What we call the beginning (Cita-un-libro #ioleggoperché 7)

La settimana della gita si è srotolata secondo la trama di uno sceneggiatore saggio, che ha predisposto per le strade di Valencia molti motivi, sapientemente reintrecciandoli. Quelli più rilevanti sono stati, senza dubbio: incontri, ombra e ombre, coralità, stupore, Bildung – e poi quella congiunzione suggerita da Thomas Mann nella Morte a Venezia – “nonostante” – come valore supremo esistenziale nella costruzione complessiva della trama.
La ‘povna potrebbe raccontare gli avventurosi episodi alla partenza – quando hanno rischiato di lasciare a terra, in un colpo solo, Mr. House, il Pikolo, lei medesima e Rebecca – della piccineria limitata del personale di terra, all’aeroporto, del senso di ironia di Ryan Air, per una volta inappuntabile, di una colonna sonora da Momenti di gloria, che ha suonato a un certo punto, o della saggia disponibilità del poliziotto di frontiera Franco, che si è rivelato infine deus-ex-machina e nume tutelare.
Potrebbe raccontare dell’arrivo sotto la pioggia, che si è trasformata rapida in sole, quasi subito, alla faccia delle previsioni del tempo (che, come già detto, non esistono), dell’incontro con Iome a plaça della Reina, o di quello con le ombre dell’Onda, che si muovevano per quelle stesse strade cinque anni fa e due giorni (mentre la ‘povna era con Campanellino e Nana dispersa a Oz, per rintracciare Dorothy), sempre a proposito di armonie e compunzione della trama. Potrebbe dire di come ha visto i suoi tre alunni più smarginati riprendere, leggera, consistenza, e di come li ha mantenuti dentro il cerchio limitandosi a guardarli, usando verso di loro briglia lunga e occhi svagati e attenti, che non si potevano ignorare. Potrebbe raccontare di un attraversamento di ombra che arriva inaspettato e fa anche male, anche se necessario e giusto, e si consuma all’ultimo – e vede Soldino e Piccolo Giovanni impegnati nella loro prima, e seria, tappa di responsabilizzazione esistenziale.
Potrebbe raccontare questo, e molto altro: del nuoto a Valencia (suo e dell’Ingegnera Tosta), del mare, della città di Calatrava (che è in sé abbastanza miope), della bellezza di ciò che rimane della città vecchia, e soprattutto del quartiere Liberty, della menzogna recitata a Mr. House a viso fermo (“Hai chiesto il trasferimento?”; “La solita scuola, quella che provo sempre”; “Allora in pratica no” – la faccia esprime sollievo, anche se vuole essere impassibile; l’Ingegnera Tosta tace), dei sogni inquieti e delle intuizioni raccolte per via, quasi come casualmente. Ma la verità è che, in buona sostanza, non le va di raccontare nulla – perché quello che è successo, che è moltissimo, e ancora in larga parte indigeribile, resta, alla fine come al principio, solo loro.
L’aereo dell’ultima gita, questo è certo, ha portato la ‘povna e i Merry Men in bocca al tunnel degli ultimi giorni, con una velocità e una precisione che, forse, pur dicendoselo, non si aspettavano del tutto. E adesso, tornati a casa, con calma, dovranno fare proprio questo impatto, che insieme preventivavano da tempo, ma, come tutti i riti di passaggio, picchia forte, e avevano tutti, in qualche misura, un po’ sottovalutato.
“Le cose più importanti sono le più difficili da dire” – scrive, adesso come allora, la ‘povna sopra il gruppo. E poi prima ci nuota e poi ci dorme sopra, è cosa saggia. La citazione (nell’ambito di #ioleggoperché) per Cita-un-libro sarebbe stata, in ogni caso, dai Four Quartets, perché le parole di Eliot, per questa occasione, sono semplicemente quelle giuste. Il tema proposto da Murasaki, morte – lo sceneggiatore sorride – comunque si presta. L’inizio del V movimento di Little Gidding, ovvio, con il ciclo inesauribile della fine e del principio: eppure la ‘povna, per (non) raccontare le ultime battute di questa storia loro, che gira verso l’ultima ansa, inesorabile, sceglie in realtà i versi finali.

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Pronti a decollare

Sulla gita di quest’anno le nubi si sono profilate fosche dall’inizio e fino all’ultimo: meta, mezzo di trasporto, partecipanti, accompagnatori, soldi – gli imprevisti hanno coinvolto tutti questi ambiti e non si sono fatti mancare proprio niente. Tanto che, ogni volta che qualche inghippo sembrava, infine, felicemente risolto, ce ne era già uno pronto all’orizzonte da dipanare. Per non sbagliare, ci si è messa di mezzo pure (oggi) la colica renale di Rebecca, così come (sabato) la morte del migliore amico di Orlando (di meningite fulminante). Ma loro hanno tenuto duro e sono pronti, tutti, a decollare. Il gruppo, in omaggio a una promessa consumatasi lo scorso anno, comprende la ‘povna, i Merry Men, due altre occasionali quinte (una delle due che fu compagna tanti anni fa, in Appennino, di un’avventura splendida), Mr. House, l’Ingegnera Tosta, Mr. e Mrs. Mifflin. La destinazione, infine, è Valencia. Ma, poiché tutto questo – pur già strano – era già visto, la ‘povna ha pensato bene di infilarci di straforo, a un certo punto, anche un incontro con Iome. Partono domani, e torneranno sabato. Ma la ‘povna, che si sente sempre più assediata dalla marea dei piùcheretti, ha già detto ai suoi due vicepresidi, se non dovesse rientrare, di non peritarsi poi a cercarla. Può darsi che lei e i Merry Men decidano di porsi sulle orme del Cid, infatti, e di far perdere così le loro tracce e di scappare.

