Share the Love

La colonna sonora fu servita dallo sceneggiatore alla ‘povna a una sera dopo cena a metà aprile circa. Niente di originale, peraltro (si parla pur sempre di cornetto Algida), eppure lei la giudicò sin dal principio molto adatta, fu pronta a postarla sul gruppo, e il giorno dopo se la portò a scuola.
“Che hai da sorridere così?” – le aveva chiesto Esagono.
“Ho trovato la colonna sonora, ora tutto è più facile” – aveva spiegato lei, tranquilla. E mentre il suo vicepreside scuoteva la testa, con l’aria di chi oramai ci ha fatto il callo, lei era salita alla casa sull’albero. Lì i suoi uomini del bosco le avevano confermato l’intuizione giusta perché, nelle dieci ore intercorse tra la condivisione e l’incontro, l’avevano già mandata a memoria con entusiasmo assai convinto. E così Buon viaggio, per tutti, era restata.
Insieme l’avevano cantata la mattina, salutandosi; insieme l’avevano ripetuta al suono della campana delle due; insieme se la erano portata su a Mauthausen, la ‘povna, Soldino e Piccolo Giovanni. Insieme l’avevano recitata ovunque, sempre, caparbiamente: anche quando erano tornati e si erano trovati di fronte funerali e incendi, anche quando gli Smarginati si smarginavano (almeno due a settimana, con bella simmetria, sempre diversi), anche tra le tante lacrime che sono corse in quest’anno nella paura di non farcela; e poi l’ultimo giorno, tutti in coro, nei commenti sul canale telematico: il loro inno, sempre, comunque, le parole totem e magiche che avrebbero portato bene.
Quello che non aveva detto subito, la ‘povna (ma poi spiegato e condiviso durante la cena di classe) era che di quella canzonetta – in fondo così pop, leggera, ovvia – a lei aveva colpito non solo o non tanto l’augurio più ovvio (che replicava l’hashtag, #godiamociilviaggio, che da settembre tutti quanti avevano condiviso, genitori inclusi, sempre), quanto soprattutto il sottotitolo, capace di riflettere così, semplicemente, la cifra qualitativa bella, che caratterizza da sempre i Merry Men. Perché di amore condiviso e gruppo, appunto, la loro storia tratta: con quella ovvietà risolta nei rapporti interpersonali che li rende così peculiari e unici (per chi, almeno, abbia voglia di avere occhi per guardare).
Share the Love, dunque. Perché per i Merry Men questa è massima di vita, prima di tutto, e sanno che le cose si fanno in un solo modo: tutti insieme. Ed è stato, anche, questo affetto condiviso, sorretto da un amore per la trama istintivo e, a questa età, rarissimo, la loro bussola costante, lungo tutto il percorso: perché gli uomini del bosco sapevano di voler amare il finale, e tanto, ma erano altrettanto consapevoli che, costruendo una bella storia, pezzo a pezzo, il lieto fine non avrebbe potuto che essere tale.
E’ con questo spirito, che va compreso, amato, e fatto proprio con tutto il pacchetto (perché i Merry Men sono questo, ma anche tutto il resto: il vociare continuo, la sbuccioneria, il situazionismo, l’acufene permanente – e questo resto pretende un’attenzione peculiare, e costa anche fatica, tanta), che questa classe così strana (insieme alla quale, il giorno della terza prova, si sono seduti tra i banchi i due bidelli e la segretaria, a farsi fare la foto insieme a loro; oppure per la quale la custode del vicino di corridoio Liceo Classico, Ornella, ha aspettato al varco la ‘povna e l’Ingegnera Tosta, per sincerarsi che “non ce li avrete mica bocciati prima dell’esame, i miei eroi, professoresse?”) ha affrontato le tre settimane che, dalla fine della scuola, hanno portato a oggi: giorno dopo giorno, la strada della maturità. Con lo spirito di gruppo abituale, affinato dalla circostanza; con la consapevolezza dell’importanza dell’appuntamento; con la voglia di far bene, ma anche la volontà di divertirsi; e con la certezza che ottenere un buon risultato, sì, ma il voto non è tutto; specie se non si raggiunge l’obiettivo tutti insieme.
Che è quello che si è celebrato, oggi, davanti ai tabelloni dei risultati – tra torte al limone e crostate di marmellata fornite dalla ‘povna e dall’Ingegnera Tosta – mentre a uno a uno tutti loro sciamavano a scuola, richiamati dalla parola d’ordine sul gruppo; e si trovavano al bar, ma poi ritornavano nei corridoi del loro istituto, ancora una volta, perché, “prof., dove vuole che festeggiamo, se non qui che è casa nostra?”. Tutti radiosi, sorridenti: a gioire dei successi di Soldino e di Piccolo Giovanni, così come della salvezza del Panda; senza malizia, retropensieri o stupidi confronti, mentre, a pochi metri da loro, l’altra classe, la grande A (che per volontà di Maestrina e Vanesio ha subito un trattamento assai migliore, nelle votazioni dell’orale, scientemente) già si sprecava in recriminazioni sui votucci: “e io settanta, tu settantuno, voglio parlare coi professori interni” (ma i Merry Men si allontanano perché “scusateci, ma questo modo di fare proprio non ci appartiene”).
Finisce così, dunque, la prima esperienza di maturità ‘povnica da membro interno; una maturità scandita in due tronconi, nettamente: lisci come l’olio gli scritti e amari come il ricino i colloqui, giorno per giorno (mai la ‘povna ha sentito in tutta la sua vita dire tante parolacce all’Ingegnera Tosta); una maturità per la quale, per una serie di intimidazioni, calunnie, e fatti personali ci sarebbero gli estremi di denuncia; una maturità nella quale i commissari esterni si sono dimostrati nel migliore dei casi (Y-Final) persone perbene, ma irrimediabilmente stitiche (e con una visione dell’esame di stato anni Cinquanta), e per i restanti due terzi meschini, ottusi, presuntuosi e ignoranti (ben convinti di sfogare le loro frustrazioni personali sugli alunni) e un presidente che, per quanto fine, quando si arrivava al dunque si rivelava totalmente inetto a comandare.
Sono stati, per Esagono, la ‘povna, e l’Ingegnera Tosta dei giorni pesantissimi, nei quali la loro volontà si è spesa – oltre che a cercare di portare in commissione una visione educativa altra – in realtà soprattutto a fare una cosa, e una soltanto: muro contro la cecità degli adulti irrisolti che lo sceneggiatore aveva consegnato loro in dotazione per il viaggio, perché fosse garantita ai Merry Men l’unica cosa che desideravano davvero con certezza, vale a dire una splendida fine della trama.
Ci sono riusciti, infine, al prezzo di parecchie incazzature, un po’ di gastrite e molte notti insonni: ma il sorriso dei Merry Men, mentre cantavano, belli che sono, ripaga poi di tutto. Perché la chiusa arriva, insieme a tante parole – tutte di amore, tutte che tradiscono quella loro conoscenza istintiva di chi negli ultimi quaranta giorni (come disse la ‘povna a Esagono) “ha compartito pure il moccio” – ed è solo tanto bella. Dall’inizio alla fine, così come doveva essere: share the love, share the love, share the love.

