Scontro frontale (ovvero: dell’indiscutibile vantaggio di essere freddolosi)

Domenica mattina, una giornata di sole soleggiato bellissima, la ‘povna è andata in piscina, come sempre. Così ha preso la bicicletta, ha pedalato i tre chilometri e mezzo che la separano dalla vasca della domenica, ha nuotato le sue 120 vasche, si è asciugata, rivestita, e ha inforcato la strada del ritorno, godendosi il piacere del bel tempo, lemme lemme.
Con questo stato d’animo felice e sorridente ha preso la via che porta al lungo fiume, quella solita, che apre al lungo rettilineo che la porta (quasi) a casa. Ed è qui che, a quattro metri scarsi dalla curva, le si è parata davanti, all’improvviso, una motocicletta, che andava a velocità folle (per quel pertugio, oltre i 50 km) e soprattutto fuori carreggiata, totalmente spostata a sinistra. Che ci fosse ben poco spazio per frenare, da entrambe le parti, alla ‘povna è stato chiaro da subito; così ha provato a fare l’unica cosa che era sensato fare in quel momento, e cioè provare ad andare, lei, sulla sinistra, sperando così di evitare l’imminente impatto. Fatto sta che la moto, non si sa se per panico o demenza, ha fatto l’unica cosa che non doveva fare, a quel punto, e cioè provare a riguadagnare la sua destra della strada. Il risultato è stato lo scontro, inevitabile. La ‘povna, non si sa se per impulso irrazionale, o memore della sua passione per la fisica, ha avuto la prontezza di girare il manubrio di novanta gradi, così che la botta fosse riassorbita dalla ruota il più possibile, di area e non di punta. Poi, mentre oramai la moto si schiantava sulla sua povera bici, si è lasciata cadere a terra, volontariamente.
Le ha detto culo, perché si è presa, è vero, una bella manubriata nel diaframma (che l’ha lasciata per un po’ senza respiro a terra), ma per il resto l’impatto è stato per fortuna attutito dal numero assurdo degli strati che indossava (canottiera, maglia termica a maniche lunghe, maglia lunga, cardigan di lana e giubbino di vera finta pelle), e che caratterizza la sua tenuta di ordinanza (condivisa, in questa stagione, in tutto il mondo, solo da lei, dall’amica Tuttotace, nonna Abelarda e le lucertole).
Ed è così che, dopo essersi fatta aiutare da una amorevole passante, la ‘povna si è alzata in piedi, ha legato alla rastrelliera la povera bici distrutta e – dopo avere constatato che era viva, in piedi, e apparentemente senza (troppi) danni – ha preso la sua borsa in spalla e, evitando con cura di rispondere alla pazza centaura che rovesciava su di lei un uragano di improperi e insulti, minacciando, oh-la-la, di chiamare pure i vigili, ha scosso i capelli biondi e, in un gelido silenzio, si è avviata verso casa.

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“Passerotto non andare via”

