Giocare sporco

Sturmtruppen, arrivata in veste di collega quest’anno alla scuola della ‘povna, appartiene a quel 90% di docenti di lingua straniera che, da soli, bastano a spiegare l’incompetenza alloglotta dell’Italia, tutta quanta. Ma in realtà, prima che come (cattiva) insegnante di inglese, la ‘povna e gli altri avevano già avuto modo di conoscerla, in veste di mamma di Aliscapolo. Ragazzo della leva dei Merry Men, non è mai stato direttamente alunno della ‘povna, anche se lei (un po’ come tutti) ha imparato ben presto a conoscerlo. Un po’ perché se lo è portato su in gita in Appennino per due anni di seguito, seconda dopo seconda, e un po’ perché sia lui, sia i suoi genitori (Calatrava e, appunto, Sturmtruppen) avevano avuto modo di segnalarsi a più riprese. Di fronte alle malefatte del figlio (ragazzo sperduto quanti altri mai, che reagiva in maniera violentemente oppositiva a tutto e tutti – non a caso ha raddoppiato gli anni di frequenza del biennio), entrambi avevano tampinato, e spesso, i vari consigli di classe, mostrando un’arroganza nel chiedere clemenza inversamente proporzionale all’attenzione seria (memorabile fu la volta quando, di ritorno dall’Appennino, Aliscapolo non trovò nessuno a prenderlo, perché “mi dispiace, non abbiamo tempo” e fu riaccompagnato a casa dalla mamma di un compagno straniero, di quelli che lui ostentava di disprezzare) che riservavano ad Aliscapolo a livello personale.
Alla fine, dopo l’ennesima bocciatura, Aliscapolo aveva lasciato la scuola, ed era stato iscritto alla privata, di quelle “3 anni in 1, paghi e passi” (la stessa che hanno frequentato Movida, Bagni e Jago, i nuovi acquisti dei Merry Men quest’anno), per poi finire a fare in gloria l’ultimo anno (questo) in quinta in una privata cattolica famosa per concedere l’ammissione all’esame senza farla troppo sospirare.
In un contesto di questo genere, Sturmtruppen è arrivata quest’anno in tempo per prendere la quinta dei Merry Men, lasciata scoperta da Patty Albione per motivi di costruzione dell’orario di servizio, ed è stata la catastrofe. Perché, al netto di ogni considerazione didattica (l’inglese lo sa poco e male, peraltro; ma questo, la ‘povna lo ripete, per il 90% degli insegnanti di lingua è buona norma), il problema di Sturmtruppen è quello di non essere risolta. E, se c’è qualcosa che impedisce di default di essere un insegnante non buono, ma decente, ed è per sua natura irredimibile, è proprio questo: perché la didattica si impara, le conoscenze sono un pre-requisito, ma l’autorevolezza che deriva dalla risoluzione con se stessi, quella no: o si ha non si ha, purtroppo. E non averla significa, in prima come in ultima istanza, non essere in grado di insegnare. Figuriamoci in una classe come quella dei Merry Men, poi, i quali – acufenici, sbuccioni, capaci di muoversi sul filo delle regole – hanno avuto però ben chiaro, da sempre, quali dovessero essere le prerogative di un adulto, e sono pertanto molto poco disposti a rapportarsi con chi, per esempio se deve punirli, ondeggia, oscilla, e in definitiva chiede scusa per fare quello che – e loro lo sanno benissimo – dovrebbe solo con tranquillità fare.
Per fortuna, il consiglio di classe di quest’anno ha in sé elementi abbastanza risolti, invece, che dettano il passo della danza; le sortite fuori luogo di Sturmtruppen sono state contenute, via via, dai funambolismi diplomatici di Esagono, della ‘povna e dell’Ingegnera Tosta. Che hanno ingoiato tanti rospi, consolandosi con la battuta che era diventata un mantra: “Del resto, è pur sempre la mamma di Aliscapolo”.
Ma i nodi prima o poi vengono al pettine; e il “poi” è adesso, a 24 giorni dall’esame.
Perché Sturmtruppen – che di suo non ha la risolutezza per poter sostenere una decisione propria fino in fondo – nei confronti degli Smarginati mantiene un atteggiamento di ambiguità costante: da un lato, continua a chiamarli interrogati tutti i giorni, dall’altro poi si lamenta che non riesce ad andare avanti (e dunque infarcisce il programma di cose non spiegate – e quest’anno Inglese è esterna), dall’altro ancora li mantiene lì, tra il 5 e il 6, senza prendere il coraggio di decidere lei, che voto finale dare, e nello stesso tempo lamentandosi costantemente che non sono abbastanza preparati.
Dieci giorni fa, vista la mala parata, la ‘povna ha deciso di scendere in campo. Nei pomeriggi di doposcuola, hanno così iniziato a ripetere inglese a testa bassa, facendo riassunti su riassunti. E’ così riuscita a far prendere un voto alto agli ultimi non smarginati che ancora dovevano essere chiamati alla lavagna (Teofilo, Stuffy e Grande Giovanni), ma nel frattempo Sturmtruppen ha cavato fuori la novità che “non so su che cosa, e soprattutto se, potrò ancora interrogare”.
“Ma se aveva detto che ci richiamava su tutto il programma una volta finito il giro?” – esala Cirillo Skizzo il sabato a mezzogiorno, tra i singhiozzi.
“Io, glielo giuro, quella donna non la capisco” – gli fa eco Orlando con la voce da non-lo-dico-perché-faccio-Orlando-ma-proprio-perché-è-verissimo.
Che sia verissimo, la ‘povna la sa bene, a sua volta – e un’occhiata della Pesciolina le conferma che la situazione è critica. E allora prende una decisione.
Senza dire niente, sale le scale della casa sull’albero. E’ l’una e venti, ma la ‘povna sa che Sturmtruppen è ancora asserragliata lì dentro (di sotto, SignorePietà sta facendo ripetizioni di Muri&Impianti, e Sturm scenderà solo dopo, per evitare di incontrare i ragazzi).
“Oh, ciao” – (Faccia finto-sorpresa della ‘povna).
“Ciao”.
Poi, la prende larghissima. Piano piano, parlando parlando, coinvolge Sturmtruppen fino ad arrivare al profitto della classe.
E “sono preoccupata”. E “hanno voti bassi”. E “non vogliono studiare”.
“In realtà ora stanno studiando” – azzarda la ‘povna – “è che ci si son messi tardi. Sai, tutti i pomeriggi, col doposcuola, lavorano molto”.
“Ma allora è vero che ripassano?”.
La ‘povna si morde la lingua.
“Certo che è vero, stanno con noi praticamente tutti i giorni. Solo” – pausa – “hanno bisogno di scadenze ben distribuite e molto nette”.
“E’ che con me non studiano. Pensa…”.
La ‘povna è tutta orecchie.
“… io li richiamo tutte le volte, per vedere se posso farli rimediare. Ma non hanno studiato. E dunque mi tocca dar loro un altro 4″.
“Ma, scusa, Sturm, non è l’interrogazione di recupero?” – la ‘povna è cauta.
“Sì, ma se loro non escono perché dicono di essere impreparati. E’ maleducazione, questa, e devo sanzionarla”.
“Ma… Ti rispondono male, sono sgarbati, urlano…”.
“No, però mi dicono ‘Mi scusi prof., non ho fatto in tempo a studiare, è inutile che esca'; capisci che è un atteggiamento assai scorretto”.
Alla ‘povna viene in mente quando Aliscapolo lanciò un compasso contro un’insegnante che lo aveva ripreso perché stava dando fuoco alla cartella di un compagno, durante l’ora di Scienze. E, a questo punto, fa quello che è venuta a fare, e che sapeva avrebbe cavato dall’inizio:
“Beh, forse dovremmo scavare nella ragione di questa scorrettezza”. E poi, con aria svagata: “In fondo, siamo tutti mamme e babbi” – pausa – “zie e zii di ragazzi che sono, in una maniera o nell’altra problematici”.
Sturmtruppen alza la testa; è colpita, si chiede se la ‘povna l’abbia fatto apposta. Ma lei sta sfogliando il manuale, come sovrappensiero. “Ah, ecco il testo del brano che voglio leggere lunedì, per fortuna è presente”.
“Effettivamente” – bofonchia Sturmtruppen – “E però come aiutarli?”.
La ‘povna aspettava solo questo.
“Senti, ma se provassimo a far studiare ai sei inglese al doposcuola, e magari tu li interrogassi extra, su tutto il programma? Potrei provargliela io, la lezione. E potremmo stabilire delle date in cui farli venire, magari fuori ora, così non perdi tempo per le ultime spiegazioni”.
“Ecco, sì, magari. Ma loro devono venire, però”.
“Verranno, Sturm, te lo garantisco. Se gli diamo dei giorni certi, e tempo per prepararsi, vengono”.
“Lo faresti?”.
E’ il tempo del secondo e ultimo affondo:
“Certo che sì. Del resto, come ho spiegato loro l’altro giorno, un loro fallimento didattico è in prima istanza anche il nostro”.
Sturmtruppen sospira. Cede le armi. I restanti minuti si giocano sugli accordi specifici su giorni e pezzi di programma (e sui 4 ‘di punizione’ da cancellare). Poi la ‘povna saluta e corre in stazione con quell’ora e mezzo di ritardo.
“Sono riuscita a ottenere da Sturmtruppen un programma e un calendario per le interrogazioni di recupero” – telefona all’Ingegnera Tosta.
“Come hai fatto?”.
“In realtà ho giocato sporco. Le ho ricordato, indirettamente, ma non velatamente, che era pur sempre la mamma di Aliscapolo”, spiega la ‘povna quasi contrita. Ma la risposta dell’Ingegnera è netta.
“Hai fatto bene: abbiamo talmente poco tempo che il fair play può aspettare”.

