Ilaria Gaspari – Etica dell’acquario

Agosto è stato un mese di letture belle, ma rade, irrimediabilmente. Il motivo è da cercarsi nella rutilante socialità che ne ha caratterizzato i suoi due buoni terzi – socialità che, come ricorda Connie (che degli scambi è stata peraltro assai protagonista), se dà grande soddisfazione all’esistenza, tende a tingere un po’ di rosso, viceversa, il conto delle pagine in lettura.
Rientrata alla base, come ha detto, ma con la scuola ancora a mezzo servizio, la ‘povna dedica dunque il suo settembre anche a un po’ di recupero: finire un romanzo che aspetta da oramai troppe settimane e giorni (ma che non la porta via, questo è evidente), ma, soprattutto, un bel po’ di nuovi arrivi. Appartiene a questo gruppo Etica dell’acquario di Ilaria Gaspari, un romanzo di cui la ‘povna aveva avuto notizia dell’imminente uscita (il 3 settembre) in anteprima e che – per una serie di ottime ragioni – la interessava moltissimo. Ieri dunque, dopo la piscina, ha pedalato in libreria, ha preso atto, con una risata, che insieme a lei c’erano altre cinque persone che erano lì per lo stesso libro, prevedibilmente (ma non si è stupita, perché ci sono cose che si dipanano in aeternum, come le disse il suo vecchio professore Bla al momento della proclamazione della sua tesi di diploma a Hogwarts, sulla Tenzone tra Forese Donati e Dante), poi è risalita in bici, è arrivata a casa e – lottando contro l’assalto imperioso di ricordi perturbanti del passato (da un lato) o quello querulo delle incombenze ampiamente procrastinabili del tempo presente (dall’altro) – per farla breve se lo è letto nel giro di mezzo pomeriggio e una serata.
Poiché l’ha colpita, e molto – per una serie di motivi che raccontare sarebbe troppo personale e voyeristico – decide quindi di spurgare il turbamento nel più privilegiato dei modi che conosce. Vale a dire, scrivendoci sopra. Ovviamente, anche a beneficio di parecchi e nascosti narratari.

Romanzo trasversale, per molti aspetti, questa opera di esordio, ma non troppo (perché l’e-book Morte per acqua, in vendita in tutti i retailers online, è con ogni evidenza una prima versione dello stesso testo), mutevole e mutante come i pesci della fontana del collegio Timpano che la voce narrante (nonché protagonista, Gaia, nome antifrastico rispetto alla vicenda, ma assai parlante rispetto a quello proprio dell’autrice) assume a epitome dei normalisti: creature strane, costrette contro-natura a vivere in uno spazio minuscolo (acquario improvvisato come la fontana stessa) e per ciò stesso costrette, loro malgrado, a imparare a mutare e a mutarsi a seguito di noncuranti esperimenti sulla loro presunta intelligenza, con ciò (re)-imparando (se proprio non si vuole scomodare Hobbes e l’homo homini lupus – ma l’autrice è pur sempre una filosofa) le leggi darwiniane di lotta per la vita e animale crudeltà.
Romanzo di memoria, innanzi tutto, perché nonostante la preterizione d’ordinanza avverta che ogni riferimento a fatti o persone note sia puramente casuale, il filo è quello della ricostruzione del passato, della metacronia che ritorna, pur senza bisogno di essere proustiana (perché alla fine non c’è nessuna rivelazione, o solo monca) e con ben poca estasi. Modello pervasivo e invadente, anche, perché – ed è questo uno dei primi tratti che salta all’occhio – questa metacronia, pur personale, di Gaia, descrive in realtà un habitus mentale di schietta appartenenza, e che appartiene – la voce narrante in questo è esplicita – tanto al gruppo generazionale che le fa da contorno nel pellegrinaggio sentimentale di ambigua valenza, quanto a tutti i ‘pesci’ modello di eccellenza che, come lei, prima o dopo, hanno avuto il fato di vivere la sua stessa esperienza, come studenti ordinari alla Scuola Normale Superiore, a Pisa. In questo, quel cerchio chiuso e asfittico, che la voce narrante mostra di detestare (esistenzialmente) e disprezzare (eticamente), la casta (non) privilegiata dei normalisti, si dimostra in realtà il primo e consapevole narratario implicito di riferimento, perché è abbastanza evidente che è proprio sull’affinità elettiva di questa discussa, ma non discutibile, appartenenza che si basa il primo livello di attendibilità richiesto dal patto narrativo.
La storia, in altre parole, pur leggibile a livelli diversi, si presta a essere interpretata doverosamente da chi l’esperienza della Normale, e di Pisa, l’ha vissuta in quel modo lì, e proprio per questo è in grado di capire i mille riferimenti aneddotici, le idiosincrasie, i vezzi linguistici, la topografia, il collegio, la biblioteca, la mensa, con una autopsia dell’esperienza che travalica, nell’intuizione di una sensazione riscoperta, le pur articolate descrizioni che di ambienti e situazioni vengono offerte per il lettore non iniziato.
Una volta compreso questo meccanismo di costruzione del testo – che è essenziale – è possibile passare al contenuto vero e proprio del romanzo. Da questo punto di vista, un altro genere si affaccia, oltre a quello della memoria, a fare da ossatura al flusso dei ricordi: la trama (pur blanda) del romanzo poliziesco, che – seguendo le spire del cosiddetto giallo metafisico – ci ricorda molto opportunamente (pur se in maniera un po’ scolastica) la definizione del genere applicato alla contemporaneità data da Holquist, nella quale “è la vita, non la morte, che deve essere risolta”. L’autrice sviluppa intorno a questo concetto un gioco di parole che ritorna al passato (doloroso, e, forse, non privo di quella esattezza biografica pur negata in soglia) per provare a dipanarlo, con ciò provando anche a svelare l'(auto)-inganno subito, al momento della selezione di eccellenza, dai giovani normalisti-pesci rossi, condannati a una formazione perfetta per entrare senza rischi, una volta usciti da Pisa, nel sistema economico dell’esistenza, ma in realtà costretti, in una variazione nemmeno troppo nascosta del patto con il diavolo, a sacrificare a questo – in un sovvertimento di valori presentato come anti-biologico (la Normale è un mondo dove i bravissimi, ma sfigati dell’adolescenza, prendono il comando, con ciò vendicandosi di chi, bravo e bello, nel mondo del liceo li ha fatti passare da frustrati) – gli anni migliori della vita. Il tema del collegio, esclusivo e asfittico – è stato già notato – rientra ovviamente tra i clichés di riferimento: il Törless prima e innanzi tutto, ma anche Kipling – per andare alle origini; ma non bisogna dimenticare nemmeno le variazioni contemporanee sul tema: da Tom Wolfe a Eugenides, fino a Skippy muore di Murray.
Il collegio di elezione è dunque l’acquario nel quale si gioca ogni esperimento, un mondo crudele, dove le regole, scritte e istituzionali (quelle richieste per restarvi, per continuare ad appartenere), ma anche non scritte (quelle fatte proprie dalla maggioranza degli studenti) sono tassative e ferree, e segnano, proprio malgrado, per la vita. Due sembrano, calvinianamente, secondo la fine delle Città invisibili, le possibilità di scelta proposte dall’autrice, a questo punto: appartenere all’inferno, in tutti i sensi, o cercare di chiamarsene fuori già mentre si è dentro – una soluzione, questa, che presenta però fin da subito tutti i conti di un carico di emarginazione socio-intellettuale. Si tratta di nodi destinati a venire al pettine comunque – è questo il senso della reunion che consumano i quattro amici protagonisti, chiamati a ritornare a Pisa dieci anni dopo dal suicidio ambiguo di una compagna di studi, nel quale sembrano essere, a vario titolo, coinvolti. Ed è in questa parte contemporanea che il senso dell’etica del titolo si consuma nella sua interpretazione più ambigua e non univoca. L’esperienza della Normale, questo pare infine uno dei messaggi, ti rende comunque manipolatore a prescindere, confezionandoti strumenti affilatissimi per raccontare una realtà a propria immagine, e per questo abilmente contraffabile (e contraffatta), senza scampo.
Sostenuta da un’idea decisamente buona nella gestione del punto di vista, la storia raccontata da Ilaria Gaspari diventa così quella di un interessante esperimento di entomologia sociale. Si tratta di un ritratto fedele, da ogni prospettiva, di che cosa sia la Scuola Normale? Ovviamente no, e forse non è nemmeno ciò che il romanzo cerca. Perché a essere volutamente ristretto è l’assunto calviniano di partenza (le vie per sopravvivere al collegio non sono solo due, ma molte possibili – e in ultimo, ma pure nel mezzo, la contrapposizione tra i genii nerd inadatti alla vita vera, e coloro che si oppongono all’acquario, ricordando il mondo fuori in nome della propria carica orgogliosamente vitalistica si dimostra assai schematica). E tuttavia la storia è, a molti livelli – anche a fare strame delle molte chiavi di lettura privilegiate – specchio fedele di un punto di vista, non esclusivo (come forse si pone), ma possibile. E questo resta, indubbiamente, a libro chiuso, un buon tema su cui meditare.

