Improvvisata

Che la ‘povna corra tra un mondo e l’altro lo dice la sua presentazione, e non c’è bisogno di aggiungere granché, su questo. Forse, è possibile però spiegare che la sua attitudine ad attraversare i mondi, con ciò collegando e mettendosi in contatto con amici che altrimenti sarebbe condannata a vedere pochissimo, è stata una delle sue caratteristiche fin dai tempi del suo primo essere ‘povna, vent’anni fa e passa a Hogwarts. Duttile per definizione, poco incline a considerare la coerenza un valore in sé e per sé, in modo acritico, laica sempre e comunque, a costo di pagarne il prezzo, piena di un’energia che sembra essere inversamente proporzionale alle poche ore di sonno, la ‘povna si è sempre sobbarcata di buon grado il ruolo di motore mobile del gruppo. Che poi in soldoni voleva dire che – di fronte a compagni di merende che tendevano, per svariate e degnissime ragioni, a restare ben saldi al loro posto, motivando con oggettività l’assoluta sensatezza della loro impossibilità a spostarsi – la ‘povna dal canto suo tendeva a mettersi le scarpe, e poi saltare sopra una bici, un treno (addirittura un aereo, delle volte) e muoversi a sua volta verso la meta umana che era così difficile stanare.
Questa attitudine – sfruttata dagli amici della piccola città nelle sere di pioggia (“Non posso venire a cena, sai, mi bagno e ho appena avuto il raffreddore, non ho la bici, ho bucato le calosce”), così come dai colleghi in sabbatico all’estero (“Allora, quando vieni a trovarmi qui in America?”) – è cresciuta, poi, piano piano nel tempo, perché la ‘povna l’ha coltivata scientemente: tanto più le persone intorno a lei si imborghesivano, facevano figli, compravano un mutuo e la famiglia, quanto più lei ha continuato a rivendicare, prezioso, un uso autodeterminato del suo tempo, baluardo invalicabile di una furibonda pretesa di libertà di scelta individuale. Ohibò, addirittura, oramai tanti anni fa, ha coniato una definizione acconcia – per questa capacità ‘povnica di annullare, con un solo volo à la Mary Poppins, le distanze: “‘povnata”, la chiamò, e il nome le è rimasto come un codice.
“Riesco a fare una ‘povnata” – le scrive ogni tanto (e anche se poi raramente succede per davvero, alla ‘povna piace apprezzare il tentativo di buona volontà nascosto); oppure, più spesso: “Non è che ce la faresti a fare una ‘povnata, questo mese?”.
Di “‘povnate’, peraltro, lei continua a farne quante e come può, con entusiasmo inossidabile. Anche se il lavoro sempre più pervasivo da una parte e i costi di trenitalia, quadruplicati in pochi anni, soprattutto, rendono più difficile di un tempo prendere un treno al volo e salire al nord per una festa dopo la scuola al pomeriggio; e così la ‘povna, suo malgrado, rispetto ai fasti di una volta, si trova costretta a centellinare.
Le conseguenze di questo regime di vacche magre non hanno aspettato (purtroppo ben più che previste) a palesarsi: diminuita la sua ubiquità abituale, che per gli altri era certezza, non è che infatti gli amici in media si siano dati da fare per sobbarcarsi, in turno, la loro parte di fatica per attraversare i mondi (perché, che persone sempre pronte a raccontare e raccontarsi quintali di ragioni oggettive a motivare un mancato movimento si scoprissero improvvisamente mobili la ‘povna non lo credeva allora, non l’ha creduto mai e non lo crede certo oggi, non è sciocca); ma, soprattutto – e questo invece ha il potere di farle saltare una potente mosca al naso, periodicamente – il suo diritto di non farcela, a tratti, per i sopra ricordati motivi di economia e impegni, viene riguardato da chi era abituato a ricevere le sue ‘povnate come ovvie quando va bene con condiscendente stupore (“Ah, se proprio non puoi…”), se non addirittura un passo meno dell’offesa personale
La ‘povna, all’inizio di questo nuovo deal, qualche anno fa, prima c’è rimasta male, quindi si è arrabbiata, poi ha imparato ad alzarci su le spalle. Così, piano piano, se ne è fatta una ragione.
Proprio per questo la sorpresa che le arriva oggi – mentre Thelma abbandona la piccola città, e agosto imbocca, piano, l’ultima e più bella curva (quella del paese-che-è-casa, e di loro tutti insieme, e mancano oramai solo due giorni) – è ancora più inaspettata e entusiasmante. La ‘povna, sono le sette di sera, sta tornando dalla stazione dopo aver accompagnato al treno la cugina, zoppicando per una ferita da scoglio. Il telefono suona; si tratta dell’Amico Mostro. L’Amico Mostro (che vive a Berlino) è planato nella piccola città lunedì scorso, mentre la ‘povna era via, impegnata in una gita multipla; si è poi mosso, già subito, alla volta di Rapallo, e ripartirà, sempre dalla piccola città, lunedì prossimo, mentre la ‘povna è già al paese-che-è-casa.
“Questa volta non ce la faccio, Amico Mostro” – gli aveva scritto lei desolata la domenica – “lunedì 24 sono al paese-che-è-casa. come sai, e non mi muovo fino al 30. E questo lunedì cade una doppia gita già fissata, molto bella, alla quale non posso, e peraltro nemmeno voglio, rinunciare”.
L’Amico Mostro, benedetto lui – una delle persone più flessibili, e laiche, e intelligenti, e comprensive, e risolte, che la ‘povna abbia mai conosciuto nella sua esistenza – non si era scomposto: “Eh lo so, ‘povna, colpa mia che ti ho avvertito tardi. Non ti sentire in colpa, ti ho scritto perché comunque valeva la pena di provare”.
Amici come prima, e incidente chiuso prima ancora di porsi; l’Amico Mostro è così, ed è per questo che avere a che fare con lui è solo gran bello, anche se per la ‘povna (visto che vedere l’Amico Mostro non è facile) un po’ di rimpianto era rimasto tale.
Si ritorna così alla telefonata di stasera, quella che coglie la ‘povna in strada e zoppicante.
“Pronto ‘povna, sono io, ti disturbo?”
“Tu non mi disturbi mai, lo sai, Amico Mostro”.
“Molto bene. Perché volevo dirti: so che domattina devi essere a scuola, e che sabato parti: ma, se venissi da te per le sette di sera, domani, e passassimo insieme almeno qualche ora e una cenetta? Poi sabato potremmo partire di nuovo, tu per il paese-che-è-casa, io alla volta di Rapallo. Non si è mai visto passare un’estate senza che almeno un poco ci vediamo”.
Che cosa doveva rispondere la ‘povna, se non un sonoro “Che bellezza, Amico Mostro, grazie!”? Che è poi quello che ha fatto.
E così domani, per una volta ferma, si gode l’arrivo nella piccola città della sua visita a sorpresa, una “‘povnata” vera, a suo solo uso e consumo. Con la bellezza di un agosto che finisce in una gloria di affinità elettive e incontri, sul quale la sera con il suo caro Amico Mostro pone un velo di perfezione, in attesa del finale.

