Cestino-Valigia-Comodino

“Se c’è una cosa che mi dispiace veramente” – aveva detto il collega Pluto all’ultimo consiglio di classe – “è di non riuscire ad accompagnare in gita le Giovani Marmotte: perché sono sicuro che sarà uno spettacolo vederli alle prese con la magia dell’Appennino”.
Era stato buon profeta e, dunque, detto e fatto. Lunedì scorso, alla guida di una classe quasi unanime (e con il consueto inserimento di pochi sparuti altri secondi), la ‘povna e Mickey Mouse si sono imbarcati sui cinque cambi treni lungo la strada che scalano oramai da dieci anni. Dietro di loro, la lunga teoria dei giudiziosi Marmottini, ciarlieri, puntigliosi e fiduciosi come sempre; davanti a loro quella prova della verità che si chiama il confronto coi fantasmi del proprio vero io, nell’esperienza fondativa che si vive in Appennino.
Ci sono delle volte in cui l’Appennino inizia a scavare, incisivo, un tunnel carsico – andando a individuare contraddizioni e complessità nelle dinamiche di gruppo – intrecciando legami (fu il caso dei Bufali dell’Orda, e poi dei Pesci) che continuano a lavorare sotto traccia, negli anni, piano piano. Altre volte va come deve andare, e resta bella, ma senza salti (come con gli Anatri). Altre volte invece l’Appennino porta alla luce ciò che non si vedeva, e diventa un’esperienza di verità preziosa e insieme devastante, che tradisce rivelazioni inaspettate (fu il caso dei Matti e anche, incredibilmente, dei Maculati).
E poi ci sono quelle volte, rarissime, di compunzione cosmica, nelle quali l’Appennino suona la sua musica in armonia con la colonna sonora della dinamica del gruppo – ed in quel caso, se si ha la fortuna di poter prendere parte a tutto questo, non resta che lasciarsi portare dallo spartito, e fermarsi con gratitudine a guardare.
Successe con l’Onda, ovviamente, con la quale la gita in Appennino segnò l’inizio della danza degli addii, che suonò poi per due mesi la sua musica, a partire dal ritorno. Successe coi Merry Men (la ‘povna lo ha rievocato di recente). Ed successo, una volta di più, nei tre giorni scorsi che si sono dipanati all’insegna di un irrituale che suonava solo ovvio, coi Marmottini.
La lunga fila dei loro zaini si è inerpicata volentieri per le strade ignote, con piglio di scoperta. Senza dire bah hanno guardato la casa di pace, e la comodità rustica molto poco canonica che li avrebbe ospitati per due giorni; hanno salutato l’obiettore e gli istruttori con il loro atteggiamento educatissimo; si sono dimostrati curiosi, partecipanti, attenti. Insieme si sono divisi nelle camere e anche nei gruppi di lavoro, senza bisogno di una guida, facendo per se stessi; insieme hanno giocato, ascoltato, interloquito, parlato di discriminazione e pregiudizio, colpendo gli educatori per il livello attivo – quasi fosse una ovvietà – di educazione civica. Insieme hanno sporcato pantaloni, giacche e scarpe (“quelle vecchie, ‘da fuori’, professoressa”) calciando i loro tre palloni per i colli, e rotolandosi felici tra le margherite, per i prati. Insieme si sono aiutati, hanno aiutato, hanno mangiato a quattro palmenti. E insieme, con i visi coloriti da un sole che li ha baciati sempre, da tanto che son belli, sono risaliti, infine, sulla navetta, portando con sé solo il rimpianto che fosse “tutto già finito”, come unico elemento da buttare nel “cestino”.
In “valigia”, invece, tengono le cose giuste, quelle toste (la storia, la memoria, la crescita); sul “comodino” il divertimento, come è giusto, e il confermarsi, ancora più forte, gruppo. Ed è quello che raccontano oggi, a classe aperta, alla ‘povna e a Mr Higgs in qualità di special guest, all’ultima ora, durante la restituzione.
La ‘povna li ha guardati e li ha amati, come capita solo con certe classi. Mentre intanto pensava alla bellezza di uno sceneggiatore che sorride, e a riempire manciate di barattolo. E mentre un sogno tornava – a lei, che la maturità non l’ha mai sognata, neppure per errore mezza volta – a visitarla, ossessivo, notte agitata dopo notte, e la portava giusto in mezzo all’orale di esame per Scrittura del Territorio.
“Bentornata, prof.!” – la salutano stamani i Merry Men (e sono i primi che incontra) – “Come è andata in Appennino?!”.
“Molto bene”, spiega lei “i Marmottini sono così diversi da voi, che, a completare il giro, vi somigliano”.
Soldino annuisce consapevole. E così pure Rebecca e Piccolo Giovanni. La chiosa appartiene ad Earnest: “Beh, prof., ora che ce andiamo, ci dovrà ben essere qualcuno al nostro posto”.
La ‘povna fa cenno di sì (tre anni fa, era un concetto che apparteneva all’Onda): dopo giorni così, non resta altro da fare.