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Convergenze parallele (osservazioni generali in margine agli Esami di Stato)

Ci sono cose che non si possono pubblicare in forma narrativa, o per lo meno non in tutti i tempi. Così, mentre l’attesa degli esiti ufficiali degli orali avvolge i Merry Men (che pure sanno che si possono distendere), la ‘povna ha bloccato di necessità i racconti. Perché quello che sta succedendo nella sua commissione di maturità (ma, da quel che sente in giro, pure in parecchie altre: quella di Mr. House di fronte, quella dell’Anziana di Ginevra, dell’Amica Vicina, della Quasi Parente – e l’elenco sarebbe ancora lungo) le lascia comunque materiali per riflessioni che scorreranno per un anno (oltre che parecchi sonni inquieti).
Decide così, in spirito innanzi tutto di convalescenza, di condividere alcuni pensieri generali un po’ per tutti, distillati dalle molte parole che sono corse, in questi giorni, a sera tarda, per cercare di digerire e di trovare un bandolo a quello che, a conti fatti, digeribile resta ben poco.
1. La prima considerazione riguarda la natura dell’esame e della legge (‘Ordinanza Ministeriale Annuale) che lo regola: la ‘povna lo ha detto spesso, è l’esempio di una legge molto ben fatta, capace di tutelare la traversata delle sette persone durante i lavori, tutti quanti, senza quasi problemi fino a quando ci siano fino a due commissari stupidi (pro “stupido” lege: incapace, irrisolto, ignorante, vanesio, stolido, scazzato – in ogni caso indegno di fare l’insegnante). Da due in su, il discorso si fa complesso, e diventa con ogni evidenza appannaggio di un presidente che deve sapere comandare.
2. Il secondo punto, conseguenza del primo, è che ogni considerazione sull’ordinanza tutelante va riletta in presenza di un presidente che non sia capace di prendersi la responsabilità di quel che fa con consapevolezza. In questo senso, essere persone fini (e magari anche giuste, colte, capaci di mettere a proprio agio i ragazzi) non serve a nulla senza un poco di polso. O meglio: serve nella misura in cui i sei commissari siano risolti; ma, se per caso qualcosa, per i motivi più svariati, traballa, è allora che in commissione si sente davvero la mancanza di qualcuno (fu così la PresidentA indimenticata dell’Onda, e anche, su saggio consiglio di Esagono, la ‘povna) che sappia comandare. È utile aggiungere, da questo punto di vista, che una statistica sommaria rivela i presidenti presidi molto meglio dei presidenti insegnanti, alla faccia di tutte le paure belate sul Dirigente padrone rispetto al decreto sulla buona (che resta comunque pessima) scuola.
3. Un tempo, l’Esame di Stato (che ancora si chiamava di maturità) veniva organizzato su scala nazionale, e i potenziali commissari interessati facevano domanda per andare a esaminare lontano dalla sede di servizio, in ‘altrissime’ province. Questo sistema, ben rimborsato (probabilmente troppo), cadde in disuso per il solito motivo che presiede alle riforme scolastiche dai tempi della guerra del ’15-’18 (tranne nel caso della Berlinguer, che era ottuso di suo, poveretto), vale a dire i tagli; ma la portata delle sue conseguenze è senza pari. Adesso, infatti, che ogni insegnante (o quasi) è obbligato a fare domanda di maturità (innanzi tutto) e può chiedere solo, come sedi, provincia di servizio e (se diversa) eventuale residenza, il risultato è paradossale quando non ingestibile. Nei fatti, la ‘povna (e con lei i suoi amici alle prese con casi tutti diversi, ma nella sostanza analoghi) si sta rendendo conto che la maggioranza dei giochi, specie agli orali, si consuma non in aula, davanti a un candidato in camicina inamidata, consapevole di essere di fronte al suo primo momento reale di passaggio, ma fuori – nei corridoi, nei viaggi di andata e ritorno, per telefono. L’insegnante X, della classe A, è in commissione a Nowhere, e interroga una classe, poniamo, ad Agricoltura Tecnologica; contemporaneamente, l’insegnante curricolare (cioè dell’anno) di quella classe, l’insegnante Y, è commissario a Elsewhere, per la classe B, sulla quale ha insegnato X, durante l’anno; e alla fine ci si rende conto che la scelta di voto e domande dipende molto di più dagli equilibri degli orali che si svolgono a venti chilometri che da quello che, in quel momento, succede nelle aule dell’esame. Per riassumere molto, la sensazione è che, con tutto questo scambio all’interno della provincia (specie in materie molto specifiche, cioè, sia chiaro, tutte quelle dei professionali e dei tecnici, cioè dell’ampia maggioranza delle scuole italiche, dove i nomi sull’intero territorio sono pochi e forzatamente si conoscono), l’esame assomigli sempre più a una riunione di condominio, tutti a scannarsi sui millesimi, che alla celebrazione di un rito fondamentale dello Stato. Anche Ellegio ne ha parlato cursoriamente nel suo post, definendolo il gioco delle tre carte; alla ‘povna, alla luce degli ultimi eventi, vengono purtroppo assai più in mente le immagini del Divo.