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Conta fino a tre (ferragosto in blog)

La proposta parte da qui: molto in breve, si tratta di suggerire, come lettura rapida di ferragosto, tre post a scelta ai lettori di passaggio, per offrir loro una sintesi non esauriente del tono del blog. Alla ‘povna è sembrata da subito un’idea carina, ma difficile, perché in quasi sei anni di scrittura (tanti sono, e sono tanti), i toni sono cambiati, così come i post cui si è affezionata via via, anche; e dunque le riesce davvero ma davvero difficile scegliere. E aveva quindi pensato di non partecipare.
Poi però, leggendo la proposta di Ellegio, ha capito che poteva in realtà modificare il senso di adesione a piacimento: non tre post rappresentativi in assoluto di Slumberland, dunque; ma, magari e più semplicemente, tre post che, per motivi diversi, le sembra, a oggi, che valga la pena segnalare.
E così fa, dunque, specificando le ulteriori contraintes che si è autodata, brevemente. Niente scuola, innanzi tutto. Perché è agosto, e perché la scuola per definizione è trama lunga, che la ‘povna non può, e soprattutto non vuole, riassumere in poche parole. Niente recensioni librarie, perché lettura non impegnativa deve essere. E niente post di politica, perché, eccezioni a parte, sono considerazioni che si giovano dell’essere attuali.
La scelta cade così, quasi naturalmente, su tre storie di famiglia. Un po’ perché il periodo chiama paese-che-casa, dove si troveranno a breve loro tutti, e un po’ perché ce ne sono un paio che, forse, vale la pena ricordare.
Qui, dunque, la descrizione del paese-che-è-casa, e della strada per arrivarci, soprattutto, attraversando la provincia più bella del mondo.
Qui invece la descrizione della storia della sua bisnonna, che è poi quella di mezza Europa, anche.
Qui infine un post molto recente, che mette insieme famiglia, letture e paese-che-è-casa.
Per il resto, la ‘povna si gode l’arrivo di Thelma nella piccola città, va al mare e poi nella città bianca, per il secondo round lirico, insieme a Piton e BibCan e a qualche altro #cisivedeingiro sull’impronta.
Poi augura buon ferragosto a tutti e invita chi abbia voglia (lasciandone magari traccia) a partecipare.