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Cita-un-libro #ioleggoperché 6

La settimana dell’etica (da un’idea, splendida come sempre, di Iome, e assai notevoli risultati nei risvolti) è stata anche la settimana della fatica, per la ‘povna. I dati parlano da soli, e pure bastano, e recitano cinque giorni lavorativi su cinque di coast-to-coast, almeno dalle otto alle otto (con una punta di rientro a casa alle 22.15), un giorno libero trascorso parzialmente a scuola comunque, alcuni accadimenti non proprio piacevoli di cui ha detto, alcuni su cui preferisce trasvolare, e un finale in cui ci scappa il morto: il giorno prima, in sala da Spersa, e quello dopo dalla ‘povna a scuola. La ‘povna, nonostante tutto, ha lavorato come un mulo e ha stretto i denti: aiutata dalla comunità amicale, che in questi casi fa come sempre tanto, dalla consapevolezza che voleva portarsi avanti (in vista di due settimane future diversamente mobili), ma soprattutto dal fatto che sapeva che cosa le teneva in serbo il fine settimana. Che recitava “visite” – nella forma di 36 ore nella piccola città da parte di Spersa e dei ramarri, un viaggio organizzato da tempo, voluto fortemente da entrambe (che cominciano a rimpiangere di non vivere non si dice sullo stesso pianerottolo, ma per lo meno non a 400 km, un giorno sì, e anche quell’altro), difeso con le unghie e con i denti. E così, nonostante tutti gli innumerevoli casini, la ‘povna a un certo punto, ieri, si è infilata su un treno del ritorno, è volata a casa, ha chiamato la sua amica, e finalmente la loro vacanza è cominciata. Come è stata? “Splendida”, fa banale, ma anche molto sincero dirlo, tra incontri variegati di amicizia e di famiglia, gite monumentali, puntate al mare, là dove la domenica ha regalato a loro tutti una giornata di belle époque e sole pallido ma intenso, alla faccia delle previsioni del tempo (che, come è noto, non esistono). Prima che la truppa milanese ripartisse, a bordo della tamarrella, hanno fatto scorta di conchiglie, di scambi di vestiti, aria pulita e abbracci; e, sì, anche di racconti. Che è anche il tema proposto da Gaberricci (incoronato da Iome vincitore della tornata precedente) per Cita-un-libro di questa settimana.
Si tratta di un tema che non è un tema (la ‘povna pensa, visto che la critica tematica è un po’ il suo campo di studi e abilitazione universitaria, di poterlo dire a buon diritto), ovviamente. Proprio per questo, a voler essere precisi, dare un argomento del genere, senza specificazioni di sorta (come quella della metatestualità, per esempio) equivale a dare, nei fatti, un tema libero: a patto di non padellare sui generi (in linea di massima, sì a racconti, romanzi, novelle e poesia narrativa, cioè epica – banditi a meno di motivate eccezioni, teatro e lirica), basterebbe citare un pezzo qualunque di un libro qualunque. Se si volesse avvicinarsi di più alla richiesta sottintesa, le prime cose che vengono in mente (perché il concetto di storia rimanda ai legami con l’antropologia, evidentemente) potrebbero essere i miti fondativi: l’inizio della Genesi, Omero, Gilgamesh, il vangelo di Giovanni.
La ‘povna, per una serie di motivi (che spera magari di chiarire di qui al 23 aprile, se l’occasione sarà propizia) decide però di lasciarli perdere. La scelta invece torna su Calvino, che di tutte queste istanze si è fatto collettore sempre attento e consapevole, sia nella sua veste di scrittore, sia nei panni del critico (basti pensare alle sue riflessioni su letteratura e mito e letteratura e scienza, attraverso i noti legami con De Santillana). Eppure il passo che finisce sul post-it non proviene, in realtà, né né dai saggi legati all’antropologia, né dalle Cosmicomiche, come sarebbe prevedibile, ma dalla Prefazione a un romanzo.
Nel 1964, dopo un periodo profondo di riflusso (dopo il decennale rimosso della Resistenza, il governo Tambroni, i fatti di Genova), lo scrittore ligure ripubblica infatti, in quella che è a tutti gli effetti un’altra stagione e un’altra epoca, il suo primo romanzo (datato 1947), Il sentiero dei nidi di ragno. Lo fa, come sempre del resto, con una consapevolezza che è insieme culturale e politica. E, proprio per questo, ci scrive ad hoc una nuova Prefazione. Si tratta di un testo giustamente celeberrimo: per il richiamo all’azione che contiene, da ottimismo della volontà, nonostante tutto, per l’incoronazione a narrazione simbolo della Resistenza del postumo Una questione privata di Fenoglio. Ma anche per un passo sull’importanza della condivisione collettiva dell’esperienza sotto forma di racconto (che è poi quello che alla ‘povna qui preme ricordare).
“Avevamo vissuto la guerra,” – scrive Calvino – “e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, “bruciati”, ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche uno nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del primo romanzo”. E poi prosegue, teorizzando una sorta di coazione collettiva, di una intera nazione, all’atto del racconto, originata dall’appena riacquistata libertà:

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Ed è proprio con queste parole, cariche, malgrado il pessimismo della ragione, di futuro fattivo e di speranza, che la ‘povna partecipa al Cita-un-libro (nell’ambito di #ioleggoperché), chiamato dal vincitore della scorsa, Gaberricci, di questa settimana.

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Kate Atkinson – Aspettando buone notizie (#JacksonBrodie)