4. Come accennava poco sopra – a parte poche eccezioni – la domanda di partecipazione all’Esame di Stato è obbligo per tutti i docenti, ed è pagata in più, rispetto allo stipendio base, su una serie di parametri, forfettariamente. Questo comporta, come corollario, che una bella fetta di italici docenti (che già di per sé non brillano per dedizione ed efficienza) giunga in commissione con scarsa voglia e il pensiero che corre solo ai soldi. Di conseguenza, una delle parole che più si sente volare durante gli esami è “ho fretta”, come se si stessero correndo i duecento metri piani. Per gli stessi motivi (oltre alla sopracitata questione delle tre carte) appare evidente il fatto che i quattro quinti abbondanti del corpo docente italiano sia del tutto incapace di restare cinque ore senza toccare il cellulare.
5. Tutto questo, unito a una pervasiva ignoranza sull’Ordinanza costitutiva dell’esame, genera comportamenti che è generoso definire irrituali, quanto meno: problemi sulla definizione delle griglie (che, appunto come da legge, per le terza prova e l’orale dipendono dal documento di presentazione interno delle classe, per esempio – il che in soldoni vuol dire che si adottano quelle prodotte dagli interni); problemi sul modo di correggere, dunque; ma soprattutto (perché le prime due cose sono, legge alla mano, maggiormente arginabili) problemi sulla conduzione del colloquio orale. Che, recita il testo della legge: “tende ad accertare la padronanza della lingua, la capacità di utilizzare le conoscenze acquisite, di collegarle nell’argomentazione e di discutere ed approfondire sotto vari profili i diversi argomenti. Esso si svolge su temi di interesse multidisciplinare, attinenti alle Indicazioni Nazionali per i Licei e alle Linee guida per gli istituti tecnici e professionali, relativi ai programmi e al lavoro didattico dell’ultimo anno di corso”, si svolge in “un’unica soluzione temporale, alla presenza dell’intera commissione” e “ha inizio con un argomento disciplinare o pluridisciplinare, scelto dal candidato anche riferito ad attività o esperienze attuate durante l’ultimo anno del corso di studi”; inoltre, deve “vertere su argomenti di interesse multidisciplinare e con riferimento costante e rigoroso al lavoro didattico realizzato nella classe durante l’ultimo anno di corso. Gli argomenti possono essere introdotti mediante la proposta di un testo, di un documento, di un progetto o di altra questione di cui il candidato individua le componenti culturali, approfondendole”. Tradotto in soldoni, significa che l’orale non è la sommatoria di singole interrogazioni, ma, appunto, un colloquio, una conversazione a otto (sette commissari più il candidato), e che il giudizio, basato molto di più sulla capacità di orientarsi in maniera trasversale che sulla precisione nel recitare il teorema di Bernulli, deve essere dato non da ciascun commissario sul suo proprio piccolo e miopissimo orticello, ma in maniera globale. Questo avviene? Molto poco, nella prassi, perché troppo spesso i commissari, esaurita a la propria materia, si mettono a parlare tra loro, a guardare il cellulare, il giornale, pensare ai fatti loro – in una parola si distraggono. E alla fine della fiera, se il presidente non interviene perentoriamente, e presto, l’intero castello va a puttane.
5. Non aiuta, in questo, la positiva ignoranza dell’italica popolazione sulle procedure che pure sono, e sono istituite nel diritto, così cruciali non solo per i giovani adulti esaminati, ma per il paese tutto, e questo è un ben triste paradosso. La maggioranza delle persone conserva della maturità ricordi, più o meno sbiaditi, che sono la stanca riedizione di Notte prima degli esami, sostanzialmente; e nessuno si informa. Eppure, la ‘povna non dice leggere l’ordinanza, che sarebbe troppo, ma almeno farsi spiegare, per curiosità e interesse, se non si vuole arrivare al concetto di dovere civico, come funziona un momento che lo Stato ha sancito come essenziale nella formazione del cittadino sarebbe cosa buona e giusta, oltre che evidente interesse personale.
Nonostante tutto questo, in virtù di una legge che istituisce nei fatti nelle commissioni tra loro e nel legame tra commissioni e Stato una gerarchia militare strettissima (una cosa che, volendo leggere per bene i documenti, si sente, e di cui ci si sente fieri di fare parte), come la ‘povna ha detto all’inizio, le cose funzionano meglio di come, stanti i dati di partenza, potrebbero andare (cioè a puttane, semplicemente). Funzionano bene, anzi, giova ripeterlo, fino a che sui sette della commissione le magagne si limitano a due, perché (come in plotone) diventano gestibili. Dopo, almeno nelle modalità, si passa all’arbitrio dei singoli; ed è lì che la ‘povna riflette, oggi, mentre aspetta la chiusura della procedura per quest’anno, su quanto sia insieme consolante e triste che di questo rito di passaggio, tra scuola e famiglia, siano consapevoli, per davvero, soltanto i ragazzi. Perché da un lato allarga il cuore sapere che, all’uscita della scuola, i giovani futura spina dorsale del paese siano attenti e pronti; ma dall’altro è profondamente disturbante vedere da parte di adulti, insegnanti o meno, che si pretenderebbero, se non risolti, quanto meno un po’ più attenti, una tale disinvolta noncuranza su uno dei momenti cardine della vita dello Stato.