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Come un magnete

E poi, quasi inaspettato, arriva agosto. E la scuola torna a fare capolino, timida, nella vita della ‘povna. Si comincia con l’ormai tradizionale incontro con l’Ingegnera Tosta, al campeggio della Rapa, dove per qualche giorno la ‘povna arriva a condividere un’amicizia sempre più profonda, le camminate al mare all’alba (e anche all’ora di pranzo e al tramonto). E di lì gli incontri si sprigionano, come un magnete.
“Hai più sentito qualcuno?” – domanda l’Ingegnera Tosta.
E la ‘povna non fa in tempo a dire “In realtà no” che sulla posta bussa Esagono (sono giorni, questi, di commissione Tosta). Poi è la volta di Rebecca, che chiede consigli librari e manda baci da whatsapp, faccine a cuore come se piovesse. Infine, mentre si accompagna Gamma al piccolo Luna Park che si è stanziato per l’estate sulla costa, si palesa, a caso, degli Extra-terrestri, anche Scudiero.
La ‘povna non si sorprende più, perché sa che il potere dell’attrazione dei simili funziona sulla sceneggiatura, forte. E, tornata a casa, mentre fa le lavatrici, sorride alle coincidenze. Poi lavora alacre ai files da mandare al provveditorato (quest’anno, quanto a impegni, è andata fin troppo bene, peraltro). Poi si appresta ad andare alla stazione, dove è in arrivo Thelma, per inaugurare degnamente l’ultimo pezzo dell’estate.
Non fosse che si è spappolato il kindle (vittima di un attentato da parte del più grande killer di schermi da borsetta che la ‘povna abbia mai avuto la ventura di conoscere), sarebbe tutto perfetto.
Ma, anche così, nemmeno se si impegna, non è che abbia poi tanto di cui si possa lamentare.

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“Un pianeta in un sasso”

Gli sguardi che la ‘povna ha lanciato su Matera sono di quelli che rimbalzano, lasciando scatti di una bellezza irredimibile e shock culturali ripetuti pure in chi sa a che cosa va incontro, come era poi il suo caso. Dal cuore del suo alloggio in mezzo ai Sassi, in compagnia o da sola (perché non è che essere ospiti, di amici che, per di più, tornano una volta sola all’anno a trovare la famiglia, significa rompere i coglioni ventiquattro ore al giorno), oppure ancora seguendo la mappa dei consigli dell’Amica Vicina (che l’ha teleguidata su dal CERN, qualche volta), la ‘povna ha macinato scalette in su e in giù, tra Barisano e Caveoso, pezzo per pezzo, dove si è persa tra un canto e l’altro (finendo a volte in casa della gente) e comprendendo che Matera è un po’ Venezia. Ha visto le chiese rupestri (l’Idris, S. Pietro Barisano e la Cripta del Peccato originale su tutte), ammirato la Gravina dall’alto di S. Agostino, passeggiato per via Fiorentini, guardato i Sassi da almeno dieci terrazzini diversi. Sul filo della Civita è arrivata, dopo le piazze Vittorio, Sedile e S. Francesco, fino a palazzo Lanfranchi, dove si è dedicata con passione a Carlo Levi e ai suoi dipinti (preparando, con l’occasione, un percorso didattico per i Marmottini che si annuncia molto bello). Nel mezzo, nelle pause, hanno bevuto tanta acqua, per sopportare la calura, seduti tra panorami splendidi; la ‘povna si è concessa alle letture (Cristo si è fermato a Eboli le è stato bussola costante, e un libro del cuore, che lei ha preso allo scopo precipuo di legarlo alla vacanza); e poi assaggiato tante buonezze assurde, sotto la guida attenta dei suoi ospiti: il pane di Matera; i taralli; le bruschette pomodorose; i panzerotti; e poi: fave e cicoria, la ricotta con le mandorle, il cornetto crema e amarene, le polpette di pane, i cavatelli, la mollica fritta, la cialledda, formaggi podolici di natura varia e sempre ottima, ovviamente la focaccia – un trionfo di sapori, profumi, colori che sa essere avvolgente.
La ‘povna è partita troppo presto, con quella nostalgia preventiva che si addice solo alle esperienze senza tempo; atterra nella piccola città con quelle tre ore di ritardo, e si accorge che è arrivato agosto. Il ritmo del rimpianto non le consente per fortuna di seguire la sua musica, la piccola città si apre alle visite: domani verranno lei e lei, per un incontro atteso (e pianificato da settimane con puntiglio), poi sarà il turno dell’incontro dall’Ingegnera Tosta. Quindi l’arrivo di Thelma, il 13 o il 14, nella ‘povna casa.
La ‘povna, mentre mette via i colori di Matera, e recupera la piscina (che tre giorni senza allenamento sono tanti), si prepara all’ultimo round, prima della réntrée, a settembre. Oggi, per non sbagliare, ha preparato i primi compiti per le sue nuove-vecchie classi, e buttato giù le linee essenziali di due percorsi nuovi, che sperimenterà con le sconosciute prime e con la terza. E poi legge Rosamond Lehmann, furiosamente. Innanzi tutto perché è molto bella, e poi perché non è libro da ultima agostana.