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#lascuolabuona

Oltre il suo orario, a fare ripasso di vario tipo con gli alunni, e non perché ci siano “le ore”, ma perché è, molto semplicemente, così che deve essere (e pure tanto bello) la ‘povna, a scuola, ci si è fermata sempre.
Dunque, che anche per i Merry Men sia scoccata l’ora, adesso, dei coast to coast dalle otto alle cinque, non può in alcun modo meravigliare. Eppure, quello che sta succedendo quest’anno ha in sé le radici di una compunzione cosmica che lascia la ‘povna senza fiato ogni volta (e sono parecchie) che si trova a viverla. Perché quest’anno, per la prima volta, affrontare la scuola nei termini fluidi di funzione docente e non di ore di servizio è diventata caratteristica non di lei sola, o al massimo in paio di sparute pasdaran come era un tempo, ma vero e proprio metodo didattico, e come tale condiviso.
Mercoledì, dunque (suo giorno cosiddetto “libero”), la ‘povna si è presentata a scuola alle 14, così come aveva concordato con colleghi e alunni. E ha trovato i colleghi SignorePietà e SaiMon (Scrittura del Territorio e Muri e Impianti) e una trentina di ragazzi, di tutte e tre le quinte. Insieme, si sono distribuiti in quattro aule. In quelle di informatica, i due scientifici hanno seguito chi ne aveva bisogno nella stesura dei progetti, in una terza la ‘povna ha fatto inglese con un suo gruppetto; nella quarta, infine, alcuni altri si sono aiutati nelle varie materie, col metodo da pari a pari. Il sabato, dalle 12 alle 14, è ancora la volta di SaiMon e SignorePietà, sempre nelle materie scientifiche, mentre il venerdì, dopo il nuoto sacrosanto, la ‘povna torna in scena con chi resta, sempre per inglese (soprattutto) e poi con quello che c’è da fare.
Oggi, per esempio, nell’aula delle Giovani Marmotte, ci sono stati prima lei con Mr. Mao, Orlando, il Panda e il Taciturno, a ripassare e fare riassunti per circa un’ora per History of Architecture. Poi, separazione dei gruppi: il Panda e il Taciturno ancora con la ‘povna a ripetere per l’interrogazione di domani, voluta dalla professoressa Sturmtruppen, mentre Mr. Mao spiegava (grazie agli appunti provvidenziali, postati da Piccolo Giovanni, su richiesta, nel gruppo di classe) a Orlando matematica. “Finalmente ho capito il senso di queste formule, grazie!” – sentiva dire da Orlando a Mr. Mao, che gli proponeva integrali e studi di funzione, come se piovesse. Poi la voce si abbassa: “Se credi, potrei aiutarti in storia io, adesso”. La ‘povna prende la palla al balzo, va a stampare qualche appunto. “Non si preoccupi, prof.” – le viene incontro lo smarginato Panda – “continuo io a provare inglese al Taciturno, intanto”.
Quando la ‘povna sale sul treno delle cinque, è davvero molto stanca. Ma sorride, a questa, che è davvero #scuolabuona.

