Call for Reading

Tra le molte cose scombiccherate di un anno che è stato faticosissimo anche perché (per la ‘povna, troppo) lasco, uno spazio che, decisamente, sarebbe potuto andare meglio è quello delle letture di diletto. E dire che l’anno scolastico era cominciato bene assai, con Marco Balzano e Ilaria Gaspari, ed era proseguito poi sulla scia di una serie di scoperte (per esempio questo) o di rassicuranti continuità (Coe e la Rowling su tutti). Invece, nel 2016, il dramma. Se si escludono le ovvietà (cioè i romanzi a puntate, lunghi, inglesi e ottocenteschi) la ‘povna ha trovato, nell’inverno e nella primavera, in pratica poco, o nulla, che l’abbia davvero convinta, finendo per inanellare – perché non si può passare tutta la vita a dragare Wilkie Collins – una serie di delusioni senza pari. Così, se le letture di lavoro sono state tante, specchio di un anno che, da questo punto di vista, non si può che etichettare come produttivo e sorprendente, i libri di svago hanno cominciato, in primavera, insensibilmente a diradarsi – ché già il tempo era sempre meno, figuriamoci poi se si incontrano schifezze. E, fatti salvi gli ultimi due – rispettivamente questo e questo, già in angolo di estate (ma meno del solito), la ‘povna è restata, e resta ancora, priva di punti di riferimento chiari.
E’ per questo che la ‘povna, oggi – mentre piano piano l’estate, finalmente, le inizia a incollarsi addosso (anche se ancora la prossima settimana recita impegni di scuola, cinque giorni su sette) – chiede aiuto ai blog-amici, con un call for reading che è anche appello per consigli. E domanda loro se ci siano libri, immortali, ma anche intelligentemente da spiaggia (quanto tempo è, per esempio, che la ‘povna non si imbatte in un buon giallo?) che, in attesa dell’uscita, il 31 luglio, del prossimo Harry Potter, si sentano in vena di segnalare.

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Litania

Genova mia città intera.
Geranio. Polveriera.
Genova di ferro e aria,
mia lavagna, arenaria.

Genova città pulita.
Brezza e luce in salita.
Genova verticale,
vertigine, aria scale.

Genova nera e bianca.
Cacumine. Distanza.
Genova dove non vivo,
mio nome, sostantivo.

Genova mio rimario.
Puerizia. Sillabario.
Genova mia tradita,
rimorso di tutta la vita.

Genova in comitiva.
Giubilo. Anima viva.
Genova in solitudine,
straducole, ebrietudine.

Genova di limone.
Di specchio. Di cannone.
Genova da intravedere,
mattoni, ghiaia, scogliere.

Genova grigia e celeste.
Ragazze. Bottiglie. Ceste.
Genova di tufo e sole,
rincorse, sassaiole.

Genova tutta tetto.
Macerie. Castelletto.
Genova d’aerei fatti,
Albaro, Borgoratti.

Genova che mi struggi.
Intestini. Caruggi.
Genova e così sia,
mare in un’osteria.

Genova illividita.
Inverno nelle dita.
Genova mercantile,
industriale, civile.

Genova d’uomini destri.
Ansaldo. San Giorgio. Sestri.
Genova in banchina,
transatlantico, trina.

Genova tutta cantiere.
Bisagno. Belvedere.
Genova di canarino,
persiana verde, zecchino.

Genova di torri bianche.
Di lucri. Di palanche.
Genova in salamoia,
acqua morta di noia.

Genova di mala voce.
Mia delizia. Mia croce.
Genova d’Oregina,
lamiera, vento, brina.

Genova nome barbaro.
Campana. Montale, Sbarbaro.
Genova dei casamenti
lunghi, miei tormenti.

Genova di sentina.
Di lavatoio. Latrina.
Genova di petroliera,
struggimento, scogliera.

Genova di tramontana.
Di tanfo. Sottana.
Genova d’acquamarina,
area, turchina.

Genova di luci ladre.
Figlioli. Padre. Madre.
Genova vecchia e ragazza,
pazzia, vaso, terrazza.

Genova di Soziglia.
Cunicolo. Pollame. Trilia.
Genova d’aglio e di rose,
di Pré, di Fontane Masrose.

Genova di Caricamento.
Di Voltri. Di sgomento.
Genova dell’Acquasola,
dolcissima, usignuola.

Genova tutta colore.
Bandiera. Rimorchiatore.
Genova viva e diletta,
salino, orto, spalletta.

Genova di Barile.
Cattolica. Acqua d’Aprile.
Genova comunista,
bocciofila, tempista.

Genova di Corso Oddone.
Mareggiata. Spintone.
Genova di piovasco,
follia, Paganini, Magnasco.

Genova che non mi lascia.
Mia fidanzata. Bagascia.
Genova ch’è tutto dire,
sospiro da non finire.

Genova quarta corda.
Sirena che non si scorda.
Genova d’ascensore,
paterna, stretta al cuore.

Genova mio pettorale.
Mio falsetto. Crinale.
Genova illuminata,
notturna, umida, alzata.

Genova di mio fratello.
Cattedrale. Bordello.
Genova di violino,
di topo, di casino.

Genova di mia sorella.
Sospiro. Maris Stella.
Genova portuale,
cinese, gutturale.

Genova di Sottoripa.
Emporio. Sesso. Stipa.
Genova di Porta Soprana,
d’angelo e di puttana.

Genova di coltello.
Di pesce. Di mantello.
Genova di lampione
a gas, costernazione.

Genova di Raibetta.
Di Gatta Mora. Infetta.
Genova della Strega,
strapiombo che i denti allega.

Genova che non si dice.
Di barche. Di vernice.
Genova balneare,
d’urti da non scordare.

Genova di “Paolo & Lele”.
Di scogli. Furibondo. Vele.
Genova di Villa Quartara,
dove l’amore s’impara.