(per il Venerdì del libro di Homemademamma).

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Coordinate

E poi si comincia per davvero, dal giorno #2, consapevolmente. Solo che la ‘povna, quest’anno, per la prima volta da che li rimise Fioroni, non ha esami a settembre. E non perché si sia trasformata in una mollacciona, in realtà, ma perché – per uno strano misto di caso e ineluttabilità – delle sue tre classi una era (come ben si sa) la quinta, e delle altre due, tra gli Extraterrestri i suoi cinque rimandati sono stati anche respinti, mentre tra i Marmottini non c’era, viceversa, gente da rimbalzare a giugno, e alla riffa delle materie da assegnare per settembre Lettere è risultata tra i graziati.
Così anche ieri a scuola è stato il tempo delle riunioni, pochi visi degli alunni (ahimé). La ‘povna doveva mettere a punto una serie di questioni di commissione tosta (e parlarne col Provveditorato, che è sempre un terno al lotto) e poi occuparsi del regolamento. Questa, in realtà, è una cosa nuova, cui la ‘povna si era unita il giorno prima, su invito dell’Ingegnera Tosta: “E’ una sola riunione, ‘povna, secondo me è nelle tue corde, e ci daresti pure una mano grossa”. “Poi si va a nuotare?” – aveva domandato la ‘povna, e, alla risposta affermativa, si era fatta cooptare di buon grado. Poi era venuto fuori che a nuotare non ci potevano andare, perché l’Ingegnera si è incriccata una spalla, ma, quando glielo aveva annunciato la sera prima, per sms, la ‘povna aveva fatto di necessità virtù, che non le piace tirarsi indietro.
Il risultato sono state due ore e quaranta senza interruzione di gallinaio permanente, perché quello che l’Ingegnera non le aveva detto era che i componenti della commissione erano (per l’appunto) tutte starnazzanti e tutte femmine. A un certo punto, dopo la prima ora, mentre la ‘povna si impadroniva della tastiera di imperio, e – tra un coccodè e l’altro – insieme alla sua amica, si dedicava a rivedere l’ortografia, la sintassi e la grammatica del regolamento medesimo (giusto per dare un senso al tempo, poi, a tratti, si voltava, e domandava: “Avete finito? Ottimo! Se credete riprendiamo dal punto”) – si è voltata verso l’Ingegnera e le ha detto: “Mi hai ingannato, comunque”. E l’Ingegnera, contrita, l’ha accompagnata lo stesso in piscina per farsi perdonare.
Lì la ‘povna ha nuotato 96 vasche di pura bellezza, in uno degli impianti regionali in assoluto più belli, fuori il sole prendeva la curva in declinare del tramonto, e c’era pure un po’ di vento. Vasca dopo vasca, cinquanta metri in su e in giù, la ‘povna ha iniziato a inanellare le coordinate del nuovo anno, che già si profilano con qualche chiarezza.
Sarà un anno di parecchi “anche no”, e questo è certo. Macinati con voce ferma e il sorriso sulle labbra (e in questo ha già iniziato in questi giorni: “Abbiamo bisogno di sapere alcuni dati sulle classi, professoressa ‘povna”; “Dovete chiedere ad Artemide, è lei che se ne occupa”; “Ma lei, visto che è già qui, non li saprebbe?”; “No, mi spiace”).
Sarà un anno in cui si tirerà indietro da almeno due progetti (saltano, e già lo aveva deciso questa estate, sia il Cinescuola, sia il coro scolastico).
Sarà un anno in cui approfitterà di questo vuoto di conoscenze, specie nel ricambio di colleghi nel biennio, per impostare rapporti di cortesia, ma non amicizia: il mio è mio, il tuo è tuo, l’aiuto didattico è una cosa sacrosanta, e preziosissima, ma il nostro rapporto termina, ineccepibilmente, al di là del tempo a scuola.
Sarà un anno, proprio per questo, nel quale si dedicherà alle persone e ai compiti che sceglierà di tenere dentro il cerchio, così come alle sue classi, con attenzione e puntiglio se possibile rinnovati più di sempre, ma questo non dovrà significare la rinuncia a una sola oncia di tutte le sue attività extra-scuola.
Sarà un anno, infine, come la ‘povna ha già anticipato, in cui il senso sarà da cercare pure altrove, e la ‘povna ha già un paio di idee al riguardo (ma di queste, eventualmente, a tempo e luogo).
La colonna sonora, che le ha regalato Piton (insieme a BibCan) in una notte di semi-luna piena e stelle, prevedibilmente, fa così:

p.s.: Su segnalazione di Dolcezze, la ‘povna partecipa così alla Staffetta dei post di Blog in Blog organizzata da Alessia scrap&craft, un gioco on-line cui si partecipa da blogger parlando di un argomento comune, che per questo mese è “Ritorno alla routine”. Qui si trovano sia il post di lancio, sia la pagina FB. E questo è il logo dell’iniziativa.

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Giorno #1

La ‘povna è andata incontro al primo giorno del nuovo anno (scolastico, ma anche no) alla come viene viene. Un po’ perché il mood con il quale è ritornata, se durante sembrava averla messa al riparo dai (troppi) pensieri impertinenti, dopo, una volta planata a casa, le ha rivelato una nostalgia più galoppante del percepito e del previsto (e infatti ieri ci ha nuotato sopra una bella sessione di vasche da cinquanta metri, durante le quali finalmente si è concessa di pensare, e immaginare, proprio tanto); un po’ perché – con la quinta già licenziata, e una serie di variabili che si sono aggiustate in modo strambo – i primi giorni saranno ricchi, ma meno del solito (l’assenza di Neverland dall’orizzonte settembrino dei suoi impegni le regala una gestione sostanzialmente semplice, peraltro, giacché non deve perennemente scavallare sopra i treni a fare la spola tra le consuete tre province); e un po’ anche perché avrebbe deciso di onorare con un po’ di leggerezza questo ritorno a scuola.
Un ritorno che si profila, come aveva già detto, un po’ privo di senso. Capita, quando se ne va una classe che ti ha colonizzato l’immaginario e l’animo, succhiandoti sguardi, certo, ma anche regalandoti una rete di protezione permanente, e la ‘povna lo sapeva, e lo aveva messo in conto. E allora un po’ lei ci ha lavorato sopra nell’estate, preparando prime cose da fare, e anche progetti, un po’ ha deciso che, poiché l’amore idiosincratico non si può inventare dal nulla, quel po’ di senso che le manca vedrà di raccattarlo pure altrove. Così questa mattina, all’alba delle sette, ha sentito suonare la sveglia, ha sussultato, ha pensato che era finita (perché è poi questo, come dice bene BibCan, il discrimine vero di vacanza: non andare a dormire o alzarsi tardi, ma, banalmente, farlo rigorosamente e solo quando e come si vuole), è corsa a preparare il caffè e si è preparata in tutta fretta, e poi ha preso un treno per la scuola. Come divisa, dopo molto pensare, aveva scelto un vestitello rosso: innanzi tutto perché è molto bello, e lei è uscita dall’estate molto abbronzata e molto bionda, poi perché era uno dei pochi già lavato e asciutto, e infine perché iniziare col rosso dà sempre un tocco positivo al buon umore.
Lungo la strada per il Prefabbricato, si è messa la colonna sonora (che era però Bandiera Bianca), ma poi ha dovuto spegnerla perché ha incontrato la collega TonTina a metà percorso, che le ha vomitato addosso una marea di chiacchiere, parole vuote e inutili; la ‘povna ha risposto a monosillabi e, appena arrivata nell’atrio, l’ha lasciata al suo destino, sperando in qualcuno un po’ più interessante con cui potersi intrattenere. Lo sceneggiatore è stato benevolo, e le ha regalato, nell’ordine, Galileo (che è sempre un autentico piacere intellettuale, che spicca dalla massa), Mr. Higgs, Hal9000 e pure Barbie. E la ‘povna si è persa negli auguri di buono anno con rinnovato ardore.
Poi è scesa giù, nell’aula del collegio, dove l’Ingegnera Tosta le aveva tenuto il posto, ha assistito alla solita rappresentazione, e ha gettato uno sguardo sui nuovi e vecchi volti. Alla fine, dopo una riunione di commissione tosta con Esagono e un altro paio di incombenze, si è cavata dagli impegni con un sorriso consapevole, e, insieme all’Ingegnera, ha inaugurato volentieri la loro nuova stagione natatoria. Mentre nuotava, ha pensato alla giornata, e si è detta che era stata ambigua, in chiaroscuro, un po’ come la previsione di quest’anno. E qui di seguito lascia, nella forma ancora grezza dell’elenco, gli spunti significativi che l’hanno colpita oggi, a canovaccio di sceneggiatura per l’anno che verrà.