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Rigore aggraziato

Di lui ha parlato poco, in queste pagine. Perché il rapporto con il suo alunno Orlando, planato tra i Merry Men a novembre della terza, dai banchi del liceo classico, non è di quelli facilmente raccontabili. La ‘povna stessa, per capirlo fino in fondo, ha avuto bisogno di molto tempo, perché le pieghe complicate e affascinanti del suo carattere non sono di quelle che si facciano facilmente interpretare.
Certo, con lei Orlando è sempre andato bene, se non addirittura (soprattutto negli scritti) benissimo (del resto, la scelta del liceo classico non mente). Eppure, pur inserito totalmente e splendidamente in un gruppo che di per sé è solo tanto disponibile e accogliente, Orlando è rimasto per lungo tempo in seconda fila. Fuggito da un liceo che, per rilevanza di argomenti, gli sembrava cucito addosso, ha scoperto sin troppo presto di non essere portato per quelle materie ingegneristiche che fanno da sostegno portante alla scuola che si era infine scelto. Di conseguenza il suo percorso tra Scrittura del territorio, Agricoltura tecnologica e soprattutto Muri e Impianti è stato costellato solo da tanta noia e sofferenza. Ad alti e bassi, se la è tuttavia cavicchiata fino a circa metà quarta, quando è subentrato il crollo. Complice un carattere non facile, di un rigore aggraziato e terribilmente esigente, con gli altri così come con se stesso, Orlando l’anno passato pensò bene di festeggiare la raggiunta maggiore età, inanellando a ripetizione assenze sopra assenze.
Fu la ‘povna, a nome di un consiglio di classe per fortuna con la maggioranza di occhi attenti, a telefonargli a casa in un pomeriggio di maggio. “Orlando rischia grosso” – disse alla madre, persona rigorosa come lui, e spirito quasi affine, pur nella differenza di esperienze. Insieme, scoprirono dunque il coperchio del vaso di Pandora di una crisi galoppante. “Orlando non ha voglia, di niente” – riassunse per la ‘povna la mamma, agitata e insieme lucida. Dopo il lunghissimo consulto, la ‘povna dovette nuotarci sopra ben due giorni. Poi, colta da uno spunto improvviso, gli regalò Stand By Me, lo portò via con sé per una lunga conversazione fuori aula e, complice l’aiuto dell’Ingegnera Tosta, di SignorePietà e di Esagono, riuscì nell’impresa di riprenderlo per la collottola, riuscendo solo a farlo rimandare.
Quest’anno, al rientro a scuola, le cose hanno continuato ad andare ad alti e bassi. Poi, a marzo, doppia carpiata, la catastrofe. Prima l’uscita della seconda prova, quella materia di disegno tecnico, a mano e squadre, che Orlando, da bravo classicista, non aveva più preso in mano dai tempi delle medie e di applicazioni tecniche. Poi, ben più grave, uno dei lutti più ingiusti che può colpire un ragazzo di diciannove anni, che si trova, da solo e impotente, a piangere il suo migliore amico a calde lacrime. Nel frattempo, la ‘povna, questo suo alunno ombroso, impegnativo quanti altri mai, aveva imparato a conoscerlo e capirlo. Un po’ sono state le lezioni di Scrittura del Territorio del venerdì (cui la ‘povna partecipa da un anno), un po’ tanti piccoli tasselli (per esempio, la crisi violenta contro Esagono, mentore di Orlando da quando era piccolissimo in contesti extra-scolastici) – la ‘povna ha visto, tra le pieghe complicate di chi mette in discussione un sistema di valori in cui è cresciuto, e, deciso a rinunciarvi, si mette in navigazione in mare aperto, i pezzetti del puzzle da assemblare.
Perché, se esiste qualcuno di paragonabile all’indimenticato Corto Maltese, quello è proprio il suo alunno. Di cui Orlando rappresenta però il doppio simmetrico. “E’ uguale a Corto” – si trovò a dire in un lampo la ‘povna alla Pesciolina, durante una mattina a parlare di tracciolini e poligonale d’asse; per poi aggiungere, meditativa: “solo che Corto è più sicuro di sé, risolto, e, soprattutto, ateo”.
La corsa verso l’esame di Stato, negli ultimi due mesi, ha voluto dunque dire, tra le altre cose, anche una corsa a mantenere, caparbia, Orlando dentro il cerchio. Tante e tante volte lui ha tentato la fuga, ha dichiarato “non ce la faccio, smetto”; e tante e altrettante volte la ‘povna si è trovata, con la sola forza disperata del suo sguardo, a costringerlo a restare.
Se c’è qualcuno, tra gli Smarginati, il cui destino la spaventa, Orlando è candidato a occupare i primi posti. Perché, contrariamente agli altri cinque, il suo senso di giustizia, rigoroso fino a essere perverso (con tutta la perversione pura dei vent’anni), non gli permette di accettare aiuti, mani tese e compromessi. Orlando è così: accetta, e solo da chi vuole lui, occhi acuti e briglia lunga. Ma questo è il massimo dell’amore per se stesso che si riesce, con fatica, a costringerlo a provare.
Per questo oggi la ‘povna, nel vortice di una corsa che la vedrà a scuola sempre, e sempre a pensare alla quinta, torna a casa, per una volta, con una sensazione (che dura un giorno, si sa, perché con lui la guardia non si abbassa) di inusitata leggerezza. Perché oggi, per ragioni sue, di cui non è dato chiedergli conto, è ovvio, Orlando ha deciso di accendersi improvviso, per tutto il giorno. E non è il fatto di seguire le sue lezioni (quello, per quello stesso rigore che lo caratterizza, con la ‘povna lo fa sempre). Ma oggi Orlando, mentre ripassavano Svevo, ha concesso, a lei, ai compagni e a se stesso, la grazia della sua acuta intelligenza. Leggono le ultime pagine della Coscienza. La ‘povna recita, ci mette l’anima. Non lo guarda mai, ma lo fa per lui, soprattutto, e lo sa tutta la classe. Si arriva alle ultime righe, quelle sull’esplosione del mondo.
“Allorché la rondinella comprese che per essa non c’era altra possibile vita fuori dell’emigrazione, essa ingrossò il muscolo che muove le sue ali e che divenne la parte più considerevole del suo organismo. La talpa s’interrò e tutto il suo corpo si conformò al suo bisogno. Il cavallo s’ingrandì e trasformò il suo piede. Di alcuni animali non sappiamo il progresso, ma ci sarà stato e non avrà mai leso la loro salute” – legge la ‘povna. E prosegue di buon passo con la celebre avversativa che introduce il finale anti-progresso: “Ma l’occhialuto uomo…”.
“Perché ‘occhialuto’?” – interrompe Soldino, sollevando la testa, e consapevole del rischio che corre (dopo il piano di azione che lui, la ‘povna e Piccolo Giovanni hanno messo a punto su a Mauthausen, sa benissimo quali sono le dinamiche preziose dentro al gruppo, e non ha alcuna voglia di tagliarle). Però Soldino è curioso, vuole sapere. E l’intuito gli suggerisce che il momento è quello giusto.
Dall’angolo in fondo della classe, quello dove segue senza parlare mai, le parole arrivano veloci, ovvie, quasi non trattenute contro voglia. Sono solo cinque: “Perché non si è evoluto” – scandisce la voce di Orlando, mentre nasconde l’impazienza di continuare la lettura, che lo prende.
La ‘povna gli scocca solo un’occhiata, e basta quella. Domani è un altro giorno, e sarà di tremore, per lui e per loro tutti, come sempre. Ma intanto oggi è contenta di poter sperare.