Come aveva annunciato la settimana scorsa, la ‘povna chiude il cerchio (provvisoriamente) con Jackson Brodie e Kate Atkinson, parlando del volume recentemente pubblicato da Marsilio (Aspettando buone notizie, tr. it. di Ada Arduini, pp. 378, Euro: 18,50) e terza puntata della serie.
Si tratta di un romanzo che la ‘povna aveva già acquistato e letto in lingua originale alcuni anni fa (nel 2009, precisamente, e proprio a York, città natale della Atkinson, dove aveva trascorso un giorno unico, e bellissimo, di unica vacanza, dormendo in un B&B parecchio alternativo (e comodissimo) e passando la giornata a leggere e guardare alacremente la città.
Il romanzo, già allora, le era piaciuto molto: ne aveva ammirato la costruzione raffinata, eppure solida, a piani temporali scomposti – così come una focalizzazione multipla che, applicata a un poliziesco, può rivelarsi a doppio taglio (ma quando è ben gestita fa miracoli); aveva apprezzato, molto, il gioco con la serialità del personaggio protagonista, consapevole, ma nello stesso tempo mai eccessivo; aveva avuto modo di notare, da subito, come la vocazione fuori-genere dell’autrice si fosse dispiegata, in questo terzo step, con abilità e passione. Il risultato è un romanzo che è riduttivo definire ‘soltanto’ poliziesco; se giallo deve essere, lo è nell’accezione postmoderna del genere: quella cioè del mistero metafisico nel quale (la ‘povna lo ha ricordato spesso, è la vita, non la morte, che deve essere risolta). E in cerca di soluzioni non ovvie per la trama della propria esistenza sembrano, in effetti, tutti i personaggi coinvolti: i vecchi (Brodie e la sua ex-aiutante Louise, che si ritroveranno imprevedibilmente a Edimburgo), come i nuovi: la dottoressa Hunter, che è scampata a una tragedia sconvolgente quando era molto piccola, e ora che si è rifatta una vita perfetta la difende con l’oltranzismo integerrimo di chi già una volta ha perso tutto, e non ha più intenzione di accettare dalla vita compromessi; la giovanissima Reggie, ragazzina prodigio, appassionata, intelligente, restata orfana e con un fratello maggiore malvivente che, arrivata per caso nell’orbita di Joanna Hunter come “aiuto domestico”, è ben decisa a non lasciarsi scappare la sua occasione di fuga culturale, affettiva, sociale. Intorno a loro si muove una fitta schiera di comprimari – taluni nuovi, taluni provenienti dalle puntate precedenti – ciascuno con il suo filo da dipanare, ciascuno con le sue luci e le sue ombre, che una serie di eventi legherà poi in un luogo (Edimburgo) e in un evento (un disastro ferroviario), in mezzo a una rete di misteri che Brodie e Louise si troveranno, per caso, lavoro e scelta, a dover dipanare.
La rilettura in italiano conferma, da questo punto di vista, l’ottimo giudizio originale, cui si aggiunge quello per una traduzione encomiabile. In più, con alcuni anni di letture in più che la ‘povna ha ora sulle spalle, si possono aggiungere, adesso, almeno un paio di osservazioni intertestuali. La prima riguarda un possibile modello: quello di What was lost (che la ‘povna ha recensito questa estate), perché un certo sguardo sociale, così come il personaggio di Reggie, sembrano dettare alla Atkinson un solco da seguire con acutezza; il secondo riguarda invece, viceversa, la serie poliziesca inaugurata da Rowling-Galbraith, perché il personaggio di Cormoran Strike si ispira con intelligenza a Jackson Brodie.
Proprio per questo la ‘povna si sente di consigliare la lettura del romanzo a chi ama i polizieschi, ma non solo, perché l’abilità di costruire affreschi romanzeschi di Kate Atkinson è grande, e questo libro getta una serie di sguardi, e riflessioni, sulla società contemporanea cui vale la pena non rinunciare.

Con questo post la ‘povna partecipa al venerdì del libro, come sempre, e anche alla settimana etica proposta da Iomemestessa. Con la precisazione che questo romanzo non è il primo pensiero quando si parla di morale, ovvio; pur tuttavia, il genere poliziesco, in sé, moralista fin dalle sue origini, così come la vocazione dell’autrice, individualmente, si avvicinano in maniera esplicita, con consapevolezza, a quel grande tema del dover essere che ogni individuo dovrebbe, nella sua esistenza, praticare.

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Farsi del male

La tentazione di mandare tutto quanto parecchio a quel paese oggi ce l’ha, la ‘povna, perché a fronte dei due episodi di scuola come si deve che ha raccontato in questi giorni, ne ha lasciati correre, nuotati via, tali e tanti da vergogna che non basterebbero 52 settimane della morale a raccontarli. Si potrebbe partire dal collega Byker che presta la bici della scuola, donata da DaddyLongLegs, a “qualcun*” non bene identificato; e quando la ‘povna (che la usa per andare al Prefabbricato, alle riunioni con Barbie) se ne accorge le risponde: “Non ti posso dire chi è, ma ti prometto che torna”. E di fronte all’occhiata allibita della ‘povna oggi si precipita a parlare con Esagono, raccontandogli tutto (ma a lui, che è uomo e vicepreside il nome lo dice, ovviamente), perché “teme” (giustamente) “l’ira della collega”. Si potrebbe continuare con la collega di inglese che, a fronte di esplicita raccomandazione di silenzio sui commissari interni, ricordata da Esagono in consiglio di classe, dieci minuti dopo esatti si precipita a spifferare le informazioni alle famiglie dei Merry Men, provocando così una levata di scudi dei genitori e degli alunni: “Prof., le devo dire una cosa seria; guardi che i nomi dei commissari sono stati detti l’altro giorno ai ricevimenti, noi sappiamo che non si può, e anche i genitori hanno tentato di fermarla. Volevo dirglielo subito, a nome della classe, perché non pensaste che siamo andati a curiosare” – le parole sono della Pesciolina. Si finisce, in gloria, con Mr. House (con il quale la ‘povna deve partire in gita tra quattro giorni, e ora vorrebbe solo somministrargli dei gran schiaffi) che, a fine mattinata, se ne esce, bello bello: “Come è che scrivi insulti dei colleghi sul canale telematico?”. E, di fronte all’aria allibita della ‘povna (che lassù, primo, non scrive proprio insulti, secondo, ha una pagina blindata più del KGB ai tempi della guerra fredda), continua: “Ma sì, quell’intervista”. E viene fuori che qualche collega (donna, anzi, donnetta – perché gli ingegneri su queste cose sono talmente risolti da fottersene) ha letto l’intervista sulla lettura resa dalla ‘povna per un sito nazionale due settimane fa e, con buon ritardo (perché mai la scuola deve essere digitalmente aggiornata, del resto?), l’ha letta l’altro giorno e, di fronte alla solenne e originale affermazione: “Se i ragazzi non leggono è colpa anche della scuola e degli insegnanti, perché quando i docenti fanno leggere per dovere si vede, e coloro che amano davvero la lettura son pochissimi, e gli alunni, poiché adolescenti, non si ingannano” (un concetto, come si vede, dalla novità prorompente), si è sentito preso in causa, e se ne è andato a lamentare, secondo tradizione, nei corridoi, con una coda di paglia che la metà basta a costruire la casa del primo porcellino, tutta. Il resto lo ha fatto Mr. House, riferendoglielo, ma “senza peccatore. Che è giusto che ogni tanto qualcuno ti faccia diventare un poco umile”. (La ‘povna prima gli ha dato del cattolico, che se vuole l’umiltà se ne va in chiesa, e non alla scuola pubblica, e poi gli ha tirato un sonoro vaffanculo). La ‘povna è tornata a casa infuriata come solo lei sa essere; e non sono bastate, a placarla, 90 vasche in 53 minuti e le parole, diversamente consolanti, di Mr. Higgs, di Mafalda, di Esagono, dell’Ingegnera Tosta; così come dell’Anziana di Ginevra, di Noise, di BibCan, di Spersa. Perché la verità, anche a rabbia passata (ma la vendetta è, come noto, un piatto freddo – e la ‘povna sa aspettare, sempre), è che quello che ha raccontato oggi non è eccezione, ma regola. E che la buona scuola, quella di Renzi, certo, ma anche quella del quotidiano, non esiste. Lasciata troppo, e troppo spesso, al velleitarismo dei singoli. Che possono crederci, agire di concerto, magari metterci una pezza. Ma non potranno far nulla – neppure se arrivano a coprire ruoli importanti, neppure con un dirigente illuminato (come è il loro) – per creare una vera inversione di tendenza. Al massimo, potranno creare, finché saranno in quel luogo, una sporadica nicchia di benessere; ma che non riuscirà, mai, a radicarsi come prassi (non parliamo di regola). E, anche in questo caso, fortunatissimo, chi ha voglia di metterci la faccia lo dovrà fare, questo il messaggio, sempre un po’ meno di quanto potrebbe, con prudenza. Sia mai che, dimostrandosi troppo appassionato, finisse per dare troppo fastidio, nel confronto, alla massa degli stanchi ripetitori.