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“Per quanta strada ancora c’è da fare…”

HP

(…)

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Vigilia

La terza prova, così come le correzioni degli scritti, si sono sgranati secondo il calendario pacato, contato sui tempi dell’universo, preparato da Pezzo di Pane, sapientemente (che, prima di ogni altra cosa, è un fisico – e, detto questo, è detto tutto). La ‘povna potrebbe raccontare del giorno del quizzone, superato alla come si può, in pieno spirito Merry Men, e dell’ossessione per le righe della prova di Maestrina (“Non hanno risposto riempiendo tutte le righe, come faccio?”; “Ma la risposta è corretta? E poi Rebecca scrive piccolo!”; “Sì, è completa, ma che c’entra: se le righe non sono riempite tutte, 15 non lo posso dare”), oppure degli interventi fuori luogo, egotici, e mirati esclusivamente a due cose: andare a casa presto e farsi pagare subito, di Vanesio, il commissario di Agricoltura Tecnologica, di un maschilismo fanfarone, che nel migliore dei casi è servile quando non è strisciante. Potrebbe raccontare della sintonia con PdP, ovvia (del resto, la ‘povna, con i fisici…), che assomiglia a Snape a sessant’anni come e più non si potrebbe. Potrebbe dire di come abbia subito un’imboscata dagli esterni (“15/15 alla prima prova non si dà, perché in Italiano nessuno è da 10″ – è stato il commento dei due geni in unisono) sventato dalla sua intuizione che ha fatto leggere a PdP i temi migliori, chiacchierando chiacchierando (“Che sciocchezze, un voto è un voto: e questi due elaborati sono ben sopra l’eccellenza” – a proposito degli scritti di Orlando e di Rebecca, che il giorno dopo vengono letti e ammirati, su richiesta dello stesso PdP, dal presidente della commissione gemella, Pig Pen, insegnante di italiano al liceo classico). Potrebbe lamentarsi di certe frasi sentite ripetute a mezza bocca da Vanesio a PdP, che sono solo da denuncia. Oppure raccontare di una rasserenante inciso passato con Esagono a lavorare alla commissione tosta (durante il quale hanno stabilito che l’anno prossimo lavoreranno di nuovo insieme, con una parte delle Giovani Marmotte – e se la ‘povna non volesse esagerare, a giudicare dalle mezze parole e i fatti interi che il suo vicepreside ha fatto trapelare in questi giorni, dopo che ha saputo del suo non-trasferimento, sarebbe tentata di concludere che anche gli ingegneri hanno un cuore). Oppure, ancora, descrivere, le due mattinate di pausa, passate a compilare insieme a Galileo il modulo del Rav, la valutazione di istituto, durante le quali assaporare quella loro intesa istantanea così senza parole, condivisa, così ovvia (del resto la ‘povna lo ha già ricordato il suo feeling con i fisici,  e la notizia del non-trasferimento – “Facciamo una pausa, riprenditi; a me in ogni caso, ma lo sai, questa cosa fa piacere” – arriva proprio allora, e non è un caso).
Invece per tutto questo, onestamente, non c’è tempo – e il tic-tac del coccodrillo scodella la ‘povna e i Merry Men in un balletto alla vigilia degli orali. Che è poi come dire adesso. Domani esordiscono, subito, Mr. Mao, Riccia, il Gaffiere, il Panda e il Taciturno. La ‘povna prima risponde alle chiamate di consiglio, sul canale telematico (e posta un paio di riassunti di inglese, che non si sa mai, Maestrina è pur sempre molto stupida), poi fa una crostata old style, con la marmellata che le ha regalato Pezzo di Pane, di prugne dell’orto (da portare in commissione per la merenda), quindi lavora alla commissione tosta, legge un giallo, va a nuotare, si vede con Spersa e coi ramarri di passaggio verso il mare.
Ma un pezzettino della sua testa (e del suo cellulare) sta sempre con loro, là sul gruppo. La ‘povna posta gli in bocca a lupo dei moltissimi ex-professori ai quali quella classe è rimasta appiccicata addosso (SignorePietà, Pluto, Patty Albione, Voglio-la-mamma). E poi i suoi propri auguri, ovviamente. Quindi prepara i libri per domani (dentro, ma soprattutto fuori dal programma). E dopo è solo conto alla rovescia.
La colonna sonora, che ha condiviso anche per loro, è questa qui.

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Sulla battigia

Lo scorso giovedì, durante gli scrutini delle quinte, mentre tutto intorno si consumava il grande psicodramma degli scioperi, a un certo punto il telefono della ‘povna si è illuminato per la ricezione di un messaggio.
“Calvin ci ha scritto un mail!” – aveva detto la ‘povna all’Ingegnera Tosta.
Poi lo avevano lasciato da parte, anche perché l’oggetto, “Tempo di esami”, faceva pensare a un messaggio di vicinanza e auguri, ma non urgente.
Infine, a scrutinio finito, e mentre dovevano riprendersi dalle fatiche di una giornata insulsa, prima di salutarsi si erano appartate un secondo, decise a godersi almeno un momento di buone notizie, in una giornata per certi versi da buttare.
Proprio per questo, forse, la doccia non poteva essere più fredda. Dopo il primo paragrafo di riflessione sulla maturità, e il senso che per lui assume, ancora oggi, le parole di Calvin erano arrivate, come sempre lui, pacate e schiette, ma anche irrefutabili.
“Mi sono perso” – dicevano infatti i caratteri della sua prosa limpida. E a seguire il resoconto di una profonda crisi. “Sto vivendo sicuramente il più brutto periodo della mia vita e non riesco a trovare conforto in nessuno di quelli con cui mi sono confidato. Sembra che nessuno possa capire” – continuava infatti, per offrire poi un paragone tecnico della sua situazione di difficoltà percepita. “Volendo riutilizzare ciò che Esagono ci ha insegnato in quarta, credo che potrei essere tranquillamente paragonabile a un sistema labile. O meglio un sistema che appena perde un vincolo non è più considerabile statico e l’equilibrio è compromesso”.
Alla ‘povna e all’Ingegnera erano venute le lacrime agli occhi. Poi, con calma, tornando a casa, la ‘povna, devastata dalla stanchezza e dalla rabbia, gli aveva inviato un primo tentativo di risposta che, messaggio dopo messaggio, ha portato alla decisione di vedersi, perché in certi casi, quando qualcuno ti chiede aiuto, l’unica cosa che puoi offrire seriamente è una spalla su cui piangere, e soprattutto parole da parlare.
“Fissiamo un giorno in cui vieni nella piccola città” – aveva scritto la ‘povna – “se è bel tempo andiamo al mare”.
Quel giorno è stato oggi, quando, puntuale alle 9.30, Calvin si è presentato alla stazione, comunque per principio sorridente. La ‘povna era lì ad aspettarlo, e insieme hanno preso un bus, e sono andati al bagno del Cappellaio Matto. Lì, per non saper né leggere né scrivere, la ‘povna gli ha proposto una passeggiata catartica. E, camminando camminando, lungo la battigia (del resto, dove altro può sostare, in fondo, l’Onda), mentre il mare bagnava pantaloncini e polpacci, hanno parlato del senso della vita, delle scelte, delle perdite e dei sogni; degli esami dei Merry Men, così come di molto altro. La ‘povna non gli ha offerto segreti di vita, che non ne ha, né soluzioni a prendere. Si è limitata ad ascoltarlo, per provare a riprendere, così, il filo imbrogliato della sua intelligenza vivida. Gli ha portato le parole dell’Ingegnera Tosta, e l’offerta di incontro con Esagono. Poi, quando oramai, a forza di camminare, avevano persino passato il confine di provincia, sono tornati indietro, un po’ cotti dal sole, ma non troppo.
Si sono riposati un altro po’, hanno preso l’autobus sulla strada del ritorno, e si sono salutati alla stazione, un po’ salati, ma tranquilli.
E la ‘povna, mentre lo guarda da sotto il finestrino, e gli augura ogni bene, come sempre, pensa che un giorno di riposo, dopo le fatiche degli ultimi quaranta giorni, migliore di questo, nemmeno a richiesta lo avrebbe potuto progettare.