Quando ha iniziato – quel giorno#1 che sembra adesso insieme così lontano e dietro l’angolo – mentre camminava verso il Prefabbricato, e verso il primo collegio dell’anno, la colonna sonora nelle orecchie, la ‘povna, tra le molte che credeva di sapere (e che la storia ha smentito, giorno per giorno, così clamorosamente) su una cosa, e una sola, aveva la certezza che non si sarebbe sbagliata. Perché, dopo il tentativo di massa dello scorso anno (che sembrava così evidentemente quello giusto), sapeva che lei la sua domanda di mobilità, costasse quel che costasse (Renzi, buona scuola, contratti del preside, ambiti – per citare la parte burocratica; ma anche pensieri impertinenti che delle volte è buona norma lasciar perdere), l’avrebbe riproposta a tempo debito, con la consapevolezza di tutte le ottime ragioni, nonostante tutto, che la spingono a fare le valigie e ad andare.
Così, mentre la trama si spampanava, metteva in crisi la sua indole ossessivo-compulsiva da pianificatrice stretta, e le regalava un senso altrove (così come previsto), ma così tanto diverso da quello che (non) cercava, e che si aspettava di trovare da questo anno, lei se ne è stata zitta, mantenendo però su quel pensiero un punto fermo. A differenza dell’anno scorso, in questi mesi, del trasferimento, ha parlato pochissimo (ma mai in frasi con alla fine un punto di domanda); eppure, a scuola, i suoi amici (la parola colleghi non basta a definire, a questo punto) sapevano la sua idea con la sua stessa certezza. E in questa direzione sono andati i pochissimi discorsi al riguardo con l’Ingegnera Tosta e con gli Amicolleghi. Una sola persona faceva eccezione, in tutto questo: ovviamente Esagono. Vuoi perché il loro rapporto è, per definizione, di un’altra qualità, che non postula, pur nella inespressa intensità, un’amicizia, vuoi perché la ‘povna non sapeva bene cosa dirgli, vuoi perché parlare sopra le cose su cui non si può agire espressamente, a meno che richiesto, non rientra tra i moduli relazionali del suo amato vicepreside ingegnere.
Così, quando è uscito il contratto di mobilità, lei e lui ne hanno discusso solo in merito alle conseguenze sulla commissione tosta, come se la consapevolezza che poteva riguardare, nei fatti, anche la ‘povna, fosse del tutto estranea al loro orizzonte di pensiero.
Si è arrivati così alla giornata del 30 aprile (gli snodi del provveditorato, cui inoltrare la domanda, si sarebbero aperti di lì a una decina di giorni), quando Esagono, mentre la accompagnava al treno dopo la mattina coi Merry Men, se ne era uscito così, come dal nulla: “Ma poi l’hai fatta la domanda di trasferimento?”.
“Non posso” – gli aveva risposto la ‘povna.
Per affrettarsi ad aggiungere, dopo la sua occhiata in tralice: “Esce il 12 maggio, per quelle interprovinciali”.
Esagono non aveva detto niente, ma poi si era lanciato in una molto periferica, eppure appassionata, rievocazione dei colleghi che, nel tempo, hanno scelto di restare nella loro scuola da pendolari – in verità una piccola truppa.
La ‘povna, di fronte a quanto di più simile a una richiesta, “Dai, resta”, che la mentalità ingegneristica, per definizione asettica, aveva saputo sottoporle, si era per davvero un po’ commossa. E prima di entrare in crisi, gli aveva risposto cuore in mano, e poche parole di sostanza: “Io tutto questo lo so, Esagono; e sai quanto io stia volentieri in questa scuola, e quanto bene mi trovi con colleghi che stimo, cui voglio bene e mi sento legata da amicizia. Però io a tutto questo, a meno di entrare in crisi, non posso né devo pensare”. E gli aveva spiegato, uno per uno, i motivi (di per sé ineccepibili) per i quali quella domanda andava fatta, e basta. Ed Esagono, che è una persona scrupolosamente onesta, aveva annuito e sulla questione non aveva più osato tornare.
Nel frattempo era arrivato maggio, e il giorno dell’apertura delle domande, anche. La ‘povna aveva compilato tutti i moduli online quel pomeriggio stesso, e poi li aveva lasciati in bozze a decantare. Nei giorni successivi, l’Ingegnera Tosta e gli Amicolleghi avevano affrontato per primi l’argomento, per la prima volta.
“Allora, hai fatto la domanda?”. E la ‘povna aveva risposto spiegando, e dicendo loro che era tutto pronto, ma, a fronte di un chiarimento burocratico da chiedere, aveva deciso di aspettare una settimana prima di inoltrarla. Perché effettivamente quest’anno le nuove regole di mobilità, molto restrittive per chi, come lei, lavora fuori provincia, impongono non solo di valutare molto bene un numero molto alto di parametri, ma aprono scenari anche tosti ai quali, for the greater good, non è possibile rinunciare. Infine, in nome a uno spirito di onestà che nei suoi confronti non viene mai meno, a nessun costo, la ‘povna aveva affrontato l’argomento con Esagono, durante una mezz’ora di psicoterapia, in vicepresidenza, e poi ancora giù alle macchinette. Ma in entrambi i casi lui aveva fatto orecchio da mercante, come se a sentire quelle parole non ci volesse proprio stare.
Si giunge così alla giornata di oggi, giorno libero, ma che la ‘povna ha impiegato per cinque ore a gestire le tabelle della commissione tosta, nel solito regime di emergenza. Barricati in vicepresidenza, lei ed Esagono lavorano per tutta la mattina a testa bassa. A un certo punto, dalla porta si affaccia Artemide. Li vede impegnati, sorride: “Eh, come fareste senza questa donna” – si rivolge con la sua aria da zia saggia a Esagono – “se se ne andasse…”.
“Aiuterà altri vicepresidi” – fa lui.
La ‘povna lo guarda; e lo guarda pure Artemide: “In che senso aiuterà?” – domanda preoccupata, drizzando le sue antenne.
“Io non so se l’anno prossimo mi voglio ancora occupare della commissione tosta” – replica lui con non-chalance. E poiché nella scuola della ‘povna tutti sanno che i vicepresidi sono sull’orlo delle dimissioni per protesta, Artemide incassa di buon grado, saluta e se ne va senza altro domandare.
La ‘povna sa che il momento è quello giusto. “Ho preparato la domanda, Esagono, lo sai. Ma non lo sanno in molti, e vorrei che la discrezione restasse, se possibile: è una cosa che ho condiviso, oltre che con te, solo con gli Amicolleghi e l’Ingegnera Tosta”.
“Sono già tanti, pure troppi” – fa lui a mo’ di battuta.
Ma la ‘povna è consapevole che ciò che è detto è detto. E che il suo vicepreside (non) le sta dicendo che la lascia andare.
Questa sera, dunque, la ‘povna, dopo aver nuotato un numero spropositato di vasche, è tornata a casa, ha aperto istanze on-line, ha ricontrollato la domanda e ha cliccato sul tasto invia, così, semplicemente. Adesso, il dado è tratto: “lasciare tutto indietro, e andare”.

Adesso cosa fai?
Che cosa inventerai,
per toglierti dai guai… dove andrai?