Genova di caserma.
Di latteria. Di sperma.
Genova mia di Sturla,
che ancora nel sangue mi urla.

Genova d’argento e stagno.
Di zanzara. Di scagno.
Genova di magro fieno,
canile, Marassi, Staglieno.

Genova di grige mura.
Distretto. La paura.
Genova dell’entroterra,
sassi rossi, la guerra.

Genova di cose trite.
La morte. La nefrite.
Genova bianca e a vela,
speranza, tenda, tela.

Genova che si riscatta.
Tettoia. Azzurro. Latta.
Genova sempre umana,
presente, partigiana.

Genova della mia Rina.
Valtrebbia. Aria fina.
Genova paese di foglie
fresche, dove ho preso moglie.

Genova sempre nuova.
Vita che si ritrova.
Genova lunga e lontana,
patria della mia Silvana.

Genova palpitante.
Mio cuore. Mio brillante.
Genova mio domicilio,
dove m’è nato Attilio.

Genova dell’Acquaverde.
Mio padre che vi si perde.
Genova di singhiozzi,
mia madre, Via Bernardo Strozzi.

Genova di lamenti.
Enea. Bombardamenti.
Genova disperata,
invano da me implorata.

Genova della Spezia.
Infanzia che si screzia.
Genova di Livorno,
Partenza senza ritorno.

Genova di tutta la vita.
Mia litania infinita.
Genova di stocafisso
e di garofano, fisso
bersaglio dove inclina
la rondine: la rima.

Giorgio Caproni

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Tramezzini al tonno e guacamole (per un’altra commissione di maturità)

Gli esami di stato sono stati, lo si è intuito, particolarmente impegnativi per la ‘povna. In maniera emotivamente meno coinvolgente di un anno fa, è ovvio, perché non c’erano i Merry Men in campo, ma, nello stesso tempo – come ricordava Mel (e anche il buon senso) – quando si è membro esterno di commissione subentra un altro tipo di impegno, quello che fa agio alla necessità di fare il proprio dovere al meglio, incontrando una realtà diversa, e alunni sconosciuti, in poco tempo, poiché tutto si svolge nell’arco di sì e no tre settimane.
Anche quest’anno, fedele a un’abitudine, la ‘povna aveva fatto domanda in qualità di presidente. E a quella domanda, a giugno, ha ricevuto positiva risposta, concretizzata in una commissione di 58 alunni da esaminare nella scuola di via Gentile, detta anche, in idioletto, il “Tecnico tra i due Licei”, uno dei più prestigiosi della piccola città. La’povna, al vedere la nomina, prima ha sorriso, grata che non l’avessero mandata un’altra volta su una doppia commissione a metà con Centoguance, e poi si è dedicata a capire a fondo il suo destino. Il quale recitava, appunto, 58 esaminandi, di cui tre esterni; radunati in due popolose classi quinte la cui carta di identità faceva presagire una situazione che complicata è dire poco.
Uno stato dell’arte che è stato poi, giorno per giorno, confermato dai fatti. La ‘povna e i suoi otto compagni di viaggio (che per molto tempo sono stati sette, perché il commissario esterno di inglese si è palesato solo alla quinta nomina, tutti malati, gli altri) hanno affrontato i marosi di un viaggio lungo e affaticante. Per la qualità delle peripezie cui sono andati incontro (tra le quali, la ‘povna lo ripete: una ispezione, una possibile denuncia ai sensi del 341 bis del codice penale, “oltraggio a pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni”, per chiarire in modo debito, e un problema relativo a una certificazione di disabilità a sensi della legge 104 – e si citano soltanto i casi più eclatanti), per la lunghezza oggettiva del percorso (hanno concluso dopo 23 giorni, facendo sempre gli orali pure il sabato), per la collocazione peculiare del Tecnico tra i due Licei, che richiama sempre parecchia attenzione su di sé, qualunque cosa faccia, infine, ma non ultimo, per i caratteri, estremamente forti, complicati, quando non egocentrici, dei commissari implicati.
Con questa ciurma, e queste provviste di viaggio, la ‘povna si è imbarcata per la navigazione sotto costa, consapevole che non avrebbe fatto scali, ma che questo non avrebbe impedito a chi stava a riva di provare a manifestarsi in vari mezzi (così come puntualmente è poi successo). Ed è stato un percorso dentro un mare che era all’apparenza placido, ma nel quale, appena sotto il pelo d’acqua, affioravano scogli appuntiti e squali. Per fare fronte a tutto in maniera conforme a un ruolo pubblico e istituzionale che la ‘povna, in una parola sola, venera, ci si è dovuti munire di santa pazienza, molta molta abilità politica, un pizzico di furbizia e tanto Principe di Machiavelli. Ma poi, alla pausa delle 11, una cosa che si sa, funziona sempre, è riunire tutti quanti intorno a un tavolo a mangiare. Così la ‘povna ha seguito immediatamente la vague, inaugurata da Dolores-Minerva, la commissaria albionica, di celebrare degnamente l’intervallo all’insegna dell’ognuno porta qualcosa. Perché un commissario pieno di sé è già parecchio impegnativo di default; uno pieno di sé impossibilitato a esprimersi a causa della pienezza di quegli altri inizia a palesare segni di malumore assai evidenti, ma un commissario pieno di sé che mangia diventa in ogni caso più trattabile. E la ‘povna ha capito dunque subito che, tra quella ciurma, c’era comunque sempre parecchio da imburrare.
Imburra di qua, imburra di là, sul desco si sono succedute focaccine farcite di un ottimo panettiere, madeleines, un flan alla crema magico, ventaglini di sfoglia, plumcake ai frutti misti. E poi la ‘povna, una domenica che sapeva di dover preparare qualche prelibatezza degna, ma non aveva voglia di accendere il forno, si è inventata questi tramezzini di tonno al guacamole, davvero ottimi, che hanno ricevuto richiesta di bis e grandi applausi. E che anche lei ritiene effettivamente giusto collettivizzare.
Si prende dunque, innanzi tutto, del tonno. Diciamo due scatolette grandi. Si mettono in una ciotola insieme a un po’ di acciughe e capperi. Si uniscono a questo punto due cucchiai grandi di yogurt bianco liquido, e poi, e qui sta il trucco, una generosa porzione di guacamole dello zio Matto. A questo punto si frulla bene bene, finché non resta di consistenza morbida, e poi si spalma in generosa quantità sul pane. Tutto qui, eppure buonissimo. La ‘povna ne ha fatto omaggio alla sua commissione ben due volte. Con grande vantaggio per il buon umore di tutti, inclusi i candidati.

