Prime impressioni

Le lezioni sono cominciate da qualche giorno e la ‘povna ha (finalmente) potuto conoscere tutte le sue nuove classi. Esauriti i rituali di accoglienza (diversi in ogni scuola, eppure uguali a se stessi), così, si è accomodata sulla cattedra e ha lanciato i primi fili del discorso, iniziando a tracciare le coordinate della trama. Gliene hanno date quattro, per cinque materie complessivamente. E lei si è dedicata a scoprire in nuovi volti dei suoi alunni con entusiasmo facile, perché poi alla fine il primo e ultimo motivo del suo lavoro sono loro.
Ci sono i nuovi primini, innanzi tutto, un gruppo di liceali, ma non troppo (come i loro colleghi di seconda); fanno scienze applicate, perché volevano una vita senza latino e con un maggiore quantitativo di informatica. Sono aperti, sufficientemente vispi, partecipano con buona consapevolezza e sono sostanzialmente simili a dei giovani Leprotti. Con loro la ‘povna farà italiano, e storia e geografia, per un totale di ore 7. E se il buon giorno si vede dal mattino – nonostante la mancanza di Lim, proiettori, tablet e l’arretratezza sostanziale del Tanzi – la’ povna ha la sensazione con loro di poter fare qualcosa di buono.
Una sensazione che si fa se possibile più forte quando passa ai loro fratelli grandi di seconda: un gruppo molto ridotto, ma assai interessante, di Scoiattoli. Con loro la ‘povna ha provato una sintonia immediata e molto facile: si sono annusati, riconosciuti, e insieme hanno già iniziato a decorare la loro bella aula (con ben due finestre, vista monti e vista parco). Insieme, hanno scritto le regole di classe, hanno ragionato di aspettative, e hanno iniziato a parlare di poesia, a ritmo cadenzato, ma costante. E anche qui ci sono tutte le premesse per una ottima costruzione della trama.
Non saranno solo rose e fiori, invece, con l’altra seconda (nella quale la ‘povna insegna solo storia, per tre ore a settimana): teoricamente, sono i ragazzi bene dell’assai rinomato liceo linguistico. Nei fatti, si tratta di venti Civette sul Comò, a stretta maggioranza femminile (e dunque tendenzialmente isteriche), il cui primo pensiero (e pure l’ultimo) è solo ed esclusivamente chiedere che cosa, come, quando, dove ci sia da studiare. La ‘povna ha già iniziato a spettinarli per benino, facendo finta di non notare la loro perplessità, lo sguardo attonito e il persistente e del tutto scontato chiacchiericcio. Con loro, a dispetto di quel che dicono i colleghi (“Per fortuna che ti hanno dato almeno una classe bella”), la ‘povna è consapevole che ci sarà molto da sudare.
Ma è sulla quarta classe, quella che le era stata presentata come solo terribile (“Ti hanno dato lo Sportivo, poveretta!”), 29 atleti a stretta maggioranza maschile, rudi, un po’ pirati, con lo sguardo franco e furbo, che, dalle prime due ore del primo giorno, si consuma l’agnizione prevedibile. La ‘povna, di loro, in realtà, aveva già sentito parlare dalla collega di Città della Scuola, Gnocca (che li aveva avuti in prima due anni fa), e ne sapeva già parecchio. “Sono spettinati, vispi e da mettere in riga. Ma sono intensi come piace a te, ti ci troverai di certo” – le aveva detto.
E, molto semplicemente, così è stato.
La ‘povna entra in classe alla seconda ora, e li trova disseminati nell’aula, che scoppia della loro esuberanza fisica.
“Io sono nuova, come sapete” – esordisce con il tono introduttivo che ha usato così tante volte. E poi una sapiente pausa. “Ma in realtà già vi conosco”. Pausa di nuovo. “Mi ha parlato di voi una vostra ex professoressa”.
“Ne abbiamo cambiate così tante” – prova a glossare uno. Ma la voce collettiva lo sovrasta: “Non può che essere la professoressa Gnocca!”.
La ‘povna annuisce, poi li provoca: giochi di fiducia, cartelloni, aspettative – tutto l’armamentario di educazione non formale che la accompagna da un decennio. E loro, come prevedibile, semplicemente, stanno.
Sotto lo sguardo allibito dell’insegnante di sostegno, si mettono in gioco, fanno domande, dialogano.
“Avrei bisogno di un segretario” – spiega la ‘povna.
“Lo posso fare io” – si offre immediatamente una delle non troppe bimbe (nelle altre classi, persino tra i roditori, c’è stata necessità di molte glosse).
“Facciamo un gruppo sul canale telematico”.
“Perfetto, prof., per domani sarà pronto”.
Ed è tutto un prendersi le misure, in maniera facile e lineare.
Dopo le Civette sul Comò, la ‘povna trova la loro ruvida schiettezza tanto e solo riposante. E promuove immediatamente gli Sdruciti a eredi delle sue classi ideali.
Alla faccia dei licealini puntigliosi delle scuole bene di provincia. Del resto, come argomenterà di lì a poco sul canale telematico (scatenando un gran dibattito), lei non è fatta per insegnare ai rampolli bene della borghesia bella. Per fortuna.

