Storia di chi fugge e di chi resta (#Amicageniale)

Arrivati alla terza puntata della serie, il meccanismo di raccordo tra i vari libri inizia a diventare un’abitudine. Il lettore non si stupisce dunque, aprendo le pagine di Storia di chi fugge e di chi resta, di trovarsi di fronte un salto temporale sul presente, che interrompe per un tratto il continuum narrativo della seconda puntata. Il Nuovo cognome si chiudeva lasciando Lenù alle prese con la prima presentazione, milanese, del suo primo romanzo; si riparte, invece, di nuovo dal presente. “Ho visto Lila per l’ultima volta cinque anni fa, nell’inverno del 2005″, ci ricorda Lenù, con la sua voce narrante, riportando lo sguardo un’altra volta sul rione. Il lettore viene accompagnato lungo riflessioni su Napoli, e i cambiamenti della città in cui Lenù ha voluto far ritorno, anche per misurare – cancellando la distanza nello spazio – la distanza del tempo trascorso, con ciò misurando anche quella, espansa, della sua propria formazione. Il capitolo si chiude su una scambio che è significativo sotto il profilo del narratore inattendibile.
«Che intenzioni hai? Vuoi scrivere di noi? Vuoi scrivere di me?» – domanda Lila a Lenù. E, quando l’amica ammette, dopo un dialogo serrato che, sì, un po’ “ci sta pensando”, Lila la avverte, secca: «Mi devi lasciar stare, Lenù. Ci devi lasciar stare tutti. Noi dobbiamo sparire, non ci meritiamo niente, né Gigliola né io, nessuno». E aggiunge, in uno scambio ancora più significativo:
«Guarda che ti tengo d’occhio».
«Sì?».
«Ti vengo a frugare nel computer, ti leggo i file, te li cancello».
«Ma va’».
«Credi che non sono capace?».
«Lo so che sei capace. Ma mi so proteggere».
Rise al suo vecchio modo cattivo.
«Da me no».
Lila si dichiara in grado, dunque, di controllare, e all’occorrenza manomettere, la narrazione di Elena – con ciò convogliando l’attenzione del lettore sull’attendibilità del progetto narrativo di cui sta divorando avidamente le puntate. Ma non c’è tempo per riflettere ulteriormente su questa cruciale informazione, o almeno non troppo, si riparte. E si riparte dalla presentazione del libro. Lenù racconta il suo senso di frustrazione per un incontro letterario che l’ha presa alla sprovvista, di fronte al quale si sente comunque, dopo tutti i suoi studi, inadeguata e incolta. Ma Nino arriva, dopo che un uomo dal pubblico ha fatto un intervento che sembra demolirla, a difenderla prontamente con la sua capacità retorica, novello cavaliere letterario.
Poi il racconto delle due storie intrecciate prosegue: Lenù sposa Pietro, e si trova, per via matrimoniale, inserita nel mondo culturale che conta; la coppia si trasferisce a Firenze, ha due bimbe; ed Elena, imprigionata nel ruolo di madre e moglie, sperimenta, progressivo, un senso di frustrazione culturale e matrimoniale. Ma il terzo romanzo è anche – come è stato notato in ogni recensione – il più politico: gli anni Settanta arrivano anche in Italia, e la travolgono; Lenù, specie a Milano, dove si reca per motivi editoriali, viene a contatto con il mondo della contestazione studentesca (soprattutto per il tramite della cognata, insegnante universitaria che vi è immersa nel profondo, tanto da avere reso la sua casa una sorta di comune culturale). Lila, invece, a Napoli, con il suo lavoro da operaia al salumificio, sperimenta l’universo della contestazione economica e sociale. Fili e vite si sovrappongono e si intrecciano, in una mescolanza interclassista che – questo il messaggio che la voce narrante affida soprattutto all’istanza del parere di Lila (ma non solo) – è in realtà fondata sulla sabbia: c’è il PCI, con le riunioni di sezione, l’extra-parlamentarismo, i volantinaggi davanti alle fabbriche, gli scioperi, gli scontri. Lila vi prenderà parte, in qualche modo subendoli, e sempre guardando con critica e distacco i figli della Napoli bene che giocano alla rivoluzione. Infine, dopo una serie di episodi che coinvolgono in prima persona la sua fabbrica, deciderà insieme ad Enzo e al proprio figlio di tornare a prendere residenza nel rione. Alcuni dei compagni di sempre, intanto, faranno le loro scelte: molte donne prendendo la via, più o meno consapevole, di mogli dei ras mafiosi delle famiglie potenti (i Solara, i Carracci); altri, i compagni più fedeli, scendendo (come Antonio, il primo fidanzato importante di Lenù, quando era ancora adolescente) dolorosamente a compromessi; un altro ancora, Pasquale, il più politico di tutti, legandosi alla figlia della professoressa dei tempi del liceo di Elena, e prendendo insieme a lei la via della lotta armata.
Se la lente interpretativa del contrappunto alla Meglio gioventù funziona come possibilità critica (per la ‘povna, lo ribadisce, sì, e parecchio), ancora una volta i richiami in parallelo sono molti: la parte politica del romanzo rimanda così alla storia di Giulia e Nicola nella Meglio gioventù, con i suoi diversi esiti; così come la scelta di Lila di restare attaccata alla sua classe sociale, caparbiamente, è specchio (se pure in parte deformante) delle scelte di Matteo Carati, il poliziotto. Non mancano poi alcune epitomi testuali, precisissime: che la cognata di Lenù, Mariarosa, venga una volta a Firenze “a presentare un libro di una sua collega di università sulla Madonna del parto” è un dato che sembra strizzare l’occhio alla professione scelta dalla figlia di Nicola e Giulia, come restauratrice d’arte, così come alla carrellata di dipinti di Madonne con bambino che Sara mostrerà, orgogliosamente spiegandole, al termine del II Atto del film, durante il primo incontro dopo tantissimi anni con la madre. Solo, a essere rovesciati sembrano i messaggi (e dunque anche i valori?) di riferimento. Se nel film di Giordana l’ossessiva fiducia nell’ottimismo della volontà, e nella conquista di una trama di vita personale e soddisfacente sembra essere il sottofondo positivo del messaggio (è Nicola, alla fine, a ‘vincere’), nella quadrilogia della Ferrante il dubbio, nemmeno troppo sommesso, è che sia Lila, in realtà, a capire, e incarnare, tutto ciò che conta, ostinandosi a respirare la vita del rione. Questa concezione pessimistica di fondo (che crede solo nella lotta darwiniana, e molto poco, di conseguenza, nella possibilità salvifica di quella di classe) rimanda ancora una volta a Verga, al giovane ‘Ntoni Malavoglia, che, se non è presente davvero un nessun personaggio specifico dei quattro romanzi (lo è un po’ il fratello di Lila, Rino; un po’ Nino, ma in fondo un po’ tutti), sparge la sua presenza scomoda per ogni piega.
E’ infine è l’ultima parte del romanzo a determinare (anche questo in prossimità modale con La meglio gioventù) la vocazione della trama più esplicitamente romanzesca. Ancora una volta, sotto forma di un personaggio; ancora una volta, quello di Nino Sarratore. La brillante carriera del giovane lo ha portato a Milano (come docente universitario) e poi di nuovo a Napoli, dove si è (finalmente) sposato e ha fatto un figlio. Il lavoro lo riporta però abbastanza spesso a Firenze; dove reincontra, e prende a frequentare, per la gioia di tutti, la casa di Elena e Pietro. Ed è così che quello che doveva accadere da sempre, finalmente succede, come previsto: travolti da una passione che è violentemente neo-romantica (per lei) o ferocemente egocentrica (per lui), Lenù e Nino diventano amanti, al punto che Elena decide di abbandonare, per Nino, il proprio status cultural-sociale e la famiglia, per seguire la via di una passione che vuole leggere insieme come catartica e letteraria. Le pagine nelle quali Elena telefona a Lila, per darle la notizia, innescano quelle conclusive del romanzo, segnando anche una frattura del rapporto. La reazione di Lila è sibilante quanto netta:
«Il mio matrimonio è finito, Lila. Ho rivisto Nino e abbiamo scoperto che ci siamo sempre amati, fin da ragazzini, senza accorgercene. Perciò me ne vado, comincio una vita nuova».
Ci fu un lungo silenzio, poi mi chiese:
«Stai scherzando? […] Tu butti via tutto quello che sei per Nino? Tu rovini la tua famiglia per quello lì? Sai che cosa ti succederà? Ti userà, ti succhierà il sangue, ti toglierà la voglia di vivere e ti abbandonerà. Perché hai studiato tanto? A che cazzo è servito immaginarmi che ti saresti goduta una vita bellissima anche per me? Ho sbagliato, sei una cretina».
Queste parole, durissime, traguardano il passato per riportare l’attenzione del lettore sul presente dal quale Lenù scrive (pare di capire, in solitudine) e, di lì a poco, il decollo dell’aereo nel quale lei e Nino affrontano ufficialmente, insieme, un primo viaggio da coppia, interrompono il flusso narrativo un’altra volta, proiettando la storia verso la quarta puntata.