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Ultima replica

Secondo giro di pagellini e ricevimenti, con un coast to coast dalle 8 alle 20, cinque ore di lezione e poi altre cinque al pomeriggio: per fortuna la ‘povna riesce a infilarci, tra le due e le tre, una nuotata propiziatoria.
Si comincia coi Merry Men, puntuali alle 15.30. “Io arrivo al minuto” – aveva lasciato detto la ‘povna al coordinatore Esagono – “ma ti ho lasciato tutto pronto”.
E infatti quando si comincia la cartellina è in ordine, e la ‘povna, verbale in pugno, è pronta a segretariare. Si parla di loro, della meta imminente. Esagono presiede con una sintesi aggraziata e attenta (che fa ringraziare mentalmente la ‘povna e l’Ingegnera Tosta dell’intuizione estiva cui hanno dato seguito – vale a dire convincerlo, se necessario persino con preghiere e moralissimi ricatti, a fare da ‘babbo’ acuto a questa classe per la tornata finale).
Da dire ci sono tante cose, e i colleghi si barcamenano taluni bene, taluni come possono – ma c’è da dire che oramai, che siamo al dunque, il filo del gioco è saldamente in mano a loro tre, che saranno i commissari interni (anche se agli alunni ancora non va detto), e hanno sulla classe lo sguardo puntato senza mai deragliare.
Si parla della ripresa dei più deboli (Orlando, il Panda e Cirillo Skizzo), del ruolo da capitano che la Pesciolina si è assunta consapevolmente sulle spalle, di Weber che è migliorato nel comportamento (tranne che con la ‘povna, ma fa niente), di Mr. Mao che probabilmente ce l’ha fatta, e rimarrà fino a fine anno, di Riccia (“che nel silenzio ci affoga, diamoci tutti un occhio attento”, rammenta Esagono), dell’imminente gita e poi del viaggio ai campi.
In breve arriva il momento di fare entrare i genitori, ed Esagono – la ‘povna lo sperava, perché sa che lui in questo è un ingegnere atipico, ed è una cosa che gli piace fare nei passaggi rituali – fa entrare, invece che i rappresentanti, tutte intere le famiglie.
Sono undici su sedici (nonostante la maggiore età e la quinta): salutano, si accomodano, sono tutti orecchie. Esagono fa un’orazion picciola che è splendida: “Siamo arrivati fin qui, e adesso c’è l’ultimo periodo, quello più serio, di preparazione, di attenzione, impegno. Quello che vorremmo da loro – da voi” (lo sguardo si posa su Weber e Soldino, rappresentanti, e anche su quelli che hanno accompagnato la famiglia) – “è che iniziaste a sentire un po’ l’adrenalina, diciamo pure la paura, anche. Adesso, è necessario dare la priorità a questo esame, su tutto. Avete le potenzialità per fare bella figura, per togliervi delle soddisfazioni; ma dipende da voi. Noi vogliamo per loro che questo momento, di passaggio, il primo importante nella vita di un individuo, sia per una bella esperienza e un bel ricordo, di quelli sul quale poi, magari, ci si costruisce, dopo, un pezzo di vita”.
Ascoltano tutti nel silenzio, sorridono, annuiscono. “Qualche collega vuole aggiungere qualcosa?” – domanda Esagono. La ‘povna lo aspettava, e prende la parola. Si alza. Ci gira largo, dà alcuni avvisi sul futuro imminente. Poi, fa un bel respiro, e si prepara quelle parole che ha pensato, in questi giorni, a lungo:
“Cinque anni fa, non ero la vostra insegnante, eppure mi ricordo bene, alla prima assemblea, per l’elezione dei rappresentanti, fui delegata io a venire a parlarvi e a conoscervi. Era un destino di cose irrituali e strane già da allora, evidentemente. Ricordo benissimo quel sabato, e da allora poi tutto. E’ passato tanto tempo. E io volevo solo ringraziarvi, perché siamo arrivati alla fine, all’ultimo incontro ufficiale, e sono stati cinque anni straordinari”.
Se sono tutti un po’ commossi, dopo che la ‘povna ha finito e si risiede, e tace (che come si sa è rarissimo). Ci pensa per fortuna Esagono: “E adesso pronti coi ricevimenti. E i ragazzi che ci sono vengano pure loro, che li dobbiamo un po’ strigliare!”.