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Quanti la Liberazione

Dopo la settimana di deportazione ai campi, e quella del ritorno, che li ha visti vivere, a scuola, in una situazione costante di emergenza (tanto che la ‘povna si è trovata a provare qualcosa che normalmente non le appartiene, cioè il sonno, perché il numero di ore ultime dormite – là dove per “ultime” si intenda “dieci giorni” – è oggettivamente pochissimo). Il sabato è arrivato, così come previsto. Così la ‘povna, dopo le sue ore di scuola, la piscina, e una valigia raccattata in tutta fretta, prende un treno e parte. La attende, lassù al monte, la celebrazione di un evento: i settant’anni di Mr. Mifflin. Per l’occasione, insieme a Mrs. Mifflin, ha preparato un piano; che prevede la confezione di una torta (pasta frolla al pistacchio con crema di ricotta alla gelatina di limone, rum e cannella – i Merry Men l’hanno assaggiata, e l’han trovata ottima); l’acquisto di un cestino-dono onusto di troiai di ogni grandezza (come si dice dalle sue parti: noccioline, pistacchi, semi di zucca, pomodorini, capperi di pantelleria, una finocchiona, paté di carciofi, patatine di ogni tipo, cioccolato alle nocciole, e pure al cognac, e chi più ne ha più ne metta); un dinosauro; l’acquisizione delle immagini di Fiorentina-Juventus (0-1, goal di Brio, era il 10 ottobre del 1982) e svariate altre sciocchezze. Questa sera, tutti questi doni, più quelli che ha preparato Mrs. Mifflin, verranno offerti al festeggiato, insieme a un lauto pasto. Non mancheranno i messaggi dei capi di Stato stranieri (che, sul fronte ‘povnico, recitano: Anziana di Ginevra, L., G., Storico Saggio, Thelma, Iome e tutti i Merry Men, con foto collettiva autografata con puntiglio). Perché, come ha scritto la ‘povna nel suo proprio biglietto: “Quando si hanno quanti anni quanti la Liberazione, è comunque un bel traguardo. E poi, a vedere la Repubblica, non è detto che non ci si guadagni, di fronte al paragone”. E così, per 24 ore, non penserà agli Smarginati, a Esagono, alle cose da fare, a tutto. Perché – come le hanno detto i Merry Men, a una voce salutandola – “Non si preoccupi, prof., ogni tanto, è doveroso festeggiare”.

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Anche basta

La ‘povna è tornata; e, sì, tutto bene, grazie. Lei, Piccolo Giovanni e Soldino si sono deportati con convinzione, assaporando tutto il viaggio (il cui contenuto appartiene però, come è solo tanto ovvio, rigorosamente a loro stessi). In Italia nel frattempo gli smarginati (che loro hanno sentito in maniera rigorosa, almeno tre volte al giorno, sempre) si sono smarginati, ma non troppo (o in maniera che non pare comunque irreparabile).
Oggi, finalmente, si sono ritrovati tutti in classe. Si sono raccontati quello che avevano da dirsi, hanno fatto il punto della situazione e poi hanno ricominciato a lavorare a testa bassa, che qui i giorni sono pochi.
Ma poi, sul finire della mattinata, è arrivata la notizia. E domani si traslano tutti al cimitero, per il terzo funerale in capo all’anno, stringendosi attorno al loro amato coordinatore Esagono, per aiutarlo a sopportare il dolore che gli è arrivato, all’improvviso, addosso.
E poi, sommessamente, dicono in coro un “anche basta”, che, tra morti e feriti (e il molto resto), il tunnel di quest’anno è di quelli che amerebbero, francamente, superare.

Addendum: a proposito dell’anche basta, oggi è andato a fuoco il prefabbricato che ospita una parte della scuola, evacuati mille studenti ed edificio distrutto. Per fortuna, la ‘povna e i suoi studenti erano al sicuro al funerale.

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Sette spose per sette fratelli

L’ultima volta, era stato nel 2011 e la ‘povna era tornata dal secondo viaggio ai campi con uno straniamento perturbante. Sarà che era partita con ancora addosso i postumi (e nemmeno solo quelli) della tonsillite purulenta, un gruppo sgarrupato cui badare mentre era lassù dispersa, il ritmo stravagante del ritorno. Fatto sta che quel viaggio, per lei, nel suo ricordo, è rimasta impresso più che per quel che ha visto, per quello che ha sancito sulla strada del ritorno, vale a dire (e molto a suo modo) l’inizio di un periodo che ha portato poi a cospicui cambiamenti nella sua già complicata vita.
Eppure, quando quest’anno, nel primo collegio di settembre, il prof. Referente le si è avvicinato dicendo: “Quest’anno tocca di nuovo alla nostra scuola, per il viaggio, tu li accompagneresti?”, non aveva avuto un dubbio. Perché sapeva di volere, e fortemente, offrire la possibilità di far vivere tutto questo ai Merry Men.
Mese dopo mese, dunque, il progetto Mauthausen si è srotolato, quieto, insieme a tutto il resto: le lezioni del professore Storico, i laboratori sui documenti, la comunicazione dei posti disponibili (sette), la scelta delle persone da deportare, e, infine, la partenza. Che sarà oggi, tra una manciata di ore.
La ‘povna affronta questo terzo viaggio, così atteso, con sentimenti misti. Da un lato è ben contenta di condividere il molto che sarà insieme agli occhi, così diversi, eppure preziosi, di Soldino e di Piccolo Giovanni (Weber non c’è, ha dovuto ritirarsi per colpa del crociato maledetto). Dall’altro, in omaggio al teorema di Milton, è molto spaventata all’idea di abbandonare per sei lunghi giorni lo sguardo sulla classe, perché sa che i suoi smarginati, in questo momento, hanno bisogno di essere ipnotizzati tutti i giorni, dal suo caparbio amore. E’ vero che ha preso (ovvio) le sue contromisure, affidando alla Pesciolina un vademecum di capitano in campo, e fidando negli sguardi, altrettanto attenti, di Esagono e dell’Ingegnera Tosta. E’ vero che si è raccomandata con loro, direttamente, ieri, dopo la manifestazione: “Orlando, Panda, Mr. Mao, Riccia, Cirillo Skizzo – guai a voi se vi smarginate mentre io sono ai campi. Andate a chiedere aiuto al prof. SignorePietà e a Calvin, che ve lo hanno offerto, piuttosto”. Eppure sa che, a partire dal momento in cui salirà sul pullman, una parte della sua testa sarà, costantemente, indietro insieme a loro.
Non aiuta il fatto che, sia messo agli atti, gli organizzatori (dell’associazione ex-deportati) sono quanto di più simile a dei nazi-nazisti tra quanto sperimentato, in molti anni, dalla ‘povna (d’altra parte, a un’educazione fascista, una militanza nel partito comunista e alla vecchiaia non è detto che si sopravviva indenni). La loro organizzazione burocratica è puntigliosa quanto vuota, elevata a totem, fine a se stessa. E questa mancanza ottusa di flessibilità in un viaggio che si fa in tre autobus pienissimi, e per molte centinaia di chilometri, pesa la sua bella parte. Non aiuta il pregiudizio che la sua scuola si porta sempre addosso, in ogni circostanza (come ogni scuola di frontiera che si rispetti), ragione per la quale loro partono sempre svantaggiati, a meno undici, con una presunzione di disastri che ha la capacità di irritare lei per prima e anche gli alunni (i quali, viceversa, negli ultimi due anni di partecipazione al viaggio, si sono sempre segnalati per serietà e motivazione). Non aiuta nemmeno, simmetricamente, che lei sia viceversa molto stimata dalle autorità del comune che accompagnano e organizzano, perché questo, mediamente, le vale sguardi di fuoco e battutine acide dai colleghi delle altre scuole, quelle “giuste”. Non aiuta, paradossalmente, nemmeno che lei sappia il tedesco. Perché né ai nazi-nazisti, né agli altri colleghi piace dover essere grati a chi gradirebbero umiliare.
Ciò nonostante, la ‘povna parte, oggi, e sa che sarà bello. Perché poi, alla fine, in un viaggio come questo, quello che contano sono gli occhi degli alunni. E lei, che ha già conosciuto il loro gruppo, sa che si troverà molto bene, insieme a loro. Aiuta anche, in tutto questo, un tocco malizioso che lo sceneggiatore ha voluto fornirle, per alimentare da subito il suo immaginario ironico. Oltre a una pletora di ragazzini delle medie, due per classe, insieme alla loro è prevista una seconda scuola superiore, partecipante al viaggio. Si tratta del dirimpettaio liceo Socio-psico-pedagogico.
“Li conoscerai oggi alla riunione”, le aveva scritto la settimana scorsa il prof. Referente.
E infatti, mercoledì, all’Archivio di Stato, c’erano state le presentazioni tra ragazzi. I suoi arrivano alla spicciolata, un po’ stropicciati ma in ordine, puntualissimi. Nel mezzo arriva anche Mortifex, l’accompagnatrice dell’altra classe (l’insegnante più noiosa dell’universo). E poi il suo gruppo: sfilano, impeccabili, piastrate, bellissime, una, due, tre, quattro, cinque, sei, sette ragazze.
“Sì, da noi sono tutte femmine” – commenta Mortifex intercettando uno sguardo della ‘povna.
Lei, dal canto suo, non si lascia sfuggire l’occasione:
“Fantastico, e noi siamo sette, e tutti maschi”. Pausa. “Mal che vada, se non altro, li sposiamo!”.
Lo sguardo di disapprovazione di Mortifex e dei Nazi-nazisti le fornisce, preventiva, una ricompensa meritata.