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Verbali

Il giorno 13, 14, 15, 16, 17, 18, 20. 21, 22, 23, 24, 25, 27, 28, 29, 30 giugno; 1, 2, 4, 5, 6, 7, 8, 11, 12, 13 luglio, alle ore 8.00, si riuniscono il consiglio di classe dei Mowgli/il consiglio di classe degli Extraterrestri/il consiglio di classe delle Giovani Marmotte/l’assemblea di incontro genitori-insegnanti/la commissione di maturità per la seduta di insediamento/il consiglio straordinario dei Mowgli/il primo comitato valutazione docenti neo-assunti/il consiglio di Istituto/la Giunta di Istituto/la conferenza di servizio/la commissione di maturità per la prima prova/la seconda prova/la terza prova/la correzione delle prove/la preparazione dei colloqui/i colloqui/la ratifica dei risultati/le operazioni finali/il secondo comitato di valutazione per docenti neo-assunti…
La ‘povna ha passato gli ultimi 34 giorni a valutare persone e riunirsi in procedure di tipo assembleare. E a fare verbali: tanti verbali, continui verbali, ossessivi verbali, redatti con l’immediatezza del tempo reale che la contraddistingue e che la porta, dunque, a essere eletta, in ogni circostanza, per questa necessaria mansione.
Nel mezzo, ci sono stati gli Europei, il matrimonio di Scovolino, qualche scampolo di mare la domenica, degli aperitivi serali e degli incontri. Ma tutto quanto è stato, in realtà, fagocitato a tempo permanente dal suo impegno nelle due scuole di provvisoria appartenenza: quella sua propria e quella dove svolgeva le mansioni di presidente di maturità. Un’esperienza che si è rivelata, ancora una volta, pervasiva, forte, istruttiva, massacrante (se una ispezione ministeriale, un ricorso al 341 bis del codice penale e alla 104 valgono da soli per descrivere).
Nel frattempo, a scuola sua, si sono dipanate questioni della commissioni tosta, comitati di valutazione, criteri del bonus docenti e la consegna del progetto Erasmus.
E la ‘povna si è dedicata pure a questo, sottraendo tempo al tempo (ne ha fatto le spese il cambio dell’armadio, ancora fermo sulla lana, ma per fortuna lei è freddolosa, e poi non è una novità).
Poi, l’altro ieri, finalmente, l’ultima firma da facente funzione di segretario (sull’atto che attesta il passaggio in ruolo di Scovolino, con grandi feste). Di sicuro ci sono alcuni scampoli di cose all’orizzonte (tra le quali un viaggio ad Atene per un incontro del progetto Erasmus che la ‘povna attende con la stessa gioia di un calcio nei ginocchi); in ogni caso, finalmente, il più è fatto.
Constatato l’esaurimento dei punti all’ordine del mese, la ‘povna si lancia nell’estate con rinnovata velleità.

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Finali

Il ritorno post Parigi si annunciava giustamente molto pieno, per la ‘povna, e così, insensibilmente, è stato. E’ cominciato il lunedì, quando la ‘povna, i postumi della febbre franco-russa ancora addosso, si è precipitata a scuola con un’ora di anticipo. E’ arrivata, ha salutato cortesemente tutti, si è attardata nei dovuti convenevoli, ma poi, appena possibile, sotto lo sguardo furbo di FacTotum (che tutto sa e tutto registra), si è infilata nel corridoio a piano terra, quello che porta al laboratorio di Impianti&Muri. Esagono, al suo ingresso, ha fatto il gesto di nascondersi sotto la pressa da calcestruzzo, ma poi in realtà l’ha salutata, ha lasciato la classe nelle mani del collega, e “Andiamo fuori”, ha detto alla ‘povna. E per un’ora abbondante, mentre si occupavano di un sacco di burocrazia pregressa, la ‘povna ha svalangato addosso al suo amato vicepreside un sacco pieno di pensieri e sensazioni.
“Non sono più la stessa ‘povna che è partita, sai” – ha osato dirgli a un certo punto, in pieno spirito soap-opera. E l’ingegnere che è in lui l’ha guardata fisso fisso, replicandole inespresso: “Intuisco che tu sia stata bene”.
Poi è cominciata la scuola vera, ed è stata bella: i Marmotti, gli Extraterrestri e i Mowgli le hanno fatto diversamente festa, mentre le cerimonie di fine anno si svolgevano compunte. Programmi, riordini, registri, ma anche tre film da guardare (Milk, Inception e Hook, rispettivamente) e un sacco di ultime cose.
Appartiene a questa categoria la lettura collettiva di un certo pacco di lettere, insieme agli Extraterrestri. Si tratta di missive che, la ‘povna e loro, hanno scritto come esercizio di benvenuto a inizio anno. Era il 16 di settembre, e la ‘povna propose loro di scrivere, ciascuno, “al se stesso di giugno”: “non importa che cosa scriviate” – aveva aggiunto – “previsioni, sogni, riflessioni, va bene tutto. Solo, ricordatevi che non è una pagina di diario, per voi stessi; è una lettera che leggeremo ad alta voce, tutti insieme, in classe, nell’ultima settimana di scuola”.
Loro si erano dedicati al compito con la tranquilla buona volontà che li contraddistingue. Le lettere erano state messe poi in una capace scatola da scarpe (fornita da Eliot) e da lì prima portate insieme a loro al cambio d’aula, e poi messe sull’armadio ad aspettare.
“Le lettere le leggiamo giovedì?” – aveva domandato alla ‘povna Eliot (che le fa da aiuto regista), mentre guardavano Inception. E alla risposta affermativa della ‘povna giovedì alla seconda ora si era presentato in aula video con la scatola (“Così non stiamo a tornare su, una volta finito il film, professoressa”). E così, una volta terminato il dibattito sul significato del finale, e Di Caprio è sveglio, oppure sta sognando, avevano aperto l’urna e si erano messi tutti in cerchio ad ascoltare.
Bisogna sapere che, tra le lettere, figurava anche quella di Asya, l’alunna bangladese della ‘povna che si è trasferita lo scorso aprile a Londra (dopo aver preso la cittadinanza italiana proprio il mese precedente). Al momento della festa di addio e di buon viaggio, il solito Eliot le aveva chiesto se volesse leggere la lettera allora, davanti a tutti. Ma “preferisco di no” – aveva risposto Asya – “mi farebbe piacere che la leggeste insieme alle altre, l’ultimo giorno, sarà come se fossimo insieme”.
E così è stato. Lettera dopo lettera, senza dirsi niente, ma con consapevolezza, le parole di Asya sono restate ultime. “La legga lei, per favore, professoressa”. “No, cari, la leggerà Bravissima”.
Così, dopo aver ascoltato tutte le altre, la migliore amica di Asya ha aperto la busta, piena di decori e di disegni, e ha cominciato:

Per Asya del 2016
Cara Asya del 2016, io ti scrivo una lettera, il giorno 16/09/2016. Tu che sei del 2016 non sai che cosa succederà, a noi due del 2015 e 2016: quello che succederà tra due o tre mesi ci cambierà la nostra vita. Ovviamente ti chiederai che cosa ci può cambiare la nostra vita? Perché noi ci trasferiremo in un altro mondo. Quando dico “mondo” intendo dire questo paese, l'”Italia”, la nostra amata Italia. Tu non sai perché io dico mondo, perché io amo l’Italia, sono nata qui, vivo qui, ho gli amici qui. Perché la devo lasciare? Quanto vorrei rimanere in Italia, però una decisione è una decisione. Aahh, mi ero dimenticata di dirti dove ci trasferiremo: in Inghilterra. Ti starai chiedendo perché in Inghilterra? Anch’io quando l’avevo sentito ho fatto questa domanda e ho avuto la mia risposta e la dirò anche a te. Stiamo andando in Inghilterra perché lì ci sono le scuole islamiche per studiare il Corano e ovviamente frequenteremo la scuola normale così impareremo anche l’inglese, per questo ci trasferiremo. La mamma e papà hanno detto che quando finiremo di studiare il Corano e la scuola ritorneremo in Italia . E’ stata una decisione difficile per loro di trasferirsi in Inghilterra. Io mi devo impegnare molto, perché in Inghilterra è tutto in inglese, quindi devo imparare bene l’inglese e anche tu Asya del 2016 ti devi impegnare molto ma molto. Con questo cambiamento, cambierà la nostra vita. Mi dispiace molto di lasciare questa scuola, la classe, i compagni, i prof., tutti quanti mi mancheranno tanto. Mi dispiace anche di non poter finire questo anno insieme a voi, e sono felice di avere avuto dei compagni come voi e delle amiche molto speciali come loro (Bravissima, Riservata, Memole, Occhi di Gatto e MaJong); non dimenticherò mai quei bei momenti che abbiamo passato, in tutta la mia vita. Tanti saluti ai professori e ai miei compagni e compagne. Da: Asya del 2015

Dopo, la campanella suona. E per la ‘povna non c’è miglior finale di così.

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Che sia un’andata e un ritorno (?)