– Capitolo Sotto tono: l’inizio, tutto quanto; dopo due anni di collegi rutilanti, quest’anno è stato tutto assai poco significativo e molto rapido. La ‘povna ne prende atto, anche se sa che il dato mente, e aspetta incuriosita le prossime puntate.
– Capitolo Buona Scuola: “Voglio cavarmi dagli impegni”, ha detto la ‘povna a Galileo in una chiacchierata a parte; “Se ci riesci” – ha detto lui, ed è stato buon profeta come sempre. Perché, anche al netto dei decreti attuativi (come è adesso), il lavoro per lei funzione strumentale, e in generale nel suo plesso, si annuncia complicato ed essenziale.
– Capitolo Figli d’Arte: sono i nuovi colleghi arrivati nel suo plesso, Scovolino (di Lettere, che la ‘povna conosce già per i progetti di Appennino, e si augura di avere finalmente trovato qualcuno con cui condividere il lavoro di materia in modo bello), figlio di una collega oramai pensionata da più anni, e i due di Laboratorio, figli appunto del vicepreside DaddyLongLegs e del collega Viscido. “Per carità, separatemi questi due dai loro padri” – ha detto Barbie alla ‘povna e a Esagono; loro eseguiranno, ovviamente, ma l’insieme si annuncia in ogni caso ricco di possibili implicazioni da narrare.
Capitolo Ingegnere Mon Amour: nel generale casino delle parole vuote a raffica (sparate in quantità superiore alla sua propria sopportazione, la cui soglia è per adesso molto bassa), l’atteggiamento dei suoi amati ingegneri vince il premio Coolness di diritto: Mr. House, Daddy stesso ed Esagono si sono segnalati per pacatezza, ironia, fattività e intelligenza. E la ‘povna – che, almeno per ora, non ha bisogno fronzoli stantii o inutili rappezzi – guarda a loro come a un faro con cui poter collaborare.
Capitolo Farewell, Friends: perché questo collegio segna anche la fine della presenza a scuola di alcune figure che per la ‘povna erano importanti, se non amiche strette: per vie di trasferimento o pensionistiche, infatti, Patty Albione, Voglio-la-mamma e Mafalda hanno abbandonato la baracca; e la ‘povna si rende conto da subito che la loro assenza è di quelle da pesare.
Capitolo Niente sesso, siamo inglesi: quest’anno, complice la confusione un po’ spanata di cui ha detto, ci sono stati per la ‘povna molti meno saluti formali, sorrisi, baci e abbracci. Convocata da Barbie per una questione laterale di cui si sta occupando in solitaria, la ‘povna è arrivata al collegio all’ultimo minuto utile, quando tutti erano già seduti al loro posto. Questo ha, fisiologicamente, ridotto alla radice il numero di convenevoli, ed è un dato che alla ‘povna è piaciuto e piace molto, e che vorrebbe, pur con la moderazione che l’educazione impone, coltivare.

Per ora non c’è altro, in buona sostanza, o comunque niente di particolarmente significativo all’orizzonte. Ed è con queste premesse medie, ma con potenziali pieghe positive tutto intorno, che la ‘povna consegna anche questo capodanno alle istantanee da archiviare.

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E dimmi che non vuoi morire

E poi, a un certo punto, è casa. La ‘povna è scesa alla stazione dopo l’abituale cambio di tre treni e tre province, con il viatico della serata con l’amico mostro sulle spalle e tanti messaggi che accompagnavano i binari lungo tutto il percorso. Si è seduta sotto il tasso, ha preso un caffè insieme ai vecchietti e ha aspettato l’automobile familiare, sullo spiazzo. Canta-che-ti-passa, Le Hero e il Signor M. sono arrivati dopo poco, così come doveva essere. Sono passati da casa, hanno lasciato valigie e zaino in mezzo all’erba e sono andati a fare la prima spesa, anche questo come sempre. E la loro settimana è cominciata.
E’ possibile raccontare un’altra volta tutto questo senza ripetere una storia che è sempre uguale e pur diversa? La ‘povna se lo è chiesta spesso, in questi giorni, di amici del nord, condivisione, amore, giochi, cura, cani e gatti, tutti insieme nel paese-che-casa. La verità (una verità di cui ha occasionalmente discusso con BibCan – che si conferma narratario esplicito) è sì e no, e forse è pure questo prevedibile. Perché la perfezione, il privilegio, l’arroganza di essersi trovati, e poi coltivati e scelti non si narrano per definizione, ma si vivono. Che è poi quello che hanno fatto, un altro anno. Su temi e variazioni (perché lo sceneggiatore ama creare un contrappunto), la ‘povna potrebbe parlare di tutto il solito loro che è anche il mondo: la divisione degli spazi comuni, e delle private cucce, i risvegli a scacchiera (che i fusi orari possono essere diversi), la colazione che va lunga (ma in Cantinello, a partire dalle 8, trovi sempre qualcuno a chiacchierare), i pranzi e le cene preparati con quella cura affettuosa che è amore senza fronzoli, le partite a King, e i giochi nella notte, il sole (ma anche la pioggia, perché quando si pecca di ybris – e alla ‘povna, se ci pensa, viene davvero lo spavento – non ti ferma neanche il tempo), gli scambi a Paddington, a croquet, molte e complicate sfide, in cucina come a tennis, l’uscita dal cancello (ma solo per una volta), le passeggiate a raccogliere la frutta, le torte mescolate in greco antico, i compiti tra l’erba; i giochi nuovi, le sere a lupo, tra gli ulivi, mentre la luna cresce, e poi la pizza che impasta una colonna sonora lunga una vita e un anno. Ma sarebbe solo una parte di quel molto che è impossibile narrare.
La ‘povna ha bevuto, di questa loro settimana privilegiata e unica, ogni singolo momento, sgranando nella notte un numero ridicolo di ore sempre più sottratte al sonno, perché non ci doveva essere nulla da mancare. Ovviamente, man mano, ci ha nuotato puntuale ogni mattina le sue 220 vasche, didascalia di ordine tra i pensieri impertinenti, ma non troppo, perché alla fine ha scoperto che non sarebbe dovuto essere il momento di pensare.
Essere dove si appartiene, questo è il senso di un privilegio coltivato orgogliosamente come unico: e infatti i contatti del mondo esterno si sono rarefatti quasi con naturalezza: lei, il suo telefono, l’ha lasciato volutamente altrove, praticamente sempre; BibCan l’ha dimenticato in giro; e così pure molti altri. Ma anche chi per lavoro ha dovuto rispondere presente è stato bene attento a proteggere con incantesimi ben fatti l’ubicazione segreta di questo loro stare. Gli arrivi e le partenze si sono mescolati con una precisione che è facilità e rispetto, perché, in fondo, le cose sono così terribilmente semplici, quando si sta dove si deve e vuole essere. Perciò la ‘povna (insieme a tutti) ha vissuto dove, come, quando, quanto voleva per sette giorni e anche un pezzetto, senza negarsi (quasi) niente. E così, lungo il rosario del rassicurante e noto, le variazioni hanno potuto germogliare con apparente noncuranza, a rinsaldare una catena che rilancia: ciò che protegge (secondo una ovvietà semantica) è anche quello che trattiene.
Il sabato è arrivato, nonostante tutto, tra gli ulivi, insieme a una luna piena (e pazza), ovviamente troppo presto (anche se con una coda di bellezza); e le partenze si sono sbriciolate in un’attesa lunga un giorno (ma che, comunque, un po’, ti salva). E allora, quasi ultima, la ‘povna questa mattina ha rimesso piano piano la sua palla di vestiti ammonticchiati nello zaino, e poi, sciagattata come da tradizione, è risalita sul treno del ritorno, ripiena di pinzi di bestie dappertutto, i capelli a paglia e fieno, con il cloro che li ingromma, orgogliosamente in camicia da notte. I pensieri dondolanti le hanno tenuto compagnia lungo il tragitto, macinando una nostalgia preventiva che è già incagliata nei dettagli. Perché quello che hanno loro, alla fine, è irraccontabile, e bisogna solo dire grazie.
La ‘povna era partita per l’estate con lo scopo di “ritrovare un senso”, aveva detto. Quel senso non l’ha poi ritrovato, a dirla tutta, in molti sensi. Ma, a senso, va bene anche così.