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Unanimità

La ‘povna, di passaggio rapido a un computer tra la giornata di ordinaria scolastica e i pagellini con ricevimento genitori delle Giovani Marmotte, non ha molto tempo per scrivere. Ci tiene però a contribuire all’iniziativa collaterale lanciata da Iome in margine al Cita-un-libro di questa settimana con un post brevissimo.
Ricevimenti, appunto, come sempre. Anche se questa volta, per fortuna, c’è stato un cambiamento: vale a dire che i suoi vicepresidi si sono ricordati della nota di lavoro che lei aveva segnalato a inizio anno: “Non mettete, per favore, nessun altro consiglio di classe nel turno dopo quello dei Marmottini, non ha senso: già loro sono tantissimi, e poi i loro genitori sono attivi, partecipanti, vengono tutti. Considerate per me coordinatrice un tempo doppio, ché, per parlare con tutti, sicuramente ci vuole”. E così è stato. Dopo la parte dedicata a loro professori, dunque, e quella alla discussione (sempre piena di stimoli) coi rappresentanti di classe, si sono aperte le porte dei ricevimenti. E la ‘povna, pagellini alla mano, si è disposta a parlare e ad ascoltare. Ha finito nel tempo in cui gli altri avevano consumato due consigli di classe. E, così come da programma, sono venuti tutti. La mamma di Gringo era accompagnata dall’altra figlia grande, “per farmi da bastone, professoressa”, perché si è fatta una microfrattura al coccige, “ma senza venire a parlare con voi non ci potevo stare”. La mamma di Ahmed era con il figlio, “così lui traduce, e io capisco bene tutto”; la mamma di Armadietto è venuta, come annunciato, in ritardo (“sono potuta uscire da lavoro solo adesso”) e anche la mamma di Jim Hawkins (“avevo scuola finora al terzo circolo”), la mamma di Faline verrà domani, al turno degli Extraterrestri (“perché oggi, lo sa, lavora nella città della stazione nota, non fa in tempo”), per Colin la ‘povna e Bettina avevano parlato con le assistenti sociali la settimana scorsa. Gli altri erano tutti presenti all’ora loro.
E la ‘povna pensa, una volta di più, che poi non c’è da stupirsi che questa classe sia educatissima, giudiziosa, strana, pur nei fumi della loro doverosa adolescenza; e che con loro si facciamo un sacco di progetti; e che per la gita in Appennino (che è strana come loro, di memoria e autocoscienza) abbiano raggiunto quasi l’unanimità assoluta; e che tutto, insomma, scorra così come deve essere. Perché, nonostante i tagli, le riforme, la fatica, la mancanza endemica di carta igienica, la scuola, che è pubblica, e di tutti, e forma cittadini che dovranno fare la loro strada di collaborazione al mondo, funziona bene, quando si rema tutti insieme, con fiducia, serietà e collaborazione, lavorando; e soprattutto con tanta voglia, consapevole, di partecipare.

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Cita-un-libro #ioleggoperché 5