(Per il venerdì del libro).

Pubblicato in cultura, meta-blog | Contrassegnato , , , | 13 commenti

Favori dovuti

La ‘povna arriva a scuola un’ora prima, come tutti i lunedì, e come tutti i giorni di corsa. Saluta i custodi, FacTotum e Argento Vivo, saluta la segretaria Stronzetta (di nome ma non di fatto), lascia in segreteria cappotto e sciarpa (che uno dei trucchi che ha imparato è quello di evitare di affacciarsi, se può, in sala insegnanti). Poi inizia ad andare su e giù con precisione e ordine: registro elettronico, plichetto della Terza Prova da assemblare per la simulazione imminente, ricordare a DaddyLongLegs che lunedì ha riunione con la preside (e dunque deve sostituirla con all’ora sesta); stampare le verifiche per la settimana prossima; chiamare un’assistente sociale. Nel mezzo, Argento Vivo la intercetta: “Prof., la cercava Mickey Mouse”. Ma la ‘povna non ha tempo: “Tanto non mi chiede mai niente di davvero utile; se proprio mi cerca, mi saprà trovare”.
Per la verità poi, lo trova lei; e, siccome è più buona di quanto la disegnino, si risolve a prendere l’iniziativa di persona, subito: “Ciao, Mickey Mouse, tutto bene? A proposito, dimmi! Mi ha detto Argento Vivo che mi cercavi”. Lui pare colto all’improvviso, si confonde. Poi: “Ah, sì. Era per sapere come è andata la prima manche della gara di dibattito con le Giovani Marmotte”. La ‘povna lo guarda un po’ perplessa:
“Fammi capire, mi fai cercare dai custodi per mari e terra per poi chiedermi questo?”. Vorrebbe dirlo, ma si trattiene.
“Oh, molto bene, grazie”.
Poi, siccome lui, dopo le congratulazioni di rito, resta lì appeso, ma non parla. La ‘povna sorride, lo saluta e vola altrove.
Il mistero si svela al suono della campana delle due, bastava attendere.
“‘povna, volevo chiederti una cosa, posso?”.
Sorriso. “Dimmi, certo”.
“Come stai in questo periodo, ti vedo stanca”.
“Eh, sto che ne faccio troppe” – spiega la ‘povna – “non ho un minuto libero”.
“Lo avevo visto; mi raccomando. Non ti strapazzare troppo”.
La ‘povna lo sta per ringraziare del cortese interesse, quoando Mickey, con fare imbarazzato, aggiunge:
“Sai, mio figlio Tommy ha preso il debito a Italiano, nel I quadrimestre”.
“Oh, mi dispiace. Che è successo?”.
“E’ successo che ha studiato troppo poco, soprattutto; e che non riesce a scrivere buoni contenuti in italiano scritto; sai, probabilmente in terza ancora non si è adattato alla nuova tipologia di temi”.
“Effettivamente ci vuole un po’, ma digli di mettersi sotto; ci passano quasi tutti. Se si mette a studiare di buona lena, e fa esercizio, vedrai che in breve lo risolve”.
“Ecco, appunto, ma volevo chiederti…”.
La ‘povna se lo aspettava, non ne ha voglia, ma è fatica di poco, e dunque: “Se mi porti un paio di temi da correggere dopo che li ha fatti? Ma certo!”.
Pensava di trovare un sorriso di risposta. La faccia di Mickey, invece, si copre più ancora di imbarazzo.
“Veramente, io mi chiedevo se potessi fargli delle lezioni proprio, per aiutarlo”.
La ‘povna non riesce a mascherare totalmente la sorpresa: “Mickey, ma Tommy va a scuola a nord della città della stazione nota! Lezioni? Dove? Quando?”.
Mickey Mouse sorride, come a dire “ma se è un problema logistico”. Ha già pensato a tutto:
“Direi che il martedì e il lunedì quando non hai il CineScuola e il Coro ti fermi dopo le due, Tommy mi raggiunge, ché tanto per lui non è un peso, perché dopo deve andare ad Arenia, sulla costa, per gli allenamenti di baseball. Poi quando avete finito partiamo per Arenia in auto, ti diamo anche un passaggio”.
La ‘povna alza non uno ma due sopraccigli, molto. Ma solo nella mente. Il viso resta maschera:
“Ehm, Mickey, è una bella idea; peccato che io, quando appunto non ho coro e cinema, abbia gli allenamenti di piscina, dalle tre alle quattro e mezzo”.
“Tutti i giorni?”.
“Tutti i giorni”. E qualcosa nel tono fermo della ‘povna evita a Mickey Mouse di chiederle se li può spostare.
Ciò nonostante, lei continua a essere (purtroppo) una persona gentile e accomodante. E così arrivano piano piano a una proposta: Tommy verrà da lei o una volta dopo gli allenamenti (che è di strada, ma sul ritorno), oppure un mercoledì di giorno libero. Infine la ‘povna si offre di vederlo di venerdì, rientrando, dopo la piscina con l’Ingegnera Tosta, per il pomeriggio a scuola.
“Fammi sapere, e anche io penso a dei compiti da mandargli” – la ‘povna saluta Mickey Mouse – “tieni conto che stasera vado a Milano, dunque te li mando mercoledì, eventualmente”.
Mickey si professa gratissimo. La ‘povna vola a proiettare il film e il cinema può cominciare.
A questa conversazione, mentre la ‘povna è al nord, segue un mail praticamente immediato, il lunedì sera, dove Mickey Mouse le manda il programma di Tommy, e le ricorda di mandare gli esercizi; e poi lo stesso messaggio re-inoltrato il giorno successivo (“Scusa, nel dubbio che tu non l’abbia ricevuto, perché ieri ho avuto problemi con la posta”).
La ‘povna – che a questo punto è un filino irritata – si astiene ancora una volta. Risponde brevemente: “Ricevuto tutto, sono a Milano, come ti ho detto. Vi scrivo domani”.
Il mercoledì, planata nella piccola città, si affretta a mandare due serie di tracce di titoli, analisi del testo e saggi brevi, su Dante e su Petrarca.
“Grazie mille” – scrive Mickey di risposta dopo tre ore scarse -“Tommy ha fatto i compiti, te li porto domani all’intervallo”.
“Minchia, veloce” – pensa la ‘povna. Ma poi, visto che, come ha detto allo stesso Mickey, non è un periodo in cui possa indulgere alla filosofia del mignolo, ha altro da pensare.
Il giorno dopo, i compiti si rivelano due righe scritte a lapis, piuttosto male e di fretta. La ‘povna questa volta sbotta:
“Fammi capire. Mi dici che ha problemi al saggio breve e nelle prove scritte, ti mando una serie di tracce, e questo è quello che scrive? Cerchiamo di capirci”.
Mickey interviene: “Noi, sai io le ho passate direttamente a lui, non ho controllato”.
(“E però quando si trattava di incastrarmi con le lezioni, sei stato più che presente”).
“Probabilmente mi sono spiegata male anche io. Però, per favore, che ne rifaccia almeno una, me la mandi per e-mail, così la guardo”.
E poi fissano – “Perché questo venerdì io non posso perché vado a sciare per tre giorni e il prossimo nemmeno, perché Tommy ha il raduno di preghiera”, spiega Mickey Mouse compunto – per il giorno libero, a casa della ‘povna, il mercoledì successivo.
Ieri dunque la ‘povna, dal treno del ritorno, verso le due e mezzo, chiama Mickey Mouse, non avendo avuto notizie (“Che so, magari, giusto per fissare l’ora, e dare l’indirizzo”).
“Pronto, ciao ‘povna, stavo giusto per chiamarti”. E alla ‘povna queste sono frasi che irritano. E non solo perché trasudano dimenticanza e egocentrismo; ma perché sono peggio, sono ipocrite. Perché tutti – la ‘povna lo sa, persino lo teorizza – sono, per fortuna, sanamente egocentrici; e a tutti può capitare la smemoratezza. Ma così diventa un po’ eccessivo.
“Per domani, volevo dirti… Tommy ha la febbre da domenica. Ho aspettato per vedere, ma non passa. Dunque se hai un impegno prendilo tranquillamente, mi sa che non possiamo farne nulla”.
La ‘povna è senza parole. O ne avrebbe da dire troppe. Prevale però la contentezza: “Tranquillo, auguri a Tommy. Gli mando per mail le correzioni dei compiti”.
Poi va a casa, lavora indefessa per tutto il pomeriggio, si occupa della campagna di #ioleggoperché (stanno cercando testimonial non famosi, e hanno chiesto l’aiuto della ‘povna), mangia, guarda il Tiggì (in ordine inverso) e legge Scerbanenco. In buona sostanza, non ci pensa.
Poi, questa mattina, viene raggiunta dal seguente, testuale, sms: “Ciao ‘povna, Tommy oggi ha ancora febbre, peccato perché ieri sera stava meglio ed ero speranzoso… A questo punto non andrà al raduno il fine settimana: a questo punto potremmo puntare su venerdì a scuola dopo la tua piscina”.
La storia, come sempre, si ferma qui. Sulla risposta della ‘povna si aprano, liberamente, le illazioni.