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Improvvisata

Che la ‘povna corra tra un mondo e l’altro lo dice la sua presentazione, e non c’è bisogno di aggiungere granché, su questo. Forse, è possibile però spiegare che la sua attitudine ad attraversare i mondi, con ciò collegando e mettendosi in contatto con amici che altrimenti sarebbe condannata a vedere pochissimo, è stata una delle sue caratteristiche fin dai tempi del suo primo essere ‘povna, vent’anni fa e passa a Hogwarts. Duttile per definizione, poco incline a considerare la coerenza un valore in sé e per sé, in modo acritico, laica sempre e comunque, a costo di pagarne il prezzo, piena di un’energia che sembra essere inversamente proporzionale alle poche ore di sonno, la ‘povna si è sempre sobbarcata di buon grado il ruolo di motore mobile del gruppo. Che poi in soldoni voleva dire che – di fronte a compagni di merende che tendevano, per svariate e degnissime ragioni, a restare ben saldi al loro posto, motivando con oggettività l’assoluta sensatezza della loro impossibilità a spostarsi – la ‘povna dal canto suo tendeva a mettersi le scarpe, e poi saltare sopra una bici, un treno (addirittura un aereo, delle volte) e muoversi a sua volta verso la meta umana che era così difficile stanare.
Questa attitudine – sfruttata dagli amici della piccola città nelle sere di pioggia (“Non posso venire a cena, sai, mi bagno e ho appena avuto il raffreddore, non ho la bici, ho bucato le calosce”), così come dai colleghi in sabbatico all’estero (“Allora, quando vieni a trovarmi qui in America?”) – è cresciuta, poi, piano piano nel tempo, perché la ‘povna l’ha coltivata scientemente: tanto più le persone intorno a lei si imborghesivano, facevano figli, compravano un mutuo e la famiglia, quanto più lei ha continuato a rivendicare, prezioso, un uso autodeterminato del suo tempo, baluardo invalicabile di una furibonda pretesa di libertà di scelta individuale. Ohibò, addirittura, oramai tanti anni fa, ha coniato una definizione acconcia – per questa capacità ‘povnica di annullare, con un solo volo à la Mary Poppins, le distanze: “‘povnata”, la chiamò, e il nome le è rimasto come un codice.
“Riesco a fare una ‘povnata” – le scrive ogni tanto (e anche se poi raramente succede per davvero, alla ‘povna piace apprezzare il tentativo di buona volontà nascosto); oppure, più spesso: “Non è che ce la faresti a fare una ‘povnata, questo mese?”.
Di “‘povnate’, peraltro, lei continua a farne quante e come può, con entusiasmo inossidabile. Anche se il lavoro sempre più pervasivo da una parte e i costi di trenitalia, quadruplicati in pochi anni, soprattutto, rendono più difficile di un tempo prendere un treno al volo e salire al nord per una festa dopo la scuola al pomeriggio; e così la ‘povna, suo malgrado, rispetto ai fasti di una volta, si trova costretta a centellinare.
Le conseguenze di questo regime di vacche magre non hanno aspettato (purtroppo ben più che previste) a palesarsi: diminuita la sua ubiquità abituale, che per gli altri era certezza, non è che infatti gli amici in media si siano dati da fare per sobbarcarsi, in turno, la loro parte di fatica per attraversare i mondi (perché, che persone sempre pronte a raccontare e raccontarsi quintali di ragioni oggettive a motivare un mancato movimento si scoprissero improvvisamente mobili la ‘povna non lo credeva allora, non l’ha creduto mai e non lo crede certo oggi, non è sciocca); ma, soprattutto – e questo invece ha il potere di farle saltare una potente mosca al naso, periodicamente – il suo diritto di non farcela, a tratti, per i sopra ricordati motivi di economia e impegni, viene riguardato da chi era abituato a ricevere le sue ‘povnate come ovvie quando va bene con condiscendente stupore (“Ah, se proprio non puoi…”), se non addirittura un passo meno dell’offesa personale
La ‘povna, all’inizio di questo nuovo deal, qualche anno fa, prima c’è rimasta male, quindi si è arrabbiata, poi ha imparato ad alzarci su le spalle. Così, piano piano, se ne è fatta una ragione.
Proprio per questo la sorpresa che le arriva oggi – mentre Thelma abbandona la piccola città, e agosto imbocca, piano, l’ultima e più bella curva (quella del paese-che-è-casa, e di loro tutti insieme, e mancano oramai solo due giorni) – è ancora più inaspettata e entusiasmante. La ‘povna, sono le sette di sera, sta tornando dalla stazione dopo aver accompagnato al treno la cugina, zoppicando per una ferita da scoglio. Il telefono suona; si tratta dell’Amico Mostro. L’Amico Mostro (che vive a Berlino) è planato nella piccola città lunedì scorso, mentre la ‘povna era via, impegnata in una gita multipla; si è poi mosso, già subito, alla volta di Rapallo, e ripartirà, sempre dalla piccola città, lunedì prossimo, mentre la ‘povna è già al paese-che-è-casa.
“Questa volta non ce la faccio, Amico Mostro” – gli aveva scritto lei desolata la domenica – “lunedì 24 sono al paese-che-è-casa. come sai, e non mi muovo fino al 30. E questo lunedì cade una doppia gita già fissata, molto bella, alla quale non posso, e peraltro nemmeno voglio, rinunciare”.
L’Amico Mostro, benedetto lui – una delle persone più flessibili, e laiche, e intelligenti, e comprensive, e risolte, che la ‘povna abbia mai conosciuto nella sua esistenza – non si era scomposto: “Eh lo so, ‘povna, colpa mia che ti ho avvertito tardi. Non ti sentire in colpa, ti ho scritto perché comunque valeva la pena di provare”.
Amici come prima, e incidente chiuso prima ancora di porsi; l’Amico Mostro è così, ed è per questo che avere a che fare con lui è solo gran bello, anche se per la ‘povna (visto che vedere l’Amico Mostro non è facile) un po’ di rimpianto era rimasto tale.
Si ritorna così alla telefonata di stasera, quella che coglie la ‘povna in strada e zoppicante.
“Pronto ‘povna, sono io, ti disturbo?”
“Tu non mi disturbi mai, lo sai, Amico Mostro”.
“Molto bene. Perché volevo dirti: so che domattina devi essere a scuola, e che sabato parti: ma, se venissi da te per le sette di sera, domani, e passassimo insieme almeno qualche ora e una cenetta? Poi sabato potremmo partire di nuovo, tu per il paese-che-è-casa, io alla volta di Rapallo. Non si è mai visto passare un’estate senza che almeno un poco ci vediamo”.
Che cosa doveva rispondere la ‘povna, se non un sonoro “Che bellezza, Amico Mostro, grazie!”? Che è poi quello che ha fatto.
E così domani, per una volta ferma, si gode l’arrivo nella piccola città della sua visita a sorpresa, una “‘povnata” vera, a suo solo uso e consumo. Con la bellezza di un agosto che finisce in una gloria di affinità elettive e incontri, sul quale la sera con il suo caro Amico Mostro pone un velo di perfezione, in attesa del finale.