Questa settimana la professionalità ineccepibile del loro giudice made in Albion, Aliceland, ha decretato, per Cita-un-libro, la sacrosanta vittoria di Iomemestessa. Lei, dal canto suo, come era prevedibile (e la ‘povna infatti l’aveva un po’ previsto), si è avvalsa della facoltà che, da due domeniche, era stata inserita nel regolamento, decidendo di proporre un tema per la citazione della settimana. La ‘povna così, in omaggio al tema (e anche alla padrona di casa – visto che si trova a scrivere alle 6.20 di domenica mattina, a proposito di insonnia), rinuncia volentieri a quella che altrimenti sarebbe stata la sua citazione per oggi (da Rubè di Borgese, a chiusura della settimana del trasferimento: “Esigo formalmente che mio figlio Demetrio sia un viaggiatore sconosciuto sulla terra, e che non abbia moglie se non per sua madre, per sua moglie, pei suoi figli”) – che la proposta di Iome – che non frigge certo con l’acqua – è quella di ispirarsi alla morale e all’etica, sotto l’egida saggia e inflessibile di Immanuel Kant.
A questo punto, si apre una voragine. Un po’ perché la ‘povna la citazione adatta se la era giocata per la tornata precedente (perché Lo spirito delle leggi si presta al tema, eccome se si presta); ma un po’ soprattutto per la sindrome di Stendhal dell’imbarazzo della scelta, perché la bussola del dover essere è stella polare della vita della ‘povna e anche su Slumberland che, postmoderna per necessità dei tempi, su questo si è sempre portata dietro, fin da piccola, un ricco florilegio intertestuale.
Il primo impulso, lo confessa, è andato alla citazione di famiglia, ché l’Inghilterra è l’Inghilterra, e l’ammiraglio Nelson (del quale fu proprio la zia-mamma a curare edizione e pubblicazione italiana delle Lettere) un loro nume tutelare. Le parole sono quelle, famosissime, pronunciate prima di Trafalgar, e recitano, semplicemente: “”England expects that every man will do his duty”. Sulla stessa linea (absit iniuria verbis), il pensiero l’ha portata allora a due classici della Britishness contemporanei, ebbene sì, proprio la Rowling e il vecchio Tolkien del Signore degli anelli. Perché le parole di Frodo quando si propone come portatore dell’anello (“Prenderò io l’Anello”, disse, “ma non conosco la strada”) vengono riecheggiate, una cinquantina di anni dopo, da quelle di Albus Dumbledore (“Siamo forti solo se uniti, deboli se divisi. L’abilità di Voldemort nel seminare discordia e inimicizia è molto grande. Possiamo combatterla solo mostrando un legame altrettanto forte di amicizia e fiducia. Le differenze di abitudini e linguaggio non sono nulla se i nostri scopi sono gli stessi e i nostri cuori sono aperti. Quando e se per voi dovesse venire il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile, ricordatevi di Cedric Diggory.”, dal Calice di fuoco) e rispecchiano una visione del mondo sub specie dovere morale che appartiene alla vecchia isola dai tempi della Magna Charta Libertatum. Il sottile filo rosso di quella cosa essenziale che si chiama dover essere l’ha portata così, quasi a bordo del Mayflower, dall’altra parte dell’oceano. E lì, sempre in omaggio alla letteratura giovanile (una miniera di citazioni-talismano – ma fa parte del genere, del resto), ce ne erano almeno due, che parlano al suo cuore e alla bisogna. Una di Louisa May Alcott (da Jo’s Boys, questa: “Ho letto, da qualche parte, che in ogni centimetro di fune usata dalla Marina britannica è intrecciato un filo rosso in modo che la si possa riconoscere ovunque se ne trovi un pezzettino. Questo è il succo della breve predica che ti farò: la virtù, che significa onore, onestà, coraggio e tutto ciò che forma un carattere, sono quel filo rosso che distingue un uomo buono ovunque si trovi. Custodisci queste doti sempre e dovunque, così che se per sfortuna dovessi naufragare nel mare della vita, quel segno potrà sempre esser ritrovato e riconosciuto. La tua è una vita dura e i tuoi compagni non come noi desidereremmo, ma tu puoi comunque essere un gentiluomo nel vero senso della parola. Non importa quello che può accadere al tuo corpo, conserva l’anima limpida, il cuore sincero verso coloro che ti amano e fa’ il tuo dovere sino alla fine”), ma la aveva già usata l’anno scorso per le Giovani Marmotte. E poi Christopher Morley, che poteva essere (anche per i caratteri che ben si intonano alle scelte di Iome: autore misconosciuto, specie in Italia, qualità media eccellente, buon blockbuster, fortuna italiana negli anni Trenta, persino tradotto da Pavese, e poi quasi dimenticato, se non fosse stato per Sellerio, in quella solita fetta di modesta utopia targata anni Novanta) un buon compromesso. Un passo dalla Libreria stregata, del resto, ha fatto compagnia alla ‘povna, al terzo anno di Hogwarts, per tutta la durata delle sue notti insonni, per divenire poi l’epigrafe della sua tesi di laurea, un paio di anni dopo. La frase, che parla del mondo da ricostruire dopo la Grande Guerra, e sembra riecheggiare i 14 punti del presidente Wilson, recita: “Siamo passati attraverso uno spaventoso cimento ed ogni spirito onesto si domanda che cosa si possa fare per raccogliere gli sparsi frammenti del mondo in rovina e ricostruirne uno più consono ai desideri del nostro cuore”; e andava proprio bene, a dirla tutta. E però la ‘povna ha deciso lo stesso di passare oltre, continuando a cercare. Il tema della tesi di laurea l’ha portata così dalla prima guerra alla seconda, in area di Resistenza. Lì, gioca in casa. E proprio per questo, di solito, si perita (perché la sua visione leggera del blog prevede di mescolare poco il mondo della scrittura per lavoro da quello della scrittura libera). E però ci sono delle volte che bisogna osare. I nomi (e i libri) sono virtualmente infiniti, così come le ragioni di una scelta (per citare il titolo di uno dei saggi cardine sulla guerra civile, quello di Claudio Pavone, sempre anni Novanta). Ma la ‘povna ne avrebbe avuti tre, su tutti gli altri, da spendere. Calvino nel Sentiero dei nidi di ragno (con le parole del commissario Kim: “E basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima e ci si trova dall’altra parte”, che aveva già citato una volta a Iome, peraltro). Poi, ovviamente, Giaime Pintor, dall’Ultima lettera (così odiato, ex post, da una certa lettura di sinistra, per quel suo essere partigiano e borghese, che non era proprio sopportato): “Una società moderna si base su una grande varietà di specificazioni, ma può sussistere soltanto se conserva la possibilità di abolirle a un certo momento per sacrificare tutto a un’unica esigenza rivoluzionaria. E’ questo il senso morale, non tecnico, della mobilitazione: una gioventù che non si conserva “disponibile”, che si perde completamente nelle varie tecniche, è compromessa. A un certo momento gli intellettuali devono essere capaci di trasferire la loro esperienza sul terreno dell’utilità comune, ciascuno deve sapere prendere il suo posto in una organizzazione di combattimento. […] Oggi sono riaperte agli italiani tutte le possibilità del Risorgimento: nessun gesto è inutile purché non sia fine a se stesso. Quanto a me ti assicuro che l’idea di andare a fare il partigiano in questa stagione mi diverte pochissimo; non ho mai apprezzato come ora i pregi della vita civile e ho coscienza di essere un ottimo traduttore e un buon diplomatico, ma secondo ogni probabilità un mediocre partigiano. Tuttavia è l’unica possibilità aperta e l’accolgo” (lettera alla quale si riallaccia, in maniera consapevole, ancora Calvino nel Midollo del leone, ma la ‘povna lo dice solo tra parentesi: “Ma il rinnovamento della storia procede da uomini che con la propria natura ed educazione non hanno conti in sospeso, che sanno di far parte di un tutto, sanno che anche i limiti e i difetti, se accettati come tali, si possono far tornare all’attivo, in un’economia di valori più complessa e movimentata”). E, infine, il suo Fenoglio. Perché, quando si tratta di moralità e scelta, Johnny resta pur sempre il partigiano: “Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto impossibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. E nel momento in cui partì si sentì investito –nor death itself would have been divestiture – in nome dell’autentico popolo d’Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell’uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra”.
Arrivata qui, pensava di avere in realtà trovato il bandolo; e stava per spostare la citazione fenogliana sul post-it, consegnandola alla gara. Ma qualcosa ancora l’ha trattenuta, insensibilmente. Non per la pertinenza di autore, romanzo, interpretazione del tema – è più che ovvio, ché, di fronte a uno dei pochi momenti di sollevazione morale perentoria e consapevole (La generazione degli difficili, dice un bel libro inchiesta del 1962 curato da Albertoni, Antonini e Palmieri, che merita di leggere), poco c’è da ribattere (se non riprendere da lì la strada interrotta). Il motivo della perplessità (che Iome capirà benissimo, perché lei e la ‘povna ne hanno parlato in pubblico e in privato, ai tempi degli uomini della presidenza) era piuttosto di natura, latamente, generazionale. E fa agio sulla consapevolezza che tutto quello che la ‘povna ha citato – e che si porta dietro, tutti i giorni, sulle spalle, come formazione, educazione morale, consapevolezza – appartiene però anche, suo malgrado, a un altro tempo. Un tempo che ha definito, qualche mese fa, di Mr. Mifflin (inteso come colui che le ha dato i natali, ovvio – ma anche come protagonista, guarda un po’, proprio di Morley): un tempo di formazione verticale, radicale, gramsciana, solida; un tempo di pensiero forte. Un tempo cui la ‘povna guarda con venerazione, rigore, ammirazione, tensione ineludibile, ma consapevole anche che – figlia suo malgrado di una società fluida (ché gli anni della sua formazione si giocano proprio a cavallo, del cambiamento di paradigma) – a quel tipo di costruzione morale (e non si parla di intensità o rigore, sia chiaro, ma di modalità, semplicemente), lei, non potrà più aspirare.
Ed è in quel “più” (che è un segno della storia, dal quale dunque, per contratto, non si fugge e non si deroga) che si gioca tutta la partita, adesso. Adesso che spetta a loro, adesso che i padri si fanno da parte, con dolore e rimpianto (nel migliore dei casi), adesso che si gioca, dal privilegio di una esistenza che è vissuta di pace, di consumo, di benessere, la sfida di ricostruire il bandolo. Per questo la ‘povna arriva, infine, al termine di questo excursus, a citare, convinta, un’altra bussola: e il cerchio si chiude (per azione, e per titolo), e ritorna in Albione (prevedibilmente) e a un altro autore che la moralità la interpreta, nei suoi romanzi, da sempre: quel Jonathan Coe che ricorda un po’ Dickens. Non dalla Famiglia Winshaw (e dalla critica anti-Thatcher), sarebbe troppo facile; e neppure dalla Casa del sonno. La ‘povna cita invece (appunto) da The Closed Circle, la frase finale del suo romanzo doppio (del quale la prima puntata è costituita da The Rotters’ Club).
“In una notte nera, sotto un cielo sereno e pieno di stelle, nella città di Berlino, nell’anno 2003, due giovani stavano cenando insieme. Si chiamavano Sophie e Patrick. Guardarono l’enorme baraccone di vetro e cemento del nuovo Reichstag, tutto illuminato. Che veniva loro incontro. Il ristorante che avevano scelto, quella sulla cima della Fernsehturm proprio sopra Alexanderplatz, girava su se stesso più velocemente di quanto entrambi si fossero aspettati. A quanto pare la velocità era raddoppiata dopo la riunificazione”. Parte così, La banda dei brocchi. Da una città, Berlino, e da due giovani inglesi a stento ventenni, che, dall’alto della Fernsehturm, incontratisi per caso nella città segreto e simbolo di Europa, variamente, si raccontano la storia dei loro genitori, in maniera reciproca, ripercorrendo quasi quarant’anni, a datare dai Settanta. I due romanzi di Coe saranno il frutto di questo lungo flashback di narrazione, densissima e romanzesca. Ma, nelle ultime pagine di Circolo chiuso, il fuoco ritorna sul presente. Patrick e Sophie hanno lasciato AlexanderPlatz, passeggiano per Unter den Linden, ritornano verso l’hotel Adlon, dove i loro genitori li attendono; ma superano la vetrata dell’albergo, proseguono oltre. I loro genitori li guardano:

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(per #ioleggoperché)

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Kate Atkinson, I casi dimenticati – Un colpo di fortuna (#JacksonBrodie)

Dopo le tante parole spese sul tema l’anno scorso, dell’argomento, quest’anno, non se ne era più parlato. La ‘povna e i Merry Men si erano limitati a qualche accenno, ovvio (“quando non ci saremo più, l’anno prossimo”) che anticipava i giorni del dopo maturità. La ‘povna però, in realtà, quella scadenza ce l’aveva stampata bene in testa e, quando è uscita la circolare ministeriale che parlava di mobilità e trasferimenti, sapeva esattamente cosa fare. E cioè dividersi la testa a metà, e fare domanda – una domanda seria, ampia, che contempla moltissime scuole della sua provincia, e persino il non-amato cambio di cattedra, pur di ampliare il raggio delle possibilità, e mandare a buon fine la decisione). Così ieri, come aveva programmato, dopo una mattina passata per sei ore con i suoi uomini del bosco, e una nuotata lunga, tranquilla, rasserenante, è tornata a casa, e ha cliccato su invio, semplicemente. Poi ha avvertito gli amici, tutti, ed è andata a bersi una birretta bene augurante con l’Anziana di Ginevra. A scuola, invece, (oltre ai Merry Men) lo sapranno in pochissimi: i colleghi amici (Mafalda, Mr. Higgs e l’Ingegnera Tosta) e il suo amato vicepreside; per tutti gli altri la notizia resterà accuratamente riservata. Questa mattina, così, dopo le sue due ore di ordinanza (e prima delle altre due di compresenza con Scrittura del Territorio, come tutti i venerdì), ha fermato Esagono sulle scale (che in questi giorni aveva puntigliosamente evitato di porle la questione, perché è ingegnere, fuori e dentro), ha aspettato che non ci fosse nessuno, e poi ha pronunciato le due parole che contano: “Ho spedito” – e non ha aggiunto altro. Esagono ha replicato un solo monosillabo “Ah”. Ma il tono e la faccia le hanno detto che persino gli ingegneri, quando vogliono, hanno un cuore.
Finirà così, forse (ma i segni positivi, sia oggettivi che di sceneggiatura, ci sono, e sono forti), un periodo lungo quattordici anni. La ‘povna ora ricuce la testa divisa in due, e ci ripenserà a tempo e luogo, soltanto – nel mezzo c’è una fine del viaggio che si compie, e i loro esami, da vivere insieme (perché nella commissione interna ci saranno, così come desiderava, lei, l’Ingegnera ed Esagono), e da pensare.
Per questo venerdì del libro, allora, la ‘povna sceglie di cominciare a parlare di una serie di libri polizieschi inventata da una scrittrice molto brava, di cui ha già detto: quella con protagonista Jackson Brodie, di Kate Atkinson. Perché sono romanzi molto belli, e che partono da Cambridge (uno, il primo, ambientato proprio nella via dove la ‘povna è vissuta, per un periodo); perché un pezzo della sua vita, e di cambiamento (fin da quando aveva solo sedici anni), parte e ritorna sempre lì.