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Campioni, per sempre. (Nel nome di #ioleggoperché)

La sceneggiatura si srotola veloce, in questi giorni, portando con sé l’inevitabile quantitativo di racconti. Ma la ‘povna, per una volta, ha ritrovato funzioni narrative altre, che prevedono di rivolgersi, in carne e ossa, a narratari. Le riflessioni finali (e pure mediane, anche) su #ioleggoperché, così come sugli ultimi due mesi singolari, se le sono così beccate Spersa, Iome, BibCan, Ohibò (e pure i Merry Men, cursoriamente); così come la Paramica e Nanà, insieme agli amici del nord, la settimana scorsa; alcune cose, infine, le ha dette da Muninn (sotto un post che consiglia di leggere). Con il risultato che sono rimaste meno parole del consueto per il blog.
Prima di passare oltre, però, e dedicarsi solo e per sempre ai Merry Men, fino alla fine dell’anno, la ‘povna volge la testa indietro per una ultima volta. Perché nel nome di #ioleggoperché, tra le varie e molte, una cosa in particolare è avvenuta, la settimana scorsa – che ha toccato le corde del cuore della ‘povna (che è sportiva e main stream, quando vuole, e vuole spesso), forse più di ogni altra iniziativa.
“Ce lo farai il racconto della partita dei Merry Men, vero ‘povna?” – le ha chiesto Shirley mentre erano da Ginger.
La ‘povna ha promesso; ed ecco quindi, fedelmente, la cronaca del torneo di calcio a 11 targato 2015 – quello vinto, e per la terza volta di seguito (cioè: tutte le volte che in panchina era allenata dalla ‘povna – chiamatela Mourinha), dalla gloriosa sezione C.
Dopo le due vittorie con onore dell’anno scorso e del 2013, c’è da dire che i fasti quest’anno si proponevano tutt’altro che accomodanti. Prima di tutto, perché due dei suoi migliori talenti tra i Merry Men (che al torneo, e alla vittoria, hanno dato sempre il loro valoroso contributo, anno sportivo dopo anno) erano fuori combattimento: due infortuni al crociato, infatti, hanno segato il ginocchio, con bella simmetria a inizio e fine anno, a Piccolo Giovanni e Weber. Inoltre, bisogna sapere che il torneo si gioca, tradizionalmente, tra le squadre del triennio; e che la sezione C, nel loro indirizzo, sta piano piano scomparendo: questo significava che per il reclutamento, mentre il resto delle sezioni poteva contare su tre o addirittura (per complicate questioni di opzioni articolate) quattro classi, la loro squadra si limitava, quest’anno, in tutto e per tutti ai Merry Men.
“Quest’anno è un problema” – aveva ripetuto più volte la ‘povna nel corso dei mesi, l’ultima a Valencia.
Mr. House (storico allenatore rivale della ‘povna) gongolava malcelato: “Eh, ‘povna, d’altra parte…”.
I Merry Men, invece, orgogliosi, l’avevano smentita subito: “Ma no, prof.” – continuava a ripetere Orlando – “se riusciamo a essere 11 in campo – questo può essere un problema, lo riconosco – poi a vincere ci penso io, sono sicuro”.
“Io non gioco, ma farò il vice-allenatore” – aveva aggiunto Weber.
E la ‘povna, zittita, pur se non convinta, per un po’ non ci aveva più pensato. Aveva pensato, invece, durante un pomeriggio di aggiornamenti insieme a Shirley, di unire #ioleggoperché a uno degli eventi che le è più cari (il torneo appunto) dell’anno scolastico.
E così la aveva interpellata una domenica: “Ma, e se vi chiedessi le magliette per giocare il torneo come i calciatori di serie A, nel nome di #ioleggo?”.
E Shirley aveva preso nota, con la puntualità gioiosa ed accudente con cui fa tutte le cose.
Così, tra una battuta e l’altra, si era arrivati al dopo-pasqua.
“Bisogna che pensiamo a che cosa fare con la nostra squadra” – la ‘povna aveva sollevato la questione un pomeriggio con il collega Byker (organizzatore del torneo).
“In che senso?”
“Nel senso che 11 giocatori noi non li abbiamo, oggettivamente, a meno di metterci gli assenteisti nuovi di quest’anno [che però per lei non fanno parte della classe] e tutte e tre le femmine. E comunque sarebbe un po’ scorretto costringere gente che non ha mai giocato a scendere in campo mentre le altre sezioni possono avere solo calciatori scelti”.
“Non hai torto” – Byker aveva convenuto, bontà sua.
“E dunque?”.
E dunque una proposta (della ‘povna) era stata quella di prendere qualche vecchia gloria tra i neo-diplomati in C degli ultimi anni. Ma Byker aveva infine deciso per una chiamata in aiuto ad alunni volontari nella scuola.
Il call for help viene lanciato il lunedì 20 aprile, all’intervallo. Poi, nelle classi, come sempre, va Cirillo Skizzo (che funge da general manager). E arriva la prima onda di entusiasmo. La ‘povna, alle ultime due ore, è dagli Extra-terresti, che spiega fantascienza.
Una bussata veloce, Cirillo Skizzo si affaccia.
“Prof., è un successo!”.
Perché succede che, di fronte alla chiamata, rispondono in tantissimi: per primi Sornione e Scugnizzo, vecchi bocciati di quella classe. “Una volta Merry Men, si è Merry Men per sempre, prof., ci siamo sicuramente!”. E poi altri arrivano dagli Anatri: “Noi siamo per prima cosa suoi alunni, anche se non lo siamo più, professoressa”.
La ‘povna, mentre Cirillo descrive, è lì che si commuove. E invece farebbe bene a contenersi, perché la storia non è finita, tutt’altro.
Perché il martedì e il giovedì, rispettivamente, succedono altre due cose belle. La prima gliela dice FacTotum, sulla fine del secondo intervallo.
“Professoressa, è arrivato un altro pacco!” – pausa – “però non sembrano libri, questa volta, è assai leggero”.