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Conta fino a tre (ferragosto in blog)

La proposta parte da qui: molto in breve, si tratta di suggerire, come lettura rapida di ferragosto, tre post a scelta ai lettori di passaggio, per offrir loro una sintesi non esauriente del tono del blog. Alla ‘povna è sembrata da subito un’idea carina, ma difficile, perché in quasi sei anni di scrittura (tanti sono, e sono tanti), i toni sono cambiati, così come i post cui si è affezionata via via, anche; e dunque le riesce davvero ma davvero difficile scegliere. E aveva quindi pensato di non partecipare.
Poi però, leggendo la proposta di Ellegio, ha capito che poteva in realtà modificare il senso di adesione a piacimento: non tre post rappresentativi in assoluto di Slumberland, dunque; ma, magari e più semplicemente, tre post che, per motivi diversi, le sembra, a oggi, che valga la pena segnalare.
E così fa, dunque, specificando le ulteriori contraintes che si è autodata, brevemente. Niente scuola, innanzi tutto. Perché è agosto, e perché la scuola per definizione è trama lunga, che la ‘povna non può, e soprattutto non vuole, riassumere in poche parole. Niente recensioni librarie, perché lettura non impegnativa deve essere. E niente post di politica, perché, eccezioni a parte, sono considerazioni che si giovano dell’essere attuali.
La scelta cade così, quasi naturalmente, su tre storie di famiglia. Un po’ perché il periodo chiama paese-che-casa, dove si troveranno a breve loro tutti, e un po’ perché ce ne sono un paio che, forse, vale la pena ricordare.
Qui, dunque, la descrizione del paese-che-è-casa, e della strada per arrivarci, soprattutto, attraversando la provincia più bella del mondo.
Qui invece la descrizione della storia della sua bisnonna, che è poi quella di mezza Europa, anche.
Qui infine un post molto recente, che mette insieme famiglia, letture e paese-che-è-casa.
Per il resto, la ‘povna si gode l’arrivo di Thelma nella piccola città, va al mare e poi nella città bianca, per il secondo round lirico, insieme a Piton e BibCan e a qualche altro #cisivedeingiro sull’impronta.
Poi augura buon ferragosto a tutti e invita chi abbia voglia (lasciandone magari traccia) a partecipare.

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Come un magnete

E poi, quasi inaspettato, arriva agosto. E la scuola torna a fare capolino, timida, nella vita della ‘povna. Si comincia con l’ormai tradizionale incontro con l’Ingegnera Tosta, al campeggio della Rapa, dove per qualche giorno la ‘povna arriva a condividere un’amicizia sempre più profonda, le camminate al mare all’alba (e anche all’ora di pranzo e al tramonto). E di lì gli incontri si sprigionano, come un magnete.
“Hai più sentito qualcuno?” – domanda l’Ingegnera Tosta.
E la ‘povna non fa in tempo a dire “In realtà no” che sulla posta bussa Esagono (sono giorni, questi, di commissione Tosta). Poi è la volta di Rebecca, che chiede consigli librari e manda baci da whatsapp, faccine a cuore come se piovesse. Infine, mentre si accompagna Gamma al piccolo Luna Park che si è stanziato per l’estate sulla costa, si palesa, a caso, degli Extra-terrestri, anche Scudiero.
La ‘povna non si sorprende più, perché sa che il potere dell’attrazione dei simili funziona sulla sceneggiatura, forte. E, tornata a casa, mentre fa le lavatrici, sorride alle coincidenze. Poi lavora alacre ai files da mandare al provveditorato (quest’anno, quanto a impegni, è andata fin troppo bene, peraltro). Poi si appresta ad andare alla stazione, dove è in arrivo Thelma, per inaugurare degnamente l’ultimo pezzo dell’estate.
Non fosse che si è spappolato il kindle (vittima di un attentato da parte del più grande killer di schermi da borsetta che la ‘povna abbia mai avuto la ventura di conoscere), sarebbe tutto perfetto.
Ma, anche così, nemmeno se si impegna, non è che abbia poi tanto di cui si possa lamentare.