Pubblicato in costume e società, vitadascuola | Contrassegnato , , , | 32 commenti

Garage Olimpo – Marco Bechis #Lunedìfilm

Continua il percorso si conoscenza della storia dei desaparecidos con le Giovani Marmotte. Passato il giorno della memoria (in margine al quale si sono guardati un bel po’ di filmati di RaiStoria, sui golpe in Sud America), adesso i Marmottini hanno in lettura Kamchatka (“Mhm, se è alto, prof., lo dobbiamo leggere tutto?” – butta lì speranzoso Gringo; “Solo le dispari” – la ‘povna replica serissima; ma a quel punto interviene Onesto a ricordare che il libro in realtà “scorre” più che bene). Nel frattempo, la ‘povna ha provveduto a leggere loro dei passi delle Irregolari. Buenos Ayres Horror Tour di Massimo Carlotto (personaggio irritante, ma il libro è funzionale, e utile) e ora, a conclusione di tutto, arriva anche (perché i film a scuola non si possono buttare lì, a sostituzione di una lezione, a cavolo) un po’ di cineforum. Dopo attenta meditazione, la ‘povna ha deciso per due titoli (che vedranno piano piano, il sabato): questo e Garage Olimpo appunto. Faline – la ‘povna non ha fatto in tempo a enunciare il suo progetto – che già li aveva presi in prestito, alla biblioteca di Montaldo: “Ecco qua, professoressa, sono quelli che voleva, giusto?”.
E la ‘povna – sollevata una volta di più dalla partecipazione, emotiva, intellettuale, pratica, di questa classe giudiziosa ed entusiasta – prima ha sorriso, complice, e poi non ha dovuto fare altro che confermare. La scorsa settimana, dunque – ciascuno sistemato comodamente (le sedie che si avvicinano alla LIM, qualcuno sopra il banco; le finestre oscurate, la luce spenta da Interventista) hanno visto il film di Bechis, che li ha colpiti molto. E proprio per questo la ‘povna decide di parlarne, oggi, per il settimanale appuntamento da Iome.
Parliamoci chiaro, Garage Olimpo non è un capolavoro, sarebbe eccessivo sostenerlo. E tuttavia il film, uscito nel 1999, resta un testo che vale la pena di guardare attentamente. Per quello di cui parla (e di cui troppo poco si sa; ma i sacri protettori del regime erano tanti); per come lo si racconta (con uno stile nitido, durissimo senza cedere alla violenza voyeristica); per una sapiente capacità – la ‘povna lo ha sperimentato all’opera coi Marmottini, in classe – di coinvolgere lo spettatore in un vortice di dubbi che ricalca il senso di sperdutezza voluto, nell’applicare la sua politica di morte, dal regime. Per tutti questi motivi, la ‘povna pensa che questo non-capolavoro sia dunquea un film civico e onesto. E dunque, a suo modo, violentemente necessario.