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“Di lì sembra quasi una città vera”

A parte la settimana a fine agosto dallo zio Matto (che, come è noto, non si tocca) la ‘povna quest’anno sapeva che non avrebbe fatto vacanze. Non nel senso del riposo, ci mancherebbe, me intese nel senso di quella cosa per cui si prenota da qualche parte per un numero di giorni un posto per mangiare e dormire, poi si prenota un mezzo di trasporto, si prende e si parte. Le ragioni sono varie, ma cominciano e finiscono, sostanzialmente, con una (che si chiama “stipendio degli insegnanti”). La cosa non è tragica, sia in assoluto (in un momento di crisi, fare un lavoro che piace, e a posto fisso, per di più meritandolo, vale tanto oro quanto si pesa – e pazienza se la ‘povna è leggera, si userà il peso specifico), sia nel particolare (la piccola città è sul mare, ci sono tanti amici che rimangono, e poi non è che nemmeno nei momenti di vacche medie la ‘povna sia mai stata il tipo da soggiorno tutto incluso per una settimana) e la ‘povna, tra bagni al Cappellaio Matto, una gita al nord e qualche #cisivedeingiro si era organizzata come più le piace. Restava però in sospeso una proposta che lei e Streghetta avevano immaginato fino dalla scorsa estate, sognandosela:
“Perché non vieni a trovarci a Matera quando torno dai miei, l’anno prossimo?” – aveva offerto l’amica.
“Sarebbe splendido” – aveva annuito la ‘povna.
E tutte e due si erano date di lena a progettare.
Il progetto era stato fatto, e disfatto più volte in questi mesi, strada facendo. Per i motivi economici di cui sopra, perché nel frattempo c’erano stati dei cambiamenti anche nella vita di Streghetta (e di suo marito Robocop). Ma poi, a un certo punto, in concomitanza di una festa, le due si erano decise: “Gli aerei per Bari spesso hanno delle offerte micidiali, è a un’ora di distanza, sul resto facciamo vita come nelle piccola città, la spesa è minima” – aveva argomentato Streghetta – “dai, proviamoci!”.
“E proviamoci!” – aveva detto la ‘povna. E si era data di lena a risparmiare.
Così, per tutto l’inverno, la primavera, e poi parte di questa stessa estate, la ‘povna ha rinunciato a cose, volta per volta: col sorriso sulle labbra e con puntiglio. I caffè al bar (che fanno venti euro al mese, quasi un terzo del biglietto), una cena fuori (“mi dispiace, ho già un impegno”), gli inviti altrove fuori porta, qualche libro desiderato (“Ma arriva in biblioteca tra un mese, andrà benissimo”), qualche aperitivo (“Non ho voglia di bere e di mangiare, prendo un succo”), molti cinema, persino i viaggi al nord prenotati sull’impronta, quel paio di scarpe così belle e così inutili. Ogni volta ha annotato tutte queste rinunce in un quaderno mentale, e occasionalmente anche di carta. Poi, a un certo punto di luglio, le è arrivato l’sms di Streghetta: “I voli per Bari, andata e ritorno, sono a meno di 70 euro”.
Così la ‘povna ha sfogliato il quaderno mentale, poi ha consultato il conto online: e si accorta che la strategia aveva funzionato. Questa sera, dunque, con il suo zaino valigia leggerissimo, la ‘povna partirà per la città di sogno. Non la vede dal millenovecentottantotto, quando ci andò con Thelma, e Mrs. e Mr. Mifflin. Lì la aspettano Streghetta e Robocop, e una casa nel tufo. E poi giri per il centro storico, bellissimo, il tempio di Apollo Licio, la proiezione del Vangelo secondo Matteo in notturna in mezzo ai Sassi. Tornerà giovedì sera, come da offerta volo, e già sa che sarà splendido.
Per non sbagliare, da leggere, si porta Carlo Levi che non riapriva dal liceo (e questa è una lettura altra). E poi, sul resto, se la gode.

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Radiografia di un luglio in lettura

Fine del mese, compleanno di Harry Potter, e conclusione della prima metà delle vacanze (oh, sì, gli insegnanti ne fanno due mesi pieni e a chi dice il contrario non si creda, molto semplicemente; se mai, se si ha voglia, si provi ad ascoltare le ragioni per le quali questo possa essere anche giusto, che è altra cosa). La ‘povna ha passato le tre settimane dopo l’esame di Stato (che, sì, è stato lavoro, e pure intenso – ma pagato a parte, come qualsiasi impegno estivo, per esempio in commissione tosta, facoltativo pure, quello) a occuparsi di se stessa: con impegno, puntiglio e una certa acribia che quando vuole sa metterci – ed è una cosa che ogni tanto è necessaria. Ha visto amici (quando ne aveva voglia), è andata a scuola (quando doveva, anche se il lavoro di ufficio, dopo il risucchio psicofisico dell’esperienza in classe pare nulla, questo sì che va detto), è andata al mare, si è goduta la piccola città e soprattutto ha letto: tanto, voracemente, a perdifiato.
Così oggi, prima che agosto squaderni da domani un nuovo giro di treni, spostamenti, visite, prende spunto da lei, che lo fa mensilmente, e lascia qui l’elenco delle sue letture vagabonde per il venerdì del libro. Poiché però la recensione dettagliata di tutti quanti i volumi renderebbe l’elenco inutilmente farraginoso e lungo, si limita alla segnalazione breve, da giudizio fulminante. E approfitta per invitare gli amici che hanno voglia a unirsi, raccontando, qua sotto o anche in un post a parte, le loro letture di questo mese a volontà.