E così la ‘povna è partita. Sabato scorso, dopo la scuola, è andata a nuotare (le solite 110 vasche), ha raccattato una valigia, (riempita di vestiti in parallelo per due climi esatti, caldo e freddo), poi, con la dovuta calma, ha chiamato un taxi e si è fatta portare in aeroporto; e alle nove della sera era già installata, comodissima, nella sua casa nel Marais. Lì, ha dribblato con eleganza la proposta di cena insieme da parte dell’ex collega Uriah Heep (che la tempestava di sms), e se ne è andata invece a zonzo sola e soddisfatta, si è fermata a mangiare una tartare buonissima, ha fatto un salto a place des Vosges (per lei, il luogo più bello del mondo) e poi ha scalato i due piani e mezzo di scala a chiocciola verso la chambre de bonne che le faceva da residenza, visto che la mattina dopo la incalzava.
Poi, infatti, è arrivata domenica. Il gruppo di insegnanti selezionati si è ritrovato e riconosciuto davanti al Mémorial de la Shoah. La coordinatrice del progetto li ha accolti con poche parole sobrie, di qualità e asciutte e il seminario di sei giorni è cominciato.
Che cosa può dire la ‘povna, di questa esperienza, adesso, cioè ex post, quando, una volta tornata, in preda ai brividi di febbre russa che l’hanno colta nella notte tra venerdì e sabato (appena finito il corso) e l’hanno accompagnata per tutto il viaggio di ritorno, si aggira nella sua casa (per fortuna) vuota e mette insieme i pezzi di un mosaico le cui tessere eccedono sempre il disegno di fondo, esondando da ogni angolo?
Non molto di più di quello che è riuscita a tessere durante, quando, man mano, il vortice di un rivolgimento intellettuale, emotivo, umano la aspirava sempre più dentro quella particolare bolla, spingendola a dimenticare tutto il resto: Parigi allagata, le nuove minacce di attentati, gli scioperi di aerei e mezzi di trasporto, l’arrivo al corso tra mitra spianati. Eppure, di tutto questo, la ‘povna e i suoi compagni (per lo meno una gran parte, in ogni caso quella interessante) non hanno sentito per davvero praticamente nulla, tanto il loro mondo si è insieme allargato e ridotto per sei giorni: a quello che stavano studiando (per allargarsi fino al mondo) e all’hic et nunc del loro esserci (e guarda un po’ se la ‘povna doveva scomodare Heidegger), nei venti metri quadri e spiccioli della loro sala Kelman, a quelle postazioni fisse (lasciate e riprese, ogni sera e ogni mattina, con la non chalance studiata di una scacchiera in corso), a quelle sedie.
Eppure, ogni giorno, con una dedizione per la quale sentiva un’urgenza razional(izzatric)e inversamente proporzionale alla sua progressiva messa in pratica, lei, nel poco tempo libero, al racconto di quel che (le) stava succedendo si è dedicata con puntiglio, scegliendo con cura narratari e argomenti, mentre pian piano riconosceva intorno a sé la forza pervasiva di ciò che la trascinava oltre, lontano dalle coordinate di ciò che abitualmente, con scelta e convinzione, definisce “casa”.
Eppure, su tutto questo, ha nuotato con compunzione e all’alba, prima che le lezioni cominciassero, un numero considerevole di vasche, con ciò lasciando al pensiero dominante il compito di dipanare e dividere, così come sa che serve al suo benessere.
Ma, alla fine, si è (quasi) arresa: e ha lasciato che la magia di quel luogo e del momento la rapisse via (quasi) del tutto, consapevole che ogni cosa sarebbe stata per questo più indigeribile al momento del ritorno, e si è detta “ma che importa” (moltissimo, ovviamente, ma lo sapeva in realtà sempre).
E oggi, domenica di ritorno all’ordine, mentre scrive i programmi per gli adempimenti di giugno, e si dedica alle mille attività sospese del rientro (ma non nuota, glielo impediscono il vomito e la febbre – ma la ‘povna sorride, e sa che questa è l’ultima concessione prima che il semiconscio riprenda, forte, il suo potere in cattedra), per raccontare quello che (non) è accaduto a Parigi non riesce a fare che la forma di un elenco, che riassuma, latamente, le acquisizioni di una settimana un poco folle, che (forse), lascerà nella sua vita degli strascichi magari permanenti. O forse, invece, no.
Ecco dunque, ben riassunte, le cose più importanti che la ‘povna ha scoperto, e vissuto, in questi giorni.

– la domanda “ma dove sono gli insegnanti bravi per davvero, quelli che non si sentono ancilli di nessuno rispetto allo studio e alla ricerca” (una domanda che chi la scuola la agisce da studioso, oltre che da insegnante, si fa in maniera ricorrente) riceve per una volta una risposta positiva e pronta: “lassù, a Parigi, in sessantotto paia di occhi”;
– là dove il programma sia di qualità innegabile, e la motivazione forte, il livello di discussione sarà (che banalità), altissimo, e la condivisione anche, senza preoccupazioni personali di showing off vari ed eventuali;
– un posto del genere si configura, dunque, di per se stesso, come Galadriel e il suo specchio, un luogo dove tutte le verità vengono a galla, e chi non ce la fa (per motivi intellettuali, culturali, emotivi, o di miseria umana, semplicemente) alla fine si segnala;
– allo stesso modo, tra cani ci si annusa, e chi deve riconoscersi lo fa abbastanza in fretta e in modo forte, con ogni conseguenza che è previsto prevedere;
– è possibile (anche se in necessario miglioramento) trovare insegnanti italiani che non siano (troppo) genati dalle lingue (o che in ogni caso percepiscano una loro scarsa competenza come problema oggettivo di una propria mancanza, e non come una bizzarra richiesta dello Stato);
– esistono luoghi che sanno porsi al livello della Neverland di settembre, e questa, oltre che acquisizione metodologica, è un’affermazione parecchio impegnativa e personale, per la ‘povna, su cui da domani avrà parecchio da nuotare;
– time has come (sempre sull’onda delle considerazioni personali) per riconoscere nei fatti la sua oggettiva necessità di cambiamento: la ‘povna torna da Parigi sapendo che, adesso, la parola “traditrice”, rivoltale idealmente da quei colleghi che sanno del suo trasferimento, ha delle basi vere e solide su cui poggiare;
– la necessità di narratari veri si conferma l’unica gomena che lasci in grado di abbandonarsi con relativa buona grazia al mare aperto (del resto, il Narratario nacque, non per caso, lassù a Neverland), perché senza quel po’ di bussola alla quale si è affidata nonostante i mille nonostante, sarebbe stato assai difficile, dopo, trovare la strada per tornare.

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Scontro frontale (ovvero: dell’indiscutibile vantaggio di essere freddolosi)