Pubblicato in costume e società, cultura, meta-blog, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , , | 16 commenti

Cita-un-libro #ioleggoperché – 2

C’è un gioco di fiducia, tra i moltissimi che la ‘povna e i suoi alunni imparano quando vanno in Appennino, che a lei piace più di tutti gli altri. Si chiama il gioco delle sedie, e consiste in questo: si mettono le sedie in cerchio, una per ciascun alunno, e i ragazzi della classe sono invitati a camminarci sopra, senza mai fermarsi. Scopo del gioco è non cadere mai a terra perché, mors mea, mors tua, se cade uno perde tutta la squadra. Passato qualche minuto di acclimatamento, le educatrici iniziano, piano a piano, a tirare prima una sedia, poi un’altra, via dal cerchio. I ragazzi di solito prima restano perplessi; poi, quando i buchi sono ancora uno o due, semplicemente saltano. Ma arriva un momento in cui saltare non basta, gli spazi si fanno troppo larghi: per rimanere in gioco bisogna imparare a farsi squadra e ad ascoltarsi; a sapersi organizzare. E’ a questo punto che gli educatori chiedono ai ragazzi di fare una proiezione di scommessa, chiedendo loro a quante poche sedie puntano per poter considerare il gioco una vittoria. La ‘povna ha visto così, dal 2008 in poi, sfidarsi al gioco delle sedie una classe dopo l’altra: i Matti, l’Onda, i Bufali dell’Orda, i Maculati, i Merry Men, i Pesci e infine gli Anatri. Ciascuno di loro lo ha interpretato secondo la propria personalità di classe, e il record, dopo tanti anni che sono passati, spetta ancora all’Onda, che riuscì a restare, attraverso una raffinata combinazione di regia (di Nana), pacatezza (di Calvin), prontezza (delle bimbe), follia (di Corto Maltese – che si prese in collo Campanellino per un tempo lunghissimo), capacità di farsi gregari (tutti gli altri) – la ‘povna ha le foto, se le guarda si commuove pure adesso – in diciotto su sei sedie.
Alla ‘povna tutto questo è venuto in mente sempre più spesso, in questi giorni, mentre i giorni coi Merry Men sfilano troppo veloci verso giugno; mentre – insieme all’Ingegnera (e un po’ anche a Esagono) – prova a lenire tutto il dolore del mondo; mentre ai guai già citati se ne aggiungono ancora cento altri (per esempio col Panda, che non ride più, e ne ha ben donde), mentre su tutti loro campeggia sempre, muto e immoto, come un’ombra, il pensiero dell’esame. E le sembra di essere lì, insieme a loro, sulle sedie, e tenerli con il pensiero tutti quanti; loro ci mettono del loro, è ovvio: c’è chi si prende il compagno a rischio sulle spalle, chi cerca di fare il leader con strategia e giudizio, chi macina in silenzio, ma garantendo l’ordinaria amministrazione tutti i giorni; chi accetta di farsi guidare. Ma al centro di questo groviglio, di mani, piedi e spalle che si uniscono, la ‘povna continua a coltivare, febbrile, il suo pensiero apotropaico, che si esplicita nella necessità di tenere sempre desta l’attenzione su di loro, tutti quanti – non sia mai che, senza volerlo, distraendosi, possa correre il rischio di lasciarli andare.

Il post-it per Cita-un-libro, nell’ambito di #ioleggoperché, questa domenica, si ispira a questa immagine, e recita così (uno dei libri più grandi di sempre). Più sotto, conforme alle regole che lei stessa si è data, seguono il podio e il cambio di testimone, così come promesso. Con un grazie e un buon secondo giro a tutti i validi lettori.

QP

E ora, il podio. La ‘povna premette che girare per blog a pesca di citazioni è stato parecchio divertente, che scegliere non è stato per nulla facile, e che ci ha dovuto nuotare sopra un po’ di vasche. Ha visto scorrere tanta letteratura italiana, alcuni classici di sempre, passioni personali, citazioni che erano anche auspici di letture futuribili: ma, alla fine, la cerchia si è ristretta ad alcuni possibili: Alice (una e due) e Galileo (uno e due), prevedibilmente; quelle di scuola, che le toccano corde assai sensibili; e, infine, questa qui.
Ed è proprio Ellegio, con Calvin and Hobbes, che si aggiudica il primo primo posto: perché, innanzi tutto, la ‘povna trova la citazione molto bella; poi perché le sembra essenziale ricordarsi di porre l’attenzione sull’importanza del fumetto (del resto, il suo blog si chiama Slumberland); e, infine, perché quello ricordato è un grande libro.
A lei dunque, che la ‘povna passa la parola e la staffetta, ricordando le regole. Per quanto riguarda invece il secondo e il terzo posto, la ‘povna dice, rispettivamente, La Bionda (perché i Ricordi di scuola sono un libro troppo spesso dimenticato, e splendido) e (perché delle due Alice, lei si sente più questa) Iome.

Pubblicato in cultura, meta-blog, personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , | 22 commenti

Storia del nuovo cognome (#Amicageniale)