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Cita-un-libro #ioleggoperché 9

L’evento più divertente di un sabato un po’ pieno, ma rasserenante, accade alle 10.23 della mattina scolastica. La ‘povna è in classe delle Giovani Marmotte. La Pesciolina è con lei, sta eseguendo il suo ruolo di messaggero con anticipo (perché io non-lettori volontari di quella classe, che sono tanti, hanno chiesto il maggior numero possibile di giorni per portare a termine questo grande compito). Legge la prima pagina dei libri del progetto: “Caro lettore, se stai leggendo queste parole, vuol dire che uno dei nostri romanzi è arrivato nelle tue mani”. La commentano tutti insieme, fioccano le domande; la ‘povna la paragona (ovviamente) all’esordio di Se una notte di inverno un viaggiatore di Calvino. Arrivano le prenotazioni: Pony Berrettina, Gustavo, Armadietto e Faline decidono per L’ordine delle cose di Capriolo; Palinuro (nomen omen) sceglie di mettersi alla prova con Oceano Mare.
Si passa poi alle Storie che non conosci (la ‘povna ha deciso di farci sopra una lezione di poesia e analisi del testo). Tende tirate, luce spenta, si ascolta la canzone e si guarda con attenzione il video. La ‘povna, ovviamente, lo ha già visto. Ma, come sempre in tutte le cose che fa in questo periodo, insieme sta finendo di preparare uno schema di storia per i Merry Men, e lessando il cavolo; dunque le immagini le guarda con un occhio solo e (un po’) di sfuggita. Così, quando, il giorno dopo, in aula, sui versi “Finito di stampare nel mese di agosto”, compare il viso di una giovane donna che legge, il grido le scappa di bocca: “Ma quella è la mia amica Gina!” – urla.
La Pesciolina e le Marmotte la guardano con occhi stupiti, ma non troppo. Il messaggio inespresso è sempre il solito: “Prof., ma lei conosce tutti”.
Ed è con questo regalo virtuale, inaspettato, eppure così tanto prevedibile, che la ‘povna va incontro al fine settimana. Weekend che fornisce, anche, dopo l’invenzione di una ricetta di Orange Tarte inventata step by step insieme a mamma ‘povna, e una cena assai carina dall’Ingegnera Tosta, l’ultima domenica di gara con Cita-un-libro (la prossima, e ultima, sarà non competitiva e in modalità diversa, la ‘povna spiega sotto), con la vittoria di Wolkerina, affidata dall’inappuntabile Effe. Il loro nuovo giudice, anche per farsi perdonare del ritardo, decide come tema “senso di colpa” (aggiungendo il suo timore che non sia un tema, dice alla ‘povna). La ‘povna, dal canto suo, prima rassicura Wolk, che il tema è tale, ed è pure fortissimo. E poi partecipa con una citazione fondativa, che, per molti versi, le piace molto. La figura di Caino, infatti, è fondamentale nella mitografia universale sulle origini delle relazioni umane dentro il mondo (contribuisce, insieme a molte altre cose, a spiegare il senso primordiale di “guerra civile”, per esempio). Ma per la ‘povna è importante anche per motivi personalissimi, perché la risposta di Caino a Dio è di quelle che lei si sente sulla punta della lingua, sempre più spesso, tutte quelle troppe volte che a scuola la chiamano in causa per mille e una ragione sulla cui competenza avrebbe parecchio da recriminare.

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Infine, una postilla sul gioco, che arriva all’ultima curva. Con la settimana che inizia oggi, si conclude la fase direttamente competitiva, che ha visto la blogosfera attiva per nove lunghe settimane, instancabile. Sabato sera o domenica prossima, come sempre (e come da regolamento), Wolkerina proclamerà il vincitore di questa tornata di colpa. A quel punto, per domenica 19 (che sarà anche l’ultima), il format cambia leggermente. Al vincitore in questo caso, resterà solo la gloria, infatti. Nel senso che il tema della settimana dal 19 al 26 sarà la lettura, e le citazioni potranno essere postate tutta la settimana fino a sabato 25 (con particolare riguardo al 23, in modo che chi fa eventi intorno a quella data possa usare i molti passi che, auspicabilmente, emergeranno, per arricchire i propri totem reali di citazioni nei vari spazi degli eventi). I link alle citazioni andranno segnalati dunque direttamente nel post di domenica 19 aprile, qui a casa della ‘povna. Lei stessa, poi, in una data compresa tra il 26 e fine aprile, farà un post riassuntivo della settimana non competitiva e dell’iniziativa nel suo insieme.
Il motivo è semplice: tutto finisce, e un gioco di questo tipo ha senso senza divenire snob solo se è a tempo. Senza contare che nasce e si sviluppa a sostegno esplicito di un portale e di una iniziativa (#ioleggoperché) che dal 23 in poi non ha bisogno tanto di giochi individuali collettivizzati (molto intellettualistici, per quanto divertenti), ma di impegno a 360 gradi verso i non lettori: serio, costante, spesso invisibile, artigianale.