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“Un pianeta in un sasso”

Gli sguardi che la ‘povna ha lanciato su Matera sono di quelli che rimbalzano, lasciando scatti di una bellezza irredimibile e shock culturali ripetuti pure in chi sa a che cosa va incontro, come era poi il suo caso. Dal cuore del suo alloggio in mezzo ai Sassi, in compagnia o da sola (perché non è che essere ospiti, di amici che, per di più, tornano una volta sola all’anno a trovare la famiglia, significa rompere i coglioni ventiquattro ore al giorno), oppure ancora seguendo la mappa dei consigli dell’Amica Vicina (che l’ha teleguidata su dal CERN, qualche volta), la ‘povna ha macinato scalette in su e in giù, tra Barisano e Caveoso, pezzo per pezzo, dove si è persa tra un canto e l’altro (finendo a volte in casa della gente) e comprendendo che Matera è un po’ Venezia. Ha visto le chiese rupestri (l’Idris, S. Pietro Barisano e la Cripta del Peccato originale su tutte), ammirato la Gravina dall’alto di S. Agostino, passeggiato per via Fiorentini, guardato i Sassi da almeno dieci terrazzini diversi. Sul filo della Civita è arrivata, dopo le piazze Vittorio, Sedile e S. Francesco, fino a palazzo Lanfranchi, dove si è dedicata con passione a Carlo Levi e ai suoi dipinti (preparando, con l’occasione, un percorso didattico per i Marmottini che si annuncia molto bello). Nel mezzo, nelle pause, hanno bevuto tanta acqua, per sopportare la calura, seduti tra panorami splendidi; la ‘povna si è concessa alle letture (Cristo si è fermato a Eboli le è stato bussola costante, e un libro del cuore, che lei ha preso allo scopo precipuo di legarlo alla vacanza); e poi assaggiato tante buonezze assurde, sotto la guida attenta dei suoi ospiti: il pane di Matera; i taralli; le bruschette pomodorose; i panzerotti; e poi: fave e cicoria, la ricotta con le mandorle, il cornetto crema e amarene, le polpette di pane, i cavatelli, la mollica fritta, la cialledda, formaggi podolici di natura varia e sempre ottima, ovviamente la focaccia – un trionfo di sapori, profumi, colori che sa essere avvolgente.
La ‘povna è partita troppo presto, con quella nostalgia preventiva che si addice solo alle esperienze senza tempo; atterra nella piccola città con quelle tre ore di ritardo, e si accorge che è arrivato agosto. Il ritmo del rimpianto non le consente per fortuna di seguire la sua musica, la piccola città si apre alle visite: domani verranno lei e lei, per un incontro atteso (e pianificato da settimane con puntiglio), poi sarà il turno dell’incontro dall’Ingegnera Tosta. Quindi l’arrivo di Thelma, il 13 o il 14, nella ‘povna casa.
La ‘povna, mentre mette via i colori di Matera, e recupera la piscina (che tre giorni senza allenamento sono tanti), si prepara all’ultimo round, prima della réntrée, a settembre. Oggi, per non sbagliare, ha preparato i primi compiti per le sue nuove-vecchie classi, e buttato giù le linee essenziali di due percorsi nuovi, che sperimenterà con le sconosciute prime e con la terza. E poi legge Rosamond Lehmann, furiosamente. Innanzi tutto perché è molto bella, e poi perché non è libro da ultima agostana.

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“Di lì sembra quasi una città vera”

A parte la settimana a fine agosto dallo zio Matto (che, come è noto, non si tocca) la ‘povna quest’anno sapeva che non avrebbe fatto vacanze. Non nel senso del riposo, ci mancherebbe, me intese nel senso di quella cosa per cui si prenota da qualche parte per un numero di giorni un posto per mangiare e dormire, poi si prenota un mezzo di trasporto, si prende e si parte. Le ragioni sono varie, ma cominciano e finiscono, sostanzialmente, con una (che si chiama “stipendio degli insegnanti”). La cosa non è tragica, sia in assoluto (in un momento di crisi, fare un lavoro che piace, e a posto fisso, per di più meritandolo, vale tanto oro quanto si pesa – e pazienza se la ‘povna è leggera, si userà il peso specifico), sia nel particolare (la piccola città è sul mare, ci sono tanti amici che rimangono, e poi non è che nemmeno nei momenti di vacche medie la ‘povna sia mai stata il tipo da soggiorno tutto incluso per una settimana) e la ‘povna, tra bagni al Cappellaio Matto, una gita al nord e qualche #cisivedeingiro si era organizzata come più le piace. Restava però in sospeso una proposta che lei e Streghetta avevano immaginato fino dalla scorsa estate, sognandosela:
“Perché non vieni a trovarci a Matera quando torno dai miei, l’anno prossimo?” – aveva offerto l’amica.
“Sarebbe splendido” – aveva annuito la ‘povna.
E tutte e due si erano date di lena a progettare.
Il progetto era stato fatto, e disfatto più volte in questi mesi, strada facendo. Per i motivi economici di cui sopra, perché nel frattempo c’erano stati dei cambiamenti anche nella vita di Streghetta (e di suo marito Robocop). Ma poi, a un certo punto, in concomitanza di una festa, le due si erano decise: “Gli aerei per Bari spesso hanno delle offerte micidiali, è a un’ora di distanza, sul resto facciamo vita come nelle piccola città, la spesa è minima” – aveva argomentato Streghetta – “dai, proviamoci!”.
“E proviamoci!” – aveva detto la ‘povna. E si era data di lena a risparmiare.
Così, per tutto l’inverno, la primavera, e poi parte di questa stessa estate, la ‘povna ha rinunciato a cose, volta per volta: col sorriso sulle labbra e con puntiglio. I caffè al bar (che fanno venti euro al mese, quasi un terzo del biglietto), una cena fuori (“mi dispiace, ho già un impegno”), gli inviti altrove fuori porta, qualche libro desiderato (“Ma arriva in biblioteca tra un mese, andrà benissimo”), qualche aperitivo (“Non ho voglia di bere e di mangiare, prendo un succo”), molti cinema, persino i viaggi al nord prenotati sull’impronta, quel paio di scarpe così belle e così inutili. Ogni volta ha annotato tutte queste rinunce in un quaderno mentale, e occasionalmente anche di carta. Poi, a un certo punto di luglio, le è arrivato l’sms di Streghetta: “I voli per Bari, andata e ritorno, sono a meno di 70 euro”.
Così la ‘povna ha sfogliato il quaderno mentale, poi ha consultato il conto online: e si accorta che la strategia aveva funzionato. Questa sera, dunque, con il suo zaino valigia leggerissimo, la ‘povna partirà per la città di sogno. Non la vede dal millenovecentottantotto, quando ci andò con Thelma, e Mrs. e Mr. Mifflin. Lì la aspettano Streghetta e Robocop, e una casa nel tufo. E poi giri per il centro storico, bellissimo, il tempio di Apollo Licio, la proiezione del Vangelo secondo Matteo in notturna in mezzo ai Sassi. Tornerà giovedì sera, come da offerta volo, e già sa che sarà splendido.
Per non sbagliare, da leggere, si porta Carlo Levi che non riapriva dal liceo (e questa è una lettura altra). E poi, sul resto, se la gode.