Dopo aver lasciato il lettore in medias res, sul fermo immagine, nel bel mezzo del matrimonio di Lila, la Ferrante riapre Storia del nuovo cognome con un artificio che ripeterà, grosso modo, anche nei libri terzo e quarto, vale a dire senza riprendere da dove ci si era interrotti, ma riportando l’attenzione del lettore al piano temporale (quello del lungo flashback, il racconto della vita delle due amiche, lungo cinquanta anni) dal quale si muove la voce narrativa.
Una data (1966), e un luogo (Pisa, il ponte Solferino, il fiume Arno) si stagliano così come prima immagine: Lenù ci dice di aver ricevuto da Lila in custodia dei quaderni (di appunti personali, di vario genere), consegnati dietro richiesta di esplicita promessa di astinenza alla lettura. La promessa viene, ce lo dice Elena stessa, va da sé, disattesa ipso facto. Elena legge, prende coscienza del pensiero di Lila su quegli stessi eventi che lei sta tentando di mettere su pagina; e poi decide, in una sera di novembre, di gettarli in acqua, lasciandoli andare.
Si tratta di una informazione significativa, che il lettore – portato a perdersi, forzatamente, nella girandola di pagine e di eventi – farebbe bene invece a trattenere, con coscienza, perché regala due frammenti fondamentali (almeno a giudizio della ‘povna) per confermare (da un lato) l’orizzonte tematico in cui si muove il progetto-Ferrante e suggerire (sul versante più propriamente narratologico) qualche dubbio di inattendibilità sulla voce che ci sta regalando le pagine in lettura. Per quanto riguarda il primo punto, infatti, se la fine dell’Amica geniale aveva rivelato un’ascendenza dalla Meglio gioventù abbastanza esplicita, la scelta di ripartire dallo stesso anno (cruciale), il 1966, anche per la storia di Lila e Lenù appare abbastanza forte; se si tiene conto, per di più, che a novembre del 1966 l’Arno in cui Elena butta i documenti di Lila è quello stesso fiume che è appena passato da Firenze, strabordando gli argini, e generando quella alluvione che sarà – nel film di Giordana e per un insieme eterogeneo e sovra-nazionale di giovani – passaggio generazionale.
Per quanto riguarda l’attendibilità del narratore, invece, basterà ricordare che in questo modo Lenù ci rivela, casualmente, la sua decisione consapevole di sbarazzarsi di ogni prova scritta che possa comprovare la voce di Lila sugli eventi – con ciò glissando con grande spudoratezza sul fatto che un solo punto di vista, il suo proprio, è quello che il lettore deve accettare, forzatamente e per tutta la durata del racconto, sulle vicende narrate.
Poi il fuoco si sposta di nuovo, e il capitolo 2 riprende il corso degli eventi. Si riparte dal matrimonio di Lila (suo il nuovo cognome che dà il titolo) per poi narrare, secondo il collaudato sistema delle vite parallele, gli anni da ‘signora’ di Lina Cerullo, ora in Carracci, e insieme quelli di Lenù, che continua la sua carriera, brillante e volitiva, da scolara. Il racconto procede fino alla fine della giovinezza, che vedrà Lila e Lenù cambiare le loro vite, ma insieme lasciarle uguali, un’altra volta: Lenù finendo il liceo brillantemente, superando il concorso in Normale, accasandosi come fidanzata ufficiale del rampollo di una famiglia cultural-altoborhese di sinistra (gli Airota) e trasferendosi, dunque, prima a Pisa e poi a Firenze; Lila mandando a monte il suo matrimonio, lasciando “il rione” per la prima e unica volta, facendo l’operaia e ricostruendosi una vita con Enzo Scanno.
Ma il centro del romanzo sono, e restano, le pagine del soggiorno delle due amiche a Ischia, nelle quali re-incontrano, e frequentano, quello che è stato giustamente definito il vero, unico e autentico villain della tetratologia tutta, vale a dire il personaggio di Nino Sarratore. E’ per lui – ‘amore’ romantico di Lenù, già da bambina – che Lila, travolta da una passione irrazionale e totalizzante, decide infine di lasciare il marito, Stefano; ed è sempre per causa di Nino (che abbandonerà Lila a una manciata di giorni dalla fuga), o delle conseguenze della loro storia, che si ridurrà prima sull’orlo della follia, e poi a fare l’operaia in un salumificio con condizioni di lavoro improponibili; così come di Nino penserà di essere rimasta incinta (una gravidanza, questa seconda, che determinerà la sua scelta di fare ritorno, insieme a Enzo, nel rione). Nelle pagine di Ischia ai modelli già ricordati si aggiunge così quello dell’Isola di Arturo di Elsa Morante (per il tono da iniziazione, ma anche quello della sospensione, così come del passaggio rituale da adolescenza a età adulta, per entrambe); anche se il film di Giordana resta comunque sullo sfondo. In alcuni personaggi (Mariarosa Airota, la cognata di Lenù, innanzi tutto), ma anche nelle scelte geografiche che segnano il romanzo: se nella Meglio gioventù ci sono Roma e Torino, e Firenze; qui Napoli e Pisa, con Milano sullo sfondo editoriale) segnano altrettanti allotopi, in una sorta di mappa romanzesca dell’evoluzione dell’Italia. La storia si conclude a Milano (dove la voce narrante ci ha detto che Nino si è trasferito, dopo la storia con Lila, ricominciando a fare lo studioso promettente), alla prima presentazione del libro di Lenù (che occhieggia alla produzione letteraria dell’autrice, in un rovesciamento da autofiction), ancora con un fermo immagine. Ed è proprio sulla figura di Nino, sullo sfondo, che Lenù – e con lei l’autrice – interrompe ancora una volta, provvisoria, la sua voce.

(Ovviamente, per il venerdì del libro).

Pubblicato in costume e società, cultura, meta-blog, vitadascuola | Contrassegnato , , | 19 commenti

Cedimenti strutturali

La ‘povna si riaffaccia a scuola dopo il forzato ponte (ché, come si sa, ai due giorni di vacanza a carnevale due sole persone, in tutto il collegio, avevano votato contro: lei stessa e l’Ingegnera Tosta) con propositi insieme bellicosi e di quaresima, l’uno che implica l’altro. Perché, passato febbraio, arriva come è noto il lungo marzo, quel mese che, se ben condotto, decide un intero anno scolastico, ed è solo tempo di trottare.
Forte di questo assunto, si dedica al nuovo pezzo di programma (sul genere science-fiction) con gli Extraterrestri: e, dopo una prima introduzione rapida, la loro attenzione è rivolta tutta a Slesar.
Rodomonte ha appena iniziato a leggere, e bussano alla porta.
“Avanti!”.
La faccia di Mr. House è concitata, così come il suo passo: “‘povna, per la gita di marzo, un’emergenza!” – la ‘povna si fa subito compunta – “hai preso tu la busta coi soldi dei Merry Men dalla cassaforte?”.
“Ovviamente no”.
“Allora si tratta di furto”.
La ‘povna cerca di calmarlo: “Dai, su, non è possibile”. Ma Mr. House le porge la chiave con un rantolo, supplicandola di andare a controllare.
La ‘povna va, apre, trova la busta, conta i soldi, e ritorna da Mr. House giuliva, col malloppo. “A me sembrano tutti a posto”.
Mr. House sospira di sollievo, ma: “Allora mancano quelli dell’altra quinta!”.
Questa volta però la ‘povna è pronta: “Stai tranquillo, Mr. House, guarda, ecco pure l’altra busta, non manca proprio nulla”.
Lui quasi sorride, e poi esala, sottile, un “Meno male”.
Saluta gli Alieni, ringrazia, esce di classe. La ‘povna riprende la lezione, fino alla campanella. Poi corre dai Merry Men, che la aspettano sull’albero: dopo quasi un mese di astinenza, oggi, finalmente, si fa il tema.
Arriva, si scambia il testimone con Esagono, distribuisce le tracce: il tempo di una lettura e della consueta disposizione mista (chi nel breakout space, fuori la porta; chi dentro l’aula), e poi concentrazione e testa bassa, si lavora.
Anche la ‘povna approfitta per dipanare alcune varie minutaglie; poi, all’improvviso, a un colpo affrettato fa seguito lo spalancarsi della porta, senza il tempo di dire quasi “Avanti!”.
Esagono si riaffaccia, spiegazzato più del solito: “‘povna, scusami se vi disturbo: hai preso tu la chiave della cassaforte?”.
(“Allora è un vizio”) – pensa la ‘povna, ma non le sembra il caso di infierire, adesso.
“No che non l’ho presa, perché, non è al suo posto?”.
“Purtroppo no, sono un po’…”
… “agitato” è una parola che l’ingegnere Esagono non può pronunciare impunemente, per come è, per la sua professione, per come lo disegnano; ma il fatto che si arrenda a prorompere un “perplesso” rivela alla ‘povna ipso facto che la situazione è delicata.
“Guarda che ce l’aveva Mr. House dieci minuti fa, chiedigliela” – la ‘povna rassicura persuasiva.
“Dici?”.
“Dico”.
Esagono borbotta qualcosa, allontanandosi. I Merry Men la guardano come ad attendere una storia, ma la ‘povna taglia corto:
“Mi sa che gli ingegneri stanno andando in overload: la situazione è grave” – glossa rapidamente – “ma voi scrivete e non preoccupatevi di nulla. Adesso mi dedico anche a loro”.
Il fatto che arrivi l’intervallo, e poi un’altra ora, e nessuna compaia più con il viso atteggiato all’emergenza rassicura la ‘povna, dopo, sul lieto fine prevedibile (ché, quando un ingegnere ha riguadagnato la sua tabella excell, non si ricorda più del mondo). Come volevasi dimostrare, a fine mattinata, infatti, li incontra tutti nell’atrio: Mr. House, Esagono e anche Daddy LongLegs.
“Mi raccomando, Daddy” – butta lì -“resisti almeno tu, che se l’ingegneristica cede andiamo tutti a rotoli”.
“Mamma, ‘povna, glielo stavamo raccontando ora, che spavento”.
La ‘povna li guarda, ridacchia; intanto si infila le righe del berretto.
“Ecco. Allora stiamo tutti tranquilli: ché” – lo sguardo circola in mezzo a loro, vago e ironico – “se mi venite meno voi, pilastri strutturali, non contate su di me per raccattarvi, sia ben chiaro!”.