(Lùnapop, Qualcosa di grande)

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Habitus di laicità

Lezione di Italiano, due ore senza interruzioni (oramai merce rarissima) in classe con le Giovani Marmotte. Stanno parlando di Boccaccio, e dell’omosessualità di Ser Ciappelletto, e la ‘povna prende la palla al balzo (del resto, con quella classe, parlare di diritti civili è sempre stato marcatore di sanità civica).
“A proposito, sapere che cosa è successo mercoledì scorso?”.
Venti mani dei Marmotti si alzano di scatto. Arriva per primo Colin, che osserva tranquillo:
“E’ stata approvata la legge sulle unioni civili, professoressa”.
Ma non basta. “E di che cosa si tratta?” – incalza ancora la ‘povna.
E Colin: “La legge che permette i matrimoni tra persone omosessuali”.
“Quasi, Colin, ma è ancora impreciso: come mai la parola ‘matrimoni non è giusta?”.
Dieci mani di Marmotti si alzano per la seconda volta. Questa volta tocca a Palinuro:
“Perché le unioni civili nei fatti discriminano, e non danno gli stessi diritti del matrimonio, prof.”; Tom Sawyer gli annuisce al fianco.
La ‘povna gongola, sorride. “Non mi aspettavo niente di meno da voi, bravi. E sapete quali sono gli elementi di differenza?”.
“Io lo so!” – questa volta Pony Berrettina, per la foga di parlare, si dimentica persino di prenotarsi la risposta – “Hanno tolto l’obbligo di fedeltà, che nei matrimoni resta”.
“E come mai, secondo te?” – è la controbattuta della ‘povna.
“Beh, prof., è facile: se è vietato l’utero in affitto, due persone omosessuali non possono fare un bambino da sole. E allora come fanno ad avere un bambino se mettono anche la fedeltà come obbligo? Dovrebbero commettere un reato!”.
Le Giovani Marmotte, e lo sguardo laico sulla vita come habitus: la ‘povna (ma forse, osa pensare, un po’ l’Italia tutta) oggi ha trovato di che svoltare la giornata.

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“Amerai il finale”

Il mondo della ‘povna ha fatto bang, per 36 ore di seguito, in una sequenza armonica di nove treni e otto città. Ieri infatti, stabilita con cura da sei mesi e qualche spicciolo, si svolgeva la presentazione dell’Ultimo arrivato del suo amico Marco, nella biblioteca dove lavora BibCan. La ‘povna lo sapeva, appunto, da tantissimo; e da tantissimo aveva messo in conto che questo fine settimana sarebbe stato di nord e treni folli. Quello che invece non aveva, per nulla, messo in conto, era che proprio per il 1 maggio, festa dei lavoratori (pur cadente di domenica) la loro amica Ginger organizzasse una giornata da trascorrere a casa sua e di Mio Cugino, nella città rossa. La ‘povna lo aveva saputo durante le vacanze di pasqua, e per una volta aveva potuto rispondere: “Ci sarò, e arrivo insieme a tutti gli altri”. Ed era scesa, a fine marzo, verso sud con la consapevolezza che di lì a un mese ci sarebbe stato un giorno e mezzo per festeggiare un’altra volta il loro tempo insieme.
Così, piano piano, mentre aprile si spetalava nel casino solito che lo contraddistingue, la ‘povna si era tenuta ferma quel fine settimana cuspide, preparando la scaletta della presentazione insieme a BibCan e Marco, decidendo spezzoni di film da mandare in mezzo, riflettendo su analogie, e temi da lanciare verso il pubblico. E anche, perché no (e BibCan si dimostra in questo senso un narratario quanto mai adatto), sulla circolarità di certi incontri, sui bivi, gli snodi, le ucronie e le complicazioni della trama. Ce ne era già abbastanza per poter essere sazi. Ma lo sceneggiatore, in certi casi, decide di suonare in stereo la sua musica. E quello che le aveva ammannito, evidentemente, ancora non bastava.
Lunedì della settimana scorsa, dunque, a 13 giorni dalla presentazione, e dalla prima domenica di maggio, la ‘povna arriva a scuola, sfoglia il libro delle circolari, e si imbatte in una che, chissà come è, online non ci è finita (ma dovrebbe). Legge distratta. Si ferma. Aguzza gli occhi. Poi rilegge. Quindi si precipita come un razzo in quella che, solo un anno fa, era la casa sull’albero, e adesso è solo la banale aula di un’altrettanto banale IV A. Lì, a quell’ora, insegna Muri e Impianti Esagono. La ‘povna bussa, “permesso” e poi irrompe.
“Ciao, scusami, ti disturbo…”.
Esagono la guarda sorpreso (sa che la ‘povna lì entra mal volentieri, da un anno a questa parte).
“Eh, ho letto la circolare, mi pare importante, consegnano i diplomi, sabato, da qui, rappresentanza, sostituzione, Merry Men”.
La ‘povna spezzetta, ma ci sono cose per le quali Esagono, pur se è ingegnere, la capisce.
“‘povna, vuoi andare a consegnare i diplomi in rappresentanza della scuola agli uomini del bosco, ma è questo sabato?”.
“No, il prossimo”
“Allora, c’è tempo”.
“Sì, ma non volevo ci fosse il rischio di scordarselo”.
“Non mi pare che con te sia un caso che possa verificarsi, comunque a posto”.
E la ‘povna sorride, ringrazia e se ne esce, lasciandolo finalmente in pace.
Due giorni dopo, a incarico ricevuto, la ‘povna apre il canale telematico. E digita su quel gruppo, dopo tanto tempo. Bastano tre minuti, ed è tutto un profluvio di risposte, di “mi piace”, di commenti. E la ‘povna riscopre, dopo tanti mesi di funzioni narrative imprevedibili, l’immediata certezza dei suoi amati narratari.
Giorno dopo giorno, tra foto di amarcord, battute, e ricordi, si arriva al 30 aprile, insensibilmente.
La ‘povna alle 7.32 prende il treno, e arriva a scuola con un’ora di anticipo. Perché lei i suoi uomini del bosco li conosce. Proprio per questo non si meraviglia nemmeno un po’ quando, alle otto e mezzo (la premiazione sarà al Prefabbricato, alle 10.30) si trova faccia a faccia con i primi Merry Men: arrivano Weber, Stuffy e il Taciturno. La ‘povna – che fino a un minuto prima stava chiacchierando amabilmente con Esagono (di un ardito parallelismo, suggerito dall’ingegnere medesimo, tra la difficoltà di valutare gli insegnanti e l’innamoramento) – molla tutto e comincia a vomitare cuoricini da ogni parte. E da quel momento la sua giornata a scuola cambia semplicemente paradigma. Intanto, alla spicciolata, si radunano un po’ tutti: Soldino, Piccolo Giovanni, Rebecca, Earnest, gli Smarginati, Grande Giovanni: la ‘povna li porta con sé nell’aula dove fa lezione ai Mowgli, ma in realtà non ha altra esistenza che per loro. I quali, a un certo punto, dopo essere passati a salutare tutti quanti (senza dimenticare Ornella, l’amata custode del dirimpettaio liceo artistico), si dileguano verso il Prefabbricato. Per fortuna la campana dell’intervallo arriva con velocità accettabile. La ‘povna preme Esagono (incaricato per la sezione A, cui ha chiesto di accompagnarla), lo incalza. E finalmente si muovono anche loro.
Al Prefabbricato si ritrovano. E non è solo la premiazione, che è bella, commovente e rituale, così come deve essere. E’ proprio una questione di orecchio (del resto, questo, loro se lo erano rivelato anni fa, in tempi non sospetti): condensate in un’ora, diciassette vite, la sua e la loro, passano di bocca in bocca. Non c’è bisogno di spiegazioni, variazioni, note a pie’ di pagina: molto semplicemente, sono a casa.
Al termine di tutto, dopo le foto, i saluti, e quest’orgia di parole che gioiosamente li sommerge, è il tempo degli addii.
“Arrivederci, prof., torniamo presto. Grazie di tutto, come sempre”.
Poi Esagono la riaccompagna in auto (tirandole pure, mancino, un colpo basso).
Il resto, è storia di intrecci millimetrici, coincidenze prese tutte, treni in orario perfetto. Incontri in metro (non una, ma due volte), sorprese intercontinentali e molto altro, mentre si incrociano i mondi.
Il tempo degli addii agli amici del nord si consuma su una terrazza della città rossa, e poi è solo una corsa su strade note, che tanti piedi hanno calpestato tante volte. E poi un altro treno, e poi un altro. Fino alla bici che, ripiena di quella quiete narrativa che solo una bella storia può fornire senza graffi, infine, la riporta a casa.