Pubblicato in personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , , | 31 commenti

Fronte/retro

Per fortuna, poi, santa routine arriva a rendere tutto digeribile. E così la ‘povna, ieri, si reca al Tanzi insieme a Minerva e alla nuova collega di francese Eloise, per il secondo collegio docenti. Il quale si svolge con le stessa modalità da salotto femminile del precedente: la ViendalMare si conferma estremamente marittima, ma non sciocca (nonostante le scarpe imbarazzanti e la cingomma), e tutto è caratterizzato dalla capacità (tipica anche di Barbie) di condensare in maniera niente affatto incompetente molti punti all’ordine del giorno in un tempo assai minuto.
Prima, però, la ‘povna ha fatto in tempo a incontrarsi, nella “sala professori dell’affresco”, con le due colleghe di Italiano Lumachina e Ghianda, rispettivamente una nuova come lei e una storica, che è anche funzione strumentale all’Orientamento. Insieme, in questo caso, si sono prese l’incarico, già dalla settimana precedente, di preparare i test di ingresso paralleli delle prime. Oramai il fascicolo è stato scelto e assemblato, non resta che distribuirlo. Ghianda, in qualità di responsabile, si avvicina alla fotocopiatrice e la accende.
“Provvedo a farne uno per docente” – notifica alle colleghe. E si mette all’opera. Lumachina e la ‘povna, dal canto loro, si dedicano a portare a termine un compito che la preside ha dato loro poco prima.
Vengono però interrotte quasi subito. “Scusami ‘povna, me li puoi fascicolare, per favore?” – Ghianda le porge i primi quattro fogli del pacchetto.
“Certamente”, fa la ‘povna, che si è data come mantra di essere conciliatoria e invisibile. Ma poi, al vedere i mucchietti che la collega le porge non resiste, e sbotta: “Scusa, ma perché non lo hai dato tutto intero da fascicolare alla macchina?”.
Gli occhi di Ghianda rispecchiano, di rimando, solo il messaggio ‘calma piatta’.
Così la ‘povna, con il tono più accomodante che sa, prosegue: “Sai, se metti sopra tutto il mucchio, e dai ‘copia’, lei te li mette già tutti belli, precisi e in ordine”.
“Davvero?” – Ghianda è senza parole. La ‘povna incalza: “Dai, proviamo”.
Le fa vedere, preme invia, i primi malloppetti escono. Ghianda sorride, la ‘povna prova a tornare alla sua mansione, quando, con la coda dell’occhio, vede Ghianda che sfascicola i gruppi di fogli, uno per uno, per rifascicolarli a mano sul tavolo di sala docenti.
“No, Ghianda, vedi, così non serve a molto. E’ che loro sono usciti già giusti, a gruppi”.
E con mossa plastica glieli toglie di torno evitando che il lavoro venga triplicato inutilmente. Così i test vengono impilati, Ghianda veleggia altrove. Lumachina e la ‘povna si ributtano al computer, ma è calma di pochi minuti.
“Scusami, ‘povna, mi hanno detto che sei competentissima sulle fotocopie” – la interrompe collega Tota – “mi aiuteresti?”.
“Certo, che diamine”. La ‘povna dedica i successivi dieci minuti a illustrarle le meraviglie del fronte/retro, e poi a spiegarle che la fotocopiatrice, sì, fascicola tutto, ma perché lo faccia è necessario poggiare i fogli nello spazio dedicato, e non sul tavolino a fianco.
Infine, quando anche Tota è stata mandata con dio e le sue nuove acquisizioni: “Brava, ‘povna, quante ne sai…”, e la ‘povna può sperare di terminare quanto stava facendo, viene interrotta dall’ultimo collega della giornata: “Scusami, sei tu, mi hanno detto, quell’insegnante bravissima?”.
Senza una parola, la ‘povna illustra anche a lui come pigiare il tasto invia senza subire uno shock anafilattico.
Non farà stupore se, di lì a poco, durante il collegio dei docenti, la ‘povna prenderà infine la parola, forzando la sua medesima scelta.
“Scusatemi, intervengo per sottoporvi un progetto di lettura nazionale, è molto bello”. E, nel nome di #ioleggoperché, il viaggio, suo malgrado, fuori dal cassonetto, è cominciato.

Pubblicato in costume e società, meta-blog, vitadascuola | Contrassegnato , , , | 24 commenti