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Allo stremo

La seconda prova, per lo meno in molti istituti tecnici (nel loro di sicuro, segnatamente, quando si tratta di Muri e Impianti), si trasforma in realtà in una prova di resistenza. Otto ore per fare, su un banco quadrato di 40×40, disegnando a mano, con lapis e squadrette come nell’anteguerra, una traccia di progettazione che richiede almeno quattro elaborati grafici: pianta, sezioni, una serie di prospetti su fogli 50×60, e dopo aver passato gli anni del triennio a imparare a disegnare digitalmente al CAD.
La consegna si presenta già così assolutamente folle e vede alunni che arrivano alla prova – oltre che con curvilinee, goniometro, compasso, righe, squadre, matite 2H e HB, più quelle colorate, come i bimbi – con alcol e ovatta (per pulire il banchino, man mano che si sporca), salviette per mani (per pulire le medesime dopo che sudano) e vestiti in tuta e scarpe molto comode (perché, per cercare di ovviare alla fisica contraria del tutto, metà del tempo si finisce per disegnare in piedi o a ginocchioni). Il tempo, nonostante otto ore paiano – e siano, a tutti gli effetti, per la stanchezza pervasiva che ti prende – una infinità, anche così resta pochissimo. Perché, come ha glossato il commissario esterno Y-Final, “già chiedere in otto ore una cosa che noi ingegneri facciamo in settimane e settimane di progetti ha in sé qualcosa di molto folle” (e, da questo punto di vista, non si vede perché la prova non possa essere articolata su più giorni, così come avviene al Liceo Artistico). Ma il Ministero quando si tratta di trouvailles non si tira mai indietro, è ovvio; e così, quest’anno, in omaggio alla riforma, è stato fatto sapere a novembre che la prova sarebbe stata “rimodulata e aggiornata”. La simulazione dell’aggiornamento è stata resa disponibile sul sito del MIUR a metà maggio, con comodo anticipo, e tutti loro, scaricandola, ne hanno potuto apprezzare le novità salienti, che consistevano nell’avere aggiunto al testo della prova classica una sezione con alcuni quesiti di Storia dell’Architettura e/o Ponteggi cui rispondere, sul modello della terza prova. Viste le date, e visto maggio, ad Esagono e Saimon a quel punto non è restato poi da fare molto: hanno organizzato una terza simulazione di seconda prova, comprensiva di domande, e poi tutti quanti si sono avviati al giorno del secondo scritto affidandosi a San Ingegnere.
Il quale santo, evidentemente, ieri, 18 giugno, quando la ‘povna, i Merry Men e i colleghi di materie tecniche (“ma tu che ci fa qui? Oggi non facevano sorveglianza gli scientifici?; “Io ci sono sempre” – è la sua risposta laconica, sollevata dal sorriso di Rebecca: “Certo che lei sta qui, ci fa da supporto morale, è importantissimo!”), si sono avviati a ricevere il plico telematico, era evidentemente in vacanza. Perché la prova – una traccia di progettazione in realtà abbastanza classica – era però resa complessa dalla scrittura in perfetto stile gastro-fighetto: una specie di pasticcio bio-natural-agrituristico ideato da qualche architetto in vena di pubblicità Expo di bassa lega.
I primi trenta minuti sono dunque passati, per tutti, a decrittare, tra titoli finto-accattivanti (“Officina del gusto e orto della salute”, bum!), o giochi di parole scontatissimi (“coltura/cultura” – ribum!), quali fossero le consegne strutturali del progetto. La ‘povna viene chiamata di urgenza a fare la parafrasi per Mr. Mao che, nonostante il vocabolario cinese-italiano e una conoscenza veramente buona della lingua, affoga in mezzo a metafore di dubbio gusto. Infine, una volta sfrondata degli eccessi linguistici (del resto, una traccia di progettazione su tre pagine non si era francamente mai vista), Soldino e Piccolo Giovanni (che si sono disposti a scacchiera, ciascuno prendendosi in carico tre Smarginati, per tirar loro su il morale – che in una prova come questa altri aiuti non esistono) scoppiano in una risata unisona: “Va beh, alla fine si tratta di motel, volume unico e bar, cioè l’oggetto delle nostre tre simulazioni!”. Esagono sorride (e la ‘povna sa che cosa sta provando, perché il giorno prima lo ha provato lei, punto per punto), respirano tutti. E poi è tempo di cominciare a disegnare.
Nel frattempo Esagono e Y-Final stanno esaminando l’altra parte della traccia. La domanda sul Piano Regolatore non presenta problemi di sorta (a parte il fatto che si trova sul Manuale di cui è concesso l’uso ufficialmente, quindi si tratta di un quesito al più di bella calligrafia, e niente altro); ma è su quella di Storia dell’Architettura che il commissario esterno solleva un sopracciglio: “Mhm, qui temo danni dappertutto, perché mi risulta difficile che all’architettura organica, in una qualunque scuola tecnica, con tutto il programma da svolgere, ci si sia potuti arrivare”.
La ‘povna è dietro di loro, anche lei con in mano una traccia. Sente le sue parole, gira a pagina tre e prorompe in una risata sorridente: “State parlando di Frank Lloyd Wright e di Fallingwater, vero? In realtà la conoscono tutti, l’hanno fatta per Inglese, e con molti di loro l’abbiamo ripassata molto bene a maggio, perché su questo si sono fatti interrogare”.
Il sollievo dei due ingegneri è palpabile.
“Allora la scriveranno in inglese” – glossa con una battuta Esagono.
“Ehm, questo no. Ma di sicuro la sanno” – garantisce la ‘povna.
E l’eco della sua sicurezza sta trapelando, adesso, proprio dagli Smarginati. Finito di tradurre dall’architettese la prima consegna, infatti, alcuni di loro sono passati al resto del compito; ed è così che il Panda, Orlando, Riccia, Cirillo Skizzo, Mr. Mao e la Pesciolina iniziano a ridere in unisono. “Si sa! Si sa!” – urla gioioso il Panda. “Altroché” – commenta Riccia. “Prof., si ricorda, allo Scatolificio…” – attacca Cirillo Skizzo. “Abbiamo fatto anche Questions and Answers” – puntualizza Mr. Mao. Orlando e la Pesciolina si limitano a sorridere alla ‘povna, intercettandola negli occhi, con la consapevolezza complice degli spiriti affini.
“Bravissimi” – glossa lei – “ma adesso lavorate al progetto. Per rispondere alle domande c’è tempo”. Ma intanto, ancora una volta, dentro di sé, gongola. E pensa allo sceneggiatore, che è riuscito a dare un senso persino a quel tale pomeriggio, che lei ricorda molto bene, di lunedì 8 giugno, quando, insieme agli Smarginati, si è dedicata per l’appunto a ripassare Wright, tutto intorno a loro un caldo porco, la sensazione di non farcela, il cambio di metodo di studio, quando ha percepito che li stava perdendo, il borbottio ripetuto per quella ennesima interrogazione, che sembrava così inutile. E, qualche ora dopo, mentre i suoi cari Smarginati scrivono, effettivamente in inglese una parte della risposta (“Prof., “reinforced concrete cantilever” in questo momento in italiano non mi viene”; “E tu mettilo così, in fondo avete la metodologia CLIL, no? E usiamola!”), la ‘povna è fortemente tentata di pensare che ogni tessera abbia per davvero un senso, in questa inaspettata trama.