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25 aprile 2016

Ci sono cose che sono e basta. Il 25 aprile è tra queste, per la ‘povna, da insegnante e da cittadina.

19**

Certo, è il momento di parlare
come c’è stato quello di tacere
con tutti (perfino con gli amici), attenti
a non fare mai la stessa strada,
e non lasciare in giro taccuini
stracciati, indirizzi di streghe. E il tempo aiuta,
eh? non è vero? (Anche troppo.) Ma se uno
è appena astuto, sa che non bisogna
lasciarsi andare. E così niente abbracci
al baritono negro, allo scienziato
ebreo per parte di madre, niente fiori
sulle fosse o rimproveri sgarbati
agli aguzzini. Quando più te l’aspetti
torna a tirare un’aria di cappucci.

(in Giovanni Raboni, Le case della Vetra, 1966)

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“Non sono mai di seconda mano” #ioceroperché

23 aprile 2015 – 23 aprile 2016. Un anno è passato, veloce come sempre. L’anno, scorso, oggi, per la giornata mondiale del libro e del diritto d’autore la ‘povna era prima su un treno, poi a scuola, quindi nella biblioteca della città della scuola, quindi al suo bar, nella piccola città; indosso, sempre, orgogliosamente, la sua maglietta di #ioleggoperché. Ha consegnato libri, da brava messaggera, ha invitato alla lettura, organizzato eventi, giocato con le citazioni. Ma, soprattutto, un anno fa, ma in realtà soprattutto molto prima e molto dopo, sempre, ha lavorato con le sue classi, nel luogo dove la lettura può trasformarsi, quando si sa giocare con le pagine di carta, in qualcosa di consapevole e meraviglioso, per sempre: qualcosa che apre mondi, costruisce percorsi, intreccia destini e personaggi, attraverso cui la vita reale si arricchisce, in un unico rispecchiamento di trame. Vale a dire la scuola.
La ‘povna c’era perché non saprebbe fare altrimenti. C’era perché leggere è un privilegio che le corre nel sangue fin da quando è piccolissima, e siccome è un’entusiasta, non può fare a meno di condividere quello che le sembra bello con le persone che le stanno intorno, tutte quante. C’era, e questo le ha permesso, inchinandosi alla trama che da allora si è dipanata davvero molto stramba, di conoscere nuove strade inaspettate, cui fanno capo gli incontri con quella straordinaria rete delle sue sodali di C’è Bisogno, così come quelli con gli Amicolleghi. E’ questo il senso del suo mestiere, artigianale e prezioso, tutti i giorni. Insegnare a leggere prima e poi a costruire mondi a partire da quel filo di inchiostro, spiegare a quel gruppo di persone con cui avere a che fare è privilegio grande, gli adolescenti (con la loro adamantina e arrogante purezza ancora intatta) che cosa ci trova lei, che cosa chiunque può trovare, perso nelle pagine di un libro.
C’era perché c’era #ioleggoperché, quel giorno, ma ci sarebbe stata comunque. E ha verificato con mano, negli ultimi sedici anni passati in mezzo a un’aula, che la lettura, il piacere di leggere, si può trasmettere e insegnare.
Così insieme a Scovolino hanno scelto proprio oggi, per la giornata del libro di quest’anno, per organizzare la grande disfida, giocata a colpi di Per un pugno di libri, tra i Primati e gli Extraterrestri, sull’Ultimo arrivato di Balzano.
Dalle 10 (quando le due classi si sono radunate sul luogo della tenzone), fino alle 12 (quando si sono salutati felici e sorridenti, la bocca piena e le mani un po’ unte, di salame e di focaccia – perché quando si gareggia sui libri si vince tutti quanti), gli Alieni e i Primati si sono destreggiati tra giochi di ogni risma – Smitragliata, Quizzone, Lista della Spesa, Bustarelle – pronti a dare il massimo per vincere. E si sono, tutti quanti, divertiti moltissimo. E non importa molto chi abbia alla fine vinto (gli Alieni, peraltro, capitanati da Prima della Classe); importa che ce l’hanno fatta, a ritessere, in nuovi modi, quel sottile filo rosso. “Leggere può essere una grande avventura, prof.!” – hanno commentato alla fine, tutti, stanchi e soddisfatti. E alla ‘povna e Scovolino, uno scintillio di intesa complice, non è restato che annuire.
Ed è con questo spirito che la ‘povna, mentre si ascrive ancora una volta nella schiera di coloro che sono #prontiAtutto, si appresta a cominciare la seconda stazione – le novità, parecchie, saranno annunciate in conferenza stampa il 5 maggio – di #ioleggoperché.
Nel frattempo, chi avesse voglia, può condividere, linkando il suo post qua sotto, i motivi della sua partecipazione dell’anno scorso, con l’hashtag #ioceroperché.

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“Prevale la diversità”