Il giorno più lungo

La telefonata di Thelma la raggiunge mentre la ‘povna è in preda a uno sturbo cosmico da Brexit. Del resto, i nostoi sono stati più tosti del previsto, e lei ha da metabolizzare – direttamente dalla sera prima – una cena degli addii con gli ex-colleghi sfacciatamente bella (e dunque, paradossalmente più difficile). Le parole che passano al telefono sono però inequivocabili: la ‘povna mette da parte le seghe mentali, riempie uno zaino con poche cose essenziali e si precipita al treno, in bicicletta. Tre ore dopo, e a solo una settimana di distanza, è di nuovo al paese-che-è-casa.
Thelma l’aspetta al binario, in borsa ha alcuni generi di conforto. La ‘povna ci aggiunge quello che ha preso per via, sostenuta dalle voci degli Amicolleghi, di BibCan, dell’Anziana di Ginevra, di Connie, Spersa e Tuttotace in chat, così come di Scovolino per telefono, mentre passava dalle consuete tre stazioni.
E poi solo un grosso respiro, l’aerospedale aspetta al bivio, e loro entrano, per una lunga notte insieme.
E’ così che la ‘povna e Thelma si trovano al termine di questa lunga estate a veglia, così come altrimenti non potrebbe essere, per salutare lo zio Matto. Il tempo senza tempo del paese-che-è-casa si sbriciola nelle pieghe di un lettino che a ogni giro è ormai più piccolo. E poi è solo tempo eterno, alle 12 di un sabato mattina.
Loro lo hanno vissuto insieme, dall’inizio alla fine (?); facendo fronte, pezzo per pezzo, a tutto il menu che lo sceneggiatore, ma prima di lui la vita, ammannisce necessariamente in questi casi: le burocrazie, i contrattempi, i momenti di commozione, e quelli di rabbia, le finestre del kitsch e quelle di semplice consapevolezza. Ci sono stati, in ordine sparso, una bottiglia di rum venezuelano, vecchia di trent’anni, che viaggiava di valigia in borsa, scale antincendio dell’aerospedale, ottantenni svampite, un pittore fraudolento, the naughty God Ganesh, un mazzo di fiori al finocchietto, uno foto raccapricciante, una ruota a terra, una puntata di Cip e Ciop e un elicottero verde. Ci sono state letture per telefono, parole da acconciare in modo degno, molti rognoni, un temporale e un frate un poco stupido. Ci sono stati alcuni mostri, e ritorni sgraditi insieme a quelli giusti. C’è stato tutto, in mezzo al niente del tempo che si era fermato, per tre giorni, anche e più di sempre, come avviene alla ‘povna e a Thelma, quando sono insieme nel paese-che-è-casa.
Ma non erano sole, in realtà: perché circondate, sempre, da quell’affetto solido con cui la rete di amici che definire privilegiati è ancora nulla le ha protette tutto il tempo. E che ha visto macinare chilometri per unirsi al delirio in cui ballavano tre lingue e cinque continenti.
E poi, a un certo punto, è calato il silenzio. Così la ‘povna, infine, ha salutato Thelma, e si è rimessa i sandali, riconsegnando a Ghiaia, con gratitudine, quelle scarpe che le hanno permesso di partecipare al funerale, senza sembrare (troppo) un pagliaio ambulante. Poi, ha raccattato il suo zaino, che era pronto, ha abbracciato ancora una volta Thelma, e ha seguito gli Amicolleghi (che erano venuti fin lì, a farle un regalo non narrabile) sulla via del tempo che ritorna, e non importa se fa male.
Sulla curva, però, prima di rientrare nella storia, hanno trovato il grande cancello aperto.
“Venite, andiamo” – ha detto la ‘povna – “anche se la Strega aspetta al varco”.
Dalla terrazza della sua casa, in cui non metteva piede da più di cinque anni, la ‘povna guarda circolare i colori della provincia più bella del mondo. In un angolo, ancora, resiste la barca di Eddy: e fantasmi amici di una storia orizzontale, idiosincratica, e anch’essa ferocemente non narrabile. La ‘povna abbraccia tutto in uno sguardo che comprende: il passato e il futuro incistati in un presente di meriggio, secondo bellezza e giustizia. E poi se ne va, senza voltarsi, consegnando se stessa e Thelma al mondo, così come hanno voluto che esistesse, a loro immagine, giorno per giorno, nel loro tempo insieme.

Quick now, here, now, always–
A condition of complete simplicity
(Costing not less than everything)
And all shall be well and
All manner of things shall be well
When the tongues of flame are in-folded
Into the crowned knot of fire
And the fire and the rose are one.

(T.S. Eliot, Little Gidding)

Pubblicato in personale | Contrassegnato , | 38 commenti

In direzione ostinata e contraria

E poi il primo giorno di scuola arriva pure per lei, finalmente. Così la ‘povna, all’alba delle 7.30, si sveglia senza sveglia (ormai è un classico), ringrazia il suo semiconscio che le ha fatto passare la notte ad argomentare con Esagono ragioni e cause di una scelta, si raccomanda agli Amicolleghi e poi, sotto lo sguardo beneaugurante della ranocchia Esse (comprata in Svezia insieme ad Arya e Connie, il 13 di agosto), arriva all’appuntamento sotto casa di Dolores Minerva, che le ha proposto un passaggio in auto fino al Tanzi. Così, con gli auspici gentili della sua nuova collega e del gatto Callisto (il protagonista della copertina del quaderno di benvenuto regalatole da Minerva) la ‘povna ha fatto il suo ingresso nel suo nuovo mondo, pronta a guardare tutto, e con un unico imperativo categorico scolpito bene in testa: parola d’ordine, travestirsi da cassonetto, vale a dire stare zitta, muta, ferma – lo scopo del suo anno è non farsi notare.
Bisogna sapere, tra l’altro, che i Virgilio che lo sceneggiatore le ha mandato nel corso dell’estate non sono in realtà una, ma due: mentre era dispersa tra antichi monasteri, nella sua quasi Neverland di agosto, la ‘povna ha infatti avuto modo di conoscere – tramite un legame comune di Hogwarts (“tu es Hogwartiana in aeternum” – le disse il vecchio suo professore Gil Blas, al momento di diplomarsi, e in certi casi l’appartenenza non è acqua) – un altro (futuro) collega a Trascina, Messer Angelo. Ed è ben protetta dai suoi due nuovi acquisti che la ‘povna affronta il primo collegio docenti, presieduto da Carolina Genoveffa Anastasia ViendalMare. Di lei, c’è da dirlo, dicono male (quasi) tutti gli amici e conoscenti: Angelo e Minerva, per primi; Robocop e Streghetta, la vecchia collega di matematica di città della scuola, Gnocca. La ‘povna dal canto suo ha avuto modo di adocchiarla solo il 16 di agosto, e le è sembrata mal vestita ma assolutamente nella norma (non si aspetta, sarebbe troppo chiedere, di ritrovare un Linus Pauling, l’indimenticato preside della sua maturità a Monastera, o Barbie); inoltre il “quasi”, importante, è rappresentato dall’Anziana di Ginevra, che l’ha avuta come presidente di commissione, e ne ha tratto un giudizio senza infamia. Come sia sia, la ‘povna lo scoprirà da sola e presto. E dunque si comincia: con l’appello. Una prassi a città della scuola inesistente, e che qui viene reiterata invece per tre volte: all’inizio, in mezzo e alla fine.
Questo le permette di esternare la prima delle osservazioni che la breve riunione collegiale le ha suscitato, a primo impatto, e cioè il fatto che – contrariamente all’autopercezione del suo personale (e di un po’ tutti) – il Tanzi sia in realtà una scuola piccola. Intendiamoci, non piccolissima, sono pur sempre otto sezioni, al netto di tutti gli indirizzi. Ma si tratta alla fine di un collegio composto da una ottantina di docenti, su una sede unica, se pure (moderatamente) allargata. Questo, unito al modo di coordinare della ViendalMare, al locale adibito alla riunione (la biblioteca, che ha una acustica tutta sua, determinata dalla carta), porta alla seconda osservazione: la netta percezione, per la ‘povna, di essersi trovata non in una piazza (come erano i collegi a città della scuola), ma in un salotto, in cui le persone lì riunite si scambiano osservazioni come commenti personali. L’impressione è resa più forte dalla terza e ben prevista caratteristica del Tanzi: nel corpo docenti ci sono praticamente solo donne. La ‘povna lo sapeva, che sarebbe stato così, perché sa che è vissuta in una isola felice, e i suoi ingegneri sono merce per palati fini e pochi indirizzi; tuttavia il fatto che gli unici due colleghi maschi a parlare siano stati un coordinatore debitamente interrogato e il vicepreside che faceva l’appello le ha lasciato qualche pensiero da pensare. Così come il fatto – a volere essere giusti – che i commenti del salotto assomigliassero assai più quelli di dame di S. Vincenzo che a quelli cui lei era abituata, lavorando in un posto dove si parla di istruzione in senso estremo e serio, “sociale”, verrebbe da aggiungere. Ma anche in questo caso la ‘povna sapeva bene a che cosa andava incontro, nel momento in cui fosse stata inserita in un ambiente liceale.
La prima giornata, dunque, passa liscia senza troppi sussulti, e la ‘povna ne è contenta. Alla fine della mattina, saluta tutti e se ne va a nuotare, in beata solitudine; poi, di ritorno in stazione, l’idea subitanea, che le sembra istantaneamente quella giusta:
“Amicolleghi, che fate di bello? E se sbagliassi treno?” – tippetta sulla chat.
La risposta è quale si può immaginare, la decisione unanime. Il post hoc (avere preso servizio) si fa propter hoc immantinente. La ‘povna sbarca a Città della Scuola in tempo per il tè delle cinque. E una serata a strascico tutta da improvvisare. Lì ritrova Mr. Higgs e Scovolino, cui poi si aggiunge Tosta, strade note e una lunga telefonata con Esagono. E poi bevute, moderate prese in giro, e un sacco di racconti. E non importa se le ombre del crepuscolo rivelano, a tradimento, una lunga processione di fantasmi. “Domani è un altro giorno” – come chiosa saggiamente Mr. Higgs: al momento di prendere il treno del ritorno, alle 22.30, e dopo 15 ore in giro, la ‘povna è ben certa che si tratti di un giorno da incorniciare.