La ‘povna prima fa la faccia a punto interrogativo, e poi capisce.
“Sono le magliette di #ioleggoperché, che meraviglia!”.
Il capannello di alunni e professori a quel punto è assai denso. La ‘povna prende le chiavi, incide lo scotch, apre, le tira fuori soddisfatta.
“Qualcuno mi chiami Cirillo Skizzo!”.
“Eccomi, prof.” – è già al suo fianco.
“Portiamole in classe!”. Il corteo degli uomini del bosco la segue, ridanciano, sulla scala della casa sull’albero.
“Belle!”.
“E le possiamo mettere?!”.
“Dovete, ovvio”.
“Ma poi sono nostre?”.
“Con queste vinciamo”.
La ‘povna ride. Loro anche. Poi si ripiegano e si mettono via. Il romanzo moderno li aspetta. Mancano tre giorni allo scontro finale.
E in realtà la squadra, se pure rinforzata, rispetto agli avversari è ancora in affanno.
“Professoressa” – siamo a giovedì, e il fedele Cirillo è sempre sul pezzo – “non abbiamo riserve”.
“Eh, lo so” – pure la ‘povna è preoccupata – “però questo ci passa il convento”.
“Non si preoccupi, professoressa” – Weber è gagliardo – “io faccio da vice allenatore, e sono bravissimo. Con me a bordo campo non c’è da replicare”.
La ‘povna ha fiducia in lui, da sempre. E però una panchina un po’ più lunga non farebbe schifo a nessuno, oggettivamente. Ma visto che c’è poco da farci, la ‘povna abbandona le discussioni di modulo, e si appresta a parlare impavida di storia.
Grande Giovanni è appena uscito alla lavagna (oggi tocca a lui, guidare per gli appunti), quando bussano alla porta. Il tocco è lieve, e fermo, educatissimo.
“Avanti”.
La ‘povna non si stupisce di trovare inquadrati nel vano Palinuro e Babe, delle Giovani Marmotte.
“Professoressa, ci scusi del disturbo, volevamo dire una cosa a lei e ai Merry Men, se è possibile”.
Come al solito, sono serissimi.
“Come sapete, noi del biennio non prendiamo parte al torneo, abbiamo la finale del nostro. Però abbiamo parlato col professor Byker. Visto che abbiamo vinto tutte le partite, e siamo in finale di diritto, venerdì avremo molto tempo libero. Gli abbiamo chiesto se potevamo reclutarci coi Merry Men, che sono i nostri cugini grandi, e ci hanno aiutato tante volte. All’inizio non voleva, ma poi lo abbiamo convinto. Volevamo dirle che Jim Hawkins, Ahmed, Tom Sawyer e Huck Finn verrebbero a giocare con voi, se li voleste”.
“Assolutamente sì” – il sorriso della ‘povna le va da parte a parte.
E dopo aver salutato, giudiziosi, i due spariscono da dove sono entrati.
Si arriva così al grande giorno. La ‘povna è al campo puntuale (su passaggio di Mr. Higgs), addosso la maglietta di #ioleggo. Fa l’appello con gli Extra-terrestri (benedetto registro elettronico), li sistema in tribuna, e poi si butta in campo.
La sezione C esibisce, orgogliosa, la maglietta. Sorteggio, scelta campo, si comincia. Weber, dalla panchina, è un vice-allenatore mirabile, la squadra amalgamata come di più non si potrebbe. Si vince con la sezione A; poi la B vince a sua volta. E arriva la finale solita: la ‘povna contro Mr. House; C contro B; letterati contro ingegneri.
Si comincia in salita. Per di più, per i primi dieci minuti, la loro squadra è a ranghi ridotti: i Marmottini stanno finendo la finale del loro torneino, e non possono aiutarli. La squadra (che nella partita precedente ha corso un sacco) senza cambi è un po’ in affanno.
“Quando arrivano quegli altri” – Weber borbotta, inquietissimo.
“Stai sereno, adesso”.
E infatti il triplice fischio giunge mai troppo atteso dal campetto.
La ‘povna si sbraccia: “Forza!”.
“Arriviamo, prof., ci cambiamo la maglietta!”.
Coi colori di #ioleggo, i Marmottini rotolano sulla panchina – Weber ne butta subito due di loro in campo. E arriva il primo goal, nel generale entusiasmo. Poi fine primo tempo, si ricomincia.
Se c’è un principio che nella loro sezione è sempre stato valido, è che si gioca tutti (per lo stesso numero di minuti, possibilmente). Forti del vantaggio, la ‘povna e Weber fanno uscire Orlando e un altro paio di forti, e procedono con le sostituzioni. Mancano quattro minuti, e sono già quasi pronti a urlare il loro triplete al mondo, quando arriva il pareggio. Gelo in panca. Si profilano i rigori.
Weber, a fianco della ‘povna, cammina in su e in giù: “Dobbiamo far rientrare Orlando, professoressa”.
“Lo so”.
“Ma mi scoccia, alcuni ragazzi hanno giocato meno”.
“Lo so”.
“Ma ai rigori ci serve”.
“Lo so”.
Il tempo scorre. La decisione è difficile.
A novanta secondi dalla fine del tempo regolare, Weber si decide, richiama Tweetie (ex Anatro). Orlando torna in campo. Si porta sulla tre quarti, riceve il pallone, dribbla, e fa partire un passaggio millimetrico, di quelli commoventi. Si pennella, leggero, sul piede sinistro di Jim Hawkins. Il goal arriva naturale, non potrebbe essere altrimenti.
Il fischio finale scandisce, benevolo, conferma.
E il loro entusiasmo esplode.
A bordo campo la ‘povna e Mr. House si danno la mano con fair play (la vittoria è stata meritata e basta).
“Triplete!” – urlano gli Uomini del bosco. E si ricordano delle parole, profetiche, pronunciate qualche ora prima dalla ‘povna: “Se vinciamo anche quest’anno, vedrete, anche la maturità andrà benissimo per tutti”.
Alle quali si aggiungono quelle di Rebecca (che li ha sostenuti dalla panchina, tutto il tempo): “E poi prof. se la sezione C muore con noi [e lei se ne va” – questo non lo dice, ma le occhiate che la ‘povna e i Merry Men si scambiano sono di quelle complici], “significa che chiudiamo imbattuti”.