Domenica mattina, una giornata di sole soleggiato bellissima, la ‘povna è andata in piscina, come sempre. Così ha preso la bicicletta, ha pedalato i tre chilometri e mezzo che la separano dalla vasca della domenica, ha nuotato le sue 120 vasche, si è asciugata, rivestita, e ha inforcato la strada del ritorno, godendosi il piacere del bel tempo, lemme lemme.
Con questo stato d’animo felice e sorridente ha preso la via che porta al lungo fiume, quella solita, che apre al lungo rettilineo che la porta (quasi) a casa. Ed è qui che, a quattro metri scarsi dalla curva, le si è parata davanti, all’improvviso, una motocicletta, che andava a velocità folle (per quel pertugio, oltre i 50 km) e soprattutto fuori carreggiata, totalmente spostata a sinistra. Che ci fosse ben poco spazio per frenare, da entrambe le parti, alla ‘povna è stato chiaro da subito; così ha provato a fare l’unica cosa che era sensato fare in quel momento, e cioè provare ad andare, lei, sulla sinistra, sperando così di evitare l’imminente impatto. Fatto sta che la moto, non si sa se per panico o demenza, ha fatto l’unica cosa che non doveva fare, a quel punto, e cioè provare a riguadagnare la sua destra della strada. Il risultato è stato lo scontro, inevitabile. La ‘povna, non si sa se per impulso irrazionale, o memore della sua passione per la fisica, ha avuto la prontezza di girare il manubrio di novanta gradi, così che la botta fosse riassorbita dalla ruota il più possibile, di area e non di punta. Poi, mentre oramai la moto si schiantava sulla sua povera bici, si è lasciata cadere a terra, volontariamente.
Le ha detto culo, perché si è presa, è vero, una bella manubriata nel diaframma (che l’ha lasciata per un po’ senza respiro a terra), ma per il resto l’impatto è stato per fortuna attutito dal numero assurdo degli strati che indossava (canottiera, maglia termica a maniche lunghe, maglia lunga, cardigan di lana e giubbino di vera finta pelle), e che caratterizza la sua tenuta di ordinanza (condivisa, in questa stagione, in tutto il mondo, solo da lei, dall’amica Tuttotace, nonna Abelarda e le lucertole).
Ed è così che, dopo essersi fatta aiutare da una amorevole passante, la ‘povna si è alzata in piedi, ha legato alla rastrelliera la povera bici distrutta e – dopo avere constatato che era viva, in piedi, e apparentemente senza (troppi) danni – ha preso la sua borsa in spalla e, evitando con cura di rispondere alla pazza centaura che rovesciava su di lei un uragano di improperi e insulti, minacciando, oh-la-la, di chiamare pure i vigili, ha scosso i capelli biondi e, in un gelido silenzio, si è avviata verso casa.

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“Passerotto non andare via”

Quando ha iniziato – quel giorno#1 che sembra adesso insieme così lontano e dietro l’angolo – mentre camminava verso il Prefabbricato, e verso il primo collegio dell’anno, la colonna sonora nelle orecchie, la ‘povna, tra le molte che credeva di sapere (e che la storia ha smentito, giorno per giorno, così clamorosamente) su una cosa, e una sola, aveva la certezza che non si sarebbe sbagliata. Perché, dopo il tentativo di massa dello scorso anno (che sembrava così evidentemente quello giusto), sapeva che lei la sua domanda di mobilità, costasse quel che costasse (Renzi, buona scuola, contratti del preside, ambiti – per citare la parte burocratica; ma anche pensieri impertinenti che delle volte è buona norma lasciar perdere), l’avrebbe riproposta a tempo debito, con la consapevolezza di tutte le ottime ragioni, nonostante tutto, che la spingono a fare le valigie e ad andare.
Così, mentre la trama si spampanava, metteva in crisi la sua indole ossessivo-compulsiva da pianificatrice stretta, e le regalava un senso altrove (così come previsto), ma così tanto diverso da quello che (non) cercava, e che si aspettava di trovare da questo anno, lei se ne è stata zitta, mantenendo però su quel pensiero un punto fermo. A differenza dell’anno scorso, in questi mesi, del trasferimento, ha parlato pochissimo (ma mai in frasi con alla fine un punto di domanda); eppure, a scuola, i suoi amici (la parola colleghi non basta a definire, a questo punto) sapevano la sua idea con la sua stessa certezza. E in questa direzione sono andati i pochissimi discorsi al riguardo con l’Ingegnera Tosta e con gli Amicolleghi. Una sola persona faceva eccezione, in tutto questo: ovviamente Esagono. Vuoi perché il loro rapporto è, per definizione, di un’altra qualità, che non postula, pur nella inespressa intensità, un’amicizia, vuoi perché la ‘povna non sapeva bene cosa dirgli, vuoi perché parlare sopra le cose su cui non si può agire espressamente, a meno che richiesto, non rientra tra i moduli relazionali del suo amato vicepreside ingegnere.
Così, quando è uscito il contratto di mobilità, lei e lui ne hanno discusso solo in merito alle conseguenze sulla commissione tosta, come se la consapevolezza che poteva riguardare, nei fatti, anche la ‘povna, fosse del tutto estranea al loro orizzonte di pensiero.
Si è arrivati così alla giornata del 30 aprile (gli snodi del provveditorato, cui inoltrare la domanda, si sarebbero aperti di lì a una decina di giorni), quando Esagono, mentre la accompagnava al treno dopo la mattina coi Merry Men, se ne era uscito così, come dal nulla: “Ma poi l’hai fatta la domanda di trasferimento?”.
“Non posso” – gli aveva risposto la ‘povna.
Per affrettarsi ad aggiungere, dopo la sua occhiata in tralice: “Esce il 12 maggio, per quelle interprovinciali”.
Esagono non aveva detto niente, ma poi si era lanciato in una molto periferica, eppure appassionata, rievocazione dei colleghi che, nel tempo, hanno scelto di restare nella loro scuola da pendolari – in verità una piccola truppa.
La ‘povna, di fronte a quanto di più simile a una richiesta, “Dai, resta”, che la mentalità ingegneristica, per definizione asettica, aveva saputo sottoporle, si era per davvero un po’ commossa. E prima di entrare in crisi, gli aveva risposto cuore in mano, e poche parole di sostanza: “Io tutto questo lo so, Esagono; e sai quanto io stia volentieri in questa scuola, e quanto bene mi trovi con colleghi che stimo, cui voglio bene e mi sento legata da amicizia. Però io a tutto questo, a meno di entrare in crisi, non posso né devo pensare”. E gli aveva spiegato, uno per uno, i motivi (di per sé ineccepibili) per i quali quella domanda andava fatta, e basta. Ed Esagono, che è una persona scrupolosamente onesta, aveva annuito e sulla questione non aveva più osato tornare.
Nel frattempo era arrivato maggio, e il giorno dell’apertura delle domande, anche. La ‘povna aveva compilato tutti i moduli online quel pomeriggio stesso, e poi li aveva lasciati in bozze a decantare. Nei giorni successivi, l’Ingegnera Tosta e gli Amicolleghi avevano affrontato per primi l’argomento, per la prima volta.
“Allora, hai fatto la domanda?”. E la ‘povna aveva risposto spiegando, e dicendo loro che era tutto pronto, ma, a fronte di un chiarimento burocratico da chiedere, aveva deciso di aspettare una settimana prima di inoltrarla. Perché effettivamente quest’anno le nuove regole di mobilità, molto restrittive per chi, come lei, lavora fuori provincia, impongono non solo di valutare molto bene un numero molto alto di parametri, ma aprono scenari anche tosti ai quali, for the greater good, non è possibile rinunciare. Infine, in nome a uno spirito di onestà che nei suoi confronti non viene mai meno, a nessun costo, la ‘povna aveva affrontato l’argomento con Esagono, durante una mezz’ora di psicoterapia, in vicepresidenza, e poi ancora giù alle macchinette. Ma in entrambi i casi lui aveva fatto orecchio da mercante, come se a sentire quelle parole non ci volesse proprio stare.
Si giunge così alla giornata di oggi, giorno libero, ma che la ‘povna ha impiegato per cinque ore a gestire le tabelle della commissione tosta, nel solito regime di emergenza. Barricati in vicepresidenza, lei ed Esagono lavorano per tutta la mattina a testa bassa. A un certo punto, dalla porta si affaccia Artemide. Li vede impegnati, sorride: “Eh, come fareste senza questa donna” – si rivolge con la sua aria da zia saggia a Esagono – “se se ne andasse…”.
“Aiuterà altri vicepresidi” – fa lui.
La ‘povna lo guarda; e lo guarda pure Artemide: “In che senso aiuterà?” – domanda preoccupata, drizzando le sue antenne.
“Io non so se l’anno prossimo mi voglio ancora occupare della commissione tosta” – replica lui con non-chalance. E poiché nella scuola della ‘povna tutti sanno che i vicepresidi sono sull’orlo delle dimissioni per protesta, Artemide incassa di buon grado, saluta e se ne va senza altro domandare.
La ‘povna sa che il momento è quello giusto. “Ho preparato la domanda, Esagono, lo sai. Ma non lo sanno in molti, e vorrei che la discrezione restasse, se possibile: è una cosa che ho condiviso, oltre che con te, solo con gli Amicolleghi e l’Ingegnera Tosta”.
“Sono già tanti, pure troppi” – fa lui a mo’ di battuta.
Ma la ‘povna è consapevole che ciò che è detto è detto. E che il suo vicepreside (non) le sta dicendo che la lascia andare.
Questa sera, dunque, la ‘povna, dopo aver nuotato un numero spropositato di vasche, è tornata a casa, ha aperto istanze on-line, ha ricontrollato la domanda e ha cliccato sul tasto invia, così, semplicemente. Adesso, il dado è tratto: “lasciare tutto indietro, e andare”.