Ranocchia

Pubblicato in personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , , , | 14 commenti

Condoglianze

Oggi è il 1 di settembre, cioè, come ognuno sa, il vero capodanno per tutti i lavoratori della scuola, certamente, ma in realtà anche per buona e larga parte della popolazione italica. La ‘povna, in quanto insegnante abile e arruolata, lo avrebbe dovuto trascorrere impegnata in quello che è il primo rituale di ogni scuola a inizio anno, vale a dire nel “collegio dei docenti”. La sua nuova scuola trascinese, però, il Liceo Tanzi, ha fissato questa importante riunione per giorno 2, lasciandole in questo modo in mano una insperata bonus track.
Nella stessa giornata, sempre oggi, alle ore 10 si apriva, invece, il simmetrico collegio dei docenti dove lei ha abitato lavorativamente negli ultimi quindici anni, nella città della scuola. A un certo punto (almeno così presume, a giudicare dal correr degli eventi) la notizia del suo trasferimento, oltre che da testimonianza visiva e diretta, deve essere stata annunciata coram populo.
Ed è così che la ‘povna ha potuto provare il mai sperimentato e perturbante brivido di rispondere, personalmente e in diretta, a messaggi di condoglianze sulla sua propria dipartita.

Pubblicato in costume e società, personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , | 19 commenti