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Inaugurale

E poi, a un certo punto, molto semplicemente, le luci sulla grande rincorsa si spengono. Finiscono i gruppi di studio, le riunioni in sala informatica, per stampare con il plotter; finisce la stesura dei riassunti e delle sintesi, e gli incontri alla stazione; finiscono gli scioperi (parrebbe), anche quelli dei treni, per i quali la ‘povna è rimasta bloccata al binario per sette ore; finisce il toto-traccia, e pure gli psicodrammi (“Ma come? Nella Terza prova ci saranno cinque materie? Non è accettabile” – e ancora una volta se tutti non sono smattati lo devono al genio istintivo di Piccolo Giovanni: “Sì, cinque materie, e la tesina non c’è più e bisogna portare una materia a scelta fuori da quelle che si studiano nell’indirizzo”; “Piccolo Giovanni, ma sei pazzo?” – domanda al telefono la ‘povna; “No, prof., erano agitatissimi, ho pensato che la cosa migliore fosse sparare un po’ di cavolate, e seminare panico ingiustificato generale”; e la cosa stupefacente è che la tattica funziona, e alla fine sono tutti più tranquilli); finiscono le telefonate, gli e-mail, le chat, whatsapp, i piccioni viaggiatori; finisce persino, ed è un miracolo, la pioggia di tesine da rifinire sul canale telematico (“Visto si stampi”, piano piano per tutti; e il loro consiglio di classe, oltre che per il documento del 15 maggio, incassa da Pezzo di Pane pure per questo i complimenti: “Finalmente una cosa seria, argomenti veri; e poi, i titoli in corsivo, la sitografia con indicata la data di ultima consultazione, il testo giustificato, il font in Times New Roman, una copertina comune e sobria, è commovente”).
Finisce questo, e ancora molto altro; finisce tutto. E alle 8 di mercoledì 17 giugno la ‘povna e i Merry Men si ritrovano davanti a scuola. Si chiamano le classi a una a una, loro entrano. L’atteggiamento è quello sdrucito classico, ma contenuto, da uomini dal bosco; la differenza dagli altri gruppi salta comunque all’occhio. “Non fate i Merry Men” – la ‘povna fa la faccia truce, ma sorride sotto i baffi.
“Noi siamo i Merry Men” – ribatte placido Cirillo Skizzo.
E la ‘povna tira un sospiro soddisfatto, perché il buon umore è generale.
Infine, arrivano le tracce. La ‘povna getta uno sguardo, si getta a far fotocopie, ma ha già capito che lo sceneggiatore è stato in gamba. Di fronte a Calvino, al Mediterraneo, alla Resistenza, alla letteratura come vita, allo stato di connessione, a Malala, al senso di cittadinanza, i Merry Men non battono una piega, anzi. Poi, su richiesta di Pezzo di Pane, la ‘povna si alza, e commenta le tracce un po’ per tutti. Ed è allora che, mentre le parole scelte con cura sono rivolte alla platea, ma colpiscono sedici persone più degli altri, si guardano con consapevolezza; perché se, commentando le tracce di maturità, ti trovi, nei fatti, a tracciare una autobiografia letteraria collettiva del vostro percorso in classe degli ultimi quattro anni, parlando in double coding un idioletto condiviso da diciassette cospiratori consapevoli, la definizione “aver lavorato bene” è ancora parecchio al di sotto di quello che si potrebbe raccontare.
Si parte dal Sentiero, e la ‘povna guarda Teofilo (che quel romanzo lo ha scelto per il percorso di letture, insieme a Kim, ovviamente), ma il pensiero condiviso va a tutto il Calvino che hanno fatto; si continua con la letteratura come esperienza di vita, e la Pesciolina sorride, perché con la sua esperienza di messaggera di #ioleggoperché, le sembra cucita addosso (così come un poco pure a Riccia); si prosegue con le competenze del cittadino nella vita economica e sociale, e lì il pensiero corre, molto semplicemente, alla loro vita di classe dall’inizio fino a adesso (ma anche a ciò che la ‘povna ha postato una settimana fa sul canale telematico); si prosegue sul Mediterraneo, e alla parola “Fenici”; pronunciata dalla ‘povna, sono molte le facce che sorridono (“e poi, ricordate il nostro approfondimento l’anno scorso di educazione civica”); si prosegue con la connettività, che sarà poi il più scelto. Ma la ‘povna si domanda quanti, e non solo a un istituto tecnico, partendo dal documento di Ferraris, che comincia così: “Con il telefonino è defunta una frase come “pronto, casa Heidegger, posso parlare con Martin?”, saranno in grado di infilare una argomentazione spiegando che “la scelta del nome di Heidegger non è casuale, perché, come sappiamo, il filosofo tedesco vedeva la tecnocrazia come distopica” – e con questo si è sistemato pure Orlando. Chiudono il quadro la traccia resistenziale (che la ‘povna, modestamente, aveva previsto) – “via, si parla dell’armistizio, prof., è ovvio, e della questione del Regio e della cobelligeranza”, tuona dal fondo la voce di Piccolo Giovanni (che quella traccia non la sceglierà nemmeno, peraltro), e si conclude (“Se ne parlò all’inizio dell’anno, è la donna pakistana premio Nobel” – interloquisce la voce pacata di Rebecca) con Malala. E poi si comincia. I loro tre centisti (Rebecca, Soldino e Piccolo Giovanni) si buttano su Calvino, connettività (“Ma la svolgo a modo mio, prof., non si preoccupi”; “Di questo non dubito”) e Mediterraneo, rispettivamente. Orlando prende la via di Heidegger, e arriverà a Svevo, passando per il concetto di comunità pre-moderne, Gli altri si accingono a scegliere con calma, e poi si chinano a scrivere con alacrità tranquilla.
La ‘povna, gonfia di orgoglio, gongola. E vede le ragioni di questi quattro anni sfilare, adamantine e felici, come tutti loro sapevano che il viaggio avrebbe dovuto essere, nelle tracce di un Esame di Stato.