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Radiografia di un luglio in lettura

Fine del mese, compleanno di Harry Potter, e conclusione della prima metà delle vacanze (oh, sì, gli insegnanti ne fanno due mesi pieni e a chi dice il contrario non si creda, molto semplicemente; se mai, se si ha voglia, si provi ad ascoltare le ragioni per le quali questo possa essere anche giusto, che è altra cosa). La ‘povna ha passato le tre settimane dopo l’esame di Stato (che, sì, è stato lavoro, e pure intenso – ma pagato a parte, come qualsiasi impegno estivo, per esempio in commissione tosta, facoltativo pure, quello) a occuparsi di se stessa: con impegno, puntiglio e una certa acribia che quando vuole sa metterci – ed è una cosa che ogni tanto è necessaria. Ha visto amici (quando ne aveva voglia), è andata a scuola (quando doveva, anche se il lavoro di ufficio, dopo il risucchio psicofisico dell’esperienza in classe pare nulla, questo sì che va detto), è andata al mare, si è goduta la piccola città e soprattutto ha letto: tanto, voracemente, a perdifiato.
Così oggi, prima che agosto squaderni da domani un nuovo giro di treni, spostamenti, visite, prende spunto da lei, che lo fa mensilmente, e lascia qui l’elenco delle sue letture vagabonde per il venerdì del libro. Poiché però la recensione dettagliata di tutti quanti i volumi renderebbe l’elenco inutilmente farraginoso e lungo, si limita alla segnalazione breve, da giudizio fulminante. E approfitta per invitare gli amici che hanno voglia a unirsi, raccontando, qua sotto o anche in un post a parte, le loro letture di questo mese a volontà.

  • Alan Bradley, Un segreto per Flavia de Luce: nuova puntata, che vira verso lo spionaggio, ma è sempre piacevole, pur di essere consapevoli della convenzione di genere del patto di lettura.
  • Fred Vargas, Tempi glaciali: ritorno in grande stile per la signora del giallo francese, che dimostra come sempre perizia e intelligenza. Vale la pena che continui a divertirsi scrivendo a tempo perso e a fare di mestiere la storica. Per la politica, come già detto a suo tempo, molto meglio praticare l’anche no.
  • Jonathan Coe, Disaccordi imperfetti: raccolta di racconti che la ‘povna aveva già letto in lingua originale praticamente tutti. Ciò nonostante, vale la pena sempre, perché Coe è Coe (e la Prefazione che indica un nuovo progetto interconnesso a partire dalla chiusura del circolo – la ‘povna del resto lo aveva pure detto – vale da sola l’acquisto in italiano).
  • Elisabetta Belotti, Mi vuoi sposare?: di questo ha appena scritto, consiglia, approva e non ripete più.
  • Julian Barnes, Il pedante in cucina: anche di questo ha scritto a dovizia, e non può che consigliare.
  • Giorgio Fontana, Babele 56: réportage sull’integrazione/immigrazione a Milano nord, lungo la linea di via Padova – Fontana si conferma un grande, e questo piccolo saggio di antropologia contemporanea un capolavoro nel genere, per sguardo e per scrittura.
  • James Hilton, Goodbye Mr. Chips!: non c’è estate senza qualche classico scolastico. La ‘povna lo aveva indietro da tempo, pur avendo visto il film. E’ breve, intenso e perfetto. Ed è stata contenta di colmare finalmente la lacuna.
  • Christopher Morley, Kitty Foyle: questa è rilettura, nella nuova traduzione integrale della Elliot edizioni, benemerita. Morley è il tipico autore dimenticato, portato in Italia negli anni Trenta con la Medusa (ed Einaudi, lo tradusse Pavese, anche), riscoperto brevemente da Sellerio (ed Einaudi) nella modesta utopia degli anni Novanta, ogni tanto rispunta. Mai abbastanza, verrebbe da dire, per la qualità fulminante di capacità di osservazione e di scrittura.
  • Paola Maraone, Straziami ma di tofu saziami: l’unica consolazione è non aver pagato un euro per la lettura.
  • Giorgio Fontana, Buoni propositi per l’anno nuovo: è romanzo generazionale, va letto al momento giusto (quello del passaggio dei venti), ma la stoffa di esordio era buona come poi i vestiti successivi.
  • Storie di giovani maghi, a cura di Isaac Asimov et. al.: consigliato da lei,  è stata una rilettura in prospettiva scolastica. Alcuni racconti, come Strega d’aprile o Esame di ammissione, dicono chiaro e tondo che questa antologia è stata ben letta da J.K. Rowling; uno come Stevie e il buio rimanda invece a certe letture di King. Nel complesso, la qualità è però difforme e non basta l’intelligente introduzione di Asimov a giustificare del tutto quello che resta soprattutto operazione editoriale.
  • Camilla Läckberg, La sirena: scrive per frasi fatte e luoghi comuni; la struttura narrativa non varia da circa cinque puntate; il gusto per il morboso è sempre più eccessivo e inutile; la trama poliziesca si capisce per lo meno, sempre, a tre quarti (e questa volta persino dopo appena 30 pagine, con una ovvietà davvero imbarazzante); eppure, nonostante tutto questo, ogni tanto, durante le vacanze, una Camilla Lackberg, inspiegabilmente, ci sta bene. Da leggere rigorosamente senza investimento di denaro, però.
  • Giovanni Mosca, Ricordi di scuola: datato e insieme attuale: vale sempre il piacere di una rilettura.
  • Margherita Oggero, La ragazza di fronte: consapevolmente mélo, ma ben costruito. E raccontato con le parole di qualcuno che, vivaddio, le conosce e le sa usare.

Su questo, si chiude il suo luglio. Per agosto, si vedrà, intanto, il primo libro del mese si annuncia la riscoperta del grande classico British che come ogni estate cerca. Ma di questo, se mai, a una prossima puntata.

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