Veglia

“A qualsiasi condizione, in qualsiasi condizione”: quest’anno la settimana nel paese-che-è-casa, con agli amici del nord, è cominciata nel segno di queste parole di Piton, che scandivano variazione e anche costanza. Perché ci sono delle volte in cui le cose, semplicemente, cambiano; in maniera imprevedibile e pure dolorosa, a volere essere schietti. Ma loro, insieme, in quella scommessa su se stessi che è così forte da risultare ovvia (perché pure l’ovvietà sa essere bellezza), sanno costruire, adattarsi e poi gestire tali e tanti testacoda, fino ad addomesticare, e poi ricucirsi su misura, come sempre, un anno strano.
La ‘povna, al paese-che-è-casa, ci è arrivata al termine del suo, di anno scombinato, al quale i mesi di un’estate di rosario hanno aggiunto fatica sulle spalle di una stanchezza massacrante. Ci è arrivata alla vigilia di un futuro programmato, e perseguito con la caparbietà che la conosce, eppure ignoto, e con tanti interrogativi che ancora spuntano inattesi, come gli snodi di un percorso a labirinto. Ci è arrivata prima, e da sola, per sbriciolare, con Thelma, alcuni giorni insieme, necessari e pure tosti. Ma poi in realtà è partita, un’altra volta – ché il tema per lei quest’anno è “non ubi consistam”. Così, proprio alla vigilia degli arrivi, mentre gli amici salivano su navi, treni, auto, lei il treno l’ha preso nella direzione opposta, verso un abbozzo di Neverland più breve e un po’ scolastico, e all’agriturismo dello zio Matto ci è arrivata in realtà un giorno dopo, un giovedì da buona ultima, rompendo così, nella sua propria esperienza, il primo dei molti paradigmi da sfatare. Poi, però, la settimana è iniziata, per lei come per tutti. Si è dipanata puntuale in tutti i loro rituali di amore e accudimento, e la ‘povna e gli amici del nord hanno abitato il loro spazio con quella naturalezza aggraziata che appartiene solo a loro. Ci sono stati Oompa Loompa a fare banda, escursioni nel deserto, mercatini sul prato e tanti bagni; maratone di lettura, da rivivere con nostalgia bella (perché leggere Harry Potter all’età giusta non ha prezzo, così come ritrovarsi al mattino con gli occhi quasi lucidi a discutere di Snape).
Ci sono state partite di King, quasi tutti i pomeriggi, le loro lunghe colazioni cadenzate sugli orari dei risvegli, i pasti accurati, le chiacchiere notturne da luna nuova e tante stelle, le serate canterine, con una pizza buonissima nel forno, molti compiti delle vacanze, qualche partita a tennis. Ma, come sempre, l’elenco (peraltro parziale, perché l’omissione narrativa diventa, talvolta, necessaria tutela di esistenza) non fa nulla e si fonda su un noi che sa rendere ciò che per per il mondo è sostanza un mero fatto accidentale. Contano loro, dunque, conta esserci; e questo è stato, se possibile, ancora più di sempre, in questi giorni difficili, ma dolci. In cui parole e gesti si sono riuniti a veglia, in un cerchio apotropaico e rituale.
La ‘povna, sparsa come mai quest’anno in tante prospettive e tanti posti, il suo letto in granaio, insieme a Thelma, la sua valigia altrove, tanti pezzetti in giro, spesso persi, ha affidato i tanti fili di una narrazione sperduta (lo dice già da un anno) a una molteplicità di narratari attenti, rispecchiando negli altrui i suoi punti di vista scuciti, a trovare una coerenza. E si è lasciata andare (come quasi mai le capita) alla bellezza custodente di quella rete protettiva, cui appartenere è solo privilegio e arroganza.
Così infine quella trama tutta botole, fatta di deviazioni improvvise e imperscrutabili, che l’hanno fatta interrogare a lungo sulla pericolosità intrinseca dei desideri realizzabili (come hanno argomentato spesso, nel corso di questi mesi, con BibCan – sempre un po’ narratario, e in certi casi, aggraziato, anche regista), ha ceduto alla forza dilatata del loro luogo e loro tempo. Perché, come diceva sempre Canta-che-ti-passa quando Le Hero era piccolo, e si addormentava, sereno, appeso tra due sedie o su un gradino, insieme a loro, ovunque, “casa non sono pareti e stanze, ma dove ci siamo noi”.
E allora il racconto si è dipanato, improvviso, sui binari di un treno dalle fermate ignote, ma non troppo; con tutti i suoi interrogativi, eppure giusto.
E a quel punto non ha contato più la mancanza del suo posto, e la valigia sparsa in quattro stanze; non è importato che avesse perso la camicia da notte, e poi una lunga teoria dei suoi oggetti; non contava il prima e il dopo, non contavano i pensieri impertinenti, il fantasma del rimpianto, il letto sul soppalco, con la scala che compare solo nella notte e all’alba ( e quindi senza gatto Semolino, questa volta). Non importava la paura, le domande, le narrazioni poco chiare, dalle omonimie martellanti sul discrimine del sogno.
Non importa se per sole 4 ore, scandite tra l’ultima caparbia buona notte e le sue vasche all’alba.
La ‘povna, finalmente, ha dormito.