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Cita-un-libro #ioleggoperché – Un bilancio

Cita-un-libro fuori concorso si è concluso la scorsa domenica. La giornata clou di #ioleggoperché lo scorso giovedì. La ‘povna arrivata tardi a parlare di tutti e due gli eventi, e lo aveva anche previsto. Perché mentre aprile (che è corto e scombiccherato, sempre), scivola insensibile nel maggio, il contatore inesorabile che scandisce il loro tempo, in classe, dice 50 giorni. Giorni che la ‘povna deve, può e soprattutto vuole trascorrere prima, dopo e durante insieme ai Merry Men, per la fine del loro lungo viaggio insieme.
Ma non è nemmeno male, in fondo. E non solo perché quando le cose non possono andare che in un modo conviene fare di necessità virtù, senza tante seghe sopra e sotto, ma anche (e soprattutto) perché #ioleggoperché, per molti versi, il 23 aprile non finisce, ma comincia. Perché adesso si tratta di tirare, delicate, le fila degli inviti alla lettura che per due mesi sono partiti in ogni direzione, e vedere di farli fruttare.
La ‘povna comincia dalla fine del gioco virale nato lo scorso febbraio, così come promesso, e si accinge dunque a parlare di Cita-un-libro.
Nato con lo scopo dichiarato di fiancheggiare (in senso tecnico, e dunque anche politico) il portale e il progetto, e grazie uno spunto che la ‘povna ha preso da Ellegio, il torneo di citazioni ha avuto un successo vasto e per alcuni aspetti imprevedibile. I contatti al portale, specie nelle prime settimane, sono aumentati, grazie alla loro banda web, vertiginosamente. E se a questo si aggiunge la mole di citazioni e consigli di lettura che, grazie al gioco, sono arrivati a tutti, il bilancio non può che essere solo e soltanto positivo.
Per dieci settimane le citazioni sono volate di blog in blog, a tema e libere, rivelando moltissimi titoli. E segnando anche, almeno in due occasioni (la settimana dell’etica e la finale senza vincitori), una discreta capacità di tutti loro di riflettere e argomentare.
Poi, come era prevedibile (se non giusto), ciascuno dei partecipanti ha declinato il suo contributo in maniera variegata, secondo personalità e gusto – e anche questo si è rivelato strumento indispensabile per comprendere quale mostro, proteiforme ed entusiasmante, sia e resti a conti fatti la lettura.
Per questo la ‘povna si limita, in questo ultimo intervento di bilancio, a segnalare qui in calce chi ha partecipato all’ultima tappa, con un ringraziamento, forte e grande, a tutti coloro che hanno voluto aggiungere il loro sassetto al mucchio (anche solo leggendo e commentando). Piano piano, entro stasera, conta di portare a termine quel magnum opus che è commentare le citazioni che ha lasciato indietro (pregando, se qualcuno non ha ricevuto giusta attenzione, di segnalarlo nei commenti).
Nei prossimi giorni, intanto, piano piano, arriveranno, insieme all’apertura dei gruppi di lettura per i libri di cui è stata messaggera, la cronaca della partita dell’anno (in nome di #ioleggoperché giocata e vinta) e qualche riflessione per il futuro.
Connie
Pensierini
Wild Horse
Murasaki
Viviana
La Noisette
Acquaforte
Bridigala
Nina777
Ogginientedinuovo
Annika
Iome
Rose
Ammennicoli
Tuttotace
Roceresale
Arya
Dolcezze
Spersa
Wolkerina

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«Sì», esclamò Atreiu, «io.»
Bastiano lo fissò senza poter parlare. Poi gli gettò le braccia al collo e balbettò:
«Atreiu! Atreiu! Non dimenticherò mai quello che tu fai per me.»
Atreiu sorrise.
«Bene, Bastiano, allora non dimenticherai Fantàsia.»
Gli diede un fraterno buffetto sulla guancia, poi si volse e, a passo rapido, si diresse verso la porta del serpente nero, che stava ancora sollevata come nell’istante in cui aveva dato loro accesso alla fonte.
«Fùcur», disse ancora Bastiano, «come volete mai portare a compimento ciò che io vi lascio incompiuto?»
Il drago bianco gli strizzò l’occhio dalla pupilla di rubino e rispose:
«Con un po’ di fortuna, figliolo. Con un po’ di fortuna!»

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L’erba brilla al sole

25 aprile 1945 – 25 aprile 2015

Perché ciò che l’Italia di oggi è, una “Repubblica fondata sul lavoro”, nasce da qui.
Per quella Carta Costituzionale, che sapeva comprendere, senza tante parole (parecchie mediazioni) e molti fatti, la differenza tra memoria comune e condivisa.
Per la libertà che viviamo, oggi, grazie a quelle scelte, quegli uomini, quei venti mesi.
Perché sì.

La ‘povna festeggerà la ricorrenza nella città rossa, prima con la Paramica, Nanà, JCamp e alcuni altri. E domani recandosi, insieme a tutto il gruppo degli amici del nord, al Brunch di inaugurazione della casa di Ginger e Mio Cugino. Tornerà la sera, stanca ma felice, e con la consapevolezza che lo sceneggiatore le ha regalato, ieri, una giornata di semplice compunzione cosmica.
Qui, nello spirito di #ioleggoperché, lascia, per l’anniversario della Liberazione, un racconto di Fenoglio. Si tratta dei due capitoli centrali di un romanzo minore, L’imboscata, che Fenoglio non arriverà mai a pubblicare, perché deciderà invece di metterlo da parte (a favore del neonato progetto di Una questione privata). Proprio per questo, la storia di Matè (che rappresenta il partigiano reale Dario Scaglione detto Tarzan, morto il 24 febbraio 1945 a Valdivilla) viene allora pubblicata a parte, come racconto autonomo, sulla rivista Secondo Risorgimento nel 1961.
La ‘povna è molto affezionata all’Erba brilla al sole, per una serie di ragioni che partono dal biografico spinto. Ma qui (se pure anche quelle romanzesche) non vale la pena di accennarle, per lasciare la parola all’oggettivo letterario.