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Le storie che non conosci

Rientro col botto, questa settimana, per la ‘povna. La tabella excell che sta diventando allo stato attuale la sua vita non perdona, e recita impegni millimetrici, tutti, e tanti, che basta un niente per mandare il calendario a gambe all’aria.
Tempo di gita di Appennino con le Giovani Marmotte – che se ne andranno nella (quasi) totale unanimità a scoprire il loro proprio specchio di Galadriel a partire da lunedì prossimo. Sarà una storia ignota, come sempre quelle che regala in Appennino; e, se i segni dicono il vero, sarà bella. La ‘povna insieme a Mickey Mouse è pronta alla partenza, e non vede l’ora, insieme a loro, di saggiare.
Tempo di riscossa per gli Extraterrestri, che, dopo essere stati bacchiati comme il faut all’ultimo consiglio, stanno provando a impegnarsi per non passare tutta l’estate sui libri (o anche da ripetenti): e per la prima volta la ‘povna vede i segni di un miglioramento sensibile e fattivo.
Tempo di #ioleggoperché, come si diceva, su tutti i fronti; e la ‘povna organizza, spiega, coordina, e – grazie all’aiuto dei Merry Men – durante la compresenza a Scrittura del territorio, con il plotter, stampa pure le sue brave locandine. Per l’occasione, prima Cirillo Skizzo le presta il suo personale cordino per legarle e portarle a casa in un bel rotolo (“Te lo ridò domani, se non lo perdo”; “Prof., non dica così, se no, non glielo presto mica!”), poi il bidello FacTotum le trova e le regala un bel tubo portaprogetti. E la ‘povna si sente sempre più assimilata agli ingegneri che popolano la scuola dove insegna (“Chissà se una maturità con il minimo riesco a prenderla, quest’anno” – scrive all’Ingegnera Tosta; “Certo che sì”, ribatte lei, “oramai lo sei ad honorem”).
Tempo di secondo giro di simulazioni per gli esami di Stato, coi Merry Men, mentre al primo la ‘povna si ritrova a dare il suo secondo 10 della sua carriera, a Orlando (“Se penso che rischi l’ammissione, ti prenderei a sberle” – e lui pian piano impara a uscire dal suo dolore grande, e le sorride).
Tempo del grande torneo di calcio che si avvicina (il prossimo 24), dove la ‘povna e i Merry Men dovranno difendere il titolo con una squadra e una sezione mutilata.
E tempo di insulti, anche, come non capitavano da quasi due anni, per la ‘povna e per Esagono. Questa mattina, infatti, per il loro ricevimento (che un caso assoluto ha voluto in contemporanea, stessa ora, stesso giorno), si presenta la mamma di Jago. Jago è un elemento aggiunto alla classe dei Merry Men da quest’anno. Viene da una scuola molto costosa e privatissima, dove ha recuperato, in un anno solo (e al modico costo di circa quindicimila euro) ben tre anni. Per l’ultimo ha deciso, bontà sua, di ritornare alla scuola pubblica, che ha però continuato a frequentare modello albergo e/o ristorante: che si traduce nel nobile e molto maturo atteggiamento: “faccio i fatti i miei se sono in classe, questo quando ovviamente non rispondo, e a scuola vengo quando mi pare”. Per questo la ‘povna ed Esagono, insieme a tutto il consiglio, hanno mandato una serie di lettere e convocazioni alla famiglia, che però, per lungo tempo, si è fatta di nebbia. Poi, a marzo, improvvisamente, la mamma di Jago si è resa conto che all’esame mancherebbero tre mesi scarsi, e ha iniziato, settimana per settimana, a venire a scuola a tampinare. All’inizio, chiedendo scusa e anche consigli; poi, con storie sempre più lacrimevoli da condividere. La ‘povna e il suo amato vicepreside hanno, di volta in volta, spiegato, consolato, fatto la voce ferma, parlato con lei, con lui, insieme e separatamente; hanno fatto risottoscrivere il patto educativo, chiesto e ricevuto milioni di promesse. Nei fatti però Jago ha continuato a fare i propri comodi, e la situazione non ha di certo cominciato a migliorare.
Oggi, nuovo round del dopo pasqua. La mamma di Jago parte con la ‘povna, racconta l’ennesima storia lacrimevole (nella quale prima si ammalano, poi muoiono, poi risorgono nella confusione del racconto, lei stessa, lui, una nonna e un nonno); poi, al momento di chiamare Esagono, la metamorfosi. Se prima la cifra del colloquio era stata la pietas, adesso i toni, all’improvviso, si infiammano: accuse alla scuola, a loro due, a tutti di “non capire, non impegnarsi, pensare solo allo stipendio”; minacce sparate variamente (avvocati, carabinieri, medici, e chi più ne ha, ne metta) in un crescendo di violenza che è difficile raccontare. Sono queste le situazioni nelle quali la ‘povna (che coi genitori in quindici anni ha avuto non pochi problemi, ma pochissimi) si congratula con se stessa per aver chiesto a Esagono di guidare la baracca, perché lui è un incassatore formidabile; resta pacato, come un foglio excell, ma non accomodante. E, dopo aver ascoltato, replica parole serie, giuste, e incontrovertibili, che sono difficili da smontare.
La mamma di Jago infatti ribatte, ma pochissimo. E alla fine la tempesta si placa (anche perché non ha appigli). La ‘povna corre in laboratorio per Scrittura del Territorio con un’ora di ritardo: “Eccola, prof., iniziavamo a preoccuparci!” – la accoglie Soldino col suo sorriso storto. “Scusatemi, ragazzi” – ma gli occhi cercano l’Ingegnera Tosta, telegrafandole, di lì a due ore, sulla strada delle vasche, una lunga storia da narrare.
Così si arriva alle 12 (due ore dopo la fine del suo orario di servizio) in sala professori, quasi volando. Esagono è lì anche lui, ma sa che non può disturbarle. Ma c’è il tempo per uno scambio rapido: “Ho detto all’Ingegnera del nostro istruttivo colloquio” -abbozza la ‘povna. Lui alza le spalle mesto. “Ma che cosa è la storia che raccontavi alla mamma di Jago, che uno dei nostri ragazzi ha avuto un attacco di panico? Chi, tra i Merry Men? Possibile che non mi sia accorta di nulla?”.
Esagono sorride, sornione, il suo sorriso largo: “Ma no, ‘povna, in un’altra classe”. Pausa. “Per i Merry Men, tranquilla, di qui a giugno, di panico, basta il tuo caso”.
La ‘povna ride, di rimando, e poi si ferma per via a comprare camomilla. L’arrivo a casa è all’alba delle quattro, con svariate incombenze ancora da portare a termine. Il tempo per il venerdì del libro, questa settimana, non esiste. Ci sono troppe storie nella vita di carne, in questa fine di pentamestre, da vivere, scoprire e raccontare.