Pubblicato in personale | Contrassegnato , , , , , , , | 33 commenti

Brexit

E poi dalla Svezia si ritorna, e la ‘povna si trova a gestire la Brexit, ché andarsene da una scuola che ti ha ospitato quindici anni non è per nulla semplice, sotto molteplici aspetti.
Così, piano piano, la ‘povna ha iniziato a diramare i primi messaggi, già mentre era ancora scandinava: agli Amicolleghi, ovviamente (che sono stati i primi a saperlo), all’Ingegnera Tosta (che se lo aspettava già da quando era stata alla Rapa), a Galileo (che l’ha giuggiolata enormemente, rincuorandola); ad Hal 9000 (che le ha mandato in risposta una faccetta che piange). E poi ovviamente a Esagono. Il suo (ex) vicepreside, il 13 di agosto, era in vacanza in Corsica. La ‘povna lo sapeva da tempo (perché si erano organizzati per stare dietro, a turno, alla commissione tosta), così come aveva da tempo messo in conto che, qualora la comunicazione fosse uscita, avrebbe viaggiato lungo un asse europeo franco-scandinavo.
Preso atto che l’accesso a internet di Esagono è, per usare un eufemismo, limitatissimo, la ‘povna, sempre in quella stessa mattina, prende il coraggio a quattro mani, e tippetta il suo sms:
“Ciao” – scrive – “sono in Svezia. So che siete ancora in Corsica, ma volevo dirtelo subito, il giorno stesso. Stamani sono usciti i trasferimenti, mi hanno trasferito al Tanzi di Trascina, sempre sulla A050, è un comprensivo che ha Scientifico, Linguistico e Sportivo. Non so come mi sento, ma spero di dormire quei sonni tranquilli che non ho fatto dal 18 maggio. Ma ovviamente mi mancate già. Ti chiamo il 16, ai nostri rientri”.
Rilegge, spedisce e attende. Non passano dieci minuti, che il be-beep la coglie in autobus. Esagono, benedetto ingegnere, è stato raggiunto dalla notizia, e risponde con la parola totem che lo contraddistingue:
“Ok”.
“‘Ok’ e poi?” – domanda Tuttotace, cui la ‘povna sta facendo la telecronaca su C’è Bisogno.
“Ok e basta” – scrive la ‘povna. E – se pure il buon senso le fa sapere che non c’è di che restare male (Esagono ha fatto quello che fa sempre, da persona pratica: se c’è di che parlarne di persona, il 16, se ne parla di persona, il 16, tutto il resto può attendere) – la tentazione di aggiungerci una faccetta triste preme per venire fuori.
Si arriva così al giorno 16. La ‘povna si trova a Città della scuola. E’ appena stata a Trascina, dove si è fatta vedere al Tanzi, e ha conosciuto la professoressa ViendalMare, sua nuova dirigente scolastica. Ma i passi ora la conducono da Barbie, per portare di persona la notizia, al Prefabbricato.
Approfitta così per rimandare un primo nuovo messaggio in bottiglia a Esagono: “Sei tornato in Italia, sei chiamabile?”. Ma  un prolungato silenzio (che si allungherà ben oltre la visita a Barbie, per tutto il pomeriggio) le conferma che si trova ancora in mezzo al mare.
In realtà, non è che si preoccupi davvero, la ‘povna. Per quanto sappia che il suo (ex) vicepreside “deve metabolizzare la notizia” (come le ricorda l’Ingegnera Tosta), sa bene che non si sottrarrà al farsi vivo, e che se non lo fa è perché non gli è possibile. Pur tuttavia, inizia a provare, sotto traccia, qualche cosa che somiglia a un filo di ansia. Perché per lei Esagono è un po’ come la coscienza, e parlarne con lui a voce, oltre che una scelta, è anche un atto che assomiglia abbastanza a una idea di assoluzione. Poi la serata va altrove, e la ‘povna se la gode con due amiche che sono venute in visita. E poi è tempo di dormire quel sonno che non ha avuto per una stagione intera, nei mesi scorsi.
Ma poi, infine, arriva all’alba. La ‘povna apre mezzo occhio, prende il telefono, e scorre i messaggi arrivati buoni ultimi. E in prima fila, un mail datato ore 05.12, c’è anche quello, non si sbaglia. “Saluti” – dice l’oggetto. E poi le parole si snocciolano, visto il mittente, fittissime:
“Sono rientrato stasera a casa. Ti scrivo per dirti che domani non sono molto connesso (internet) ma ci possiamo sentire. Ho visto che la preside ci ha premiato con il bonus. Ho visto anche che ha pubblicato la circolare sulle disponibilità per ambito: ha tenuto conto dei trasferimenti (?). Ma ormai questi non sono tuoi pensieri. Ti auguro un buon inizio con i ragazzi di Trascina. Ovviamente mi dispiace del tuo trasferimento anche perché non sono a conoscenza se a Trascina c’è una buona piscina.
ciao, ci sentiamo
Esagono”
La ‘povna sorride, un po’ commossa, su quello che le pare un poema.

Pubblicato in personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , | 21 commenti

Per poter vivere…

Il lungo (ed estenuante) rosario che ha accompagnato la ‘povna dal 18 maggio trova la sua conclusione, annunciata e insieme inaspettata, all’alba del 13 agosto. La ‘povna si trova in una casa in Svezia, vuota (perché è quella nuova della sua amica Arya, da cui si trova in visita). Nell’altra stanza, sull’altro materasso gonfiabile, Connie e il suo meraviglioso figlio Decluttering dormono il sonno dei giusti. La ‘povna ha passato l’ennesima tra le notti inquiete che l’hanno accompagnata in questi ultimi tre mesi – tutti i giorni, tutti i giorni, tutti i giorni. Questa ultima, però, è stata consapevolmente di vigilia, e lo sapeva anche il suo proprio semiconscio. Così, dopo le consuete pause per pisciare, la ‘povna verso le 4 si addormenta. E (tanto per cambiare) sogna. Sogna che si è alla vigilia del primo giorno di scuola (per gli insegnanti, cioè il 1 settembre), e che il ministero si è degnato di comunicare l’esito delle domande di mobilità, finalmente. La ‘povna è stata trasferita, e lascerà, dopo sedici anni, la città della scuola. Le è stato assegnato, sempre su Italiano e Storia, l'(inesistente) Liceo “Tanzi”, un linguistico di Monastera (città nella quale la ‘povna, in virtù delle nuove regole, non ha potuto fare domanda). Il giorno dopo però, prima di ogni altra cosa, si reca a città della scuola per partecipare al collegio dei docenti, e salutare tutti. E con questo si dimentica il collegio che la attende nella nuova scuola. E mentre è lì che parla con Esagono, e dice che le mancheranno, improvvisamente si rende conto che la aspettano a Monastera, al Tanzi. Arrivare in tempo sarà impossibile. Esagono allora, con la tranquilla ovvietà che lo contraddistingue: “Ti do un passaggio?”. Ed è scortata dal suo oramai ex vicepreside che la ‘povna si presenta sulla soglia della nuova vita di lavoro.
Mentre Esagono la lascia al parcheggio del Tanzi, la ‘povna si sveglia. Sono le 7. Dalla finestra il sole canta l’alba del nord, dalla luce sfolgorante. E lei si sente, improvvisamente, molto calma. E anche molto simile a Harry Potter nei Doni della morte, al momento in cui vede la cerva d’argento (che lo guiderà a prendere la spada di Grifondoro, nel laghetto). Si alza, prende il telefono, e si avvia verso il soggiorno, luminosissimo e deserto – muri bianchi, vetri, e assi di legno. Intorno, nulla; tranne il router con la connessione wi-fi.
Il telefono si aggancia, è un attimo. Su gmail, la notifica di due nuovi messaggi. La ‘povna apre l’applicazione. E’ tranquillissima. Ed è così che la notizia la raggiunge, infine, dopo tanto attendere: “Le comunichiamo che ha ottenuto il trasferimento, sulla classe di concorso A050 (Italiano e Storia), presso il Liceo di Trascina, Scientifico, Sportivo e Linguistico”.
Non c’è stupore, mentre legge (anche se, dopo, inizierà la samba).
La ‘povna si sente un po’ strega.