Aprile si spampana come sempre, è il suo mestiere. A scuola della ‘povna non c’è verso di programmare una settimana di lezioni normali, perché adesso è il tempo delle attività altre. C’è il laboratorio di cittadinanza attiva con i Mowgli, la visita alle cantine, il corso sulla sicurezza e l’uscita a vedere i codici miniati con le Giovani Marmotte, e poi i tornei di calcio (dove quest’anno la ‘povna, forte del suo triplete, diserta la panchina), più tutta una serie di varie ed eventuali che ogni tanto capitano, e ad aprile e maggio capitano sempre. Per fortuna, esistono gli Alieni. Non che con loro la situazione sia diversa, anzi. Tra visite all’ASL per i corsi di primo soccorso, conferenze, e tutto il resto, anche con loro la scacchiera si fa complessa. Ma quella è una classe che non si scompone mai: piglia quello che si deve fare, e fa, con la serenità placida che li contraddistingue, che è poi stata anche la cifra predominante della loro tre giorni in Appennino.
Quest’anno le classi erano tre, e tutte abbastanza numerose, per la prima volta (ecco che cosa significa avere tre insegnanti di lettere che, grosso modo, si coordinano): c’era il gruppo della sezione A, con tanto di compagno con sindrome autistica (per il quale l’esperienza ha segnato un punto fermo sul via dell’autonomia non indifferente), gli Extraterrestri (quasi) all’unisono e la classe dei Primati. Ad accompagnarli, oltre all’insegnante apposito di Spilungone, di sostegno, la ‘povna, Scovolino e Mr. Higgs, che è come dire giocare in casa. E tutti e tre sono ritornati, la settimana scorsa,stanchi ma felici.
In Appennino, infatti, ciascuna classe è andata incontro allo specchio di Galadriel con entusiasmo, e, nonostante fossero veramente tanti, tutto è andato (e con i Primati non era per nulla detto), davvero molto bene.
Gli Alieni, in particolare, hanno fatto se stessi dal primo all’ultimo istante, confermando l’autonomia scontata, istintivamente laica, che è la loro cifra identitaria.
Così gli incontri con gli educatori – se non sono stati di pancia, come fu in quella perfezione compunta che suonò per l’Onda, i Merry Men, e le Giovani Marmotte – sono stati proficui, operativi e tranquilli. Gli Alieni hanno ascoltato, interagito, partecipato, tutto secondo le regole (regole che loro, ça va sans dire, hanno compreso e applicato dal minuto zero, come se fosse solo ovvio). Il resto del tempo lo hanno passato tranquillamente all’aperto, rotolando dentro l’erba in una felice varietà agreste, per poi lasciare una camerata pulita e ordinata quanto mai (e, trattandosi di undici maschi in convivenza, la cosa è già di per sé rarissima).
“Sono molto paciosi, ma non problematizzano” – ha puntualizzato l’educatrice con la ‘povna alla fine del laboratorio.
“Oh, no” – ha replicato la ‘povna – “lo so bene”.
E però che un gruppo di quindicenni, affetto da quindiciannite cronica, sia in grado di distinguere con naturalezza luoghi di relazione comuni nei quali non è ammesso applicare le proprie convinzioni personali ai propri simili alla ‘povna sembra comunque un risultato notevole, a prescindere da quanto (e lo dice lei stessa: tanto) potrebbero da qui partire per fare uno scatto, che tuttavia tradirebbe il senso ovvio del loro stare insieme.
“Tra noi prevale la diversità” – ha spiegato Zorro a un certo punto del dibattito. E tutti loro hanno annuito, con grande spensieratezza. E alla ‘povna pare che questa frase-epitome riassuma, su questa classe, tutto quello che c’è da dire. Perché tra loro, senza l’unanimità da corpo olistico dell’Onda, senza il situazionismo rumoroso dei Merry Men, senza la problematizzazione ripiegata delle Giovani Marmotte (che su tutto riflettono, e su tutto si fanno quattro file di domande) semplicemente, si sta bene e basta. Complice un numero esiguo, forse; complice un percorso in prima che li portò a unirsi in virtù di un concorso vinto (in capo al quale si sono pagati uno sconto cadauno per la gita come classe, e pure la gratuità per IlMioAmico); complice la casualità, che in questi casi fa tanto; complice un’aula spaziosa e bella (perché hanno avuto in sorte la classe del Nespolo), stare tra loro, banalmente, è piacevole. E tutti quanti – insegnanti e alunni – arrivano in classe fischiettando, disposti a godersi per cinque o sei ore il loro straordinario buon carattere (che è stato pure verbalizzato, in questi termini, nell’ultimo consiglio di classe). Ne è stata prova l’evento che ha occupato l’immaginario di tutti nell’ultimo mese, al ritorno dalle vacanze di pasqua.