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#Piazzaunlibro, ovvero: verso il 23 aprile (#ioleggoperché)

Archiviato il (non) racconto delle vacanze di pasqua (oramai superate dalla storia, ma che sono state, come già accennava, di notevole soddisfazione, e pure riposo, che non guasta), è tempo di tornare a parlare di #ioleggoperché con una certa urgenza. Perché il 23 aprile, data della giornata internazionale della lettura, si avvicina, e quella data è stata scelta anche a simbolo concreto di tutta l’iniziativa. Quel giovedì, infatti, in vari luoghi di tutta Italia: piazze, librerie, biblioteche, scuole, treni, circoli culturali, bar – ma anche luoghi impensati che saranno valorizzati dall’iniziativa singola, i cosiddetti messaggeri della lettura consegneranno i libri che hanno ricevuto a partire dallo scorso 28 marzo (a proposito: se non siete ancora andati a ritirarli, che cosa aspettate a farlo?) ai volontari ‘non-lettori’.
Poiché anche la ‘povna è messaggero (da prima della prima ora, a dirla tutta), anche lei si è dunque organizzata per portare a termine il suo compito, che la vede impegnata su una serie di fronti diversi, con varie iniziative.
Quello che segue dunque, più che un racconto, è una chiamata alle armi: perché, se fino a oggi il cazzeggio colto on-line, tra persone che se la cantano, poteva essere sufficiente, adesso si tratta, per davvero, di impegnarsi – ché non è certo consegnando libri (che sono distribuiti gratis, e dietro i quali si celano lavoro e impegno) a casaccio, durante un evento qualsivoglia, sia chiaro, che si ottempera il proprio ruolo di invogliatori alla lettura. Da questo punto di vista, una cosa alla ‘povna è stata chiara da subito: e cioè che – se non voleva che il suo compito fosse equiparato a quello di un trimestrale delle poste – quello che chiede (a lei, come a tutti) il progetto non è di limitarsi a consegnare un pacco-dono a caso, arrivederci e grazie, ma di costruire sopra l’evento un percorso, solido, di iniziazione. In altre parole, quello che #ioleggoperché chiede a lei e agli altri messaggeri non solo le mani e le gambe (per quello, davvero, bastava un DHL), ma la sua propria competenza. Perché consegnare un libro in sé e per sé vuol dire nulla, visto che poi è quando si arriva ad aprirlo, leggerlo, trovarlo bello, che il processo si inizia a viralizzare.
Di conseguenza, lei, negli ambiti in cui si muove, agirà così – e chiede a chi è interessato (nei modi che andrà a spiegare) di seguirla.
A scuola sta già lavorando da tempo nelle classi; la Pesciolina (che su #ioleggoperché fa la tesina di esame di Stato) la aiuta e tutto procede a pieno ritmo. La ‘povna si riserva di aggiornare nei racconti, se ci sarà da raccontare.
Nella vita reale – e qui il call for help inizia a farsi concreto, poche parole e molti fatti – il 23 aprile mattina lei percorrerà libri in mano un certo treno pendolari, alle 8.30. Chi fosse interessato, o pensa di muoversi sulla sua tratta, la contatti. Sia che si tratti di messaggeri come lei, sia soprattutto di non lettori che abbiano voglia di ricevere un omaggio. La ‘povna precisa che, oltre alla consegna, si vincerà il diritto di far parte di un gruppo di lettura che, con tre scadenze (la sera stessa, a metà maggio e a metà giugno) si riunirà in un certo bar per fare un aperitivo culturale e il punto tutti insieme alla lettura.
Il 23 aprile sera, come già anticipato, sarà invece presente, insieme all’Anziana di Ginevra, e a Connie, in un certo bar della piccola città, per l’evento #piazzaunlibro made in ‘povna. Dalle 18.30 in poi, aperitivo culturale, presentazione di messaggeri e lettori che si saranno fino ad allora annusati alla distanza, consegna dei libri e primo invito alla lettura. Proprio per questo, da questa settimana e fino al 23, nello stesso bar, collegato con la libreria di fiducia della ‘povna, sarà presente un totem, nel quale sarà possibile lasciare: citazioni del proprio libro del cuore, prenotazioni per ricevere uno dei libri, offerte di collaborazione in quanto messaggeri, e chi più ne ha più ne metta. Inoltre, da distribuire non ci saranno solo i libri dei messaggeri prenotati, ma anche un grande #crossaunlibro generale (chi ha voglia di portare un proprio libro da affidare a un altro, lettore o non lettore, lo metterà a disposizione nel bar, finché il 23 aprile ci sarà la ridistribuzione generale).
Non bisogna dimenticare il blog, e infatti la ‘povna non lo dimentica. Lo stesso appuntamento da gruppo di lettura la ‘povna lo organizza infatti on-line, per chi vorrà partecipare. In questo caso, l’appello è dunque ai lettori di Slumberland non messaggeri, magari poco commentanti o lurker, perché si facciano vivi e anche si offrano. Se le scriveranno in privato (lapovnaATgmail.com), o si paleseranno nei commenti, la ‘povna provvederà poi a mandare loro le istruzioni per partecipare.
E’ tutto, per ora. Anzi, quasi. Manca il pezzo forte. Alla ‘povna non resta infatti che segnalare i libri, prima di congedarsi. Lei – privilegi dell’organizzatore, della piccola città e di uno sceneggiatore ironico – in realtà ha potuto scegliere. E, dopo una serie di ragionamenti che sarebbe troppo lungo esplicitare adesso, ha deciso per La verità sull’alligatore di Massimo Carlotto e Galeotto fu il collier di Andrea Vitali.
Per chi fosse interessato all’evento del 23 aprile sera, nella piccola città, precisa che gli altri quattro titoli messi a disposizione, rispettivamente, dall’Anziana di Ginevra e da Connie sono Non avevo capito niente di De Silva, Come un romanzo di Pennac e Quando sei nato non puoi più nasconderti di Maria Pace Ottieri e Una canzone per Bobby Long di Ronald Everett Capps
E, a questo punto, esaurite le comunicazioni di servizio, alla ‘povna non resta che iniziare a prepararsi per i diversi gruppi di lettura, divertendosi a spiegare a un pubblico che, spera, sarà variegato e ignoto (ed è bellissimo) le sue ragioni di #ioleggoperché.