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Sceneggiature

Quella che la ‘povna ha definito la “grande rivoluzione del colapasta”, il cosiddetto blocco degli scrutini organizzato (?) dai colleghi scioperanti – che ha totalizzato, in due giorni di disservizio erogato esclusivamente ai colleghi, il seguente bilancio: ritardo effettivo rispetto al calendario annunciato: ore 6; ritardo percepito dalle famiglie tendente a 0; divisione sul fronte dei lavoratori ottenuta, 100%; comunicazioni agli organi di stampa: 0; disagio per le quinte (che sarebbero teoricamente protette da normativa): 50% (ma solo perché all’altra metà hanno posto rimedio la ‘povna, Mr. House e l’Ingegnera Tosta correndo incessantemente i 3000 siepi, in tutti questi giorni), per tacere del momento in cui il grande fronte della battaglia è naufragato, ieri, nella persona di Ottusa, che di fronte alla richiesta del collega Pietropoli di svolgere lo scrutinio di una terza per “permettergli di andare alla festa di laurea della sorella” (con ciò introducendo ufficialmente il principio che lo sciopero non si fa per un’idea, ma si sceglie in base alla simpatia per il collega singolo, e alla classifica delle sfighe in ballo), ha deciso di astenersi dallo sciopero perché “poverino, aveva già pagato il biglietto” – si è concluso oggi, così come da calendario preventivato, fin dal principio, da Barbie. In mezzo, ci sono stati davvero bei momenti, come quando le RSU hanno fatto, ieri, alle tre del pomeriggio una vertenza sindacale alla preside Barbie, rea di avere ricalendarizzato gli scrutini scioperanti sovrapponendo gli insegnanti di religione e laboratorio (così come accade negli scrutini regolari, da sempre) e facendoli riconvocare con altre sovrapposizioni (ma che erano per loro più carine, evidentemente) con un nuovo ordine di servizio emanato alle ore 18.32 della vigilia del giorno di scrutini medesimi, comunicazione avvenuta solo attraverso il sito della scuola, ovvio – con ciò riuscendo nel capolavoro di commettere essi stessi (la ‘povna è andata al sindacato, per assicurarsi, perché se la si sfida sul terreno delle regole, è allora che si diverte) atto illegittimo. Ma, d’altra parte – quando si va alla guerra con raccattati, qualunquisti e monarchici, senza un minimo di pianificazione aggiunta – che si finisca per essere travolti dagli eventi, se non a essere manipolati, è il minimo che possa capitare. Sul fronte di coloro che hanno aderito, la palma del più idiota e del più stronzo spetta sicuramente a Barbalbero; la ‘povna non si è stupita (avrebbe solo voglia di dirgli che secondo una interpretazione della CGIL quello che ha fatto giovedì è sanzionabile a livello del MIUR, ma per fortuna Barbie è una signora preside), e lascia che siano i Merry Men a dettare la vendetta, come quando oggi, mentre studiava alla stazione le tesine con Orlando e il suo amico Rasta, dell’altra classe (ma che oramai si è aggregato a loro, inseparabile), il suo alunno tanto amato le è uscito con un: “Il professor Barbalbero ha fatto sciopero, vero?”; e, al cenno affermativo della ‘povna: “Lo sapevo, perché l’altra sera, alla cena di classe, faceva l’amicone, beveva con noi le grappe, diceva che meno male che c’era lui a essere giovane perché voi pensavate di sì, ma non ci capivate per niente, e per qualsiasi cosa era lì per aiutarci e l’indomani non avrebbe fatto mai e poi mai sciopero, perché con le quinte di mezzo… E io in quel momento ho saputo che voleva scioperare”. Ottusa ovviamente non fa testo, poveretta (anche se il suo comportamento è servito a chiarire una volta per tutte a Mr. House e all’Ingegnera Tosta di che pasta sia fatta) e, per quanto riguarda gli altri, la collega Vampiria e S(t)olida non sono proprio quel modello di consapevolezza politica che a degli ufficiali della scuola pubblica sarebbe opportuno domandare. Restano Mafalda e Mr. Higgs, e lì la questione si fa complessa, Innanzi tutto perché la ‘povna sa che qui sopra la leggono, e quindi non ha voglia di parlarne; ma soprattutto perché li considera (tuttora) amici, e certe cose, e certi modi nel farle, hanno fatto rimanere lei, l’Ingegnera Tosta, Mickey Mouse e Mr. House davvero molto male.
Come che sia, oggi gli scrutini residui si sono celebrati tutti, così come da programma. La ‘povna è arrivata a scuola con tre ore di anticipo, si è messa in un’aula isolata, e ha lavorato alle tesine su skype, incessantemente. Mafalda e Mr. Higgs sono ritornati a essere quelli che sono sempre (cioè delle persone estremamente piacevoli), che la hanno aiutata in ogni modo possibile. E la ‘povna – che è fumina, ma ha il dono di sapersi adattare alle circostanze (e anche di un certo senso del dovere, possibilmente) – ha deciso on the spot di seguire la piega degli eventi e, a parte un momento in cui le è saltata la mosca al naso (quando ha visto che una buona parte di consiglio non aveva ottemperato ai doveri stabiliti preventivi, per lo scrutinio degli Extra-terresti) ha fatto le cose nel modo migliore che sapeva (creando nello scrutinio che coordina, quello delle Giovani Marmotte, un clima invero assai piacevole), accettando offerte di pace con buon senso e facendosi con relativa buona grazia coccolare.
Così, all’alba delle 15.15, con solo un quarto d’ora di ritardo, è potuta planare in quello che, in questi casi, diventa il suo ufficio, già dai tempi degli esami dell’Onda: il bar della stazione air-conditioned: tre ore quasi piene di tesine fino alle sei, quando è stato il tempo di tornare a scuola per ricevere, finalmente, i genitori. Ovviamente, la scuola era affollata. E, altrettanto ovviamente, erano praticamente tutte famiglie delle classi sue e dell’Ingegnera Tosta. La ‘povna ha parlato con tutti, nel mezzo ha gestito, con l’aiuto di Mr. House, un paio di Merry Men, che dovevano consegnare le mascherine del progetto stradale, e stampare un altro paio do cose sul plotter, ha accettato con gratitudine l’aiuto di Mr. Higgs e di Mafalda e poi, quando oramai stavano tutti per chiudere, lo sceneggiatore ha deciso che era arrivato il momento “Carramba!”.
“‘povna, scusami” – si avvicina un collega a voce bassa – “è arrivata una persona, dice di essere il presidente della vostra commissione”.
Così Pezzo di Pane, il loro presidente, arrivato a prendere visione di spazi e aule, si materializza alle 19.40 di un sabato pomeriggio. Ad accoglierlo c’è la ‘povna, e – mentre Mr. House nasconde le quinte che stampano nell’armadio, ché lui non si azzardi a vederle – la ‘povna si trova a fare da inaspettato Cicerone.
Il giro dura una mezz’oretta. Al termine, dopo avere ringraziato e salutato il bidello FacTotum, un grandissimo (e prima di arrivare alla stazione e incappare in treni con minimo due ore di ritardo), la ‘povna apre, dopo due ore di oblio, di nuovo il cellulare.
“Come è andata?” – recita il sobrio sms di Esagono (che le conferma che il suo vicepreside prima le dice di calmarsi, ma poi la, e ci, pensa).
“E’ andata che ho conosciuto Pezzo di Pane!” – risponde lei, telefonandogli.
“Ma dai, non è possibile”.
“E invece sì, pensa che bello!” – e parte coi racconti.
“Allora sei più serena” – la saluta Esagono (e la ‘povna sa che, se stessero chiacchierando di persona, lui a questo punto le tirerebbe un libro in testa).
E la tentazione di dire “Sì, ma”, e un mucchio di distinguo, è lì in agguato dietro l’angolo.
E invece: “Ma sì”. E poi la ‘povna sorride, stremata, ma romanzescamente soddisfatta, all’ennesimo impennarsi, intricato, della trama.