“Prof., guardi fuori dalla finestra” – ha salutato la ‘povna Zorro un giorno, al suo ingresso in aula.
La ‘povna si è affacciata, e, sul ramo più basso del nespolo, quello che aggetta in classe, ha trovato niente meno che una tortora.
“Si chiama Patrizia” – ha spiegato Bravo Ragazzo – “è da ieri che si fa il nido. Adesso ha finito, e sta covando”.
E tutti loro hanno annuito soddisfatti, senza meravigliarsi né tanto, né poco, della nuova aggiunta al gruppo, come se avere un uccello in mezzo all’aula, femmina, per di più, e in cova, fosse la cosa più naturale del mondo.
“E certo non poteva venire che da voi” – ha sorriso la ‘povna.
“Certo, prof.” – le fa Eliot di rimando – “del resto da noi si sta solo molto bene”.

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Sì vota

SIMBOLI-REGIONI
Domani, dalle 7 alle 23, le urne collocate nelle scuole italiane (tra le quali quella della ‘povna, dove sarà rappresentante di lista) saranno aperte per le votazioni sul referendum popolare promosso dalle 9 regioni – Basilicata, Calabria, Campania, Liguria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Veneto – per abrogare quella norma, introdotta recentemente dal governo, che autorizza coloro che sono già titolari di concessione per trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa a mantenere il diritto alla concessione stessa fino all’esaurimento del giacimento, e non fino al termine della concessione. Al termine della concessione, dunque (cioè allo scadere di un contratto), le sole trivellazioni entro le 12 miglia non saranno rinnovate. Il quesito dunque non riguarda le piattaforme di terra, né saranno interessate dal referendum tutte le 106 piattaforme petrolifere presenti nel mare italiano per estrarre petrolio o metano.
La ‘povna voterà sì, convintamente. Lo avrebbe votato comunque per motivi di banalissima prassi di libera concorrenza, perché concedere a un colosso straniero quale la Total la possibilità di restare, senza negoziare condizioni altre, gratis et amore Renzii, fino alla fine di un giacimento e non fino a scadenza di regolare contratto, pagando complessivamente allo stato italiano oneri di sfruttamento del giacimento che non superano il 6% (negli altri paesi sono oltre il 30) non le sembra per nulla giusto. E poi anche per motivi ambientali.
Si aggiungono a queste due ragioni forti la consapevolezza che il governo (come fatto presente da sei delle regioni promotrici) ha messo in atto un abuso di intervento, perché su queste materie, in virtù del grande e decantato decentramento, sarebbe competenza delle singole regioni decidere. E a prescindere da quanto le possa piacere o meno il federalismo (pochino, a dirla tutta), alla ‘povna piace di più che, quando lo Stato sancisce una norma amministrativa, poi non contesti che venga applicata.
Questo era, grosso modo, il pensiero della ‘povna fino al 16 marzo. Quando la gita con le Giovani Marmotte e Saimon l’ha portata in visita sui luoghi di Tempa Rossa; e sentirsi dire dai lavoratori stessi: “Io voto sì, il lavoro non lo perdiamo perché la concessione maggiore è a terra, ma anche se fosse, piuttosto che questo scempio meglio il rischio” è qualcosa che fa pensare.
Domani, dunque, la ‘povna andrà al seggio (di mattina presto, entro le 10, perché la sua affluenza possa essere attiva al rilevamento delle 11, a dare slancio e buon esempio), e voterà sì, convintamente. Spera di avere convinto le ragioni del No sui motivi, economici, ambientali e, non ultimi, istituzionali per i quali le ragioni del Sì sono (con)vincenti. A chi volesse andare al mare senza passare dalle urne, ricorda sommessamente che qui non è in gioco (come ai tempi delle lenzuolate anni Novanta) l’apertura serale dei negozi (cioè qualcosa che è giusto voler delegare in bianco al Parlamento), ma che, viceversa, si parla di qualcosa di cui il Parlamento si è appropriato in maniera che i consigli regionali ritengono illecita ai sensi dell’articolo 117 della Costituzione. E che fu Bettino Craxi, alla vigilia di Mani Pulite, l’ultimo a invitare così esplicitamente ad andare al mare.
Allora era il suo primo voto referendario. La ‘povna andò, e fu contenta di vincere. Che è quello che spera, domani, insieme a tutti i suoi connazionali che aspirano a essere cittadini attivi, nonostante le tentazioni contrastanti, di replicare.