  • Alan Bradley, Un segreto per Flavia de Luce: nuova puntata, che vira verso lo spionaggio, ma è sempre piacevole, pur di essere consapevoli della convenzione di genere del patto di lettura.
  • Fred Vargas, Tempi glaciali: ritorno in grande stile per la signora del giallo francese, che dimostra come sempre perizia e intelligenza. Vale la pena che continui a divertirsi scrivendo a tempo perso e a fare di mestiere la storica. Per la politica, come già detto a suo tempo, molto meglio praticare l’anche no.
  • Jonathan Coe, Disaccordi imperfetti: raccolta di racconti che la ‘povna aveva già letto in lingua originale praticamente tutti. Ciò nonostante, vale la pena sempre, perché Coe è Coe (e la Prefazione che indica un nuovo progetto interconnesso a partire dalla chiusura del circolo – la ‘povna del resto lo aveva pure detto – vale da sola l’acquisto in italiano).
  • Elisabetta Belotti, Mi vuoi sposare?: di questo ha appena scritto, consiglia, approva e non ripete più.
  • Julian Barnes, Il pedante in cucina: anche di questo ha scritto a dovizia, e non può che consigliare.
  • Giorgio Fontana, Babele 56: réportage sull’integrazione/immigrazione a Milano nord, lungo la linea di via Padova – Fontana si conferma un grande, e questo piccolo saggio di antropologia contemporanea un capolavoro nel genere, per sguardo e per scrittura.
  • James Hilton, Goodbye Mr. Chips!: non c’è estate senza qualche classico scolastico. La ‘povna lo aveva indietro da tempo, pur avendo visto il film. E’ breve, intenso e perfetto. Ed è stata contenta di colmare finalmente la lacuna.
  • Christopher Morley, Kitty Foyle: questa è rilettura, nella nuova traduzione integrale della Elliot edizioni, benemerita. Morley è il tipico autore dimenticato, portato in Italia negli anni Trenta con la Medusa (ed Einaudi, lo tradusse Pavese, anche), riscoperto brevemente da Sellerio (ed Einaudi) nella modesta utopia degli anni Novanta, ogni tanto rispunta. Mai abbastanza, verrebbe da dire, per la qualità fulminante di capacità di osservazione e di scrittura.
  • Paola Maraone, Straziami ma di tofu saziami: l’unica consolazione è non aver pagato un euro per la lettura.
  • Giorgio Fontana, Buoni propositi per l’anno nuovo: è romanzo generazionale, va letto al momento giusto (quello del passaggio dei venti), ma la stoffa di esordio era buona come poi i vestiti successivi.
  • Storie di giovani maghi, a cura di Isaac Asimov et. al.: consigliato da lei,  è stata una rilettura in prospettiva scolastica. Alcuni racconti, come Strega d’aprile o Esame di ammissione, dicono chiaro e tondo che questa antologia è stata ben letta da J.K. Rowling; uno come Stevie e il buio rimanda invece a certe letture di King. Nel complesso, la qualità è però difforme e non basta l’intelligente introduzione di Asimov a giustificare del tutto quello che resta soprattutto operazione editoriale.
  • Camilla Läckberg, La sirena: scrive per frasi fatte e luoghi comuni; la struttura narrativa non varia da circa cinque puntate; il gusto per il morboso è sempre più eccessivo e inutile; la trama poliziesca si capisce per lo meno, sempre, a tre quarti (e questa volta persino dopo appena 30 pagine, con una ovvietà davvero imbarazzante); eppure, nonostante tutto questo, ogni tanto, durante le vacanze, una Camilla Lackberg, inspiegabilmente, ci sta bene. Da leggere rigorosamente senza investimento di denaro, però.
  • Giovanni Mosca, Ricordi di scuola: datato e insieme attuale: vale sempre il piacere di una rilettura.
  • Margherita Oggero, La ragazza di fronte: consapevolmente mélo, ma ben costruito. E raccontato con le parole di qualcuno che, vivaddio, le conosce e le sa usare.

Su questo, si chiude il suo luglio. Per agosto, si vedrà, intanto, il primo libro del mese si annuncia la riscoperta del grande classico British che come ogni estate cerca. Ma di questo, se mai, a una prossima puntata.