Pubblicato in costume e società, vitadascuola | Contrassegnato , , , , | 28 commenti

Alzare la media (#ioleggoperché)

La campagna di #ioleggoperché, per la ‘povna, non si esplicita solo nel virtuale. A dirla tutta, anzi – e come è solo tanto ovvio – non si gioca nemmeno nella finestra esclusiva delle settimane che scandiscono la marcia al 23 aprile, peraltro – visto che lei, di mestiere, coi libri ci ragiona tutti i giorni: scrivendone le recensioni (che dovrebbero invogliare, appunto, alla lettura) per quotidiani e riviste, argomentandoci sopra saggi (che idealmente sono fatti per contribuire a spiegare la natura delle opere), e, soprattutto, facendo l’insegnante di lettere, nell’altro mondo e soprattutto a scuola. Qui, nell’arena che si è scelta (lo sottolinea: lei nell’istituto di frontiera non ci è arrivata per caso, era tra i primi, a quel concorso, aveva davanti tutto), viene così a contatto coi potenziali non lettori tutti i giorni. E tutti i giorni prova a dimostrare ai suoi alunni che i libri, armi potenti, aprono mondi, raccontano storie incredibili e avvincenti, consegnano parole.
Va da sé che, in un contesto del genere, del progetto #ioleggoperché ha parlato subito, a Barbie, ai suoi colleghi e alle sue classi; ottenendo i seguenti risultati. A livello di istituto (Barbie non perde un colpo), hanno aderito subito: banner sul sito, condivisione di Crossa un libro, approvazione del Consiglio unanime; a livello dei colleghi, sta facendo quel che può, a macchia di leopardo (e gli entusiasmi maggiori non sempre vengono da quelli di lettere – perché la verità drammatica, che ha detto anche durante uno dei focus group, a gennaio scorso, è che la mancanza di lettori forti si avverte prima di tutto là dove dovrebbero essere viceversa solo onnivori, perché lei di suoi colleghi di materia che leggano tanto, correntemente, come vizio, ne conoscerà a stento sette o otto, e non nella sua scuola, ma nell’Italia tutta; e se invece la ricerca si affina a valutare chi abbia strumenti aggiornati per esprimere un giudizio critico, se il numero arriva a trinità si brinda a merce rara). Ma al livello delle sue classi, per fortuna, c’è lei sola che comanda. E dunque – se per i Merry Men la Pesciolina è già messaggero, e porterà #ioleggoperché alla maturità, nella forma situazionale di progetto – sabato scorso, approfittando delle ultime ore, ha spiegato quello che stava succedendo agli Extra-terrestri e ai Marmottini.
I risultati di questi colloqui sono stati interessanti. Per coadiuvare la Pesciolina nel suo ruolo di messaggero, la ‘povna infatti si è inventata un coinvolgimento trasversale, sulle altre classi. Se alunni volontari sia tra gli Alieni sia tra le Giovani Marmotte hanno dato la loro disponibilità di non lettori a essere sedotti, ci saranno anche due bimbe (Faline e Prima della Classe, una per ciascun gruppo) che, lettrici forti e onnivore, con la qualifica estemporanea di “messaggeri minorenni” della Pesciolina saranno le aiutanti, affiancando le loro proposte di condivisione (libri del cuore che doneranno ai loro compagni non-lettori) a quelle ufficiali del portale. Poi giocheranno a Crossa un libro, e a tutto il resto; ma in ogni caso, anche se troppo piccole per essere messaggeri ufficialmente, le sue bimbe non staranno a guardare.
E’ a margine di questa organizzazione che si svolge, sempre sabato, un dialogo fitto di domande con le Giovani Marmotte. Gli Esploratori, infatti, fedeli alla definizione che li caratterizza, prima ascoltano, con gli occhi fissi al portale, attenti e tondi; poi domandano giudiziosi, come sempre. L’occasione è offerta dal dato rivelato dalla ‘povna: “Lo sapete che il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno?”.
Seguono esclamazioni varie, da parte un po’ di tutti. Poi, la voce di Jim Hawkins svetta. E sorride:
“Noi alziamo la media, però, professoressa”.
(Sorride anche la ‘povna): “Certo!”.
“E di parecchio!” – gli fa eco Babe, seguito da Palinuro e Hipster. Poi arriva Tom Sawyer, con l’aria di chi confessa un gran segreto: “Ma sa che leggere non è poi così male, in fondo…”. Ed è allora che la voce di Pony Berrettina si impone sul resto della classe: “Sa, prof., io prima di venire qui alle superiori, non avevo mai letto un libro per davvero; provavo a fare finta. E poi…” – pausa – “l’anno scorso, il modo che avevamo di discutere le letture tutti insieme, prima della verifica; ero stufa di sentirmi esclusa, da tutto quel dibattere; e così che ho letto il primo, da cima a fondo. E poi” – altra pausa – “mi sono appassionata”.
La ‘povna sta per aprire bocca, ma Pony non ha finito, e continua, convinta: “E infatti oggi vado in biblioteca a prendere un altro libro, in più rispetto a quello che abbiamo per questo mese, ne ho letto in rete l’estratto e mi sembra molto bello” – ultima pausa – “E tutto questo non sarebbe successo, senza la scuola”.
La ‘povna non aggiunge altro. In pancia la consapevolezza che, qualunque cosa possa accadere, nell’intero pomeriggio, lo sceneggiatore, per oggi, le ha già regalato la giornata.