Altr’amor, altre frondi, et altro lume,
altro salir al ciel per altri poggi
cerco, ché n’è ben tempo, et altri rami.

(Francesco Petrarca, Canzoniere, CXLII)

post. scriptum: Romolo Giacani le aveva proposto di aderire alla replica dell’iniziativa “Un terno per ferragosto”. Alla ‘povna l’idea piaceva, ci sono delle volte, però, in cui la narrazione va per proprio conto, e non si può interrompere. Dunque, con un giorno di ritardo, aderisce, ma a modo suo, all’iniziativa. Con questo stesso post che ha annunciato un cambiamento tra i suoi mondi. Al quale lega, prevedibilmente, altri due preziosi resoconti dei suoi addii.

Share the love

Tutte le Onde del nostro destino

Pubblicato in personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , | 26 commenti

Belgravia

La ‘povna ha ripreso a leggere. Non quanto avrebbe voluto (ma questa estate va così, e si prende come viene, per l’appunto), né esattamente tutte cose di altissimo profilo, a essere onesti, ma è comunque meglio che niente. Durante la seconda metà di luglio, rosicchia rosicchia, si è portata a casa sei romanzi e un (bel) saggio di Sergio Luzzatto. Poi, ovviamente, è stata la volta di Harry Potter. Quindi, agosto è iniziato all’insegna di Belgravia. Di questo progetto di Julian Fellowes (del quale la ‘povna aveva già parlato qui, e che è noto al mondo soprattutto come lo sceneggiatore di Downton Abbey), la ‘povna aveva sentito parlare all’inizio dell’anno, e si era riproposta di sottoscrivere l’abbonamento. Poi (si sa) il tempo ha preso tutta un’altra stringa, e alla fine non ne ha potuto fare niente. Resta il fatto che trama, ambientazione, esperimento parevano scritte apposta per la sua tazza di tè, senza alcun dubbio. E così, approfittando della pubblicazione integrale di Neri Pozza, la ‘povna ne ha fatto un suo divertimento dell’estate. In buona sintesi, si tratta di questo: con Belgravia Fellowes ha inteso prodursi, in una forma di tablet tale digitale, in una replica fedele delle pubblicazioni a puntate dickensiane e ottocentesche; così, dopo un primo capitolo di assaggio (per sua natura gratuita), il lettore digitale, che già si era iscritto al portale come utente, per ricevere l’omaggio, poteva sottoscrivere l’abbonamento alle uscite successive del romanzo, che sarebbero state corredate di possibile lettura audio e contenuti speciali.
Non si tratta del primo caso (basti pensare a quello di After), certo; ma di uno di scalpore, altrettanto ovviamente. E di sicuro il talento narrativo di Fellowes si dispiega da par suo in questo nuovo esperimento, che ha tutti i requisiti per essere etichettato come un new-Victorian novel.
Ambientato tra il 1815 (alla vigilia di Waterloo, strictu sensu), e poi nella Londra che cresce nei nuovi quartieri chic, di concerto con la principessina Victoria, appena venuta al mondo, quindi salita al trono, nel 1837, il romanzo si concentra sulla storia di due famiglie: i borghesi Trenchards, il cui capofamiglia è autore e sovvenzionatore del boom edilizio che ha cambiato la fisionomia di Londra (costruendo prima la ricca Belgravia, e poi la City nell’East End, progetto dopo progetto) e i nobili Bellasis, della vecchia aristocrazia – due mondi apparentemente distanti, i cui destini però sono, sia per motivi pubblici (il boom delle costruzioni proietta Trenchards al di là del confine di quel mondo in cui ha sempre desiderato porre piede), sia privati. Tra descrizioni di palazzi di città, accenni di residenze di campagna, un tocco di East End e uno di cotonifici a Manchester, la narrazione si svolge in realtà soprattutto negli interni (poco Dickens, in questo caso, cui si preferisce Trollope), sezionati, come già in Downton Abbey, per verticale, attraverso la descrizione dei loro abitanti dalla bisnonna ai domestici, piano per piano.
Non mancano colpi di scena, intrecci proibiti, romances e cliffhanger (del resto, il dio della puntata domina) – tutto però costruito con leggerezza, attraverso l’uso magistrale di una serie di dispositivi narrativi che sono offerti in veste perfettamente ottocentesca ma a un lettore che si presume compiutamente del XXI secolo, dunque agguerrito, consapevole del gioco di specchi. Così le peripezie sono là, e tengono incollati alla pagina; ma, nello stesso tempo, come in un bel melodramma leggero che si rispetti, si può star certi della piena soddisfazione del finale.

Pubblicato in costume e società, cultura, personale | Contrassegnato , , | 8 commenti