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A domicilio

La premessa è (abbastanza) breve e in ogni caso semplice. Da quando, dopo le note vicende dell’Onda, la ‘povna ed Esagono hanno firmato (si parla dell’estate del 2011) ufficialmente l’armistizio, la loro collaborazione lavorativa e scolastica li ha portati a rispettarsi, prima, e poi a stimarsi reciprocamente, perché – come ebbe a riassumere un paio di anni fa la ‘povna (quando una collega del Prefabbricato le chiese con fare provocatorio che cosa pensasse per davvero del suo vicepreside) – “Non credo che mi sia mai capitato un collega con il quale collaborare così intrinsecamente in gamba come il professor Esagono, e non credo mi ricapiterà mai in tutta la vita futura”.
Con questo, la ‘povna ed Esagono non sono amici (e non ci sono le condizioni per poterlo diventare, entrambi ne sono silenziosamente consapevoli), ma questo nulla osta a un incondizionato e reciproco riconoscimento, non dichiarato, ma nel tempo sempre più evidente, di valore.
Su queste basi, il rapporto di lavoro tra loro si è sviluppato nel tempo, a tappe che la ‘povna ha talora raccontato, che hanno segnato molta collaborazione e molto impegno, un paio di vaffanculo reciproci, la storia insieme coi Merry Men e anche – se pure mai tradotta in quella impossibile amicizia – una progressiva attenzione. Diversi quanto mai per indole e carattere (letterata, verbosa, scrittoria la ‘povna; ingegnere, dedito alla tabella excel laconico, il suo vicepreside), pur tuttavia la ricerca di un confronto ha scandito i loro anni scolastici, con una abitudine che, anno dopo anno, è diventata una prassi, inespressa, eppure quanto mai riconosciuta.
La ‘povna lo chiama, con gli Amicolleghi “il suo momento di psicoterapia”, e si tratta di questo. Da almeno tre anni a questa parte, spesso una volta a settimana, talvolta di più (per esempio in questo anno convulso di riforma Renzi), ma mai meno di una ogni due (perché in quel caso è Esagono stesso che, senza parere, si informa), la ‘povna, nelle more di un’ora buca (per esempio quando entrano tutti e due alla seconda ora, ma arrivano prima per sbrigare le faccende), si siede sulla poltrona in simil-plastica della vicepresidenza, e racconta, e si sfoga. Esagono di solito per lo più ascolta, interviene poco, e quando la ‘povna ha finito le domanda: “C’è qualcosa che io posso fare?”. Se la risposta è sì, ci pensa (e di solito agisce); in caso di risposta negativa, ridacchia, e si informa: “Ti sei sfogata? Siamo pronti per una nuova mattina?”. E la seduta si conclude.
Questo schema si è ripetuto, quest’anno, con frequenza crescente. Sia perché l’anno è stato, è ancora, durissimo (e molto, molto spampanato, anche) sia perché dall’anno scorso aleggia tra di loro una consapevolezza inespressa: quella cioè che la ‘povna andrà via, prima o poi, con il trasferimento, e di questo loro strano, eppure (a suo modo) strettissimo rapporto non resterà altro (per i noti motivi di mancanza di amicizia) che una bella storia da ricordare.
Le cose stanno così quando, mercoledì scorso, la ‘povna, Esagono, Artemide, Mr. House, DaddyLongLegs e l’Ingegnera Tosta si trovano in corridoio, durante l’intervallo. La confusione sotto il cielo regna grande, si sta svolgendo la settimana dello studente. In mezzo c’è stato anche un incontro con le RSU che ha segnato un punto di indignazione e non ritorno; i vicepresidi, il giorno prima, si sono asserragliati a porte chiuse (evento di per sé rarissimo). In questo contesto, Mr. House comunica ad Artemide, ex abrupto, di ritirare la sua collaborazione per organizzare una uscita didattica, “visto quel che è successo ieri”.
Artemide si inalbera, Mr. House alza la voce, DaddyLonglegs sorride, Esagono cerca di mediare, l’Ingegnera tace. La ‘povna, dal canto suo, si gira verso Esagono (con il quale non parla a modino da prima delle vacanze) e inizia a ripetere caparbia come un mantra: “Sì, ma che cosa è successo, ieri?”.
Esagono la guarda, ridacchia, ma non le risponde. La ‘povna (che pure si rende conto che non è quello il momento), finge un poco di arrabbiarsi: “In questa scuola non mi caca più nessuno, è un dato di fatto”.
“Dopo” – le rimanda il suo vicepreside, mentre si avvia verso la classe dondolando, con il suo tipico passo da ragazzo irlandese.
“Dopo”, la ‘povna ha prima una riunione con Scovolino, poi una con la preside Barbie, infine, insieme a Mr. Higgs, e a Scovo medesimo, deve andare a un funerale. Al ritorno, mentre la riportano verso la stazione, la ‘povna chiacchiera con gli Amicolleghi, in auto: “E comunque domani no, che non c’è modo, ma venerdì arrivo un’ora prima e sequestro Esagono per tutto il suo tempo a disposizione, non facciamo psicoterapia da prima di pasqua”.
Con queste parole, la ‘povna saluta gli Amicolleghi e salta sul treno in direzione piccola città. Il telefono suona all’altezza di Scoffia. “Pronto, ‘povna, sono Esagono, ti disturbo?”. “Figurati, sono in treno”. “Ti chiamavo per aggiornarti su quello che è successo, visto che oggi non c’erano le condizioni giuste”.
La voce pacata del suo vicepreside (quello che non parla mai) accompagnerà la ‘povna sulla via del ritorno per un’ora e quarto, da S. Martino fino a viale dei Ciliegi.