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Cita-un-libro #ioleggoperché 8

Molte cose da raccontare: di treni, di viaggi al nord, di incontri postulati, casuali, improbabili e impossibili. La ‘povna ne voleva parlare giusto oggi, prima di prendere un altro treno e andare a festeggiare la sua molto poco ortodossa santa pasqua. Poi però arriva la vittoria di Effe, del Gonnellino di Eta Beta a Cita-un-libro, e la ‘povna è subito sedotta dalla sua proposta splendida, di parlare di infinito. Il pensiero le corre, istantaneo, ad alcuni concetti, innanzi tutto fisici, perché dall’infinito all’entropia, così come è usata, malamente, nel discorso quotidiano e metaforico, il passo è in sostanza brevissimo. Calvino arriva celere alla mente, nelle Lezioni americane, innanzi tutto, e in quella sul concetto di Esattezza, là dove la poesia, cioè il fare letterario, cioè il riordinare la vita sotto forma di racconto, resta per lui la sola sfida vincente al perturbante disordine cui sottopone l’uomo, finito per definizione, ma con la mente aperta ad andare oltre ogni limite, il concetto stesso di entropia. Di fronte al crescente disordine del cosmo, scrive infatti, “all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva. L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’esistente si cristallizza in una forma, acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito in una immobilità minerale, ma vivente come un organismo. La poesia è la grande nemica del caso, pur essendo anch’essa figlia del caso e sapendo che il caso in ultima istanza avrà partita vinta”. Si tratta di una citazione splendida, alla quale è possibile legare anche alcune spiegazioni di divulgazione alta rese, a proposito del secondo principio della termodinamica, dal fisico Robert Gilmore nel suo libro Il quanto di natale: “«Un’inversione temporale su larga scala» – ricorda a un incredulo Scrooge (specchio nel testo di un qualsiasi lettore non esperto) lo “Spirito dell’entropia” – “è molto improbabile che […] accada nella realtà”. Nello stesso tempo, però, è necessario tenere sempre in mente che “non c’è una qualche legge fondamentale tra quelle che governano l’Universo che proibisca all’energia di lavorare per disfare un processo catastrofico. […] È solo improbabile. […] È così improbabile che puoi essere del tutto certo che non accadrà mai, ma solo perché è improbabile. Che una cosa non accada non è una prova che non possa accadere; ma solo che è improbabile e quindi non si verifica”. Per concludere, pratico: “in fin dei conti, cosa distingue l’impossibile dal limite ultimo, estremo, dell’altamente improbabile?”.
Ma c’è qualcosa che, malgrado tutto, continua a non convincere la ‘povna (non della bontà del ragionamento, ci ha scritto sopra pure un saggio, ma della sua migliore pertinenza per l’ambito proposto). Nonostante la sua passione per la fisica, e l’innegabile interesse che suscita, a suo avviso, la relazione tra infinito e l’entropia come concetto metaforico (che si è imposta nel discorso pubblico con una frequenza inversamente proporzionale alla sua reale comprensione in ambito scientifico), le sembra infatti che eliminare dall’orizzonte ermeneutico la nozione di infinito matematico resti comunque una decisione pesante e – per come vede lei i rapporti tra letteratura e scienza – in fin dei conti intrinsecamente sbagliata.
Se dalla fisica la relazione metaforica tra infinito e pensiero umano si sposta all’ambito della scienza più pura di tutte, però, la questione si fa ancora più complessa. Il rapporto con la filosofia, con Eraclito, ma anche con Archimede, coi tre problemi di cubo, angolo e cerchio, e dunque con Aristotele, con Dante e la fine del Paradiso diventa ineludibile (del resto, di derivazione filosofica è anche, come è noto, la scelta del suo simbolo – e sul concetto di infiniti mondi la filosofia moderna, da Descartes, passando per Galileo, a Leibiniz, a Hume, che furono insieme pensatori e scienziati, avrebbe parecchio da parlare). L’intreccio, come sa bene Snoopy, a questo punto si infittisce. Bisognerebbe parlare di Bolzano e di Cantor, e la ‘povna non ne ha la competenza. Perché, di citazione in citazione, si arriverebbe a Russel, a De Giorgi, a Cook: e bisognerebbe considerare nel quadro anche l’avvento dell’informatica (con una parziale chiusura del cerchio, visto che il concetto di entropia informatica si è sovrapposto, in epoca contemporanea, a quello dell’entropia fisica anche in campo letterario, basti citare, tra i molti, un romanzo come Rumore bianco di De Lillo). La tentazione di citare, allora, da Uno, due, tre, infinito… di George Gamow si fa forte, perché il suo lavoro di divulgazione, così come la sua figura, tutta quanta, si prestano allo scopo mirabilmente. La ‘povna si avvia così a compulsare un testo che le è caro, anche per tradizione di famiglia. Ma è a quel punto che qualcosa la blocca sulla via della libreria, e la riporta a un altro tempo. Un’estate lontana, la vasta e ombrosa biblioteca di nonna ‘povna, l’atmosfera immobile del paese-che-è-casa. Lei è una adolescente quindicenne, con un amore folle per la matematica, in quei mesi è in visita da loro l’Ozio, direttamente dall’America. Lavora nello studio inglese, a qualche suo problema di teoria dei numeri: il pomeriggio, quando è immerso nelle carte, tutti hanno ordine di non disturbarlo. Ma la ‘povna può entrare, forte di una tacita deroga. Si mette in un tavolino a fianco, si fa i fatti suoi, e guarda. E ogni tanto l’Ozio alza la testa, le passa dei piccoli problemi da risolvere, le spiega qualcosa.
La citazione sull’infinito arriva sull’onda di questa memoria preziosa e recita così, semplicemente:

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Per Cita-un-libro, nell’ambito di #ioleggoperché, numero 8, da una conferenza divulgativa dell’unico ‘premio Nobel’ matematico italiano.