Adesso cosa fai?
Che cosa inventerai,
per toglierti dai guai… dove andrai?

(Lùnapop, Qualcosa di grande)

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Habitus di laicità

Lezione di Italiano, due ore senza interruzioni (oramai merce rarissima) in classe con le Giovani Marmotte. Stanno parlando di Boccaccio, e dell’omosessualità di Ser Ciappelletto, e la ‘povna prende la palla al balzo (del resto, con quella classe, parlare di diritti civili è sempre stato marcatore di sanità civica).
“A proposito, sapere che cosa è successo mercoledì scorso?”.
Venti mani dei Marmotti si alzano di scatto. Arriva per primo Colin, che osserva tranquillo:
“E’ stata approvata la legge sulle unioni civili, professoressa”.
Ma non basta. “E di che cosa si tratta?” – incalza ancora la ‘povna.
E Colin: “La legge che permette i matrimoni tra persone omosessuali”.
“Quasi, Colin, ma è ancora impreciso: come mai la parola ‘matrimoni non è giusta?”.
Dieci mani di Marmotti si alzano per la seconda volta. Questa volta tocca a Palinuro:
“Perché le unioni civili nei fatti discriminano, e non danno gli stessi diritti del matrimonio, prof.”; Tom Sawyer gli annuisce al fianco.
La ‘povna gongola, sorride. “Non mi aspettavo niente di meno da voi, bravi. E sapete quali sono gli elementi di differenza?”.
“Io lo so!” – questa volta Pony Berrettina, per la foga di parlare, si dimentica persino di prenotarsi la risposta – “Hanno tolto l’obbligo di fedeltà, che nei matrimoni resta”.
“E come mai, secondo te?” – è la controbattuta della ‘povna.
“Beh, prof., è facile: se è vietato l’utero in affitto, due persone omosessuali non possono fare un bambino da sole. E allora come fanno ad avere un bambino se mettono anche la fedeltà come obbligo? Dovrebbero commettere un reato!”.
Le Giovani Marmotte, e lo sguardo laico sulla vita come habitus: la ‘povna (ma forse, osa pensare, un po’ l’Italia tutta) oggi ha trovato di che svoltare la giornata.