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Life, World and Everything…

E poi sono semplicemente 36 ore di giostra. Sul carrozzone salgono e scendono, alternati, in ordine sparso e a velocità diverse: la ‘povna, Connie, BibCan, Piton, Thelma, Tegame, Faccia di Porridge, un Direttore di di orchestra, 20 groupies, una scuola canadese, 6 altri cantanti, duecento spettatori e un’ottantina di pazzi – per tacer dei due aperitivi del Bianconiglio e delle comparse.
Si comincia con il treno in direzione Città Bianca (la ‘povna ne approfitta per finire la rilettura di Ricordi di scuola, nel frattempo); si prosegue con un aperitivo (singolarmente analcolico, ma con una declinazione della ‘povna molto Sally: “Vorrei un bicchiere grande, con ghiaccio; a parte un succo di ananas aperto, ma non versato, lo verso io; e poi una mezza bottiglina di acqua minerale gassata fredda”. Pausa. “E, per favore, anche una cannuccia”) dove alla fine si incontrano un po’ tutti: Thelma e Tegame dal paese-che-è-casa, Piton dalle prove e dalla doccia e BibCan da Milano e poi dall’aria condizionata. Si prosegue con la cena sgluto (e l’incontro con Isotta e Gigliola, le birre fermentate a crudo fredde), e poi si entra nel chiostro e si comincia. La Cenerentola è molto bella, gli studenti bravissimi, Dandini (detto Ronald) uno gnocco da spavento (e al suo ingresso il picco di ormone generale improvvisamente s’alza) e Faccia di Porridge con la sua recitazione Stanislavski vale da solo il viaggio. La prima carrambata arriva dopo gli applausi finali. “Lei ha letto i tuoi temi” – presenterà Piton così Connie al Direttore di Orchestra; poi Thelma e Tegame ripartiranno nella notte, gli altri quattro, insieme ai groupies, e ai colpi di coreografia di medley, proseguono il #cisivedeingiro.
Il giorno dopo (che sarà poi manciata appena di ore spicciole), dopo la colazione con la torta al ‘quel che c’era in casa’, prosegue in direzione del Cappellaio Matto. La ‘povna e Connie si accomodano, godono della botta di culo del parcheggio e si spalmano al sole con convinzione. Saranno chiacchiere e Cappellaio (e dunque tè del non-compleanno) in ogni momento.
E poi a sera, all’ora del tramonto (e poi dopo, a mangiare street food nel vero senso, sulle vie laterali e così belle époque fanées della piccola città nel suo lato marittimo), davanti a due aperitivi del Bianconiglio (campari, gin, rum e un poco di spumante secco per legare, ghiaccio e spicchi di arancia) la ‘povna trova il tempo di un bilancio.
C’è stato un momento, sabato sera, in mezzo al chiostro medievale, tutto intorno profumo di spigo, rosmarino e salvia, in cui si sono trovati intorno a lei, così, legati insieme, tutti quanti: Thelma, che conosce da una vita, letteralmente, Tegame, che fa parte (correva l’anno 1986) del paese-che-è-casa dai tempi della quasi adolescenza; Piton, che data 1993, e sono più di vent’anni, e BibCan (oltre dieci) che parlano di Milano e di nord, ma anche di paese-che-è-casa, un’altra volta e Connie, ché l’incontro è di nemmeno un anno, e si intreccia con ancora altre amicizie e altri mondi (le quali in parte, però, dal loro canto, conoscono di persona alcune di quelle stesse persone, Thelma, BibCan, persino i Merry Men e Mr. e Mrs. Mifflin), in un caleidoscopio di intrecci. E per un breve momento, istantaneo che scriverlo è già lungo, la ‘povna ha provato un profondo senso di giustizia, la spiegazione intuitiva di quel ragionamento che già da un po’ le gira in testa (e che aveva cominciato un anno fa), e che riguarda un senso nuovo (più normale, le verrebbe da dire, naturale, senza velleità che si sentono privilegiate e fanno solo gran provincia) di pensare i rapporti che, innegabile dirlo, quest’anno sono scaturiti dal blog in una modalità che non è affatto 2.0, nello stesso tempo. Quella nella quale conoscersi al di là dello schermo non è incontro a tema, esigenza profonda, elemento che necessita di essere sottoposto a meta-cognizione sotto i raggi (e neppure così urgente, peraltro). Perché ci si conosce già, si è già parte del tessuto dell’esistenza, tutta. E dunque accade così, semplicemente. In mezzo a #ioleggoperché, a una gita scolastica, a un allestimento lirico di un amico di data vecchissima – occasioni in cui si mescolano, e basta, persone che sono lì curiose a vivere, disposte ad annusare un poco insieme il mondo, non importa quale sia il casuale (in questo caso: la ‘povna) anello di congiunzione che nella circostanza specifica li unisce: poi qualcuno si troverà simpatico, e magari si rivedrà, qualcun altro invece meno, e capiterà solo quella volta. Socialità, ancora una volta, per tornare ad Aristotele; il quale, tutto sommato, non offre poi analisi banali.

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“E’ un sabato qualunque…”