Pubblicato in costume e società, meta-blog, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 19 commenti

Cita-un-libro – #ioleggoperché

L’idea le è venuta leggendo lei; e in questi giorni se la è rimasticata, pensando a come si potesse replicarla viralmente, fino a renderla rituale. Ed è così che, da questa domenica (la prima, dopo il lancio) nasce “Cita un libro”, un percorso di fiancheggiamento alla campagna di #ioleggoperché fino al prossimo 23 aprile. La proposta è quella di coinvolgere tutti i blog che si sono iscritti al portale, o che comunque si interessano alla campagna, rilanciando una pioggia di citazioni con una specie di concorso.
Le regole di Cita un libro sono semplici. Ogni domenica, dalle 00.00 alle 23.59, chi vuole partecipare posterà sul proprio blog – con il link al portale di #ioleggoperché – uno dei post-it di #ioleggoperché come quello qui sotto, che riporterà una citazione tra quelle trovate sul wall. La citazione potrà essere propria, oppure scelta a piacere tra le migliaia che ogni giorno arrivano. Condizione necessaria è però che sia proposta sotto forma di post-it. L’idea è quella di portare il senso di quelle parole in discussione pubblica, riflettendo, magari, tutti insieme, su quel libro. Ma, per rendere il gioco ancora più collettivo e divertente, la ‘povna ha pensato anche, minima, a una gara. La domenica successiva a quella della pubblicazione (in questo caso, il 22 febbraio, e poi il 1 marzo e poi l’8, per capirsi), insieme al nuovo post-it, sarà pubblicata anche la classifica delle tre migliori citazioni della settimana. La seconda e la terza si prenderanno la gloria (e tanto basta); alla prima andrà invece l’onere di giudicare i tre post-it vincitori della settimana successiva, e così via, in una staffetta progressiva. Poiché però né la ‘povna (che per questa settimana, in quanto ideatrice del gioco, si fa giudice), né in futuro gli altri possono andare in giro per il web a stanare post-it a tradimento, chi vuole partecipare alla gara ha l’obbligo si segnalare, chiaramente, nei commenti, il link al post del giudice, pena l’esclusione dal giro.
Riassumendo, dunque, passaggio per passaggio, le regole per partecipare a Cita-un-libro sono semplici:

1. La domenica, tra le 0.00 e le 23.59 si va sul wall di #ioleggoperché, si sceglie un post-it di citazione e si pubblica sul proprio blog, inserendo nel post il link al portale di #ioleggoperché;
2. Si segnala la pubblicazione sul post domenicale del giudice;
3. Durante la settimana si partecipa, se si vuole, alla discussione che (auspicabilmente) da quelle citazioni sarà indotta;
4. La domenica successiva il giudice, insieme alla nuova citazione, pubblicherà la classifica delle prime tre citazioni, motivandole;
5. Il giudice stesso passerà dal blog della citazione vincitrice a lasciare il testimone; e ricomincia il gioco.

E’ dunque tempo di cominciare, e la ‘povna si butta. Lo fa, in particolare, con questa, che rappresenta il senso della finzione di cui spesso ha parlato qui su Slumberland. Ed è poi un libro che, per vari motivi, le è variamente caro.

postit-154df89b7905b3

Pubblicato in cultura, meta-blog | Contrassegnato , , , | 61 commenti

L’amica geniale

Finalmente la ‘povna ha trovato – complice una tendenza alla lettura italiana, negli ultimi tempi – il tempo di iniziare la quadrilogia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. I volumi la aspettavano sul comodino (metaforico: in realtà stanno sul kindle) già da qualche settimana, veramente: e a febbraio ha fatto un bel respiro, si è buttata in quel mare da oltre milleottocento pagine, e ha iniziato.
Il risultato (non ancora finito, a dir la verità: è a metà del terzo) è una galoppata narrativa così come non le capitava da un bel po’, nel nome di una autrice che dire “brava” è solo giusto: bello stile e bella trama. Per questo venerdì del libro, alla ‘povna sembra giusto omaggiare la quadrilogia di una serie di recensioni autonome, cominciando (ovviamente) dal primo volume.
La storia, raccontata come un lungo flashback da una delle due protagoniste, Elena Greco (che è anche, almeno finora) di tutta la vicenda narratore autodiegetico (il punto di vista, invece, più o meno volontariamente, è mutevole, e passa talvolta senza continuità da Elena a Lila), parla di due ragazzine, entrambe molto dotate, amiche sin dall’infanzia, che crescono in un rione periferico di Napoli, nate a ridosso della seconda guerra (nel 1944). L’infanzia miserabile dei primi anni Cinquanta, l’atmosfera collettiva del rione (la cui descrizione accenna a Pasolini, ma parte dai Malavoglia di Verga – passando per tanta letteratura napoletana da Ortese a Rea, per dire alcuni nomi tra i tanti), un neo-neorealismo sorvegliato e intelligente consentono sempre all’affresco sociale di non farsi né lirico, né quadro di insieme asettico. In questo il narratore, pur mantenendo il fuoco sulle due bambine (il primo volume è dedicato infatti, così dice il sottotitolo, a “infanzia” e “adolescenza”), gioca con le consapevolezza di un lettore contemporaneo che di quella vita agra sa già tutto: povertà, sopraffazione, fatalismo e maschilismo sono presentati come gli ingredienti ovvi di una Napoli insieme terribile e bellissima, epitome dell’Italia e delle sue contraddizioni. In questo contesto, la scuola arriva per Elena (Lenù) e Lila (Raffaella) come l’unica ancora socio-culturale di salvezza: le due ragazze sono in gamba, promettenti: dopo le elementari canoniche, che entrambe trasvolano, bravissime, la maestra vorrebbe farle studiare. La famiglia Greco cede alle insistenze dell’autorità didattica, i Cerullo (genitori di Lila) invece no, e la separazione si compie. Inizia così quel percorso, descritto progressivamente in parallelo e nel dettaglio, che, come i due poli opposti di una calamita, contemporaneamente avvia Lenù sulla strada di una emancipazione sociale (e autodeterminata, con una volontà alfieriana, certe volte) che la porterà fuori dal rione e da Napoli, e che invece risucchia perversamente Lila (spaventata, quasi, dalle conseguenze a lungo termine di un superamento di confini che lei stessa si pone come veto, innanzi tutto) nelle dinamiche acquiescenti della sua condizione popolare.
Quale sia “l’amica geniale” che dà il titolo al volume e alla serie il lettore avrà così modo di domandarselo non una, ma parecchie volte. Che riceveranno una risposta variamente diversa: sia Lenù, sia Lila sono infatti “l’amica geniale” una dell’altra, là dove non sarà sbagliato forse leggere, etimologicamente, l’aggettivo anche nell’accezione (declinata in maniera paradossale, ma non meno evidente) di “genio tutelare”.
In questa prospettiva, pare alla ‘povna viceversa riduttivo provare a chiedersi – come ha letto nella maggioranza di recensioni (che non l’hanno poi tanto convinta, a dirla tutta – quale dei due personaggi si riveli maggiormente specchio dell’autrice nel testo (un’autrice che, come è noto, ha fatto dell’azzeramento del profilo biografico una scelta letteraria forte – scegliendo di adottare uno pseudonimo), perché a lei sembra che, in qualche modo, quanto Lila, tanto Lenù (è rivelatore, in questo, come accennava, il gioco dei punti di vista, dal momento che, con errore tecnico apparente, talvolta Elena finisce per entrare nella testa di Lila, e raccontare dai suoi occhi), rappresentino i due esiti possibili del percorso di una stessa figura ideale di bambina, a incarnare le due strade, parallele, di quel bivio narrativo da cui ha origine tutto: la scelta (o possibilità) di continuare a studiare. Ed è in questo, allora, di riflessione in riflessione, che il destino delle due amiche rivela, a ben guardare, anche i modelli che, più di quelli letterari strictu sensu, si possono per la ‘povna ascrivere alla quadrilogia, con una certa sicurezza: vale a dire quella tradizione di un certo cinema che, assai spesso, dal dopoguerra in poi, ha mostrato di rappresentare in parallelo e meglio la realtà italiana. Spicca, tra tutti – e stupisce in questo il silenzio dei critici italiani (il parallelo, non a caso, è stato segnalato invece all’estero) – un nome, e un titolo: quella Meglio gioventù di Giordana, film in grado di scattare una foto generazionale di quarant’anni di storia di Italia, vivida e attendibile. Moltissimi particolari (i due fratelli Carati che rispecchiano le due amiche sorelle; i diversi percorsi paralleli, tra emancipazione e regresso; i luoghi topici di un’Italia che cambia, a patto di sostituire a Roma Napoli; la stessa ambiguità del titolo) sembrano confermare una derivazione schietta, quasi che la Ferrante abbia voluto offrire, generazionalmente, e con altri strumenti, la sua propria risposta alla lettura di Giordana. Con un dettaglio finale che arriva come una conferma: la scelta di fare finire con un fermo immagine del matrimonio (precocissimo) di Lila questo primo romanzo – un elemento che rimanda in modo evidente al finale del primo atto del film di Giordana.