We are Family

La ‘povna, come ha già accennato a più riprese, a fine luglio (per la precisione, la settimana scorsa) è andata e tornata da Atene, dove si svolgeva, presso una scuola molto bella, il secondo meeting di un progetto internazionale Erasmus +, di quelli scolastici, c’est à dire un coordinamento tra scuole di paesi diversi che, per un tempo dato, ricercano e producono per l’Unione Europea una serie di argomenti pedagogici e didattici – nel loro caso l’indagine scientifica, quindi la ricognizione sul campo, poi la produzione in proprio in vista di moduli di formazione mista, in classe e online, in una piattaforma apposita, di buone pratiche atte a migliorare l’attitudine di lettori riluttanti nei confronti della lettura.
Del loro gruppo fanno parte, oltre all’Italia (rappresentata dalla scuola della ‘povna), Cipro, la Grecia stessa, la Romania, l’Irlanda e il Portogallo, come dire, Pigs and Dogs, in qualche modo (che sono spesso le scelte di preferenza della UE nel concedere fondi) e, dopo la riunione iniziale a Cipro, nel novembre scorso, la ‘povna e Scovolino (che rappresentavano il loro paese e la loro scuola, al tavolo del grande progetto per la prima volta) avevano concordato che, stanti le caratteristiche del loro istituto, si potevano accomodare convintamente nel ruolo di ultima ruota del carro e di cani. Le ragioni di questa valutazione erano ampie, ma facevano agio soprattutto su un paio di innegabili caratteri. Il primo legato in maniera insindacabile alla conoscenza della lingua: id est, in Italia, come ognuno sa, purtroppo la componente glotto-xenofoba è sviluppatissima, il che, fuori di metafora, significa che praticamente nessuno (in ogni caso una percentuale davvero minima di docenti) è in grado di muoversi con agio in un contesto in cui la lingua veicolare sia altra dalla nostra. Seduti al tavolo del meeting cipriota, a fine 2015, mentre tutti gli altri rappresentanti degli altri Pigs parlavano almeno due lingue con perfetta competenza, attiva e passiva, ed erano in grado di costruire discorsi, ragionamenti, testi scritti con facilità tranquilla, nella scuola della ‘povna, tutta intera, questo pacchetto di competenze era detenuto in maniera esclusiva dalla sola ‘povna, con ciò escludendo dalla capacità di scrivere un e-mail, ma anche un report, o un articolo accademico semplice, in tempo reale gli stessi docenti di lingua inglese. La seconda questione riguarda invece la capacità di fare ricerca, con ciò intendendo non necessariamente l’essere in grado di produrre un articolo in grado di essere selezionato e pubblicato per una rivista scientifica, ma anche, in maniera più semplice e banale, di condurre una ricerca bibliografica, strutturarla e trarne un saggio compilativo ragionato di qualche pagina: e anche in questo caso, la ‘povna e Scovo hanno verificato sul campo che il numero di colleghi in grado di ricordarsi le operazioni fondamentali che hanno consentito loro (si suppone) di prendersi una laurea si riduce comunque a una scarsa percentuale.
Sic stantibus rebus, le prime fasi della ricerca Erasmus +, che hanno accompagnato la ‘povna e Scovo per tutto l’anno scolastico, si sono rivelate, come è prevedibile, faticosissime. Se sono riusciti a portare a termine la parte di compito loro assegnata, è stato soprattutto grazie a parecchia forza di volontà di loro due e a tanto, tanto lavoro extra. In ogni caso, previa anche la rinuncia a parecchi giorni di vacanza, sono riusciti a consegnare per la scadenza un lavoro che pareva loro dignitoso.
E’ con questo spirito, e la consapevolezza di un certo complesso di inferiorità nazionale, che la ‘povna è salita sull’aereo, la settimana scorsa, mercoledì, il giorno prima del meeting previsto. E’ arrivata ad Atene, ha raggiunto l’albergo, si è sistemata e ha aspettato la mattina seguente. A colazione, ha iniziato a reincontrare i partners: le due irlandesi, i ciprioti, i portoghesi si sono piano piano seduti ai tavoli. Poi i greci sono passati con il pulmino della scuola e li hanno caricati tutti quanti; i rumeni, non pervenuti, alloggiavano in un altro hotel, vicino al mare. A questo primo dettaglio (che molto ha sdubbiato la ‘povna), se ne è poi aggiunto presto un altro: una volta seduti alla tavola rotonda, le irlandesi hanno infatti dichiarato la loro proposta di comprimere l’agenda della riunione da due giorni in uno e mezzo, perché, inspiegabilmente, Ryan Air aveva spostato il loro volo a venerdì pomeriggio, dal sabato mattina. La ‘povna avrebbe considerato questo un dettaglio trascurabile se non ci fossero stati due elementi a renderlo quanto meno bizzarro: il primo era il fatto che le irlandesi medesime erano arrivate in Grecia il martedì, con ciò garantendosi un giorno e mezzo di turismo prima dell’incontro di lavoro, il secondo, che questa stessa procedura era stata applicata a Cipro nella riunione di novembre, questa volta a causa dell’anticipo del volo dei rumeni.
Poi, è iniziata la riunione, e tutti i partners hanno esposto le proprie risultanze e osservazioni, ciascuno con le proprie capacità e stile, al meglio. Ed è allora che alla ‘povna si è aperto un mondo di rivelazioni, squadernatosele davanti: perché man mano che sentiva parlare le irlandesi, i rumeni, i ciprioti non poteva evitare di respirare, nei loro discorsi scientifici, un’aura, più o meno smaccata, di provincialismo. Persone che sanno tanto di procedure europee, ma di lettura assai meno, non si parli di teoria di mondi possibili, make-believe, reader-response e tutte le altre ovvietà che, se si parla di un progetto di lettura, andrebbero sapute all’indietrina. Portoghesi e greci si portavano meglio, specie quando il secondo giorno hanno preso la parola i coordinatori della scuola ospite, rivelando – e questa agnizione geo-socio-cultural-politica la ‘povna se la porta via come importante – tutte le ragioni per le quali i Greci, così come sono, caotici, chiassosi, e comunque intelligentemente consapevoli, proprio perché sempre rischiano di starne fuori, anche per loro colpa, dall’Unione Europea non devono uscire mai, a nessun costo. Ma complessivamente l’Italia non si portava proprio niente male. Così, al termine dei due giorni, la ‘povna è risalita sull’aereo molto sollevata, con la legge morale dentro di lei che risplendeva intatta (perché, di certo, lei, non ha approfittato nemmeno di un minuto extra per qualcosa che non fosse lavoro). E anche con una certa sorridente gratitudine nel vedere le affinità mediterraneo-atlantiche, nell’asse Atene-Lisbona, che scintillano comuni sul mare.

Pubblicato in costume e società, cultura, vitadascuola | Contrassegnato , , , , | 14 commenti