Che poi, non è del tutto vero, scrictu sensu. Perché questo 25 luglio di qualunque ha molto meno dei precedenti, a volerla dire tutta. Innanzi tutto le ragioni di anniversario basterebbero da sole a farne unicum, ché 72 anni fa, in questo stesso giorno, come è noto, il Gran Consiglio del Fascismo sconfessava Mussolini e lo sbatteva sul Gran Sasso, il re nominava Badoglio e cominciava quel faticosissimo processo che, passetto dopo passetto, avrebbe portato all’armistizio, e poi all’8 settembre, ai 20 mesi di guerra civile a Resistenza e infine alla nuovissima Repubblica italiana.
Non è qualunque nel mondo olistico della piccola città, che si sveglia sotto la pioggia del primo atteso temporale, e respira, finalmente: la ‘povna è come molti alla finestra, a guardarla prima che cada (come le ha insegnato lui) e poi dopo, mentre va a terra, e annusa soddisfatta dal giardino il profumo quasi dimenticato dell’erba bagnata. Più tardi, sulla via dalla piscina, se ne andrà a zonzo in bicicletta in ciabattine e vestitello, godendo di quel freddo sulle spalle, sciagattando dentro l’acqua, scic e sciac.
Non lo è, infine, perché oggi si inaugura per davvero il #cisivedeingiro edizione 2015, visto che, con l’occasione di una rappresentazione della Cenerentola di Rossini, per la regia di Piton, oggi alla spicciola planeranno nella Città Bianca, oltre alla ‘povna stessa (insieme a Connie), BibCan dal nord e Thelma e l’amico Tegame dal paese-cheè-casa. Sarà una due giorni divertente, nella quale andranno in giro per la città, prenderanno aperitivi, cene sgluto e assaggi di vini come se piovesse, si guarderanno l’opera, nel fresco del chiostro medievale, chiacchiereranno di navi e di sigilli. E poi domani, per non rinunciare a nulla, ci metteranno sopra pure un po’ di mare.
La ‘povna sorride, e si prepara alla partenza: dopo due settimane di depurazione, è ben pronta a riprendere la socialità che le è più consona. Intanto, lo sceneggiatore a sua volta sogghigna, e ieri sera, in nome del #cisivedeingiro, le serve su tavola d’argento revenants di tutto rispetto – alcuni attesi (amici dal Canada in diretta dalla Neverland di settembre e un altro tempo) e altri invece meno.
La ‘povna un po’ non se lo aspetta, un po’ abbozza e fa la vaga (ma non ci riesce: “tu sei sempre ipervigile” – le ricorda BibCan dal canale telematico, che, insieme a “è estate per tutti”, si candida a motto della settimana, se non altro), e un po’ ride, per forza. La seconda fase dell’estate è ufficialmente, con oggi, cominciata.

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Zucchine tonde al curry e paprika (sapientemente multiuso)

Se c’è una cosa che per la ‘povna dice estate, è quella (anche) di cucinare con calma. Lo fanno sempre, tanto, e con molto amore, nel paese-che-casa, a fine agosto. Ma questo non toglie che alla ‘povna piaccia cucinare anche per se stessa, cosa che fa, con compunzione, anche nella vita di tutti i giorni – almeno quando non la rapisce la scuola.
Proprio per questo l’estate è bella anche perché le consente di recuperare il tempo perduto, quando i due mesi del finale (e quest’anno come è noto più del solito) le impediscono di attendere ai fornelli con la precisione necessaria.
La ricetta che propone oggi è catalogabile a tutti gli effetti come jolly: può servire da piatto di sostanza, contorno, o addirittura intingolo; a base totalmente vegetale e biologica di base (complici le verdure del gas), vi aggiunge un tocco di etnico, grazie alle spezie. La ‘povna l’ha usata per una cena con amici dalle abitudini alimentari diverse, e ha avuto successo in tutte le vesti in cui è stata consumata.
Per cominciare, si prendono due zucchine tonde e una padella antiaderente. Mentre la padella si scaldano, si tagliano le zucchine a fette molto spesse (tre o quattro), poi si passano velocemente in padella per farle asciugare lievemente (non più di tre minuti per parte). Poi si tolgono e, in quella stessa padella (così resta un poco il sapore) si fanno appassire una cipolla fresca grossa e un poco di aglio; si aggiungono poi sale, pepe, le zucchine tagliate a cubetti, un cucchiaino e mezzo di curry (buono, mediamente spicy), uno e mezzo di paprika e un po’ d’acqua; poi si fa andare a fuoco medio finché la salsa non si addensa, e l’acqua si è per tre quarti ritirata.
Il piatto è tutto qui, ed è già pronto. Il bello adesso è poterla usare a piacimento. La ‘povna in questo caso ne ha preso una parte, e l’ha fatta andare con del tofu a cubetti, per l’amica vegan che era a cena; un’altra parte invece l’ha unita a della feta (o del primo sale, va bene lo stesso) per il gruppo dei vegetariani; in una terza, infine, ha fatto andare del pollo ruspantino (sempre provenienza gas certificata di allevamento di un certo tipo, non solo a terra, ma libero) che aveva già preventivamente fatto pre-cuocere alla diavola, tagliato a pezzi, per gli amici dall’alimentazione tradizionale. Finite le tre preparazioni (tutte e tre rapidissime), non ne aveva più, e dunque è andata così. Ma, all’occorrenza, facendo restringere la salsa, se ne può ricavare un piatto di contorno di sostanza, tanto da fare quasi portata principale.
Loro l’hanno mangiato un poco tiepido, visto il clima, ma ovviamente è buono anche caldo. E lascia tutti quanti molto, molto soddisfatti di una cena leggera, laica e conviviale.