Con questo post la ‘povna partecipa al venerdì del libro, come sempre. Aggiungendo anche però, in omaggio a #ioleggoperché, la proposta di segnalare l’iniziativa collettiva on-line sul portale come gruppo di lettura.

Pubblicato in costume e società, cultura, meta-blog | Contrassegnato , , , , , | 28 commenti

#ioleggoperché

300x250

Quando l’ha saputa in anteprima – assoluta e segretissima – da Bertina, Canta-che-ti-passa e Shirley, la ‘povna avrebbe invece voluto, da subito, gridarla ai quattro venti, perché l’iniziativa di #ioleggoperché (la più grande cavalcata di invito alla lettura, di e per tutti, in collaborazione tra Associazione Italiana Editori, case editrici, istituzioni, scuole, università, biblioteche, circoli di lettura, Rai, Trenitalia e chi più ne ha, più ne metta) è di quelle dirompenti.
Se per i dettagli (tanti, variegati e in continuo aggiornamento, tanto che nemmeno la ‘povna, ancora, ché pure, di questa cosa, è stata consulente nazionale, li sa tutti), rimanda al sito, da tenere sotto controllo, per sommi capi la scommessa, viceversa, si illustra facilmente. Nel nome di uno slogan che è già virale (#ioleggoperché), appunto, si tratta di provare a scatenare una reazione a catena di lettura, nella quale – con il supporto delle case editrici (che forniranno, gratis, 250000 copie di ventiquattro libri, questi) – diecimila ambasciatori, lettori forti, si faranno portatori sani del germe più bello del mondo, quello, appunto, dell’ossessione di lettura. A loro il compito di organizzare eventi, occasioni, proposte (che saranno tutte suggerite e coordinate dal portale, ovviamente), per invogliare lettori pigri o non-lettori a provare un po’ l’ebbrezza, facendosi trascinare in mare aperto, cavalcando onde di inchiostro e personaggi a bordo del fidato oggetto-libro. Per aiutarsi nel compito, gli ambasciatori potranno a loro volta servirsi di alcuni oggetti magici, nella forma di 24 libri di quelle duecentocinquantamila copie di cui si è detto, che dovranno prima ritirare in una loro libreria di riferimento, e poi consegnare ad altrettanti nuovi potenziale cavalieri della trama in occasione del 23 aprile 2015 prossimo, giornata mondiale dedicata annualmente al libro, al diritto d’autore e alla lettura.
La ‘povna, in questa cosa, ci si sarebbe buttata in ogni caso a pesce. Ancora maggiore, se possibile, è stato dunque il suo entusiasmo a essere coinvolta nella fase di allestimento (memorabile un “focus group” in “conference call” dalla piccola città, mentre dall’altro capo del telefono, insieme a Shirley, c’erano BibCan, un’altra insegnante e la rappresentante dell’AIE, supporter entusiasta del progetto).
E aspettava in gloria, ieri, 9 febbraio, la conferenza stampa. Per poter dare ragione dell’iniziativa come merita non solo a scuola (dove ha fatto aderire il suo istituto per ciò che è di educativa competenza), non solo nella piccola città (dove sta organizzando una serie multipla di eventi), non solo sul treno (dove aspetta a gloria di potere far book-crossing), non solo con i Merry Men (tra i quali la Pesciolina diventerà “ambasciatrice” e seguirà #ioleggoperché come tesina e progetto), ma anche nella sua casa virtuale.
Da oggi, e fino alla fine dell’iniziativa, Slumberland ufficializza dunque il suo endorsement a #ioleggoperché 2015.
E lo fa in due modi, ciascuno declinato nella specificità di competenza.
Da un lato, per i lettori forti, l’invito è ad andare sul portale, leggere bene le istruzioni, e iscriversi (candidandosi ad ambasciatori, ovviamente) – dando il proprio contributo, social, virale, facendoci un post; e nella vita vera, soprattutto, perché questa grande ondata di lettura ci sommerga.
Dall’altro, per i lettori più timidi (o non lettori), inizia con oggi un percorso che porterà al 23 aprile tutti insieme, per coloro che vorranno. Approfittando del suo ruolo di ambasciatrice (e in attesa dei libri in copertina e carta), la ‘povna propone infatti ai suoi lettori che se la sentono due strade, sovrapponibili, e di diverso coinvolgimento.
La prima riguarda la possibilità di fare parte di uno dei 24 fortunati che riceveranno copia del libro dalle sue mani, a tempo debito (il 23 aprile, appunto) – vincendo così in un colpo netto la storia omaggio e anche un bell’attraversamento dello schermo. In questo caso, l’invito è a segnalare la propria adesione nei commenti e/o in privato, mandandole un messaggio – per vedere se lo spazio-tempo, necessario per attraversare i mondi al giorno giusto può piegarsi fino a rendersi flessibile, ponendo, fuori di metafora, le coordinate per potersi davvero incontrare.
La seconda riguarda invece la possibilità di procurarsi, comunque, in autonomia (o attraverso un altro ambasciatore, più vicino alla propria geografia, dunque più comodo), il/i libro/i che consegnerà la ‘povna. Per i quali lei inaugurerà, virtuale, e a settimanale scadenza, un vero e proprio gruppo di commento e di lettura.
A questo proposito, la ‘povna vorrebbe anche, poi, organizzare qualcosa per i lettori forti che saranno ambasciatori insieme a lei in questa avventura romanzesca. Ma, per il momento, lascia questo ultimo punto alla distanza di qualche settimana, quando l’organizzazione e il calendario andranno facendosi più netti. E, soprattutto, cede la parola a #ioleggoperché, una volta di più, invitando tutti ad andare, solerti, a curiosare.

Pubblicato in costume e società, cultura, meta-blog, personale, vitadascuola | Contrassegnato , , , , , , , , , , , | 41 commenti