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E. T.

E.T.

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What we call the beginning (Cita-un-libro #ioleggoperché 7)

La settimana della gita si è srotolata secondo la trama di uno sceneggiatore saggio, che ha predisposto per le strade di Valencia molti motivi, sapientemente reintrecciandoli. Quelli più rilevanti sono stati, senza dubbio: incontri, ombra e ombre, coralità, stupore, Bildung – e poi quella congiunzione suggerita da Thomas Mann nella Morte a Venezia – “nonostante” – come valore supremo esistenziale nella costruzione complessiva della trama.
La ‘povna potrebbe raccontare gli avventurosi episodi alla partenza – quando hanno rischiato di lasciare a terra, in un colpo solo, Mr. House, il Pikolo, lei medesima e Rebecca – della piccineria limitata del personale di terra, all’aeroporto, del senso di ironia di Ryan Air, per una volta inappuntabile, di una colonna sonora da Momenti di gloria, che ha suonato a un certo punto, o della saggia disponibilità del poliziotto di frontiera Franco, che si è rivelato infine deus-ex-machina e nume tutelare.
Potrebbe raccontare dell’arrivo sotto la pioggia, che si è trasformata rapida in sole, quasi subito, alla faccia delle previsioni del tempo (che, come già detto, non esistono), dell’incontro con Iome a plaça della Reina, o di quello con le ombre dell’Onda, che si muovevano per quelle stesse strade cinque anni fa e due giorni (mentre la ‘povna era con Campanellino e Nana dispersa a Oz, per rintracciare Dorothy), sempre a proposito di armonie e compunzione della trama. Potrebbe dire di come ha visto i suoi tre alunni più smarginati riprendere, leggera, consistenza, e di come li ha mantenuti dentro il cerchio limitandosi a guardarli, usando verso di loro briglia lunga e occhi svagati e attenti, che non si potevano ignorare. Potrebbe raccontare di un attraversamento di ombra che arriva inaspettato e fa anche male, anche se necessario e giusto, e si consuma all’ultimo – e vede Soldino e Piccolo Giovanni impegnati nella loro prima, e seria, tappa di responsabilizzazione esistenziale.
Potrebbe raccontare questo, e molto altro: del nuoto a Valencia (suo e dell’Ingegnera Tosta), del mare, della città di Calatrava (che è in sé abbastanza miope), della bellezza di ciò che rimane della città vecchia, e soprattutto del quartiere Liberty, della menzogna recitata a Mr. House a viso fermo (“Hai chiesto il trasferimento?”; “La solita scuola, quella che provo sempre”; “Allora in pratica no” – la faccia esprime sollievo, anche se vuole essere impassibile; l’Ingegnera Tosta tace), dei sogni inquieti e delle intuizioni raccolte per via, quasi come casualmente. Ma la verità è che, in buona sostanza, non le va di raccontare nulla – perché quello che è successo, che è moltissimo, e ancora in larga parte indigeribile, resta, alla fine come al principio, solo loro.
L’aereo dell’ultima gita, questo è certo, ha portato la ‘povna e i Merry Men in bocca al tunnel degli ultimi giorni, con una velocità e una precisione che, forse, pur dicendoselo, non si aspettavano del tutto. E adesso, tornati a casa, con calma, dovranno fare proprio questo impatto, che insieme preventivavano da tempo, ma, come tutti i riti di passaggio, picchia forte, e avevano tutti, in qualche misura, un po’ sottovalutato.
“Le cose più importanti sono le più difficili da dire” – scrive, adesso come allora, la ‘povna sopra il gruppo. E poi prima ci nuota e poi ci dorme sopra, è cosa saggia. La citazione (nell’ambito di #ioleggoperché) per Cita-un-libro sarebbe stata, in ogni caso, dai Four Quartets, perché le parole di Eliot, per questa occasione, sono semplicemente quelle giuste. Il tema proposto da Murasaki, morte – lo sceneggiatore sorride – comunque si presta. L’inizio del V movimento di Little Gidding, ovvio, con il ciclo inesauribile della fine e del principio: eppure la ‘povna, per (non) raccontare le ultime battute di questa storia loro, che gira verso l’ultima ansa, inesorabile, sceglie in realtà i versi finali.