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Dal diario delle vacanze estive del gatto Semolino

Caro diario,
oramai è arrivata l’estate, e con lei davvero un gran caldo – sono lontani purtroppo i ricordi del bel freschino dello scorso anno quando, senza rinunciare alla stagione, me ne potevo stare a pancia all’aria in cortile all’ombra della grande ortensia senza il timore di finire arrostito.
Quest’anno invece va così, e io, sotto tutto il mio bel pelo a righe, soffro. Ma devo ammettere che la bella stagione ha portato con sé qualche nota positiva. Innanzi tutto, le finestre sono sempre aperte: così io passo la mattina a frescheggiare su quella che dà verso la strada, e a chiacchierare con gli altri miei amici – umani, cani e gatti. Lo scorso weekend, quando qui a casa c’erano sia Thelma, sia la ‘povna in visita, ho presentato loro alcune delle persone che frequento abitualmente, e devo dire che sono rimaste allibite dal livello della mia vita sociale nel quartiere.
Un’altra cosa positiva è l’alto numero di lucertole che passeggiano in cortile: sembrano lì apposta per me, penso. Cacciarle è molto divertente, e io sono bravissimo. Di solito, le catturo sul fare dell’alba, e le porto in omaggio a Thelma (e, quando c’è, alla ‘povna) sulla rimbocca del lenzuolo, mentre sono a letto. Mi sembra di fare un atto gentile, e anche dovuto, in questo modo. Non capisco solo perché di solito non la prendano tanto bene. Allora un po’ le mangio, un po’ le nascondo sotto il tappeto, per i momenti di magra, quando Thelma è fuori per lavoro tutto il giorno, e a me viene un certo languorino alle sei del pomeriggio. Peccato che poi quando lei le trova prima di me le butti via, non mi è riuscito ancora di spiegarle che non deve.
Una cosa bella di questa estate è stata che la ‘povna è venuta su a trovarci lo scorso fine settimana, e ci siamo divertiti tanto. Lei voleva portarmi con sé a nuotare, ma alla fine ho declinato, mi faceva un po’ paura, tutta quell’acqua. In compenso ho aiutato Thelma con il cambio di stagione (che quest’anno ha fatto tardi). E’ stato davvero molto, molto stancante. Per fortuna che poi mi sono potuto riposare sui vestiti da mettere via, appena lavati di fresco, e devo dire che ho dormito davvero molto bene.

Semolino-Armadio

Ma la cosa più strana – all’inizio un po’ faticosa, e che non mi era piaciuta, devo ammettere – è successa la settimana scorsa. Dopo una telefonata concitata con la moglie dello zio Matto, infatti, Thelma mi ha afferrato e mi ha messo nella gabbietta, a tradimento. Non l’ho gradito affatto, ma lei non mi ha ascoltato, e si è precipitata sopra un taxi. Di lì, su un treno, dove si soffocava dal caldo. Alla stazione nota ho visto mamma ‘povna, che era venuta a salutare Thelma, e mi ha dato per fortuna un po’ di acqua, ché, dalla mancanza di aria, mi veniva da tremare. Poi abbiamo preso un altro treno, e siamo arrivati nel paese-che-è-casa, e poi dallo zio Matto. Lì mi sono riconfortato un po’, perché oltre a lui c’era la zia-Mamma, e Micetta e tutti i cugini gatti, e anche il babbo e la nonna. Ma in casa l’atmosfera era complicata, perché purtroppo – per questo Thelma era dovuta scendere d’urgenza – lo zio Matto non stava molto bene.
Infatti il giorno dopo sono andati, insieme, in un posto che si chiama “primo soccorso”, che è, l’ho capito dai racconti di Thelma, un posto dove ti mettono in un ingresso e aspetti un sacco di tempo; poi esce qualcuno e di solito ti tratta dall’alto in basso, ti dice delle cose bruttissime e ti insulta. Il segreto però è non scoraggiarsi, perché lo fanno solo per metterti alla prova e vedere se sei capace a resistere, perché dopo tre giri di insulti arriva uno in camicia bianca, o verde, e ti parla normale, ti guarda e ti esamina come fa il veterinario (bleah!) quando mi ci porta Thelma, che non mi piace però poi mi dà dei buoni consigli, ti mette delle cose addosso e alla fine tu stai bene. Per fortuna, è stato così anche per lo zio Matto, anche se ci è voluto un po’ di tempo, pensa che lui e Thelma sono tornati a casa solo dopo un’intera giornata, una mattina e una notte.
Lo zio Matto all’inizio, quando è arrivato, stava in piedi ma era ancora strano (più del solito), ma io mi sono messo ai suoi piedi e l’ho curato per benino, che aiuta sempre. E piano piano mi è sembrato che stesse un poco meglio (l’ha detto anche Thelma).
Così, domenica sera ci siamo messi con Thelma alla finestra della camera a guardare le stelle, che nel paese-che-è-casa sono sempre bellissime. E, passato il momento di più grande paura, mi sembra di essere quasi in vacanza. E questa mattina ti scrivo mentre frescheggio sul davanzale di quella stessa finestra.
Certo, la settimana è stata piena di imprevisti, ma, devo dire, essere bello, bello in modo assurdo, un poco, aiuta.

Semolino-Finestra

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