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Guacamole dello zio Matto

La ‘povna è stata al nord, a lungo e pervasivamente. Ha visto gli amici, soprattutto, ché questi sono giorni in cui per definizione si sta insieme. Ma, poiché tutti loro dovevano lavorare moltissimo (la ‘povna si è portata il suo proprio computer da Thelma, evento di per sé rarissimo, ché di solito l’accoppiata tablet + quello di casa basta, perché gli accadimenti legati all’Erasmus +, in consegna prima parte, dovevano essere gestiti in maniera quotidiana), gli incontri sono stati soprattutto là dove la loro socialità si fa convivialità stretta, e cioè seduti a cena.
In una di queste occasioni, le due cugine hanno riproposto un antipasto passepartout che Thelma aveva già fatto a capodanno, e la ‘povna dal canto suo riproposto, nella piccola città, agli Amicolleghi, a Connie, agli Amici Vicini, alla cena con l’Anziana di Ginevra, lo Storico Saggio e la Quasi Parente e pure con Ilaria Gaspari, sempre ottenendo, a in tutti i deschi, un successo strepitoso.
Si tratta del Guacamole di cui al titolo, in sé e per sé una cosa abbastanza ovvia. Però la ricetta arriva direttamente dallo zio Matto (venezuelano, come si sa, di origine) e per questo contiene quel quid in più, l’ingrediente segreto (anzi, due, direbbe lui) che lo fa inarrivabile. E che la ‘povna decide oggi di condividere su Slumberland, anche in onore dello zio, cui va un pensiero.
Per una dose per 4-5 persone (viene abbondante, ma crea anche un’assoluta dipendenza) si prendono dunque due avocadi molto maturi, più lo sono, e meglio viene la salsa. Anzi (e qui è il primo trucco dello zio), “se non si trovano, si cambia pietanza, il guacamole si fa un’altra volta”, perché non c’è niente di peggio che un guacamole fatto con un avocado che non sia men che maturo.
Si sbucciano (praticamente da soli, visto il grado di spappolamento), si mettono in una ciotola con il succo di un limone, sale (NIENTE pepe, lo zio Matto si raccomanda), e un poco di acqua calda (si va a occhio e si aggiunge man mano, solo se necessario) e poi (ecco il vero ingrediente imprescindibile, che cambia completamente lo statuto del piatto) un pizzico, pizzico e mezzo di cumino (in semi o in polvere, e in quel caso basta il pizzico). Si inizia a schiacciare con la forchetta, poi si passa al minipimer, quello che basta per emulsionare un po’, ma lasciando qualche pezzetto integro. A quel punto si gira col cucchiaio, e si aggiungono (senza più schiacciare o tritare, in ultimo) una faldina di cipolla tagliata sottilissima (e fatta alleggerire prima in acqua fredda) e un pezzetto, altrettanto piccolo, di pomodoro fresco tagliato a cubetti. Tutto qui. Poi si mette in tavola e si attende che finisca.
Alla ‘povna piace servirlo col pinzimonio: carote, sedano, peperoni, finocchi crudi trova che ci stiano benissimo. Sta bene però per esempio anche col salmone affumicato, per fare degli involtini lievissimi, oppure con tutti i tipi di gallette. La costante del Guacamole è solo quella di essere ipnotico: quando si comincia, è molto difficile smettere compulsivamente di mangiare.
Non succede, ma casomai avanzasse, la ‘povna segnala che è possibile pure congelarlo. Per riusarlo, basta farlo scongelare in maniera naturale, in frigo preferibilmente almeno per la prima parte del processo. Dopo, per rinvenirlo, è possibile procedere in due modi distinti: o rifarne ancora un po’, oppure aggiungere un altro pochissimo di pomodoro a cubetti, che ridà freschezza senza rovinare gli equilibri.

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