I casi dimenticati, primo libro della serie, vede una serie di delitti non risolti nel passato che ritornano, e infestano la vita di Jackson Brodie (ex ispettore di polizia) in modo perturbante. La soluzione del mistero, come spesso capita per autori contemporanei, e anche che si divertono a giocare con il genere poliziesco per mettere in scena molto altro, porterà anche nella vita del protagonista soluzione (in senso etimologico) e cambiamento – oltre a gettare un cospicuo cliff-hanger sulla seconda puntata della serie.
In Un colpo di fortuna, invece, la scena si sposta nell’estate di Edimburgo, nel pieno del Fringe Festival, e ancora una volta Brodie dovrà dipanare, risolvendo il mistero che casualmente si trova a incontrare per la strada (tutto parte da un tamponamento), insieme morte e vita.
Si tratta, in entrambi i casi, di romanzi solidi, intelligenti e consapevoli; in più: scritti benissimo. Stupisce per questo che Einaudi abbia rinunciato ad opzionare le altre due puntate che nel frattempo sono uscite in Inghilterra – una lacuna sanata, almeno in parte, dalla meritoria decisione di Marsilio di pubblicare il terzo libro (Aspettando buone notizie) in questi giorni. Ma di questo la ‘povna vorrebbe parlare, con dovizia di particolari, se possibile, la prossima settimana.

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“Il derubato che piange”

Per molti mesi (da ottobre a oggi) la ‘povna e i Marmottini sono stati impegnati in un progetto di Debate Learning legato all’Expo futura prossima. Che consisteva in una sfida, prima interna tra scuole, poi regionale, infine nazionale, a colpi di orazioni. I temi erano dati da un’organizzazione nazionale, e la squadra, una volta ricevuta una tesi generale, doveva impegnarsi al meglio (attraverso un lavoro prima di ricerca delle fonti, poi di informazione, quindi di costruzione dei discorsi) per sostenere un punto di vista assegnato. E’ stata un’esperienza esaltante, sotto molto aspetti. Per prima cosa perché le Giovani Marmotte sembrano nascere per questi tipi di progetti: il dibattito ce l’hanno nel sangue, la voglia di informarsi anche, così come la capacità di fare squadra. Inoltre, erano, in Italia, i più piccoli: avevano chiesto una deroga nazionale come unica seconda – perché altrimenti (poiché la fase di qualifica interna agli istituti si svolgeva a coppie, e nessuno tranne una quarta obtorto collo e la classe della ‘povna voleva farsi volontario) la loro scuola non avrebbe potuto partecipare. E’ stato, anche, faticosissimo, e hanno imparato tanto. Dal primo incontro, che li ha visti in evidente inferiorità (anagrafico-fisica, in primis, e quindi dialettica), passando per una generosa rimonta sul secondo (che li ha visti perdere per 3/150 di punti), fino alla sfida di oggi – per la quale la squadra si era tenuta come oratori i suoi gioielli (Faline, Babe e Palinuro) e, complice una opinione da sostenere che era molto nella loro corde, erano sicuri di non sbagliare.
Così è stato, infatti: discorso dopo discorso, con sicurezza, competenza, conoscenza di fonti precisissime, variegate nel dettaglio, gli Esploratori non solo hanno tenuto testa ai compagni più grandi, ma li hanno, nei fatti, ridotti al silenzio; usando le armi che sono proprie, da sempre, di questa strana classe: serietà, precisione, puntigliosa passione.
Al termine della gara, tutti (comprese le prof. Compaesana e Buoni Sentimenti, gli allenatori dell’altra classe), si sono seduti con la consapevolezza che le Marmotte meritassero una vittoria che era scritta. Quindi si sono riuniti i giudici (rispettivamente, l’Ingegnera Tosta, la professoressa Giglio, e il professor Amicone). La camera di consiglio è durata tantissimo. Quando alla fine i tre sono ritornati in aula, la ‘povna si aspettava una vittoria di round e un passaggio complessivo di turno per l’altra classe, e sarebbe stato solo giusto.
Invece, dopo essere entrata, la professoressa Giglio ha rivolto alle due squadre, parimenti, molti generici complimenti, per poi annunciare la vittoria all’altra classe con oltre 30 punti di scarto. La ‘povna, lo ammette, è caduta dal pero. E anche i Marmottini, tutti. Poi però si è ripresa e, con l’aplomb professionale che la contraddistingue ha applaudito calorosamente l’ingiustizia, ha fatto i complimenti agli avversari e gli auguri per superare il turno prossimo, “a nome della nostra scuola”.
Poi, quando gli ospiti se ne sono andati (la manche si giocava nella loro classe), ha guardato i Marmottini dritti negli occhi.
“E’ stata un’ingiustizia, peggio dei giudici corrotti” – ha detto Ciuffettino, senza peli sulla lingua.
“Non erano corrotti” – ha spiegato la ‘povna – “è pure peggio. Sono dell’altro plesso ed erano involontariamente di parte, sia pure in buona fede”.
“Però la prof. Ingegnera Tosta non era d’accordo con gli altri due, si vedeva benissimo” – ha aggiunto Onesto – “si vede che vi conoscete molto bene, perché le ha detto un sacco di cose, con una occhiata, le ho viste tutte”.
La ‘povna ha sorriso a Onesto, ha consolato gli animi, e poi è tornata a casa (era pur sempre il giorno libero). Quello che poi, con parole che completavano il suo sguardo che era solo di sdegno, le ha rivelato l’Ingegnera Tosta, ha evitato di riportarlo, per carità di patria, e senso di educazione civica, alla classe.
Ma intanto pensa – e lo sapeva già (perché Mafalda, giudice nei precedenti due round per il loro indirizzo glielo aveva detto) – che il problema, come ha glossato Mr. Higgs, resta a monte: “Sicuramente i Marmottini questa volta erano più bravi, più preparati, più informati, più tutto. Purtroppo, per premiare l’eccellenza, bisogna essere in grado di capirla. Ciò che Amicone e Giglio non sono in grado di fare, con tutta la buona volontà del mondo. Perché l’intelligenza non si improvvisa per un dibattito”. Neppure se sei insegnante. Neppure a scuola.

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