo, non sia meglio (da lettore parzialmente onnisciente) lasciar calare il sipario.

Ovviamente, anche oggi è Venerdì del libro di Homemademamma.

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“Where Something Wrong Never Happens”

Probabilmente era scritto nelle stelle, inevitabile, previsto. Perché, quando basta un incontro a sovvertire timori, tremori e pregiudizi, poi – per quanto la trama possa essere aggrovigliata, strana, sghemba – la risposta finale è in qualche modo data. Del resto, la storia era stata fitta (come in ogni buona fiction che sia degna di rispetto) di complicazioni, paure, presentimenti; ma anche salti improvvisi ed entusiasmi: sgridate a occhi torvi e gioiose ricomposizioni.
Eppure, nonostante tutto (e il molto altro che tra loro si è consumato, indelebile, la settimana scorsa), la ‘povna non se l’aspettava, così forte. E sono oramai diversi giorni che – dopo averli visti radiosi, e aver passato con loro una manciata di ore al giorno – ritorna alla sua casa che è sempre più un magazzino entropico, pensa a loro, e ride, ride, ride.
Perché l’ineludibile è accaduto, e ora sono cazzi (e inoltre, sul loro destino prossimo, è bene ricordarlo, ha ancora da dire la sua ultima lo sceneggiatore).
La ‘povna e i Merry Men sono finiti dentro un musical. E, da quando sono rientrati (si fa per dire) nella loro amata aula, si guardano, si sentono, si sanno. E le giornate insieme – che pure ancora sono dense – scivolano via così, piene di cose.
E non è solo che fanno il tema (sulla gita in Appennino, ovviamente), e tutti stanno fermi a scrivere per ore e ore, follemente, pagine e pagine di carta (“Prof. ‘povna, potrebbe dare il permesso di uscire ai Merry Men per l’intervallo, vorremmo rivederli?” – domanda educatissimo uno dei Secondi compagni di viaggio; “Ben volentieri, caro” – risponde la ‘povna sorridente – “entra pure, e chiamali. Non sono io che li trattengo: stanno scrivendo e sono appassionati, e dunque, come spesso capita, si rifiutano di fare pausa. Vedi tu se riesci a farli venir fuori”).
Non è solo che portano le foto a scuola, e preparano video pomicioni, da occhi lucidi.
Non è solo che sognano il triennio (“senza l’Onda” – riflettono all’unisono), in maniera così concreta e forte che certe cose non si possono nemmeno pronunciare.
Non è solo che si dedicano a far tutto ciò che devono, come sempre, con disordinata compunzione.
E’ proprio che oramai è scattata quella sintonia leggera che la ‘povna ha conosciuto, in questi termini (e pure, per fortuna, anche diversa), solo un’altra volta (e sì, ovvio, con loro).
E dunque far lezione assomiglia sempre più a una gigantesca sarabanda (ancora una volta, certo, come un tempo, anzi, proprio l’inizio), in cui, mentre studiano e ripassano, sostanzialmente si divertono comunque, lei e loro.
Oggi, per esempio (ma ogni giorno è uguale, se è per questo), la ‘povna è entrata in classe dopo l’intervallo, mentre avevano appena finito il compito di Trasfigurazione. Non c’è stato bisogno di dirlo: lei ha lasciato che si prendessero i dovuti minuti di pausa, e intanto loro sciamavano per aiutarla, controllavano il livello della differenziata (sempre impeccabile) della classe, sbucciavano e dividevano correttamente la carta lucida dalla sua propria pellicola, andavano in sala professori a prendere le casse, il registro, i libri della ‘povna, mangiavano il panino, ballavano provando il passo del pavone.
“Già che ci sei…” – la ‘povna allunga 40 centesimi a Cirillo Skizzo.
“Il solito, professoressa?” – scintilla quello.
“Certo, cappuccino di orzo, senza zucchero e con sputo”.
“Sputo???”. La collega di Snape manca poco sviene sulla cattedra, ma loro ridono, sotto i baffi, come chi condivide il linguaggio folle dei cospiratori.
Poi arriva Voglio-la-mamma (che ha sbagliato classe): ma loro educatamente aspettano che abbia finito di distribuire fotocopie e se ne renda conto (e intanto, a fare le assenze, oggi tocca a Weber).
Distribuzione dei compiti, davvero molto belli. Weber segna i voti sul registro, e:
“Finalmente si parte! Ma prima vi devo dire…”.
“Sì, prof., lei vuole che i temi siano copiati in file, per farci qualche cosa di strano, come è un po’ il suo solito” – esclama Weber, acuto e un poco ironico (e tutti gli altri in coro).
La ‘povna non nega (e come potrebbe?) e prende atto. E poi procede.
Lezione di storiografia, di quelle toste. “E per domani mi portate una riflessione sulla differenza tra grecizzazione e romanizzazione nell’eredità attuale”.
“Certo, prof., potremmo dire questo e questo” – iniziano Soldino, Earnest e Piccolo Giovanni. Ma tutto avviene a questo ritmo, come un vero e proprio coro.
“Sì, per esempio” – la ‘povna si finge esasperata, ma in realtà è in brodo di giuggiole.
“E ora potete dare sfogo alla vostra vena musicofila: prendete poesia, che facciamo la canzone d’autore”.
Prima, per la verità, sfonda loro le palle con metri, ritmi, sinalefi e dieresi per un’ora tosta. Ma poi arriva il momento.
“Weber, cerca sul tubo questo titolo, e attaccalo alle casse”.
“Ci siamo, prof.”.
“E ora ascoltiamo tutti”.
All’inizio sono stupiti, e quindi tacciono. Poi Soldino comincia, timido, dal fondo. E, testo alla mano, lo seguono tutti, come una giovane banda di Piccoli maestri.
E il suono della campanella li raggiunge, come sempre, con la porta serrata, a fregarsene del mondo. Presi dal suono di una musica bellissima e costante – spensierati e sorridenti, eppure attenti – a farsi i fatti loro.

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