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Pronti a decollare

Sulla gita di quest’anno le nubi si sono profilate fosche dall’inizio e fino all’ultimo: meta, mezzo di trasporto, partecipanti, accompagnatori, soldi – gli imprevisti hanno coinvolto tutti questi ambiti e non si sono fatti mancare proprio niente. Tanto che, ogni volta che qualche inghippo sembrava, infine, felicemente risolto, ce ne era già uno pronto all’orizzonte da dipanare. Per non sbagliare, ci si è messa di mezzo pure (oggi) la colica renale di Rebecca, così come (sabato) la morte del migliore amico di Orlando (di meningite fulminante). Ma loro hanno tenuto duro e sono pronti, tutti, a decollare. Il gruppo, in omaggio a una promessa consumatasi lo scorso anno, comprende la ‘povna, i Merry Men, due altre occasionali quinte (una delle due che fu compagna tanti anni fa, in Appennino, di un’avventura splendida), Mr. House, l’Ingegnera Tosta, Mr. e Mrs. Mifflin. La destinazione, infine, è Valencia. Ma, poiché tutto questo – pur già strano – era già visto, la ‘povna ha pensato bene di infilarci di straforo, a un certo punto, anche un incontro con Iome. Partono domani, e torneranno sabato. Ma la ‘povna, che si sente sempre più assediata dalla marea dei piùcheretti, ha già detto ai suoi due vicepresidi, se non dovesse rientrare, di non peritarsi poi a cercarla. Può darsi che lei e i Merry Men decidano di porsi sulle orme del Cid, infatti, e di far perdere così le loro tracce e di scappare.

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Cita-un-libro #ioleggoperché 6

La settimana dell’etica (da un’idea, splendida come sempre, di Iome, e assai notevoli risultati nei risvolti) è stata anche la settimana della fatica, per la ‘povna. I dati parlano da soli, e pure bastano, e recitano cinque giorni lavorativi su cinque di coast-to-coast, almeno dalle otto alle otto (con una punta di rientro a casa alle 22.15), un giorno libero trascorso parzialmente a scuola comunque, alcuni accadimenti non proprio piacevoli di cui ha detto, alcuni su cui preferisce trasvolare, e un finale in cui ci scappa il morto: il giorno prima, in sala da Spersa, e quello dopo dalla ‘povna a scuola. La ‘povna, nonostante tutto, ha lavorato come un mulo e ha stretto i denti: aiutata dalla comunità amicale, che in questi casi fa come sempre tanto, dalla consapevolezza che voleva portarsi avanti (in vista di due settimane future diversamente mobili), ma soprattutto dal fatto che sapeva che cosa le teneva in serbo il fine settimana. Che recitava “visite” – nella forma di 36 ore nella piccola città da parte di Spersa e dei ramarri, un viaggio organizzato da tempo, voluto fortemente da entrambe (che cominciano a rimpiangere di non vivere non si dice sullo stesso pianerottolo, ma per lo meno non a 400 km, un giorno sì, e anche quell’altro), difeso con le unghie e con i denti. E così, nonostante tutti gli innumerevoli casini, la ‘povna a un certo punto, ieri, si è infilata su un treno del ritorno, è volata a casa, ha chiamato la sua amica, e finalmente la loro vacanza è cominciata. Come è stata? “Splendida”, fa banale, ma anche molto sincero dirlo, tra incontri variegati di amicizia e di famiglia, gite monumentali, puntate al mare, là dove la domenica ha regalato a loro tutti una giornata di belle époque e sole pallido ma intenso, alla faccia delle previsioni del tempo (che, come è noto, non esistono). Prima che la truppa milanese ripartisse, a bordo della tamarrella, hanno fatto scorta di conchiglie, di scambi di vestiti, aria pulita e abbracci; e, sì, anche di racconti. Che è anche il tema proposto da Gaberricci (incoronato da Iome vincitore della tornata precedente) per Cita-un-libro di questa settimana.
Si tratta di un tema che non è un tema (la ‘povna pensa, visto che la critica tematica è un po’ il suo campo di studi e abilitazione universitaria, di poterlo dire a buon diritto), ovviamente. Proprio per questo, a voler essere precisi, dare un argomento del genere, senza specificazioni di sorta (come quella della metatestualità, per esempio) equivale a dare, nei fatti, un tema libero: a patto di non padellare sui generi (in linea di massima, sì a racconti, romanzi, novelle e poesia narrativa, cioè epica – banditi a meno di motivate eccezioni, teatro e lirica), basterebbe citare un pezzo qualunque di un libro qualunque. Se si volesse avvicinarsi di più alla richiesta sottintesa, le prime cose che vengono in mente (perché il concetto di storia rimanda ai legami con l’antropologia, evidentemente) potrebbero essere i miti fondativi: l’inizio della Genesi, Omero, Gilgamesh, il vangelo di Giovanni.
La ‘povna, per una serie di motivi (che spera magari di chiarire di qui al 23 aprile, se l’occasione sarà propizia) decide però di lasciarli perdere. La scelta invece torna su Calvino, che di tutte queste istanze si è fatto collettore sempre attento e consapevole, sia nella sua veste di scrittore, sia nei panni del critico (basti pensare alle sue riflessioni su letteratura e mito e letteratura e scienza, attraverso i noti legami con De Santillana). Eppure il passo che finisce sul post-it non proviene, in realtà, né né dai saggi legati all’antropologia, né dalle Cosmicomiche, come sarebbe prevedibile, ma dalla Prefazione a un romanzo.
Nel 1964, dopo un periodo profondo di riflusso (dopo il decennale rimosso della Resistenza, il governo Tambroni, i fatti di Genova), lo scrittore ligure ripubblica infatti, in quella che è a tutti gli effetti un’altra stagione e un’altra epoca, il suo primo romanzo (datato 1947), Il sentiero dei nidi di ragno. Lo fa, come sempre del resto, con una consapevolezza che è insieme culturale e politica. E, proprio per questo, ci scrive ad hoc una nuova Prefazione. Si tratta di un testo giustamente celeberrimo: per il richiamo all’azione che contiene, da ottimismo della volontà, nonostante tutto, per l’incoronazione a narrazione simbolo della Resistenza del postumo Una questione privata di Fenoglio. Ma anche per un passo sull’importanza della condivisione collettiva dell’esperienza sotto forma di racconto (che è poi quello che alla ‘povna qui preme ricordare).
“Avevamo vissuto la guerra,” – scrive Calvino – “e noi più giovani – che avevamo fatto in tempo a fare il partigiano – non ce ne sentivamo schiacciati, vinti, “bruciati”, ma vincitori, spinti dalla carica propulsiva della battaglia appena conclusa, depositari esclusivi d’una sua eredità. Non era facile ottimismo, però, o gratuita euforia; tutt’altro: quello di cui ci sentivamo depositari era un senso della vita come qualcosa che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche uno nostra capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio; ma l’accento che vi mettevamo era quello d’una spavalda allegria. Molte cose nacquero da quel clima, e anche il piglio dei miei primi racconti e del primo romanzo”. E poi prosegue, teorizzando una sorta di coazione collettiva, di una intera nazione, all’atto del racconto, originata dall’appena riacquistata libertà:

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Ed è proprio con queste parole, cariche, malgrado il pessimismo della ragione, di futuro fattivo e di speranza, che la ‘povna partecipa al Cita-un-libro (nell’ambito di #ioleggoperché), chiamato dal vincitore della scorsa, Gaberricci, di questa settimana.

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Kate Atkinson – Aspettando buone notizie (#JacksonBrodie)

Come aveva annunciato la settimana scorsa, la ‘povna chiude il cerchio (provvisoriamente) con Jackson Brodie e Kate Atkinson, parlando del volume recentemente pubblicato da Marsilio (Aspettando buone notizie, tr. it. di Ada Arduini, pp. 378, Euro: 18,50) e terza puntata della serie.
Si tratta di un romanzo che la ‘povna aveva già acquistato e letto in lingua originale alcuni anni fa (nel 2009, precisamente, e proprio a York, città natale della Atkinson, dove aveva trascorso un giorno unico, e bellissimo, di unica vacanza, dormendo in un B&B parecchio alternativo (e comodissimo) e passando la giornata a leggere e guardare alacremente la città.
Il romanzo, già allora, le era piaciuto molto: ne aveva ammirato la costruzione raffinata, eppure solida, a piani temporali scomposti – così come una focalizzazione multipla che, applicata a un poliziesco, può rivelarsi a doppio taglio (ma quando è ben gestita fa miracoli); aveva apprezzato, molto, il gioco con la serialità del personaggio protagonista, consapevole, ma nello stesso tempo mai eccessivo; aveva avuto modo di notare, da subito, come la vocazione fuori-genere dell’autrice si fosse dispiegata, in questo terzo step, con abilità e passione. Il risultato è un romanzo che è riduttivo definire ‘soltanto’ poliziesco; se giallo deve essere, lo è nell’accezione postmoderna del genere: quella cioè del mistero metafisico nel quale (la ‘povna lo ha ricordato spesso, è la vita, non la morte, che deve essere risolta). E in cerca di soluzioni non ovvie per la trama della propria esistenza sembrano, in effetti, tutti i personaggi coinvolti: i vecchi (Brodie e la sua ex-aiutante Louise, che si ritroveranno imprevedibilmente a Edimburgo), come i nuovi: la dottoressa Hunter, che è scampata a una tragedia sconvolgente quando era molto piccola, e ora che si è rifatta una vita perfetta la difende con l’oltranzismo integerrimo di chi già una volta ha perso tutto, e non ha più intenzione di accettare dalla vita compromessi; la giovanissima Reggie, ragazzina prodigio, appassionata, intelligente, restata orfana e con un fratello maggiore malvivente che, arrivata per caso nell’orbita di Joanna Hunter come “aiuto domestico”, è ben decisa a non lasciarsi scappare la sua occasione di fuga culturale, affettiva, sociale. Intorno a loro si muove una fitta schiera di comprimari – taluni nuovi, taluni provenienti dalle puntate precedenti – ciascuno con il suo filo da dipanare, ciascuno con le sue luci e le sue ombre, che una serie di eventi legherà poi in un luogo (Edimburgo) e in un evento (un disastro ferroviario), in mezzo a una rete di misteri che Brodie e Louise si troveranno, per caso, lavoro e scelta, a dover dipanare.
La rilettura in italiano conferma, da questo punto di vista, l’ottimo giudizio originale, cui si aggiunge quello per una traduzione encomiabile. In più, con alcuni anni di letture in più che la ‘povna ha ora sulle spalle, si possono aggiungere, adesso, almeno un paio di osservazioni intertestuali. La prima riguarda un possibile modello: quello di What was lost (che la ‘povna ha recensito questa estate), perché un certo sguardo sociale, così come il personaggio di Reggie, sembrano dettare alla Atkinson un solco da seguire con acutezza; il secondo riguarda invece, viceversa, la serie poliziesca inaugurata da Rowling-Galbraith, perché il personaggio di Cormoran Strike si ispira con intelligenza a Jackson Brodie.
Proprio per questo la ‘povna si sente di consigliare la lettura del romanzo a chi ama i polizieschi, ma non solo, perché l’abilità di costruire affreschi romanzeschi di Kate Atkinson è grande, e questo libro getta una serie di sguardi, e riflessioni, sulla società contemporanea cui vale la pena non rinunciare.

Con questo post la ‘povna partecipa al venerdì del libro, come sempre, e anche alla settimana etica proposta da Iomemestessa. Con la precisazione che questo romanzo non è il primo pensiero quando si parla di morale, ovvio; pur tuttavia, il genere poliziesco, in sé, moralista fin dalle sue origini, così come la vocazione dell’autrice, individualmente, si avvicinano in maniera esplicita, con consapevolezza, a quel grande tema del dover essere che ogni individuo dovrebbe, nella sua esistenza, praticare.

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