Beppe Fenoglio, L’erba brilla al sole

Alla memoria di Dario Scaglione detto Tarzan

Erano una quarantina. Sceriffo che faceva l’andatura marciava agli otto all’ora. Molti già si premevano una mano sulla milza e i portamunizioni dei bren avevano la schiuma alla bocca. Ma Leo non concesse soste, si limitava a segnalare a Sceriffo di rallentare leggermente ogniqualvolta vedeva la fila troppo sgranata.
Finalmente videro biancheggiare a mezza costa lo stradone per Santo Stefano. Erano le 15,15 all’orologio di Leo e il tratto era all’incirca a metà strada fra Valdivilla e San Maurizio.
Si arrampicarono verso la strada. Proprio sotto la scarpata stava a lavorare un contadino di più di cinquant’anni. Come li vide alzò appena la schiena e agitò una mano con le dita unite: — Vi è andata bene, — disse.
— Come? — fece Leo.

— Dico che vi è andata bene. Se capitavate venti minuti prima vi sbattevate in loro sulla strada.
Leo annaspò. — I fascisti?
— Sono passati quassù venti minuti fa.
— Ma sei sicuro…?
— Vi sembro ubriaco? — protestò l’uomo. — Non ho straveduto.
— I fascisti di Canelli?
— Già, non potevano essere che di Canelli.
— Quelli che tornavano da Neviglie?
— Questo non lo so.
— Ci siamo scoppiati per niente, — disse Jack.
Disse ancora il contadino: — Nascosto dietro quella siepe venti camion ho contati. Ma una parte andava a piedi. Gli ultimi venivano a piedi e non mi spiego il perchè.
— La retroguardia era a piedi?
— Tu sai come chiamarla. Io ho visto gli ultimi passare a piedi. Erano una cinquantina.
— Una cinquantina? E quando sono passati?
— L’ho già detto, venti minuti fa. Ma adesso i venti minuti sono diventati venticinque.
— Diamo addosso a questi cinquanta! — urlò Smith.
— Addosso! — confermò Leo e gli uomini acclamarono confusamente.
Ma il contadino disse: — Non sognatevi di riprenderli. Hanno troppo vantaggio e camminavano forte. Ridevano e scherzavano tra loro ma camminavano forte.  Continua a leggere

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“Quella era una trama…” (#ioleggoperché)

“#ioleggoperché a scuola costruiamo trame” – ha scritto ieri la ‘povna nella nota stampa di commento alla consegna del totem letterario dei post-it significativi (perché Cita-un-libro, nei fatti, ha cercato semplicemente di portare in rete e in una modalità che Iome definirebbe “di community” quello che la ‘povna fa, a scuola, tutti i giorni da quindici anni a questa parte), raccolti per due mesi dagli Extraterrestri e dalle Giovani Marmotte, alla Biblioteca Comunale della Città della Scuola, alla presenza del direttore della biblioteca medesima, della responsabile della sezione ragazzi, dell’assessore alla cultura e di tutto l’ufficio stampa del gabinetto del sindaco.
Ed è questa frase che, a ben guardare, riassume il senso di questi due mesi e mezzo passati a fiancheggiare il progetto nazionale di lettura. E non solo, o non tanto, perché la lettura apre la porta ad altri mondi, e l’identificazione, la scoperta, il make-believe e bla e bla – tutte cose, tutte vere, che ora poco le interessano; ma molto più semplicemente perché questo lei fa, sempre, in ogni modo, dappertutto: leggere l’esistenza come un intreccio che, più si è bravi a interpretare gli indizi, e meglio si costruisce, e si dipana. Che èpoi quello che prova a insegnare, anche, ogni giorno ai suoi alunni, esattamente in questi termini.
Una cosa che probabilmente non corrisponde (grazie a dio) a nessun protocollo di didattica – ma solo alla voglia di mettere in una relazione che sia insieme privilegiata, esclusiva, ma anche di ruolo (e quindi a suo modo gerarchica) la disponibilità a percorrere insieme, ciascuno dal suo lato e con la sua particolarità competente, insegnante e alunni, un pezzo di strada.
Significa affidarsi, dunque, reciprocamente; prima e dopo qualsiasi altra cosa si possa considerare imprescindibile; e significa anche, soprattutto, imparare piano piano a comprendere, e divertirsi con, le pieghe della trama.
E’ qualcosa che, nell’esperienza della ‘povna, accade in ogni classe; anche se in intensità e misura diversa. A seconda del grado di fiducia che si riesce a mettere in gioco, alla personalità del gruppo; ma soprattutto – ed è qualcosa che troppo spesso viene invece sottovalutato, quando si parla di insegnamento – del grado di ‘risolutezza’ delle persone coinvolte. Il che non significa che alunni e insegnante debbano essere sicuri di sé e granitici, ma più semplicemente “risolti”, una qualità la cui latitanza, in specie, con ogni evidenza, negli adulti, è causa di molti mali – a parere della ‘povna – nella sfera della relazione sociale.
Ma quando invece questo avviene, quando cioè per una serie di alchimie impreviste (o forse invece intessute attentamente), si arriva a portare la relazione su quel tipo di livello, allora il percorso insieme si fa solo entusiasmante. Ed è lì che inizia davvero il paziente lavoro di tessitura della trama.
E le trame, è noto, non perdonano. La ‘povna lo sa, e non ha bisogno di conferme. Ma, se avesse avuto, per qualche motivo, un dubbio, sarebbe bastato a fugarlo il dispiegarsi degli eventi di giovedì scorso, #23aprile, giornata mondiale del libro e culmine di #ioleggoperché – che la vedeva impegnata, come ha già raccontato, su più fronti: a casa, in treno, a scuola. Ed è proprio a scuola che, dopo aver consegnato due libri agli ingegneri (che si sono impegnati ufficialmente a leggerli), la ‘povna sta tranquilla, rintanata coi Merry Men, in classe. All’esame mancano 55 giorni, e non c’è tempo da perdere. La ‘povna spiega a tutta randa, fino al suono dell’intervallo. “Pausa veloce e poi continuiamo” – annuncia, aprendo la scalcinata porta rossa. La sorpresa che la coglie è bella e grande: seduto su uno dei banchi che costituiscono il loro breakout space di fortuna da due anni, Calvin la aspetta.
“Tu!” – fa lei.
Lui, intanto, se la ride soddisfatto. Seguono saluti, baci, abbracci e aggiornamenti. Arriva la Pesciolina, ovviamente; e ben presto la conversazione va a planare sull’esame.
“A questo proposito, prof. volevo chiederle: sarei venuto anche per offrire ai ragazzi il mio aiuto al pomeriggio, se hanno bisogno per le materie tecniche. Io, ovviamente, i disegni non glieli faccio: ma sono disposto a seguirli e rispiegarglieli, se vogliono una mano”.
La ‘povna si gira, lo guarda, e nemmeno si stupisce. Si limita a un: “Che meraviglia, Calvin, andiamo subito a dirglielo!”. Perché quello che lui propone, in realtà, è soltanto inevitabile: la trama che lega lei a lui, all’Onda, e l’Onda ai Merry Men ha corso le sue spire in questi anni, inesorabile – per portare a un punto, questo, che non può essere in altro modo.

byatt

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