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“Amerai il finale”

Il mondo della ‘povna ha fatto bang, per 36 ore di seguito, in una sequenza armonica di nove treni e otto città. Ieri infatti, stabilita con cura da sei mesi e qualche spicciolo, si svolgeva la presentazione dell’Ultimo arrivato del suo amico Marco, nella biblioteca dove lavora BibCan. La ‘povna lo sapeva, appunto, da tantissimo; e da tantissimo aveva messo in conto che questo fine settimana sarebbe stato di nord e treni folli. Quello che invece non aveva, per nulla, messo in conto, era che proprio per il 1 maggio, festa dei lavoratori (pur cadente di domenica) la loro amica Ginger organizzasse una giornata da trascorrere a casa sua e di Mio Cugino, nella città rossa. La ‘povna lo aveva saputo durante le vacanze di pasqua, e per una volta aveva potuto rispondere: “Ci sarò, e arrivo insieme a tutti gli altri”. Ed era scesa, a fine marzo, verso sud con la consapevolezza che di lì a un mese ci sarebbe stato un giorno e mezzo per festeggiare un’altra volta il loro tempo insieme.
Così, piano piano, mentre aprile si spetalava nel casino solito che lo contraddistingue, la ‘povna si era tenuta ferma quel fine settimana cuspide, preparando la scaletta della presentazione insieme a BibCan e Marco, decidendo spezzoni di film da mandare in mezzo, riflettendo su analogie, e temi da lanciare verso il pubblico. E anche, perché no (e BibCan si dimostra in questo senso un narratario quanto mai adatto), sulla circolarità di certi incontri, sui bivi, gli snodi, le ucronie e le complicazioni della trama. Ce ne era già abbastanza per poter essere sazi. Ma lo sceneggiatore, in certi casi, decide di suonare in stereo la sua musica. E quello che le aveva ammannito, evidentemente, ancora non bastava.
Lunedì della settimana scorsa, dunque, a 13 giorni dalla presentazione, e dalla prima domenica di maggio, la ‘povna arriva a scuola, sfoglia il libro delle circolari, e si imbatte in una che, chissà come è, online non ci è finita (ma dovrebbe). Legge distratta. Si ferma. Aguzza gli occhi. Poi rilegge. Quindi si precipita come un razzo in quella che, solo un anno fa, era la casa sull’albero, e adesso è solo la banale aula di un’altrettanto banale IV A. Lì, a quell’ora, insegna Muri e Impianti Esagono. La ‘povna bussa, “permesso” e poi irrompe.
“Ciao, scusami, ti disturbo…”.
Esagono la guarda sorpreso (sa che la ‘povna lì entra mal volentieri, da un anno a questa parte).
“Eh, ho letto la circolare, mi pare importante, consegnano i diplomi, sabato, da qui, rappresentanza, sostituzione, Merry Men”.
La ‘povna spezzetta, ma ci sono cose per le quali Esagono, pur se è ingegnere, la capisce.
“‘povna, vuoi andare a consegnare i diplomi in rappresentanza della scuola agli uomini del bosco, ma è questo sabato?”.
“No, il prossimo”
“Allora, c’è tempo”.
“Sì, ma non volevo ci fosse il rischio di scordarselo”.
“Non mi pare che con te sia un caso che possa verificarsi, comunque a posto”.
E la ‘povna sorride, ringrazia e se ne esce, lasciandolo finalmente in pace.
Due giorni dopo, a incarico ricevuto, la ‘povna apre il canale telematico. E digita su quel gruppo, dopo tanto tempo. Bastano tre minuti, ed è tutto un profluvio di risposte, di “mi piace”, di commenti. E la ‘povna riscopre, dopo tanti mesi di funzioni narrative imprevedibili, l’immediata certezza dei suoi amati narratari.
Giorno dopo giorno, tra foto di amarcord, battute, e ricordi, si arriva al 30 aprile, insensibilmente.
La ‘povna alle 7.32 prende il treno, e arriva a scuola con un’ora di anticipo. Perché lei i suoi uomini del bosco li conosce. Proprio per questo non si meraviglia nemmeno un po’ quando, alle otto e mezzo (la premiazione sarà al Prefabbricato, alle 10.30) si trova faccia a faccia con i primi Merry Men: arrivano Weber, Stuffy e il Taciturno. La ‘povna – che fino a un minuto prima stava chiacchierando amabilmente con Esagono (di un ardito parallelismo, suggerito dall’ingegnere medesimo, tra la difficoltà di valutare gli insegnanti e l’innamoramento) – molla tutto e comincia a vomitare cuoricini da ogni parte. E da quel momento la sua giornata a scuola cambia semplicemente paradigma. Intanto, alla spicciolata, si radunano un po’ tutti: Soldino, Piccolo Giovanni, Rebecca, Earnest, gli Smarginati, Grande Giovanni: la ‘povna li porta con sé nell’aula dove fa lezione ai Mowgli, ma in realtà non ha altra esistenza che per loro. I quali, a un certo punto, dopo essere passati a salutare tutti quanti (senza dimenticare Ornella, l’amata custode del dirimpettaio liceo artistico), si dileguano verso il Prefabbricato. Per fortuna la campana dell’intervallo arriva con velocità accettabile. La ‘povna preme Esagono (incaricato per la sezione A, cui ha chiesto di accompagnarla), lo incalza. E finalmente si muovono anche loro.
Al Prefabbricato si ritrovano. E non è solo la premiazione, che è bella, commovente e rituale, così come deve essere. E’ proprio una questione di orecchio (del resto, questo, loro se lo erano rivelato anni fa, in tempi non sospetti): condensate in un’ora, diciassette vite, la sua e la loro, passano di bocca in bocca. Non c’è bisogno di spiegazioni, variazioni, note a pie’ di pagina: molto semplicemente, sono a casa.
Al termine di tutto, dopo le foto, i saluti, e quest’orgia di parole che gioiosamente li sommerge, è il tempo degli addii.
“Arrivederci, prof., torniamo presto. Grazie di tutto, come sempre”.
Poi Esagono la riaccompagna in auto (tirandole pure, mancino, un colpo basso).
Il resto, è storia di intrecci millimetrici, coincidenze prese tutte, treni in orario perfetto. Incontri in metro (non una, ma due volte), sorprese intercontinentali e molto altro, mentre si incrociano i mondi.
Il tempo degli addii agli amici del nord si consuma su una terrazza della città rossa, e poi è solo una corsa su strade note, che tanti piedi hanno calpestato tante volte. E poi un altro treno, e poi un altro. Fino alla bici che, ripiena di quella quiete narrativa che solo una bella storia può fornire senza graffi, infine, la riporta a casa.

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