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Definizioni

Simbolico: 1. Che ha natura e valore di simbolo: numeri, segni s.; il linguaggio s. della matematica; un atto, un gesto s.; in partic., azioni s., quelle che hanno valore di simbolo, spec. nel rituale giuridico (soprattutto in quello primitivo e in quello antico) e nel rituale religioso. Più genericam., di cosa che non vale per sé, per la sua realtà o entità, ma per ciò che rappresenta: vendere, acquistare qualcosa a un prezzo s.; fare un’offerta s. (o a titolo s.); risarcimento s., indennizzo richiesto, o fissato dal magistrato, in una cifra minima, valido solo come riconoscimento del danno subìto e del conseguente diritto a un risarcimento.

Velleitario: agg. e s. m. (f. -a) [der. di velleità, sull’esempio del fr. velléitaire]. – Che ha carattere di velleità: aspirazioni, mire v.; atteggiamenti estremistici v.; una politica v., v. fughe in avanti; pretese, proteste v. e sterili; promesse v. e demagogiche. Riferito a persona, che ha delle velleità: un individuo v., e, come sost., un v., una velleitaria, un gruppo di velleitarî. ◆ Avv. velleitariaménte, in modo velleitario: un estremismo velleitariamente moralistico.

(dal vocabolario Treccani della Lingua italiana on-line)

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Per sempre

Domani due ore, alla seconda e alla terza, scandiranno la fine della storia ufficiale tra la ‘povna e i Merry Men.
La ‘povna aveva pensato che ci sarebbe arrivata in modo assai diverso. Pensava che avrebbero celebrato addii e rituali, con tempo e calma, come con l’Onda; pensava che ci sarebbero state parole, video, foto, tanta musica. Invece ci saranno silenzio e ripasso per le interrogazioni, le ultime; e dita che disegnano al computer. Pure la festa, la faranno mercoledì, quando già la ‘povna sarà fantasma. E per il resto si va a testa bassa, fino alla fine.
Così la ‘povna – che oggi è tornata a casa da scuola alle ore 22.20 – quello che deve dire a loro lo dice in forma breve, nel gruppo di classe, spudoratamente in collettivo, come tutta la loro lunga storia.
E gli dedica quella canzone che, più di tutte, appartiene ai suoi Merry Men da sempre. Ma poi, per se stessa, e anche in omaggio a questi lunghi quattro anni, ascolta a disco continuo questa qui.

Che triste storia dare nome a un’ombra
ci imbarcammo in un tempo dimenticato perfino dai sogni
pronti al beffardo amore e ad altre spese
ma qui dov’è la luna?
siamo giocatori di carte
lo spettatore comprende
con gli anni si misura la distanza
siamo sognatori di mondi
ragazze a cui piacevano i poeti
capitani di tavole imbandite
destini a scomparsa
siamo voci erranti
cui oggi e soltanto oggi
la terra all’orizzonte
tenue
di nuovo appare

(I. Fossati, Dancing sopra il mare)

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